Franz Kafka, Lettera al padre (9)

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Con riferimento a queste esperienze, amavi dire, scherzando amaramente, che le cose ci andavano troppo bene. Ma non era uno scherzo, in un certo senso. Quello che tu dovesti conquistare lottando, noi l’abbiamo ricevuto dalla tua mano, ma la battaglia per la vita di fuori, che tu potesti affrontare immediatamente e che naturalmente non è stata risparmiata neppure a noi, noi abbiamo dovuto combatterla solo più tardi, con una forza rimasta infantile in età matura. Non dico che la nostra situazione sia stata per questo assolutamente più sfavorevole della tua, semmai le è probabilmente pari (per quanto tuttavia i fondamenti non siano paragonabili), ma noi siamo svantaggiati dal fatto che non possiamo vantarci della nostra miseria e umiliare il prossimo con essa, come tu hai fatto con la tua. Non nego neppure che sarebbe stato possibile da parte mia godere davvero i frutti del tuo lavoro, grande e benedetto dal successo, apprezzarli e moltiplicarli con tua soddisfazione, ma a ciò si contrapponeva la nostra grande distanza. Io potevo usufruire di quanto mi davi, ma solo con un senso di vergogna, stanchezza, debolezza, colpa. Per questo potevo esserti grato, per tutto, solo come un mendicante, e non con l’azione.
Il successivo risultato esteriore di tutta questa educazione è stato il fatto che io fuggivo tutto quello che ti ricordava anche solo lontanamente. In primo luogo il negozio. Di per sé, soprattutto durante la mia infanzia, finché rimase una bottega che dava sulla strada, avrebbe dovuto piacermi molto, era così pieno di vita, illuminato la sera, vi si vedevano e sentivano tante cose, si poteva dare una mano qua e là, farsi notare e soprattutto ammirare te e il tuo grandioso talento commerciale, come vendevi, trattavi la gente, dicevi battute, eri instancabile; nei casi dubbi prendevi subito la decisione giusta, e così via; e anche il modo in cui confezionavi i pacchetti o aprivi una cassa era uno spettacolo degno di essere veduto e il tutto, nel complesso, non era certo la peggiore scuola per l’infanzia. Ma poiché gradualmente prendesti ad atterrirmi in tutti i sensi e, nella mia immaginazione, a coincidere con il negozio, anch’esso mi divenne sgradito. Cose che in un primo momento mi erano sembrate naturali adesso mi tormentavano e mi umiliavano, in particolare il tuo modo di trattare il personale.
Non lo so, forse nella maggior parte dei negozi era così (alle Assicurazioni Generali, ad esempio, le cose ai miei tempi erano davvero simili e io dichiarai al direttore, non del tutto veridicamente, ma neppure mentendo del tutto, che non tolleravo quel continuo imprecare, peraltro mai diretto a me; avevo infatti sviluppato una dolorosa sensibilità in proposito già nell’ambiente familiare), ma degli altri negozi durante l’infanzia non mi occupavo. Sentivo te, però, e ti vedevo urlare, imprecare e imperversare in negozio, come secondo la mia opinione di allora non accadeva in nessuna altra parte del mondo. E non soltanto imprecare, ma esercitare una tirannia gratuita. Ad esempio, con uno spintone scaraventavi giù dallo scrittoio merci che non volevi fossero scambiate con altre– solo la sconsideratezza della tua collera ti scusava un poco–e il commesso doveva raccattarle. O l’espressione che adoperavi costantemente a proposito di un commesso tubercolotico: “Deve crepare, quel cane