Questo è Kafka?

Dicesi «kafkologia» la perniciosa propensione di molti critici e troppi lettori a trasfigurare la figura di Kafka in modo religioso, tralasciando lo strabiliante genio artistico. Milan Kundera attribuisce a Max Brod, il fedele amico di Kafka, l’invenzione di questa religione ridicola: il Kafka santo, profeta e martire… ok, ci chiede Kundera, ma in tutto questo che fine ha fatto l’artista? Brod, intuendo che i santi, ancor  meglio se martiri e profeti, tirano assai più degli artisti, ha agito di conseguenza. E Kundera, senza disconoscergli il merito di aver salvato dall’oblio uno dei massimi narratori di sempre, lo accusa però di avergli cucito addosso una maschera troppo seducente per essere rimossa: quella del santarellino igienista, tremebondo e illibato. È come se la misteriosa narrativa di Kafka svanisse al cospetto del mistero della sua vita. Del resto, la cosa non deve stupire: sebbene l’opera di Kafka non sia affatto autobiografica, in un certo senso, come tutte le grandi opere (Tolstoj, Proust), lo è irreversibilmente e senza scampo. Il guaio è che, dando troppo peso alla biografia, prendendola sul serio fin quasi a stravolgerla, si rischia di compromettere il piacere dell’immersione in un ecosistema romanzesco senza precedenti, che mescola realismo, incubo e unorismo in una pasta inconfondibile e sconvolgente. Occorre notare inoltre che Kafka mantiene sempre un’intensità altissima. È difficile trovare nei romanzi incompiuti, nei racconti, nei diari, per non dire delle lettere, una riga che non sia degna di essere incorniciata. Non mi vengono in mente esempi analoghi; ogni tanto persino Tolstoj e Proust sbagliano: Kafka no, lui non sbaglia mai, per via forse di una molto ebraica mancanza di auto-indulgenza. E si sa: l’auto-indulgenza è la subdola nemica del talento.
Ma non è solo questo il danno prodotto dall’agiografia kafkiana sulla ricezione dell’opera. La santità di Kafka ci fa perdere il meglio: l’umanità delle sue pagine, l’intransigenza flaubertiana con cui sono scritte, la comicità singolarissima, le ossessioni erotiche di cui trasuda la sua narrativa.

Alessandro Piperno in la Lettura #257, pag. 15

Salvador Dalì e i telefoni

 

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«Perché, quando chiedo un’aragosta all’americana in un ristorante, non mi portano mai un telefono alla griglia? E perché lo champagne viene sempre servito ghiacciato, mentre i telefoni, sempre tiepidi e sgradevolmente appiccicosi, non sono mai offerti in un bel secchiello, appannato e velato di ghiaccio?
Telefono frappé, telefono alla menta, telefono afrodisiaco, telefono all’aragosta, telefono drappeggiato nel visone, per i boudoir delle sirene dalle unghie fasciate d’ermellino, telefono alla Edgar Allan Poe, con un topo morto nascosto dentro, telefono alla Böcklin, installato in un cipresso (con un piccola allegoria della morte, in argento sbalzato, sulla parte posteriore), telefono al guinzaglio, ma capacissimo di passeggiare da solo, telefono applicato alle spalle di un Tortorella in buona salute… telefoni… telefoni… telefoni…»

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita 2006

Salvador Dalì e il taxi

 

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«Perché le vasche da bagno hanno sempre, più o meno, la stessa forma?
Perché non s’inventano dei taxi con un congegno, disposto intorno agli sportelli che simuli la pioggia, in modo che il passeggero debba, per entrarci, indossare l’impermeabile anche nelle giornate di bel tempo? (Non tutti i taxi dovrebbero esser provvisti di simile raffinatezza, ma solo i più lussuosi.)»

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita 2006

Salvador Dalì e il WC

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«Non capisco davvero tanta mancanza di fantasia. Perché i guidatori di filobus non irrompono, ogni tanto, nelle vetrine dei grandi magazzini, acchiappando al volo qualche sciocchezzuola da portare in dono alle loro mogli, qualche giocattolino da distribuire fra i bimbi che passano per strada?
Perché gli idraulici non installano, negli sciacquoni dei WC, piccole bombe che scoppino proprio mentre illustri uomini politici tirano la catena?»

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita 2006

La mia vita segreta (2)

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Qui la recensione di Gaia Conventi.

