Progenitori

Masaccio, Cacciata dei progenitori dall’Eden, 1425

Il divieto ebraico di rappresentare le creature perché l’attenzione non si concentrasse su di esse invece che sul Creatore, era ormai lontano: gli artisti potevano scatenare la loro immaginazione per dare un corpo ai personaggi della Bibbia. Ciò sembrava accordarsi con l’insegnamento di uno dei maggiori padri della Chiesa: a suo tempo Agostino (354-430) aveva ribadito che il testo della Genesi andava inteso «alla lettera», sebbene non fossero mancati autorevoli pensatori cristiani che ritenevano che la vicenda di Adamo ed Eva, pur contenendo un’allusione a profonde verità circa la condizione umana, non fosse un resoconto di fatti realmente accaduti: per esempio, Origene (185-254) aveva dichiarato che era assurdo «credere che Dio avesse piantato a mo’ di agricoltore un giardino nell’Eden»! Agostino si era invece sempre più convinto che un’interpretazione simbolica del racconto della Genesi l’avrebbe ridotto al livello di uno dei tanti miti dei popoli pagani, poi utilizzati dai filosofi a loro piacimento, e avrebbe dissolto l’idea che Adamo ed Eva nella loro scelta contro Dio avessero perso integrità fisica e libertà morale, finendo col trasmettere questa macchia ai loro successori. Cedendo a un «desiderio disordinato di una perversa grandezza» e «non volendo separarsi dalla sua donna» Adamo aveva compiuto il peccato originale, da cui sarebbe scaturito ogni male del mondo. Più di un millennio dopo, l’ex monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) metteva in bocca ad Adamo queste dure parole: «Dio è ovunque e in ogni cosa… Un’eternità in questa condizione è insostenibile. Odio la contemplazione di Colui che mi fece. Odio l’immenso debito di gratitudine. Odio Dio».
Ed Eva? Tommaso d’Aquino (1225-1274) aveva asserito che la femmina non era altro che «un uomo imperfetto o mutilato»: ma, come osserva Greenblatt, Eva poteva apparire addirittura come l’amante del Maligno, e il biblico Serpente non era altro che la forma che Satana aveva scelto per accoppiarsi con lei. Del resto, «alcuni dotti commentatori osservarono come il nome ebraico Eva derivasse dall’equivalente aramaico di serpente», e comunque la compagna di Adamo «aveva usato il fascino sessuale per tentare e, infine, per distruggere l’uomo. L’effettiva vittimizzazione delle donne fu opportunamente dimenticata o meglio fu imputata a loro stesse, che avevano imparato, in quanto figlie di Eva, a suscitare il desiderio maschile»; senza contare che questa «disumanizzazione della donna era un invito alla violenza». Pier Damiani (1007-1072) si era rivolto all’intero genere femminile con appellativi come «cagne, scrofe, allocche, civette, lupe, sanguisughe». Eppure, si dichiarava devoto della Vergine Maria, madre di Gesù!
Ancora alla fine del Quattrocento si diceva che la costola da cui Eva era nata era «ritorta come se fosse contraria all’uomo». Tuttavia, «benché la vena misogina profondamente radicata nel racconto delle origini servisse a giustificare i crudeli maltrattamenti nei confronti delle donne», Greenblatt puntualizza che «i principali teologi cristiani, da Agostino a Lutero e a Calvino», sottolineavano come Eva, non diversamente da Adamo, «fosse stata creata a immagine di Dio»; ciò «mise un certo freno alle denigrazioni più esasperate», poiché «la donna era stata ingannata da Satana, l’uomo aveva trasgredito di sua spontanea volontà».

Giulio Giorello, la Lettura #312, pag. 8

L’artista moderno

Paul Klee, Comedy, 1921

In primo luogo, l’artista moderno crea partecipando consapevolmente alla vita cosmica: «Il dialogo con la natura», scrive Paul Klee, «rimane per l’artista una condicio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area della natura». E, precisamente, questo dialogo presuppone una comunicazione intensa con il mondo, che non si effettua soltanto attraverso la vista: «L’artista oggi è meglio di una macchina fotografica… Egli è una creatura sulla terra e una creatura nell’Universo: creatura su un astro tra gli astri». Proprio per questo motivo, secondo Klee, ci sono vie diverse da quelle degli occhi per stabilire il rapporto tra l’io e il suo oggetto, la via di un comune radicamento sulla terra, la via di una comune partecipazione cosmica. Ciò significa che il pittore deve dipingere in uno stato d’animo in cui sente la sua unione con la terra e con l’universo.
La pittura astratta appare dunque a Klee come una sorta di prolungamento dell’opera della natura: «Il suo progresso nell’osservazione e nella visione della natura gli apre a poco a poco l’accesso a una visione filosofica dell’universo che gli permette di creare liberamente forme astratte […] L’artista crea così delle opere, o partecipa alla creazione di opere, che sono immagini dell’opera di Dio». «Proprio come un bambino giocando ci imita, così nel gioco dell’arte noi imitiamo le forze che hanno creato e creano il mondo». «Al pittore interessa di più la natura naturans che la natura naturata».