ammalato”. Chiamavi gli impiegati “nemici prezzolati”, e lo erano anche, ma prima ancora che lo fossero divenuti pareva che tu fossi il loro “nemico pagante”. Là ricevetti il grande insegnamento che tu potevi anche essere ingiusto; su di me non lo avrei notato subito, perché si era accumulato troppo senso di colpa, che ti dava ragione; ma là c’erano persone estranee, secondo la mia opinione di allora, che in seguito naturalmente si modificò un po’, ma non troppo: persone che pure lavoravano per noi e quindi dovevano vivere in una costante paura di te. Naturalmente esageravo, e questo perché supponevo senz’altro che tu esercitassi sugli altri lo stesso terribile effetto che avevi su di me. Se le cose fossero state così, in realtà costoro non avrebbero potuto vivere; ma poiché erano adulti con i nervi perfettamente a posto, si scrollavano di dosso le tue imprecazioni senza sforzo, e forse queste danneggiavano più te che loro. A me però resero il negozio insopportabile, mi ricordavano troppo il mio rapporto con te: a prescindere completamente dall’interesse imprenditoriale e dalla tua brama di imperio già come uomo d’affari, tu eri così superiore a tutti i tuoi apprendisti che nessuna delle loro prestazioni poteva soddisfarti; analogamente, dovevi essere eternamente insoddisfatto anche di me. Perciò io stavo necessariamente dalla parte del personale, tra l’altro anche perché per pavidità non comprendevo come si potesse insultare così un estraneo, e sempre per pavidità volevo riconciliare con la nostra famiglia, in virtù della mia personale sicurezza, quel personale che immaginavo terribilmente irritato. A ciò non bastava più un comportamento normale e decoroso nei loro confronti, e neppure un comportamento modesto; dovevo anzi essere umile, non solo salutare per primo ma anche, se possibile, schermirmi durante la risposta. E se anche io, personaggio insignificante, avessi leccato sotto i loro piedi, ciò non avrebbe mai compensato il modo in cui tu, il padrone, davi loro addosso. Il rapporto che io instaurai qui col mio prossimo andò ben al di là del negozio, influenzando anche il futuro (qualcosa del genere, anche se non così pericoloso e profondo come per me, si può riscontrare ad esempio nel fatto che Ottla predilige avere contatti con i poveri e, cosa che ti fa tanto infuriare, trascorre gran parte del suo tempo con servette e simili). Giunsi infine ad avere quasi paura del negozio, e ad ogni modo nonera già più cosa mia quando arrivai al ginnasio e ne fui quindi ancora più allontanato. Per le mie capacità mi sembrava proibitivo anche il fatto che, come dicevi, tu avessi bisogno dei tuoi familiari. Cercasti poi (per me questo è toccante e umiliante ancor oggi) di trarre qualcosa di gratificante dalla mia avversione, che tanto ti addolorava, per il negozio e per la tua opera, affermando che mi mancava il senso degli affari, che in testa avevo idee più elevate e simili. La mamma naturalmente fu contenta della spiegazione che avevi estorto a te stesso, e anch’io me ne lasciai influenzare, nella mia vanità e nella mia pena. Se però fossero state davvero le “idee più elevate” a distogliermi dal negozio (che adesso, ma soltanto adesso, odio sinceramente ed effettivamente), queste avrebbero dovuto manifestarsi in altro modo, invece che lasciarmi sguazzare tranquillamente e pavidamente al ginnasio e alla facoltà di legge e farmi poi approdare definitivamente al mio tavolo di impiegato.