Letteralmente mi adoravano, mi vezzeggiavano, mi compravano le scarpe, mi ordinavano cravatte a disegno unico, mi prenotavano le poltrone a teatro, mi preparavano le valigie, sorvegliavano la mia salute, si preoccupavano per il mio umore e combattevan, con la violenza di uno squadrone di cavalleria, le difficoltà pratiche che mi impedivano di realizzare una qualsiasi fantasia.
Mio padre, dopo l’esperienza dell’anno precedente, mi versava soltanto unmodestissimo mensile, ma con molto candore dcontinuava a pagare tutti i miei conti. Al resto supplivano gli amici, chi impegnando un magnifico anello di famiglia, chi ipotecando una proprietà appena ereditata, chi vendendo un’automobile per garantire le stravaganti spese di due o tre giorni. Eravamo tutti circondati dall’alone di “figli di papà”, e ottenevamo prestiti da chiunque, rimborsando noi stessi, ogni tanto, i nostri creditori, i quali, generalmente, venivano poi interamente risarciti dai nostri genitori.
Le vere vittime non erano certo gli uomini d’affari che ci aiutavano professionalmente, ma i nostri modestim, i nostri generosi amici che ci prestavano il oro risparmi per simpatia, per affetto, per ammirazione, e noi facevano pagare a caro prezzo qualsiasi colloquio amichevole, producendoci in uscite istrioniche: “Siamo stati derubati!” gridavo cinicamente intascando “Solo la mia osservazione a propostio del realismo e del cattolicesimo vale cinque volte questa misera somma!”.

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita, Milano 2006, pp. 157-158

 

La mia vita segreta (1)

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Qui la recensione di Gaia Conventi.

La mia adolescenza fu caratterizzata dal moltiplicarsi dei miti, delle manie, delle deficienze, dei doni, delle manifestazioni di genio e di violenza della mia prima infanzia. Non desideravo assolutamente correggermi, né trasformarmi; al contrario, ero di giorno in giorno maggiormente posseduto dalla volontà di imporre e di esaltare in ogni modo la mia concezione di vita.
Anziché limitarmi a godere l’acqua stagnante del mio narcisismo precoce, la canalizzavo: e la crescete, violentissima affermazione della mia personalitàsi sublimò ben presto in nuovi sviluppi di azioni che, considerando le tendenze eterogenee e ben caratterizzate del mio cervello, potevano soltanto essere antiosociali e anarchiche.
Il bimbo-re divenne un anarchico. Sistematicamente, ostinatamente, mi opponevo a tutto.
Da piccolo facevo sempre “diversamente dagli altri”, ma senza esserne cosciente. Ora, dopo aver finalmente compreso il lato eccezionale e fenomenale del mio modo di agire, “lo facevo apposta”. Bastava che qualcuno dicesse “nero” perché io ribattessi “bianco”. Bastava che qualcuno si inchinasse rispettosamente per farmi sputare. Il mio incessante, feroce impegno a sentirmi “diverso” mi strappava lacrime di rabbia se, per una qualsiasi coincidenza, mi vedevo accomunato ad altri. Anzitutto, soprattutto: io, io solo! Io solo! Io solo!

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita, Milano 2006, pp. 95-96

 

Le 120 giornate

 

Salò o le 120 giornate di Sodoma

Da mesi, in pratica dalla scorsa primavera, mi trovo a seguire in maniera quasi maniacale le lotte politiche che stanno devastando la scena mediatica. In Tv le dispute si accendono fin dal mattino, e la sera nei talk show più seguiti ci si azzanna come bestie inferocite. Mi preoccupa constatare come tutto ciò tenda a eccitarmi, a farmi parteggiare e desiderare ogni volta che l’avversario/nemico (per me rappresentato da quelli e quelle che sostengono con la bava alla bocca l’insostenibile) venga abbattuto. In termini metaforici, mi trovo a desiderare di “vedere il sangue”, come nelle antiche arene. Stasera per esempio, al canonico appuntamento del giovedì, mi trovo a immaginare che si daranno botte da orbi, in quest’atmosfera da imminente crollo del regime in stile Salò o le 120 giornate di Sodoma, che quando lo vidi al cinema ero poco più che ragazzino e ci capii poco o niente. Oggi, invece, quel film sembra spaventosamente attuale, come se il genio — forse irripetibile — di Pier Paolo Pasolini avesse prefigurato questo imminente crollo del regime (crollo sostanziale, anche se per assurdo dovesse ancora tenere la maggioranza parlamentare). I geni precorrono, e io continuo a sentire l’atmosfera della nave che affonda.

Per definizione

Per definizione, la macchina burocratica esclude ogni genialità e ogni capacità di giudizio; così come la fabbrica razionalizzata — un prodotto del Novecento — ha privato l’uomo di tutto ciò che è iniziativa, intelligenza, sapere, metodo, a vantaggio di un meccanismo inerte. Lo scriveva Simone Weil nel 1933.
La stessa cosa che ha continuato a fare la televisione, soprattutto quella degli ultimi trent’anni: un prodotto — dicono — del cosiddetto berlusconismo. Quel berlusconismo che, dopo aver ridotto il Paese in pezzi (i pezzi, per definizione, potrebbero anche essere reincollati), si appresterebbe ora a trasformarlo in una vera e propria mousse (che è informe e quindi definitivamente inerte).
In questo modo, l’intero processo di neutralizzazione sarebbe compiuto.