Studi sul romanzo rosa: Moccia, Volo e il nucleo vuoto

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In Moccia, invece, o in Volo – per riprendere i due nomi fatti prima – un’analoga opposizione tra individualismo centrifugo e simbiosi centripeta si presenta simultaneamente, e investe tanto i protagonisti maschili quanto quelli femminili, oggetto e soggetto del desiderio. Si potrebbe parlare di una scissione al cuore di tutti i personaggi principali, se non fosse che questa opposizione senza ambivalenza non viene affatto percepita, e tantomeno tematizzata, come una scissione. Tutti i protagonisti di Moccia e Volo sono costruiti attorno al nucleo – vuoto – di una infinita disponibilità al desiderio (e quindi anche a desideri contrastanti tra loro); c’è qualcosa di antropologicamente nuovo, e di profondamente consumistico, in questa ‘impossibilità di negarsi’ – e, fondamentalmente, di scegliere:

Una delle cose che mi piacevano con Michela era che con lei si  poteva andare ovunque. Sia nei posti ignoranti, anche un po’ squallidi, sia nei posti eleganti. Senza nessun problema. Aveva la capacità di scendere e salire dai tacchi, entrare e uscire da abiti e jeans senza mai essere diversa. Era sempre lei in qualsiasi situazione. (Volo 2007: 225)

«Amo giocare. Essere libera. […] Sono felice di me anche quando faccio la spesa e spingo il carrello. Se mi va la sera esco, altrimenti me ne sto a casa a leggere o a guardarmi un film […]. Sono indipendente. Difenderei questa condizione con tutte le mie forze. Sempre. Eppure anch’io a volte avrei bisogno di un abbraccio, di arrendermi e perdermi tra le braccia di un uomo. Un abbraccio che mi faccia sentire protetta anche se so proteggermi da sola… Sono in grado di fare le cose di cui ho bisogno, ma a volte vorrei far finta di non esserlo per il piacere di farle fare a qualcun altro per me. È una sensazione. Ma non voglio stare con un uomo per questo. Non posso scendere a compromessi, e non posso rinunciare a tutto quello che ho, alla mia libertà, per quell’abbraccio». (Ibid.: 145)

Avrei voluto essere quell’abbraccio in cui desiderava perdersi. Protetta e libera di lasciarsi andare, perché tanto c’ero io a prendermi cura di lei, a difenderla dal freddo e dal male. (Ibid.: 195)

«Protetta e libera di lasciarsi andare»: in Volo, come in Moccia, il compromesso è localizzato in una formula – la «libertà dell’amore» – sulla cui contraddittorietà logica il lettore è invitato a sorvolare:

Sto molto bene da solo, e la mia vita senza di te è meravigliosa. Lo so che detto così suona male, ma non fraintendermi, intendo dire che ti chiedo di stare con me non perché senza di te io sia infelice: sarei egoista, bisognoso e interessato alla mia sola felicità, e così tu saresti la mia salvezza. Io ti chiedo di stare con me perché la mia vita in questo momento è veramente meravigliosa, ma con te lo sarebbe ancora di più. […] Più una persona sta bene da sola, e più acquista valore la persona con cui decide di stare. (Volo 2003: 178)

Una soluzione a breve termine della contraddizione tra il volersi amare e il voler essere liberi, in Il giorno in più, è quella del «fidanzamento a termine»; fin dall’inizio della loro relazione i due amanti decidono che staranno insieme solo per nove giorni, per poi lasciarsi di comune accordo. Una specie di cura omeopatica per proteggersi dai sentimenti. Guarire da quella sindrome che è lo stabilire legami è possibile attraversando per il tempo della terapia un legame in miniatura, un microfidanzamento, «senza paranoie sul futuro, senza mettere tra noi tutto il nostro passato» (Volo 2007: 168):

Libero di essere ciò che volevo. […] Pensandoci bene, l’idea che, comunque fosse andata quella storia, sarebbe durata solo nove giorni, stranamente mi tranquillizzava. (Ibid.: 165)

Gianluigi Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, Between, III.5 (2013)

Studi sul romanzo rosa: Moccia e Volo (2)