(9 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (5)

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Ma per me bambino tutto quel che mi gridavi era un ordine del cielo, non lo dimenticavo mai, rimaneva per me lo strumento più importante per giudicare il mondo e, soprattutto, per giudicare te stesso: e qui fallivi completamente. Poiché da bambino stavo con te soprattutto durante i pasti, le tue lezioni erano in massima parte lezioni su come ci si comporta a tavola. Quel che si metteva in tavola doveva essere mangiato, sulla bontà del cibo non si discuteva; ma tu spesso lo trovavi immangiabile, lo chiamavi “mangime” e affermavi che la “bestia” (la cuoca) l’aveva rovinato. Poiché tu, in considerazione del tuo vigoroso appetito e di una tua particolare attitudine mangiavi tutto rapidamente, bollente e a grossi bocconi, anche tuo figlio doveva affrettarsi, e a tavola regnava un cupo silenzio, interrotto dalle esortazioni: “Prima mangia, poi parla”, oppure: “Più alla svelta, più alla svelta”, oppure: “Vedi, io ho già finito da un bel pezzo”.
Gli ossi non si potevano rosicchiare, ma tu lo facevi; l’aceto non si poteva sorbire, ma tu lo facevi. La cosa più importante era tagliare il pane diritto; che tu però lo facessi con un coltello grondante di sugo era indifferente. Si doveva fare attenzione a non lasciare cadere avanzi di cibo sul pavimento; di solito erano tutti sotto di te. A tavola ci si doveva occupare solo del pasto, tu però ti tagliavi le unghie, facevi la punta alle matite, ti pulivi le orecchie con uno stuzzicadenti. Ti prego, padre, non fraintendermi, sarebbero stati di per sé particolari completamente insignificanti: per me divennero schiaccianti soltanto perché tu, misura assoluta di tutte le cose, personalmente non ti attenevi ai comandamenti che mi imponevi. In questo modo il mondo per me risultò diviso in tre parti: una in cui vivevo io, lo schiavo, sotto leggi che erano state escogitate soltanto per me e che inoltre, non sapevo perché, non ero mai in grado di rispettare completamente; poi un secondo mondo, infinitamente distante dal mio, in cui vivevi tu, impegnato a governare, impartire ordini e andare in collera se non erano eseguiti; e infine un terzo mondo, dove il resto degli uomini vivevano felici, liberi da ordini e obbedienza. Io ero costantemente in preda alla vergogna: o seguivo i tuoi ordini, ed era una vergogna perché valevano soltanto per me, o recalcitravo, e anche questa era una vergogna, perché non si poteva recalcitrare davanti a te, o non riuscivo a seguirli, perché ad esempio non avevo la tua forza, il tuo appetito, la tua abilità, per quanto tu pretendessi quella data cosa da me come ovvia; e questa era comunque la vergogna più grande. Così si agitavano non solo le riflessioni, ma anche la sensibilità di tuo figlio.
La mia situazione di allora può forse risultare più chiara se la paragono a quella di Felix. Lo tratti in maniera analoga, anzi contro di lui adoperi addirittura uno strumento educativo particolarmente tremendo perché, quando durante il pasto si comporta da maleducato, non ti accontenti di dire, come facevi con me: “sei un porco”, ma aggiungi: “un vero Hermann”, o “proprio come tuo padre”. Questo però forse–più di “forse” non si può dire–non danneggia Felix in modo sostanziale, perché tu per lui sei soltanto un nonno, per quanto particolarmente importante, ma certo non tutto quello che sei stato per me; inoltre Felix è un tipo tranquillo e in certo qual modo già virile, che una voce tonante può forse sconcertare ma non indirizzare per la vita; e soprattutto sta con te relativamente poco, è soggetto anche ad altre influenze, per lui sei semmai un caro insieme di curiosità, da cui scegliere cosa prendere. Per me non sei mai stato un insieme di curiosità, io non potevo scegliere, dovevo prendere tutto in blocco.
E questo senza poter dir niente in contrario, perché non ti è assolutamente possibile parlare con calma di una cosa su cui non sei d’accordo e che semplicemente non venga da te; il tuo temperamento imperioso non te lo permette. Negli ultimi anni lo spieghi con la tua nevrosi cardiaca; io non saprei se tu sia mai stato sostanzialmente diverso, al massimo la nevrosi cardiaca è per te un mezzo per esercitare il tuo imperio in modo più severo, perché il solo pensiero deve soffocare nell’altro ogni spirito di contraddizione. Naturalmente non ti sto rimproverando: mi limito a prendere atto di una cosa. Come con Ottla: “Con lei non si può parlare, ti salta subito addosso”, dici sempre, ma a dire il vero lei non salta affatto; tu scambi la persona con la cosa, è la cosa che ti salta addosso, e tu la decidi subito, senza ascoltare la persona, e quel che sarà ancora detto può solo irritarti di più, e giammai convincere. Allora ti si sente dire solo questo: “Fa’ quel che vuoi; io ti lascio libero; sei maggiorenne; io non ho nessun consiglio da darti”, e tutto questo con il tono basso e terribilmente rauco della collera e della completa condanna, che oggi mi fa tremare meno di quand’ero bimbo solo perché l’esclusivo senso di colpa del bimbo ha in parte ceduto il posto alla comprensione della nostra comune impotenza.