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 185

Il discettare umano al tempo globale

 

«Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità.»

Galileo Galilei, Il Saggiatore

Semantica della felicità 5

Uno dei politici greci più grandi fu Solone. Impose una riforma costituzionale agli Ateniesi e, invece di chiedere la ratifica con un referendum, partì, dopo essersi fatto promettere che nessuno l’avrebbe modificata fino al suo ritorno. Sulle coste dell’Asia Minore incontrò l’uomo più ricco e potente, Creso re di Lidia. Il sovrano gli mostrava ricchezze immense, terre fertili, sudditi obbedienti, una famiglia fedele: si potrebbe chiedere altro dalla vita? Eppure Solone si rifiutava di dirlo felice. Perché la vita è lunga e non si sa mai: «Aspetta la fine», diceva. Parole che irritarono il sovrano, ma di cui avrebbe presto scoperto la verità, dopo che il suo esercito era stato sbaragliato, il regno crollato e lui stava per essere bruciato vivo. I momenti piacevoli e le emozioni intense non erano mancati a Creso. Ma si potrebbe definire felice la sua vita, o quella di Priamo, il re migliore che aveva visto tutto distrutto quando i Greci avevano preso Troia? Viviamo in media 26.250 giorni, aveva calcolato Solone; arrotondiamo pure a 30 mila: e «ogni giorno porta qualcosa di nuovo». Meglio non affrettarsi, dunque, a gridare la propria felicità, «perché molti il Dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha abbattuti fin dalle fondamenta». Aspetta la fine, appunto.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #242, pag. 2

Semantica della felicità 4

Per i filosofi greci il problema della felicità non si poneva quasi: dipende tutto da noi. Senza rendercene conto deleghiamo la nostra felicità, lasciamo che altri decidano cosa valga e cosa no. Ossessionati dalla pressione sociale, dalle attese altrui, dai luoghi comuni, perdiamo il controllo su noi stessi, sempre in cerca di qualcosa e sempre insoddisfatti. Ma se sapremo liberarci di tutto questo, potremo riappropriarci delle nostre giornate, riscoprire cosa veramente vogliamo e diventare ciò che siamo, come diceva Nietsche, uno che i pregiudizi li combatteva con il martello. Non è facile, ci vuole coraggio. Ma ne vale la pena. Libero dalla servitù delle paure e delle passioni «vivrai come un dio tra gli uomini», scriveva Epicuro.

Mauro Bonazzi in La Lettura #242, pag. 2

La lettura come surrogato

«Perfino la più grande mente non è sempre capace di pensare da sé. Perciò essa fa bene a utilizzare il tempo rimanente per la lettura, la quale, come già è stato detto, è un surrogato del pensare autonomo e fornisce materia allo spirito, lasciando che un altro pensi per noi, sebbene sempre in un modo che non è il nostro. Per questa ragione non bisogna leggere troppo, affinché lo spirito non si abitui al surrogato e non disimpari a pensare da sé, affinché, dunque, non si abitui ad andare per vie già battute, e affinché il seguire il cammino dei pensieri altrui non lo estranei dal proprio cammino. Meno che mai, per colpa della lettura, ci si deve sottrarre completamente alla vista del mondo reale; giacché lo stimolo e lo stato d’animo idonei al pensiero autonomo subentrano senza paragoni più spesso quando la mente contempla il mondo reale, che non già quando essa è presa dalla lettura. L’oggetto dell’intuizione, il reale, nella sua originarietà e forza è, infatti, l’oggetto naturale dello spirito pensante, e riesce più facilmente di tutto il resto a eccitarlo profondamente.»

Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena. Scritti filosofici minori (1851), prefazione di Giorgio Colli, Adelphi, Milano.

Assenza

Miya Ando, Luminous Transcendent 3.3, 2010

È la sottrazione che dà forza, è dall’assenza che nasce l’intensità: è questo che abbiamo disimparato con la modernità. Continuiamo ad accumulare, ad aggiungere, a rincarare la dose. E poiché non siamo più capaci di affrontare il potere simbolico dell’assenza, oggi siamo piombati nell’illusione contraria, quella disincantata della profusione.