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In quest’ambito il romanzo non spinge il lettore a capire, ma a «rilassarsi», a «stare bene» – o almeno a darsi un tono; la cultura stessa, quando se ne parla direttamente, rappresenta meno uno strumento di conoscenza e di accertamento che un ‘oggetto’ utile soprattutto ad arredare la coscienza di chi legge, o a sedurre:

A volte, mentre passeggio, mi viene voglia di andare in una libreria. Entrare e trascorrere del tempo, prendendo ogni tanto un libro in mano, mi rilassa. Mi fa stare bene. Mi fa sentire sempre un po’ più intelligente e interessante di come sono realmente. Se poi incrocio lo sguardo di una donna, solitamente le faccio un sorriso delicato e educato. Mi sento un uomo affascinante in una libreria. (Volo 2007: 62)

Così facendo, la paraletteratura si sottrae a quel compito di smascheramento dei meccanismi inautentici del desiderio che il novel ha esercitato e tendenzialmente continua a esercitare, nel ghetto dorato di quella che chiameremo, per capirci, letteratura ‘in senso forte’; si direbbe piuttosto che insegua il cinema di genere, e in parte la fotografia, nella ricerca di un’immagine del desiderio antirealistica, patinata e senza spessori. Un’immagine da consumare, da possedere – non da conoscere.
Il contributo della letteratura triviale risulta dunque specifico, e andrà analizzato iuxta propria principia, e integrato alla fisionomia generale del campo letterario. Se quel che si intende costruire, attraverso lo studio della letteratura, è un abbozzo di storiografia del presente, le scritture di consumo devono restare all’interno dell’ambito d’indagine, anche al prezzo di modificarne il perimetro: è questa la terza delle correzioni che occorre applicare ai nostri postulati di partenza. Tanto più che la paraletteratura tende a essere, molto più della letteratura ‘in senso forte’, espressione diretta del desiderio; perché più prossima alla materializzazione e alla realizzazione del fantasma, e perché in collegamento meno mediato con l’inconscio stesso.
Senza rinunciare alla possibilità di fornire uno schema generale ma unitario, il nostro discorso non potrà quindi fare a meno di distinguere tra una narrativa esplicitamente di consumo, declinata nei sottogeneri a volte mescolati del rosa e dell’erotico, e una che si vuole ‘forte’, e in alcuni casi specificamente sperimentale. In mezzo, una narrativa sospesa tra ricerca di riscontro mercantile e aspirazione alla vidimazione culturale – presenza forte negli scaffali delle nostre librerie. Una letteratura che definirei di «nobile intrattenimento» – come ho sentito dire, durante una conversazione privata, dal funzionario di un’importante casa editrice italiana, persona intelligente e abile scrittore in proprio.

Gianluigi Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, Between, III.5 (2013)

Studi sul romanzo rosa: Moccia e Volo (1)

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Prima di cominciare la lettura dei nostri testi sarà il caso di tener presente che la lirica (e la musica) moderna hanno immaginato l’eros con meno inibizioni del novel; basti pensare alla proposta simbolista (ed ermetica) di un desiderio disseminato e indeterminato, sottratto al tempo e allo spazio. Quando, nel corso della sua storia, ha voluto parlare direttamente di desiderio, il romanzo si è spesso rifugiato nelle allegorie, nelle fiabe, nel romance – oppure, col novel, ha ripiegato nel racconto demistificante dei desideri ‘normali’: cioè dei desideri borghesi, compromissori e abbassati.

2. Esiste però, ed è sempre esistito, un ambito di genere nel quale il romanzo stesso ha ceduto generosamente alla cattiva infinità del desiderio, e anzi se ne è nutrito: è quello del rosa, e della narrativa di consumo di argomento erotico–sentimentale. Opere seriali pubblicate in collane specifiche, a volte assemblate da semplici redattori – ma anche, a un livello più elaborato e meno modulare, romanzi ‘d’autore’ (e se possibile, oggi, di autore transmediale), disponibili in collane di narrativa generalista; romanzi tout court nei quali però sopravvivono chiari elementi di genere. Ebbene, all’atteggiamento critico e realistico del novel, alla sua pervicace volontà di razionalizzare, sminuire e smascherare, il romanzo rosa e quello erotico–sentimentale contrappongono da sempre, e continuano a contrapporre, l’incommensurabilità, l’ineffabilità, l’infinità dell’eros:

E’ l’amore. L’amore con la A maiuscola, l’amore folle, quella felicità assoluta, quello per cui non esiste più nessuno per quanto è bello. Amore infinito. Amore sconfinato. Amore planetario. Amore, amore, amore. Tre volte amore. E vorresti ripetere questa parola mille volte, e la scrivi sui fogli e scarabocchi il suo nome,
anche se poi di lui non sai quasi niente. (Moccia 2007: 357)

Gianluigi Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, Between, III.5 (2013)

Sul ring

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Al suono della campana Irv Chartaris mi diede una pacca sulla spalla, e io saltellai verso il centro del ring. Balboni arrivò a testa bassa, molleggiandosi sui piedi sebbene fosse ancora fuori tiro, come fanno sempre i pugili di quart’ordine giusto per far vedere che conoscono le mosse. Stavo per colpirlo quando vidi comparire dal nulla il suo destro. Credo che mi abbia beccato, una cosa fulminea. Poi, subito dopo, arrivò anche il sinistro, quello però lo vidi. Mi prese in pieno: ero rimasto talmente sorpreso dal destro che non riuscii a schivare il sinistro, però almeno l’avevo visto arrivare, per cui mi sentii meglio. Poi mi centrò di nuovo un paio di volte, credo, una specie di tip tap di destro. Non che sentissi male, perché succedeva tutto molto in fretta, però a quel punto pensai Cristo, qui mi concia per le feste… devo… dobbiamo assolutamente far partire questo incontro. Solo che mentre lo pensavo lui continuava a pestarmi. Non ricordo bene cosa succedesse dopo i due jab: altri pugni, mi pare, di sinistro, di destro, il suo repertorio era tutto lì. Feci per dire: – Ehi, un momento, – perché non mi sembravano affatto leali tutte quelle botte mentre io non ero ancora pronto, ma non so se le parole mi uscirono di bocca. Sentii Chartaris gridare: – Su i pugni, Joey! – e giuro che ci provai, ad alzarli, solo che quasi subito fui costretto a tirare indietro le braccia per mantenere l’equilibrio, perché di punto in bianco il quadrato aveva preso a inclinarsi. L’unico pugno vero che ricordo di essermi beccato fu in quel preciso momento, mentre allargavo le braccia e buttavo indietro il sedere per ritrovare l’equilibrio, perché il maledetto tappeto stava scivolandomi via sotto i piedi, e quel figlio di puttana di Balboni scelse l’unico attimo in cui ero vulnerabile per tirarmi un diretto bestiale, BUM, proprio nello stomaco. Mi si bloccò il respiro, che mandò a monte tutto il mio piano, basato sostanzialmente sulla respirazione. Per cui di lì in avanti non ci fu più storia.

Ethan Coen, I cancelli dell’Eden, Einaudi, Torino 1999

Errore tattico

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Stava cercando di staccarmi l’orecchio a morsi.
Lo teneva stretto fra i denti, aveva l’alito bollente e umido. Grugniva e ringhiava come un cane da guardia con gli avanzi di una bistecca.
– Va bene, – dissi, – basta con le regole da signorine.
Gli piantai una ginocchiata nelle palle. Fortissima. Lui si piegò in due, ma non mi lasciò andare. La mia testa dovette abbassarsi con la sua. Gli mollai un destro che anche a distanza ravvicinata bastò a chiudergli la mandibola di scatto e a ricacciarla indietro. Grave errore tattico. Con quel pugno il mio orecchio si staccò di netto.
Al diavolo l’orecchio.
Lui stava barcollando all’indietro, con le braccia tese in cerca di un appoggio. Gli sferrai un calcio sulla rotula con tutta la forza che avevo, e lui cominciò a contorcersi e ad accartocciarsi come una marionetta manovrata da un burattinaio epilettico. Gli avevo tolto un po’ d’energia, ma sapevo che se gli avessi dato mezza possibilità, si sarebbe lanciato di nuovo all’attacco.
Con un unico fluido movimento incrociai le braccia sul petto e infilai le mani sotto la giacca. Con la sinistra tirai fuori un fazzoletto e lo usai per tamponarmi la ferita. Con la destra tirai fuori una Webley calibro 45. Rinculò di brutto e fece un gran rumore. Potete giurarci.
Lui sputò il mio orecchio a tre metri d’altezza.
– Portalo all’inferno con le mie maledizioni, – gridai. – E di’ agli altri dannati che Victor Strang fa sul serio!
Urlavo, ma mi sembrava di avere la bocca tappata con un asciugamano. Sentivo la mia voce rimbombare nella testa, ma nel vicolo l’unico rumore era l’eco del colpo di pistola. Che ruggiva e ruggiva.
E ruggiva.

