Uguaglianza e diversità

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Secondo Simone Weil, se è vero che “un uguale grado di attenzione è dovuto ai bisogni di tutti gli esseri umani”, si deve stabilire un equilibrio fra uguaglianza e diversità.
L’equilibrio può valersi di una proporzione fra potere e rischi, basata sulla responsabilità. Questo implica una data organizzazione dei rischi e, nel diritto penale, un concetto della punizione in cui il rango sociale abbia ruolo di circostanza aggravante nel determinare la pena; tutto ciò a maggior ragione quando si è sul piano delle alte cariche pubbliche.

Occorre che il crimine di disonestà degli uomini pubblici verso lo Stato sia davvero punito più severamente della rapina a mano armata.

Questo perché rifare un’anima al paese è problema urgente e pratico.

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Caro Amico

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Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

Il più grande filosofo del Novecento

simoneweil

di Alfonso Berardinelli

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

Stranamente, faziosamente, accusano la Weil di non professionalità filosofica coloro che non battono ciglio davanti a Nietzsche, conformisticamente lo ritengono, in questi anni, un filosofo “epocale” (esagerando), salvo mettere fra parentesi il punto centrale e la punta contundente di tutto il pensiero di Nietzsche: il suo proposito di pensare filosoficamente fuori della filosofia tradizionale, delle sue problematiche e del suo linguaggio. Perché disturba, perché “non frutta” Simone Weil? La risposta è che non viene da Hegel né rimanda a Nietzsche (dichiarò di non sopportarlo); fa totalmente a meno di Freud anche quando parla di psicologia, di passioni e di desideri; non tiene conto né del “Tractatus” di Wittgenstein né di “Essere e tempo” di Heidegger; non ha niente a che fare né con il Surrealismo né con altre avanguardie. Le sue riflessioni politiche non escludono l’esperienza religiosa, il suo impegno politico non esclude, anzi implica, un’idea della mente umana che abbia la capacità di trascendere i dati immediati dell’esperienza. Il suo ateismo intellettuale non nega la possibilità di concepire Dio, se davvero se ne è capaci, cioè se si è in grado di vivere, di convivere con una certezza religiosa in un mondo costruito sull’assenza di Dio e la cancellazione del sacro.

Leggi tutto: http://www.minimaetmoralia.it/wp/simone-weil

 

Sventura

La sventura rende Dio assente per un certo tempo, più assente di un morto, più assente della luce in una cella immersa nelle tenebre. Una sorte di orrore immerge tutta l’anima. Durante quest’assenza non c’è nulla da amare. E se in queste tenebre dove non vi è alcunché da amare l’anima smette di amare, l’assenza di Dio diventa definitiva. Questo è terribile. Bisogna che l’anima continui ad amare a vuoto, o almeno a voler amare, seppure con una parte infinitesimale stessa. Allora un giorno Dio le si mostrerà e le svelerà la bellezza del mondo, come accadde a Giobbe. Ma se l’anima cessa di amare, cade già in questo mondo di quasi equivalente all’inferno.

Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008

 

Sorgente di vita


In questa lettera (tratta da: Simone Weil – Joë Bousquet, Corrispondenza, SE, Milano 1994), della quale riporto un brano, ho trovato molte risposte a una condizione esistenziale che non comprendevo.
Il testo integrale è qui.


Sono giunta
al punto che non posso assolutamente concepire l’eventualità che un qualche essere umano provi amicizia per me. Se credo alla sua, è semplicemente per quel tanto che la ragione mi suggerisce di credervi poiché ho fiducia in lei e da lei ricevo l’assicurazione di questa amicizia. Ma per la mia immaginazione, essa rimane comunque impossibile.
Questa disposizione dell’immaginazione mi induce a una gratitudine tanto più tenera verso coloro che compiono questa cosa impossibile. Perché l’amicizia è per me un beneficio incomparabile, senza misura, una sorgente di vita, in senso non metaforico, ma letterale. Poiché non solo il mio corpo, ma la mia stessa anima, interamente avvelenata dalla sofferenza, sono inabitabili per il mio pensiero, è necessario che esso si trasferisca altrove. Non può abitare in Dio se non per brevi istanti. Spesso abita nelle cose. Ma sarebbe contro natura che un pensiero umano non abitasse mai in qualcosa di umano. Così, letteralmente, l’amicizia dona al mio pensiero tutta la parte della sua vita che non gli deriva da Dio o dalla bellezza del mondo.
Può dunque ben comprendere quale dono lei mi ha accordato offrendomi la sua amicizia.
Le dico queste cose perché so che può comprenderle; nel suo ultimo libro c’è una frase in cui mi sono riconosciuta, sull’errore in cui cadono i suoi amici quando credono che lei esista. È, questa, una disposizione della sensibilità comprensibile solamente a coloro per i quali l’esistenza è direttamente e continuamente sentita come un male. Per costoro è certamente facile fare quanto Cristo comanda: negare se stessi. Troppo facile forse. Forse senza merito. Tuttavia credo che tale facilità sia un privilegio incommensurabile.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 12 maggio 1942)

