Pretese

Si sa che la pretesa di far tutto da sé — il bisogno di far tutto da sé — è incompatibile con il progresso nella scala delle responsabilità (cioè nella carriera). Più è importante e impegnativo ciò che si fa, più si ha bisogno del supporto di qualche collaboratore; e i collaboratori bisogna saperli guidare, motivare, riprendere o gratificare in modo corretto. Spesso ho visto persone che pretendevano di far tutto da sé, oppure che fingevano di delegare ad altri per poi restar lì a controllare tutte le fasi del processo, come se le stessero facendo loro. Un errore comportamentale che rende il tutto inutile, a volte ridicolo. Di solito è per la mancanza di fiducia negli altri, o per il timore che i collaboratori non siano all’altezza del compito; oppure, al contrario, può essere un complesso d’inferiorità che rende insicuri e fa temere che i collaboratori possano svolgere il lavoro addirittura meglio: in questo caso li si controlla proprio per accertare che il temuto surclassamento non si verifichi.
Un po’ come fanno gli scrittori quando corrono a leggere l’ultimo libro dei loro colleghi e concorrenti: non leggono per il gusto di farlo, ma controllano, a volte con un velo d’ansia che preme allo stomaco. Controllano che il loro concorrente di turno non sia stato più bravo, che non abbia sfruttato vantaggi che possono metterlo in luce e fargli vendere più copie. Oppure che non abbia copiato. Basta uno solo di questi sospetti, che il velo d’ansia diventa prima disagio e poi sofferenza, rovinando le giornate. Brutta cosa, la competizione.

DISTIM(AN)IA

La persona depressa — quella tipica — non ha desideri e non prova piacere in nulla, nemmeno in ciò che normalmente era di svago. Non vede nessun valido motivo, né dentro né fuori, per risollevarsi dal suo stato, che tende a ritenere definitivo e persino giusto. Si considera non solo incapace, ma anche immeritevole di vivere; si ritiene priva di qualità e crede d’aver capito in modo definitivo che il mondo è oggettivamente grigio e vuoto. In più, ritiene che non ci si possa fare nulla. Ma non riesce ad accettare questa situazione catastrofica da cui è convinto di non poter uscire: da qui la sofferenza e il dolore mentale, che possono portare  addirittura verso l’idea del suicidio. Continua a leggere “DISTIM(AN)IA”

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Le cose che vedo in te sono vere, esistono. Se dovesse capitarti ancora di star male o esser triste, di avere le lacrime e il nodo in gola, potresti (se vuoi) chiamarmi: così, forse, potrei aiutarti. Non voglio più che tu stia male. E quell’espressione di cui parli, quella che dici di non riuscire a trattenere, la muta richiesta di tenerezza che ti si dipinge sul viso nei momenti più inattesi, la vedo anche in molti visi altrui. Poi, capita anche a me di provare la sensazione (il timore) di non farcela, ogni volta che mi accingo al compito impegnativo che sai. Perché è un compito difficile e incerto, se ci pensi, quindi questo timore latente rimane sempre. Ma ormai ho imparato a conviverci e a non prenderlo più sul serio: quando fa capolino, continuo a far le mie cose con fiducia, perché ormai ho capito di avere la padronanza del mezzo, e andando avanti si può solo migliorare. Questa consapevolezza finisce per sopravanzare e smentire questo timore, la “vocina” subdola e onnipresente che non si stanca di suggerirmi che forse quel compito è troppo difficile, che forse non ce la farò. Quella vocina non si stanca mai di apparire, ma nessuna parte di me le dà peso. È vero che resta un fondo di insicurezza, il residuo delle grandi insicurezze giovanili; ma i fatti, la pratica, l’esperienza mi permettono di esorcizzarlo e renderlo inoffensivo.