(5 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (3)

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Tu sai trattare un bambino solo come tu stesso sei fatto, con forza, strepito e iracondia; e nel caso specifico la cosa ti sembrava inoltre ancora più adatta, perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.
Naturalmente non sono in grado di descrivere in modo diretto i tuoi metodi educativi nei primissimi anni, ma posso immaginarli con un procedimento deduttivo dagli anni successivi, e dal tuo comportamento nei confronti di Felix. (Nipote di Kafka, figlio della sorella Elli (N.d.T.). Occorre considerare, a inasprire le cose, che allora eri più giovane, e quindi più fresco, più selvaggio, più istintivo, con minori preoccupazioni di oggi, e che inoltre eri completamente legato dal negozio, durante il giorno non ti vedevo mai e quindi facevi su di me un’impressione ancora più profonda, che non si appiattiva mai nell’abitudine.
Direttamente di quei primi anni ricordo soltanto un episodio. Forse lo ricordi anche tu. Una volta, di notte, frignavo perché volevo un po’ d’acqua, certo non per sete, ma probabilmente in parte per farvi arrabbiare, in parte per divertirmi. Dopo che alcune severe minacce non erano servite a niente, mi prendesti dal letto, mi portasti sul ballatoio e mi ci lasciasti per un po’, in camicia da notte, davanti alla porta chiusa.
Non voglio dire che sia stato ingiusto, forse davvero non c’era modo di ripristinare altrimenti la quiete notturna, voglio soltanto caratterizzare i tuoi metodi educativi e il loro effetto su di me. In seguito fui certo più arrendevole, ma ne riportai un danno interiore.
Data la mia natura, non riuscii mai a stabilire il giusto nesso tra l’elemento per me ovvio del mio insensato chiedere l’acqua e quello eccezionalmente spaventoso dell’essere portato fuori. Per molti anni ancora patii pene strazianti all’idea che quel gigante, mio padre, l’istanza ultima, poteva venire quasi senza motivo e, di notte, portarmi dal letto sul ballatoio, e che quindi io per lui ero una tale nullità.
Questo fu soltanto un piccolo inizio, ma questa sensazione di nullità che spesso mi domina (sensazione da altri punti di vista anche nobile e feconda) deriva abbondantemente dalla tua influenza. Io avrei avuto bisogno di un po’ d’incoraggiamento, un po’ di gentilezza, di qualcuno che mi lasciasse un po’ aperta la mia strada: invece me la sbarrasti, sicuramente con le migliori intenzioni, quelle di farmene imboccare un’altra. Ma io non ne ero capace. Mi incoraggiavi, ad esempio, quando ero bravo a fare il saluto militare e a marciare, ma io non ero un futuro soldato; oppure mi incoraggiavi quando mangiavo d’appetito o addirittura ci bevevo su anche una birra, quando ripetevo canti dal significato a me oscuro o scimmiottavo i tuoi modi di dire preferiti, ma niente di tutto ciò rientrava nel mio futuro. Ed è significativo che ancor oggi tu mi incoraggi davvero solo quando tu stesso sei mosso a compassione, quando si tratta del tuo orgoglio, che ho ferito (ad esempio con le mie intenzioni matrimoniali) o che viene ferito in me (quando ad esempio Pepa mi insulta). Allora mi si incoraggia, mi si rammenta il mio valore, si accenna ai buoni partiti che potrei trovare, e Pepa riceve una condanna senza appello. Ma a prescindere dal fatto che alla mia età sono ormai quasi completamente insensibile agli incoraggiamenti, a che cosa dovrebbero mai servirmi, visto che sopraggiungono soltanto quando in prima istanza non si tratta di me.
Allora e dappertutto avrei avuto bisogno di incoraggiamento. Già ero schiacciato dalla tua nuda fisicità. Ricordo ad esempio come, frequentemente, ci spogliavamo insieme in cabina. Io magro, debole, sottile, tu forte, alto, massiccio. Già in cabina mi sentivo miserabile, e non solo di fronte a te, ma di fronte a tutto il mondo, perché tu eri per me la misura di tutte le cose. Se però uscivamo dalla cabina davanti alla gente, e tu mi tenevi per mano, io che ero uno scheletrino insicuro, a piedi nudi sulle assi, tremebondo davanti all’acqua, incapace di ripetere i movimenti che tu, con le migliori intenzioni ma in effetti con mia profonda vergogna, eseguivi nuotando, allora ero disperatissimo, e tutte le mie esperienze negative in tutti i campi in quegli istanti concordavano in modo grandioso. Meglio era quando tu, qualche volta, ti spogliavi per primo e io potevo rimanere da solo in cabina e rimandare la vergogna dell’uscita in pubblico finché tu alla fine non venivi a controllare e mi spingevi fuori dalla cabina. Ti ero grato del fatto che sembravi non notare la mia pena; inoltre ero orgoglioso del fisico di mio padre. Del resto questa differenza tra noi sussiste ancor oggi.
A ciò corrispondeva anche la tua superiorità spirituale. Ti eri fatto strada unicamente con le tue forze e avevi quindi una fiducia illimitata nelle tue opinioni. Per me bambino questo fatto non fu così accecante come in seguito, quando fui adolescente. Dalla tua sedia a dondolo governavi il mondo. La tua opinione era giusta, tutte le altre erano folli, esagerate, pazze, anormali. E la tua fiducia in te stesso era tale che non avevi neppure bisogno di essere coerente, senza per questo smettere di avere ragione. Poteva anche accadere che tu su un certo argomento non avessi alcuna opinione, e quindi tutte le opinioni possibili in proposito dovevano essere sbagliate, senza eccezione. Potevi ad esempio insultare i Cechi, poi i Tedeschi, poi gli Ebrei, e non a un certo riguardo, ma sotto ogni punto di vista, e infine non rimaneva nessun altro a parte te.
Tu eri avvolto per me dall’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero. Almeno così mi sembrava.