J. Baudrillard, Illusione, disillusione estetiche, Pagine d’Arte, Milano 1999, p. 15.

Aristotelismo

Quello che davvero appassiona Aristotele è affrontare i problemi e cercare di risolverli. Non c’è niente che non meriti un po’ di attenzione e di tutto Aristotele s’interessò, senza distinguere tra alto e basso, nobile e volgare.
Trascorse vent’anni con Platone, discutendo di dialettica, astronomia e metafisica; ma intanto raccoglieva le opinioni della gente comune, convinto che tutti potessero offrire spunti utili per avanzare nella comprensione dei problemi. E per le sue ricerche scientifiche non si vergognò di frequentare allevatori, pescatori, cacciatori, interrogandoli sulla respirazione degli uccelli o su come copulano i polpi. Quando non ci pensava direttamente lui, inseguendo una rana in uno stagno o scrutando con attenzione un embrione di pollo: i suoi lavori zoologici (che costituiscono una parte consistente della sua produzione scritta, non andrebbe mai dimenticato) sono pieni di allusioni alle sue ricerche sul campo. «Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso».
Filosofia non vuol dire del resto proprio questo, un amore (philia) per la conoscenza (sophia), tutta? «La natura offre grandissime gioie a chi sappia comprenderne la causa, cioè sia autenticamente filosofo». Così, ad avere la pazienza di leggerli (perché a volte ci vuole proprio pazienza: i testi di cui disponiamo sono gli appunti personali delle lezioni, non opere destinate alla pubblicazione), si scopre che gli scritti di Aristotele sono pieni di problemi, domande, difficoltà – piccole crepe nel poderoso edificio del sapere, insignificanti solo in apparenza, soprattutto quando in discussione è l’uomo.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #235, pag. 18

Semantica della felicità 3

Non volendo per ora entrare nel merito di tali questioni e prendendo per buono il luogo comune, sembra che la felicità possieda la natura dell’attimo. Ciò non toglie, però, che ben si sappia cosa essa è, in che consiste, altrimenti non potrebbe essere neppure perduta. Tanto basta per poter parlare di essa come di cosa che c’è, intorno a cui ci si può interrogare con senso, dal momento che la pur concessa transitorietà nulla toglie alla sua effettività.
Agli uomini accade d’essere felici e perciò essi sanno in che consiste la felicità: quel che invece ignorano o comunque risulta loro poco chiaro è la ragione del loro sentirsi felici. D’altra parte è normale che sia così, se è vero che la felicità coincide con una generale sensazione di soddisfazione e di pienezza tale che nel momento in cui la si possiede se ne è, in effetti, posseduti e non si può uscire da essa: non a caso è stato detto che la felicità altro non è che uno stato di grazia. Gli uomini, quando sono felici, la felicità la vivono o, più esattamente, vivono di felicità e perciò è impossibile che si domandino perché sono felici: se se lo domandassero è probabile che cesserebbero di essere felici, problematizzerebbero lo stato in cui si trovano e in certo senso si porterebbero fuori di esso: il sentimento di pienezza sarebbe velato  dall’ombra della perdita. L’interrogazione sul perché di un evento equivale, infatti, alla formulazione dell’idea che quel che c’è potrebbe anche non esserci e che perciò la condizione di benessere in cui ci si trova è qualcosa che può anch’esso dileguare. Tanto basta a turbare l’incanto, a insinuare nello stato di pienezza un senso di precarietà sia pur indeterminato, ma, comunque, sufficiente a dissolvere la certezza del proprio bene. Ciò che, infatti, caratterizza la felicità come condizione interna, come stato della mente, è la certezza del proprio benessere, e ciò è possibile solo se si è immersi interamente in esso. La felicità possiede dunque i tratti dell’immediatezza e ciò è così vero che, se può bastare poco per essere felici, è impossibile esserlo se si perde la certezza della propria condizione, se si immagina che essa può essere perduta. L’uomo non attinge la felicità per via di riflessione: in senso stretto l’uomo non sa di essere felice, si sente felice. Sotto questo aspetto Adorno non era lontano dal vero quando a proposito della felicità scriveva: «È  per la felicità come per la verità: non la si ha, ma ci si è. Felicità non è che l’esser circondati, l’“esser dentro”, come un tempo nel grembo della madre».

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, p. 14

Semantica della felicità 2

Gli uomini possiedono una cognizione perfetta della felicità, non foss’altro che come stato della mente: caso mai quel che non è sufficientemente noto è il modo in cui tale stato si produce, come ad esso si perviene e ancor più come è possibile che in esso si permanga. Si dice infatti che dalla felicità si è rapiti, che essa giunge inattesa e in modo altrettanto inatteso svanisce secondo le grandi parole di Agostino: raptim quasi per transitum. La felicità pare dunque immotivata e inattesa come il dolore e in generale come ciò che riguarda le esperienze estreme, le discontinuità assolute. Solo che il dolore inchioda, stringe e costringe, la felicità lambisce: balena e dispare. Almeno così si dice, così raccontano i più. La felicità si disegna dunque a prima vista come un bene transitorio, ove il dolore si rivela, invece, per gli uomini come una condizione più consueta. Sarà vero, ma ammesso pure che per gli uomini sia più abituale la sofferenza, la felicità sembra essere di questa più originaria. Non è, infatti, concepibile l’impedimento ove non vi è spinta, né perdita ove non vi è possesso, né in generale vi è negazione se non vi è positività. È probabile dunque che il dolore sia nella vita più presente che la felicità, ma di certo è ad essa conseguente. La felicità sarà pure transitoria, ma la sua apparizione nell’esperienza sembra essere più originaria della sofferenza.

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, p.12