Ethan Coen, I cancelli dell’Eden, Einaudi, Torino 1999

pennivendoli

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In una lezione sulla letteratura, Wladimir Nabokov affermava che i romanzi storici che si trovano nelle librerie non possono dare informazioni attendibili su determinati luoghi e epoche: in pratica, non si può imparare qualcosa sulla Storia leggendo quella roba. Poi, gli scrittori di genio sono quelli che riescono a dare una visione unica di ciò che raccontano, e lo fanno nella loro unica maniera. Gli scribacchini, invece, i mestieranti, i pennivendoli (o prosivendoli, per esser più precisi) usano il materiale che trovano secondo modelli già definiti, e cercano di plasmarlo al meglio, per compiacere e soddisfare lettori che amano riconoscere le cose – e le idee – consuete, senza compiere troppi sforzi. Così si lavora entro limiti prestabiliti e non se ne esce, per non rischiare azzardando l’ignoto e per lasciare le cose come stanno. Perché nulla cambi, in definitiva. Il vero artista, invece, “reinventa” il mondo. Non si avvale di valori già codificati, non usa modelli, ma li crea lui stesso.

 

DetFic 18: Edgar Allan Poe e l’eroe seriale

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Con la trilogia di Auguste Dupin, Poe crea la prima figura di eroe seriale, un modello destinato a diventare, attraverso l’opera di Arthur Conan Doyle e i serials televisivi, la forma narrativa dominante del ventesimo secolo. I suoi tre racconti, tuttavia, presentano una chiara progressione: nel primo, Dupin si confronta con un omicidio privo di movente; nel secondo, Poe tenta di mescolare realtà e finzione, misurandosi con un autentico caso di cronaca; nel terzo, il geniale detective si scontra con un avversario suo pari, secondo un disegno che prelude alla celebre coppia di antagonisti Sherlock Holmes – dottor Moriarty.

roget-illusIn The Mystery of Marie Roget, il cavalier Dupin torna nuovamente agli onori della cronaca tentando di risolvere, sulla base delle testimonianze riportate dai vari giornali, il mistero della scomparsa di una graziosa commessa di profumeria, Marie Roget. Ispirandosi a un reale caso di cronaca avvenuto a New York, l’omicidio della sigaraia Mary Rogers, il narratore espone i fatti: uscita di casa per recarsi dalla zia, Marie Roget viene trovata quattro giorni dopo, annegata nella Senna e recante segni di violenza. Sui resoconti della stampa Dupin fonda la propria indagine, spesso demolendo le ipotesi via via formulate dagli articolisti.

Disgraziatamente, nella realtà, mentre è in corso la pubblicazione a puntate del racconto, un’albergatrice confessa in punto di morte che il decesso di Mary Rogers è stato causato da un tentativo di aborto. E questa versione, pur confermando numerose deduzioni di Dupin, contraddice in pieno le sue conclusioni: a Poe, dunque, non resta che modificare il finale, per tener conto della testimonianza.
L’indagine viene troncata allorché Dupin ha identificato l’assassino in un marinaio dalla carnagione scura di cui Marie sarebbe stata innamorata, e Poe redige una nota fittizia, in cui il direttore della rivista dichiara di non aver pubblicato – per «ovvie ragioni» – il seguito del manoscritto, assicurando i lettori che l’inchiesta venne condotta a buon fine dalla polizia parigina.

Per rimediare all’inconveniente, e giustificare la mancata aderenza del racconto alla conclusione della vicenda reale, Poe si rifà all’immagine delle due serie di eventi paralleli, dichiarando che se il destino di Mary e quello di Marie sono legati da numerose coincidenze, ciò non vale per lo scioglimento del mistero.