(3 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (2)

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Probabilmente sarei stato egualmente deboluccio, pauroso, titubante, inquieto, né Robert Kafka né Karl Hermann, ma comunque diversissimo da quello che sono davvero, e ci saremmo intesi alla perfezione.
Sarei stato felice di averti come amico, come principale, come zio, come nonno e persino (pur con qualche titubanza) come suocero. Solo come padre eri troppo forte per me, soprattutto in considerazione del fatto che i miei fratelli sono morti in tenera età e le sorelle sono giunte solo molto tempo dopo, e quindi io ho dovuto parare il primo colpo tutto da solo, ed ero davvero troppo debole per farlo.
Mettici a confronto: io, per esprimermi in modo assai sommario, un Lowy con un certo fondo kafkiano che però non è mosso dalla volontà kafkiana di vita, di affari e di scoperta, ma da un pungolo lowiano, che agisce in modo più segreto e ritroso, in un’altra direzione, e spesso viene completamente a mancare. Tu invece sei un vero Kafka, per forza, salute, appetito, intensità vocale, capacità oratorie, autocompiacimento, senso di superiorità, resistenza, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, una certa generosità e naturalmente anche con tutti i difetti e le debolezze, attinenti a questi pregi, in cui talvolta ti cacciano il tuo temperamento e talvolta la tua iracondia.
Forse non sei interamente un Kafka per quel che riguarda la tua concezione generale del mondo, per quanto ti posso paragonare con gli zii Philipp, Ludwig e Heinrich. E singolare, non ci vedo troppo chiaro. Erano tutti più allegri, freschi, spontanei, spensierati, meno rigorosi di te. (In questo senso, fra l’altro, io ho preso molto da te, e questa eredità l’ho amministrata anche troppo bene, senza però che nel mio essere ci siano i necessari contrappesi, come ci sono nel tuo.) D’altra parte però tu, da questo punto di vista, hai attraversato periodi differenti, e forse eri più allegro prima che i tuoi figli, e io in particolare, ti deludessero e ti avvelenassero l’atmosfera familiare (quando venivano estranei eri diverso); e anche adesso sei forse tornato un po’ più allegro, da quando nipoti e genero ti ridanno qualcosa di quel calore che i figli, tranne forse Valli, non sono riusciti a darti. Ad ogni modo eravamo così diversi e, in questa diversità, così pericolosi l’uno per l’altro, che se si fosse cercato di prevedere come il bambino che lentamente cresceva e tu, l’uomo maturo, si sarebbero comportati l’uno nei confronti dell’altro, si sarebbe potuto supporre che tu mi avresti semplicemente calpestato, senza che di me rimanesse niente. E invece non è accaduto, la vita non si può prevedere, ma forse quel che è accaduto è anche peggio. Al contempo ti prego però di non dimenticare mai che non credo neppure lontanissimamente a una colpa da parte tua. Tu hai agito verso di me come dovevi agire, solo che devi smettere di credere che il mio soccombere a questo tuo agire sia dovuto a una particolare cattiveria da parte mia.
Ero un bimbo pauroso, ma ero anche testardo, come lo sono i bimbi; sicuramente la mamma mi ha anche un po’ viziato, ma non posso credere che fosse così difficile indirizzarmi, non posso credere che una parola gentile, un tacito prendermi per mano, uno sguardo buono non avrebbero potuto ottenere da me tutto quel che si voleva. Ora anche tu in fondo sei un uomo tenero e bonario (quel che segue non è una contraddizione, perché io parlo soltanto dell’aspetto che ebbe a influenzare il bambino), ma non tutti i bimbi hanno la resistenza e l’intrepidezza necessarie per continuare a cercare finché non giungono alla bontà.