Cara Amica

Mia cara amica,

ho dibattuto a lungo tutti i punti della nostra conversazione, che mi ha colmato di ricordi e di idee. Le sono grato di avermi fornito lumi per riandare al mio passato di soldato, dove tanti eventi sono rimasti in sospeso, carichi di un’esperienza che aspettava tutto dalla vita. Le citerò soltanto un esempio:
Prima dell’attacco del 16 aprile 1917 a cui mi apprestavo a prender parte in qualità di aspirante ufficiale di fanteria, fui lungamente istruito dal mio comandante di compagnia. Mi ero reso conto che quel gesuita tenente (Louis Houdard) era l’ufficiale più valoroso e più santo della divisione di attacco di cui facevo parte (39a D.I., 196° reggimento di fanteria, 20° corpo). Mi aveva appena dato ordini minuziosi per l’esecuzione di un colpo di mano che dovevo tentare a fine attacco. Ordini duri, saggi, dove tutto doveva essere previsto. Gli uomini che dovevano prendervi parte con me non erano esonerati per nulla dall’attacco e dovevano esser scelti dalla  loro stessa sorte, poiché erano preventivamente elencati come i superstiti del plotone che avrebbe saltato il parapetto con me. Houdard si rende improvvisamente conto che sono al mio primo attacco; e, con molto ardore: «Una raccomandazione! Divieto categorico ai combattenti di fermarsi presso i feriti. Nulla autorizza un soldato che si batte a raccogliere i lamenti o le raccomandazioni di un soldato che muore». Continua a leggere “Cara Amica”

Caro Amico

Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

Uguaglianza e diversità


Secondo Simone Weil, se è vero che “un uguale grado di attenzione è dovuto ai bisogni di tutti gli esseri umani”, si deve stabilire un equilibrio fra uguaglianza e diversità.
L’equilibrio può valersi di una proporzione fra potere e rischi, basata sulla responsabilità. Questo implica una data organizzazione dei rischi e, nel diritto penale, un concetto della punizione in cui il rango sociale abbia ruolo di circostanza aggravante nel determinare la pena; tutto ciò a maggior ragione quando si è sul piano delle alte cariche pubbliche.

Occorre che il crimine di disonestà degli uomini pubblici verso lo Stato sia davvero punito più severamente della rapina a mano armata.

Questo perché rifare un’anima al paese è problema urgente e pratico.

Il libero consenso

Secondo la filosofa Simone Weil, la legittimità deve basarsi sulla giustizia, la quale esige in primo luogo “un equilibrio fra il potere e la responsabilità”.
Studiando il progetto per una nuova costituzione emanato dal governo di Londra, la Weil propone questo concetto:

La legittimità è costituita dal libero consenso del popolo all’insieme delle autorità alle quali è sottomesso.

La nuova costituzione doveva riferirsi a un popolo di individui, non da ingannarsi e manovrare, ma da guidare attraverso leggi a cui il popolo possa dare il suo “libero consenso” perché, in primo luogo, sono rispettate dalle autorità.
Questo è uno dei punti cruciali che possono far funzionare una democrazia. Non solo: le sue idee essenziali sono due.

1. – Più del modo in cui il capo del governo viene nominato, conta il modo in cui il suo potere è limitato e controllato nel suo esercizio, ed eventualmente egli stesso sia perseguito dalla legge.

2. – L’attività legislativa consiste nell’ideare i concetti essenziali alla vita di un paese. Il popolo, che ha delle aspirazioni, ma non la possibilità di trasformarle in idee chiare e realizzabili, deve nominare persone che pensino per lui, non che lo “rappresentino (cosa che non significa nulla)”. Occorrono uomini, non partiti (che pensano meno del  popolo).

Per definizione

Per definizione, la macchina burocratica esclude ogni genialità e ogni capacità di giudizio; così come la fabbrica razionalizzata — un prodotto del Novecento — ha privato l’uomo di tutto ciò che è iniziativa, intelligenza, sapere, metodo, a vantaggio di un meccanismo inerte. Lo scriveva Simone Weil nel 1933.
La stessa cosa che ha continuato a fare la televisione, soprattutto quella degli ultimi trent’anni: un prodotto — dicono — del cosiddetto berlusconismo. Quel berlusconismo che, dopo aver ridotto il Paese in pezzi (i pezzi, per definizione, potrebbero anche essere reincollati), si appresterebbe ora a trasformarlo in una vera e propria mousse (che è informe e quindi definitivamente inerte).
In questo modo, l’intero processo di neutralizzazione sarebbe compiuto.