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LA LETTERA RUBATA

Un anno dopo la pubblicazione dei Murders in the Rue Morgue, Poe riporta Auguste Dupin sulla scena parigina per fargli interpretare un breve ma perfetto racconto: La lettera rubata (The purloined letter).
È il tardo crepuscolo: i due protagonisti siedono nel “gabinetto di lettura” del loro appartamento, quando arriva il prefetto. Dupin s’appresta ad accendere un lume, ma all’udire che il prefetto è venuto a consultarlo su una questione complicata, preferisce restare nella semioscurità. Questo è il primo dei ribaltamenti operati da Dupin: a essere rovesciato è il tradizionale meccanismo associativo che unisce la ragione alla luce.

Nel seguito della conversazione, allorché il prefetto confessa la sua impotenza a risolvere un caso che pure si presenta semplicissimo, il detective replica: «Forse il mistero è un po’ troppo semplice».
Il prefetto espone quindi le inconsuete circostanze su cui s’è trovato a indagare. Una lettera compromettente è stata rubata alla regina da un ministro intrigante. Mentre è nel boudoir, immersa nella lettura di una lettera strettamente personale, all’ingresso del consorte la regina posa la lettera sullo scrittoio, col testo rivolto verso il basso. Entra allora il ministro, che, riconosciuto il mittente nella grafia dell’indirizzo riportato sul retro, decide di sottrarre il prezioso documento per usarlo a fini di ricatto. Messa sul tavolo la lettera che ha in mano, egli conversa per qualche tempo e, prima di congedarsi, s’appropria come per errore dell’altro foglio.

la-lettera-rubata-di-edgar-allan-poeDa quel momento, l’uomo regge le sorti della politica francese, grazie all’ascendente che esercita sulla regina.
Convinti che il ministro conservi sempre la lettera a portata di mano, gli uomini della polizia perquisiscono accuratamente tanto lui quanto la sua abitazione, senza alcun risultato. La visita del prefetto rappresenta quindi il riconoscimento della sua sconfitta, e l’analitico Dupin provvede a smontare pezzo per pezzo il metodo da lui adottato.

Richiamandosi al gioco del “pari o dispari”, in cui un bambino può battere i compagni identificandosi con loro e prevedendone le mosse, l’investigatore mette a nudo l’incapacità della polizia di valutare l’avversario: se la loro forma mentale è quella della massa, non appena si confrontano con un criminale diverso da loro, si trovano in scacco. Le ricerche della polizia si dimostrano inefficaci perché fondate sul presupposto che a occultare la lettera sia stata una persona dai comuni percorsi mentali, per cui nascosto è sinonimo d’invisibile. Non è affatto detto che la lettera sia stata sottratta alla vista: richiamandosi a un gioco in cui si cerca di trovare su una carta geografica un nome scelto dagli avversari, Dupin osserva che, contrariamente a quanto si crede, le scritte a chiare lettere sono spesso meno individuabili delle più piccole.

Il metodo con cui il detective affronta il caso è ben diverso. Munito d’occhiali scuri, per consentire ai suoi occhi di vagare indisturbati, Dupin s’introduce nello studio del ministro, e non tarda a notare un portacarte appeso alla mensola del camino, dove insieme ad alcuni biglietti da visita si offre negligentemente allo sguardo una lettera sdrucita. In questa visibilità così marcata, egli coglie un segno d’ostentazione, che rimanda paradossalmente alla volontà di celare la lettera.

Tornato il giorno seguente dal ministro, in apparenza per recuperare la propria tabacchiera, Dupin approfitta della momentanea distrazione dell’ospite, attirato alla finestra da uno sparo (trucco organizzato dallo stesso Dupin), e s’impadronisce della lettera, sostituendola con una del tutto simile. Così, quando il capo della polizia si reca dal detective, questi gli consegna la lettera rubata.
Non ci resta che concludere con una citazione dai Mémoires di Vidocq: «Il luogo più in vista è spesso quello dove non si pensa di cercare».

(3 – fine)

DetFic 17: Edgar Allan Poe alla Rue Morgue

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In The Murders in the Rue Morgue, tutto comincia con una strage. Alle tre di notte, gli abitanti di Rue Morgue vengono svegliati «da una serie di grida spaventose», provenienti da un appartamento al quarto piano d’un vecchio stabile, abitato dall’anziana madame L’Espanaye e da sua figlia Camille. Per entrare, i primi soccorritori devono sfondare la porta d’ingresso, solidamente chiusa dall’interno.