(2 – continua)

masso erratico

DCF 1.0

Pensa che l’altro giorno da un angolo del tetto è caduto un masso enorme, largo e piatto, che stava lì a fermare le tegole marginali contro eventuali ventate troppo forti. Scivolando insieme alla neve che si scioglieva a blocchi, e quindi funzionava come zattera, è caduto giù con un gran tonfo (attutito, ovviamente, perché s’è conficcato nello strato di neve bella alta). Pensa se ci fosse stato qualcuno sotto!

 

notte

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Da sempre ho il sospetto che alzarsi col nero della notte che ti accompagna per un certo tempo non sia un privilegio. Per me (e per chissà quanti) l’intera stagione invernale non è un privilegio; ma nemmeno una (periodica) condanna: è qualcosa di non ben definito, che mi domando ad esempio perché sia toccata solo a una parte dell’umanità, quella che vive in certe latitudini e non in altre. Poi mi domando: perché il freddo d’inverno? E perché lo spirito tende a soffrire nel grigio del rigore? Dove vivo ci sono colline aspre e spigolose che a volte sento di detestare, quindi mi capita di pensare che preferirei stare in pianura; ma le immagini del grigio e bidimensionale, del freddo periodico, spalmate sul “piatto” non so che effetto mi farebbero. Forse mi darebbero più respiro, chissà.

 

Il cane


Stamattina, quando ho aperto gli occhi — alle sei e un quarto, probabilmente per lo stimolo di andare in bagno — ho sentito il cane abbaiare: sapevo che era fuori da prima della mezzanotte, quindi probabilmente chiedeva di rientrare. Sono uscito così com’ero, in pigiama, e fortunatamente non faceva freddo, c’era solo una pioggerella appena palpabile. Ma il cane non era al di là del cancello come mi aspettavo, evidentemente vagava nelle vicinanze, così ho dovuto chiamarlo finché è arrivato di corsa dalla salita ed è entrato tutto eccitato per la sua bravata notturna, come se si aspettasse i complimenti: un cane notturno e femminiere, benché anziano, fiero delle sue trasgressioni. Un cane scemo, sono solito aggiungere io. Dopo sono tornato a letto pensando di potermi riaddormentare, ma i pensieri erano tanti e il cervello s’è messo a lavorare, visto che non gli si possono metter le briglie (salvo particolari tecniche di rilassamento che ancora non conosco). Così, mi trovo di nuovo in debito di sonno. Spero di riuscire una buona volta a imboccarlo, questo ciclo virtuoso, fatto di molte ore di sonno e addormentarsi presto e svegliarsi presto: sono mesi che ci lavoro senza successo.