Lo spettacolo che si trovano di fronte è terrificante: «La stanza è nel più grande disordine; i mobili spezzati e sparsi in tutte le direzioni. I materassi del letto sono stati tolti e gettati nel mezzo dell’impiantito. Su una sedia giace un rasoio intinto di sangue. Sul camino, due o tre lunghe trecce di capelli grigi che sembrano essere state strappate violentemente dalle radici. Nessuna traccia di madame L’Espanaye: si osserva però una quantità insolita di fuliggine sul focolare; allora si cerca nel camino e (orribile a dirsi!) ne viene estratto il cadavere della figlia, che è stato spinto, con la testa in giù, a viva forza, fino a un bel tratto della stretta apertura!».

342207x480Dopo una minuziosa investigazione della casa, in un cortiletto situato sul retro i vicini trovano il cadavere della vecchia signora, con la gola profondamente tagliata, al punto che, quando si prova a sollevarlo, il capo si stacca completamente dal busto. Sia il corpo sia la testa «appaiono spaventosamente mutilati ed è tanto se conservano un aspetto umano», come scrivono l’indomani i giornali parigini.

La polizia, ovviamente, brancola nel buio: l’appartamento è stato trovato ermeticamente chiuso, e nessuno sembra poterne essere uscito dopo il delitto. Le porte erano sbarrate, le finestre anche; e dalle scale si sono sentite le urla degli assassini, proferite in un linguaggio su cui nessuno dei testimoni riesce a mettersi d’accordo: secondo alcuni è italiano, secondo altri inglese, o francese, o spagnolo, o russo. La polizia «denuda addirittura i pavimenti, soffitti e pareti», per scoprire un’eventuale uscita segreta, ma senza risultato.

Non resta che fare appello alle facoltà investigative di Dupin. Munito dell’autorizzazione del prefetto di Parigi, il cavaliere e il suo amico si recano nella casa del delitto. Sebbene si sia frugato dappertutto, il detective non si fida degli occhi della polizia e vuole cercare coi propri. In effetti, non esistono uscite segrete, così come non è possibile passare attraverso il camino, troppo stretto. Dalla prima stanza dell’appartamento, poi, l’assassino o gli assassini non possono essere usciti, perché sarebbero stati visti dalla folla che guardava in alto o dai soccorritori che salivano per le scale.

«Devono essere passati dalle finestre della stanza sul retro» spiega Dupin: proprio le finestre trovate ermeticamente chiuse. «Essendo ora arrivati a questa conclusione per mezzo d’irrefragabili deduzioni, non è affar nostro, come ragionatori, rigettarla in ragione della sua impossibilità apparente. Non ci resta che dimostrare che questa apparente impossibilità in realtà non esiste».

Così, il detective parte alla ricerca della prova che dimostri la validità del suo ragionamento. E la trova: un chiodo spezzato che sembra intatto, una molla che chiude automaticamente il telaio della finestra, e l’enigma è spiegato. Fuori della finestra, però, c’è una parete liscia, e l’altezza è notevole; ma a due metri di distanza passa il filo d’un parafulmine, e un essere dotato di una «straordinarissima e quasi sovrannaturale specie di forza e agilità», un essere capace di ficcare Camille nella cappa del camino, può benissimo essere saltato da quel filo alla finestra e viceversa, utilizzando la pesante persiana di legno come appoggio e prolunga. A conferma di ciò, ai piedi del filo del parafulmine Dupin trova un pezzo di nastro, legato con un nodo tipico dei marinai maltesi.

murders rue morgueScoperta la possibile chiave dell’enigma, non sarà difficile completare il mosaico e inserire al loro posto quegli indizi così apparentemente contraddittori che disorientano la polizia: la ferocia e la gratuità del delitto, la forza sovrumana dell’assassino, gli strani peli rossicci trovati nelle mani di una delle vittime, il linguaggio incomprensibile sentito dai vicini.

In questo racconto, pubblicato nell’aprile del 1841 sul The Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine, abbiamo il mistero della camera chiusa, il problema investigativo per eccellenza, alla cui soluzione può arrivare solo la sottigliezza dell’investigatore. Ma troviamo anche la classica mancanza di fantasia e la suscettibilità dei funzionari di polizia: «…il funzionario non poteva nascondere il suo dispiacere per la piega che aveva preso l’affare e si lasciò sfuggire qualche sarcastica osservazione su quanto sarebbe desiderabile che ognuno s’occupasse delle proprie faccende». In più, ci sono l’arresto di un innocente e lo stratagemma dell’investigatore per forzare la mano al colpevole.

Senza dubbio, il metodo investigativo di Dupin ricalca alcune caratteristiche tipiche del procedere scientifico: la capacità di ricostruire il tutto da una parte; la convinzione che dietro l’apparente complessità di un enigma si celi una soluzione semplice; l’attenzione data a indizi e circostanze che invece appaiono marginali.

(2 – continua)

DetFic 16: Edgar Allan Poe

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Ed eccoci a lui: Edgar Allan Poe, il Patriarca, il padre di tutti i giallisti, l’iniziatore della detective fiction moderna.

«Storicamente, si possono distinguere due Poe. Uno è l’Edgarpò che suscitò l’entusiasmo dei francesi, da Baudelaire a Valéry, e ha avuto ininterrotta fortuna in Europa. L’altro è Edgar Allan Poe, l’americano – poeta e narratore di cassetta, instancabile fornitore di testi per l’incipiente mercato di massa (scrive quasi esclusivamente su riviste), figura di irregolare ostilmente accolto dai letterati dell’epoca, che stenta ancora a trovare pieno riconoscimento in patria.
Il primo […] è il narratore dell’assurdo e del terrore, precursore degli effetti surreali e dell’angoscia esistenziale, il creatore di una propria cosmologia metafisica che è puro sogno dell’intelletto; lo scrittore precocemente consapevole delle potenzialità combinatorie e scombinatorie del linguaggio, della scrittura come costruzione mistificatoria e della lettura come esercizio di decifrazione. Questo Edgarpò scoperto o privilegiato dalla cultura europea – anche perché ha ottimi traduttori che magari ne mascherano certa farragine o pesantezza stilistica – arriva da Baudelaire fino a noi per susseguenti ondate di interesse. È autore sofisticato, quasi d’élite.
L’altro si arrabatta. È quello che Lionel Trilling ha chiamato – riferendosi agli americani, ma vale anche per noi – “nostro cugino, Mr. Poe”: lo scrittore tormentato dal vuoto e dalle incomprensioni in cui vive, che si dibatte in una società ostile e in una cultura in formazione, tutta da definire, plasmare, indirizzare, ma come restia a ogni richiamo, stimolo, indicazione non meramente commerciali. È, questo Poe, il primo scrittore alienato d’America, e su una dimensione assoluta: sperso nella vastità degli spazi e nella mancanza di un centro, girovago fra il sud natio di cui si fa non richiesto paladino e le città centro-meridionali che lo tengono ai margini e ne rifiutano il messaggio, eppure caparbiamente animato dalla volontà di dare una voce e una cultura al nuovo paese, rigoroso nelle scelte e in anticipo sui tempi. Come tale, esprime la desolazione di quel paesaggio e le antinomie dei suoi valori, e al tempo stesso riflette le tare e i turbamenti di una morbosa predisposizione psicologica, vuoti e scompensi dell’animo, angosce e terrori che in seguito si diranno esistenziali, e che sorgono come fantasmi dal profondo.»

(dall’introduzione di Sergio Perosa ai Racconti, ed. Mondadori 1985.)


CALCOLO E ANALISI: I DELITTI DELLA RUE MORGUE

Murders-in-The-Rue-MorgueIn numerosi racconti, Edgar Allan Poe premette alla vicenda narrata uno o più paragrafi dedicati a considerazioni di carattere generale, nate da un’intuizione, da una massima, o da una riflessione filosofica.

Queste “istruzioni” preliminari sono particolarmente importanti in The Murders in the Rue Morgue, il racconto che inaugura la trilogia dell’investigatore francese Auguste Dupin. Qui la struttura è tripartita, secondo un criterio formativo: alla definizione teorica delle facoltà analitiche, segue una prima dimostrazione del talento di Dupin e, infine, l’applicazione delle sue doti investigative a un caso d’omicidio.

La voce narrante inizia subito col distinguere il calcolo dall’analisi, due categorie di ragionamento riconducibili rispettivamente agli scacchi e alla dama, passatempi che chiamano in causa da un lato l’attenzione e dall’altro l’acume. L’elevato numero di pezzi che si fronteggiano in una partita a scacchi, infatti, impegna non solo le doti mnemoniche, ma certamente una capacità d’analisi molto inferiore a quella necessaria per vincere una partita a dama, ove restino in campo solo quattro regine. In un confronto del genere, essendo la gamma di movimenti e valori quanto mai semplificata, la possibilità di sviste è ridotta al minimo, e per assicurarsi la vittoria è necessario sapersi identificare con lo spirito dell’avversario.

Ma una prova ancor più forte per le facoltà analitiche del detective è rappresentata dal gioco del whist, in cui non basta osservare attentamente, aver buona memoria e conoscere a fondo la condotta di gioco, ma è necessario sapere “cosa osservare”. Il modo di reggere una carta, il gesto con cui viene calata, le espressioni d’un giocatore, sono tutti segni rivelatori di cui l’analitico si avvale.

4Poe_rue_morgue_byam_shawTerminata questa trattazione teorica, Poe entra nel vivo del racconto introducendo il cavalier Auguste Dupin, incontrato dal narratore in un «oscuro gabinetto di lettura di rue Montmartre». Rampollo decaduto di un’illustre famiglia, Dupin è un uomo di abitudini frugali, che deve alla generosità dei creditori il fatto d’avere «un piccolo resto di patrimonio», e il cui unico lusso risiede nei libri.

Tra lui e il narratore nasce dunque un sodalizio, sanzionato dalla scelta di stabilirsi in una dimora cadente, oggetto d’imprecisate superstizioni. I due trascorrono le ore diurne nell’oscurità più completa, uscendo solo al calar delle tenebre, quando la città, deposta la maschera borghese, rivela il suo volto criminale, perverso e inebriante.
Il detective sonda implacabile le ombre della notte e, nella seconda parte del racconto, si dimostra anche capace di leggere nei cuori.

(1 – continua)

Detective Fiction 2: il proto-omicidio


«
QUINDI ADAMO conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, dicendo: ― Ho avuto un uomo con il favore di Dio ―.  Continuò, quindi, partorendo Abele, suo fratello. Ora, mentre Abele era pastore di greggi, Caino coltivava la terra.
E avvenne che, dopo un certo tempo, Caino fece un’offerta al Signore dei prodotti del suolo.
E Abele, anche lui, offrì dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso; e il Signore riguardò Abele e la sua offerta, mentre non riguardò Caino e la sua offerta. Caino perciò ne fu grandemente adirato e il suo volto fu abbattuto.
Il Signore disse: ― Perché sei adirato e il tuo volto è abbattuto? Forse che, se agisci bene, non potrai tenere alto il volto? Ma, se non fai bene, il peccato giacerà alla porta e contro di te si volgono le sue brame; però tu devi dominarlo.
Allora Caino parlò a suo fratello Abele e avvenne che, quando furono in campagna, Caino si levò contro suo fratello Abele e lo uccise.
E il Signore disse a Caino: ― Dov’è tuo fratello Abele? ― E quegli rispose: ― Non lo so; sono forse il custode di mio fratello? ― Ed egli replicò: ― Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. e ora tu sei maledetto dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere dalla tua mano il sangue di tuo fratello. Se coltiverai la terra, essa non ti darà più il suo prodotto e tu sarai errante e fuggiasco sulla terra ―.  Allora Caino disse al Signore: ― Il mio delitto è troppo grande da sopportarlo. Ecco, tu mi cacci oggi dalla faccia di questo suolo , e io dovrò nascondermi dalla tua faccia, sarò errante e fuggiasco sulla terra, e avverrà che chiunque mi incontrerà potrà uccidermi.
Ma il Signore gli rispose: ― Non così, perché chiunque ucciderà Caino, riceverà una punizione sette volte maggiore ―. Allora il Signore mise un segno su Caino, affinché chiunque lo incontrasse, non lo uccidesse. Allontanatosi dunque Caino dalla presenza del Signore, si stabilì nel paese di Nod, a oriente di Eden.»

La Bibbia concordata, Mondadori, Milano 1968: Genesi 4, 1-16