· 104

Georges Braque - Harbor

Dunque, ho letto i due libri di Fred Vargas, Parti in fretta e non tornare e L’uomo a rovescio. Non mi sono piaciuti molto, perché non apprezzo lo stile dell’autrice: sembra che mentre scrive si ripeta ogni due secondi quanto è brava, quanto è ironica e quanto è intellettuale. Infatti, è così brava e glaciale che non ti lascia niente (siamo agli antipodi di Woolrich, che scrive sgangherato, di corsa e con un sacco di imprecisioni, perché ha qualcosa di potente e vitale da dire e non gli interessa fare il professorino).
A parte il mio apprezzamento personale, non li consiglierei a un adolescente per questi motivi:
Stile: vale quello che ho detto prima, e se un adulto può apprezzare comunque certi ammiccamenti colti e la scrittura limpida, secondo me un ragazzo fa fatica e si annoia, non ha stimoli ad andare avanti. Trama: in entrambi i casi si parte con un’idea avvincente ma poi, a metà libro, l’idea crolla e si prosegue con ipotesi cervellotiche, poco realistiche e sviluppate in modo noioso (sempre pensando a un ragazzo/a). Il protagonista: di solito tutto crolla nella noia e nell’inerzia man mano che Adamsberg entra in scena. Pigro, compiaciuto e noioso, non sa mai niente, non fa mai niente, gli piove tutto dal cielo e, guarda caso, alla fine risolve tutto… così, senza pathos e senza un briciolo di tensione morale. Sembra il trionfo dell’indifferenza. L’autrice lo adora e non fa altro che lanciarsi in lunghe descrizioni pedanti su quanto sia acuto e saggio questo protagonista, che è un Nulla vivente. Senza sentimenti, senza tensioni, non crede in niente e non gli importa niente. Il contrario della pensosità, dell’istintualità e della “voglia di fare” adolescenziali; e non ci sono né dubbi esistenziali né un “glorioso” fallimento. Zero, insomma. Con un tocco di cinismo nella descrizione per es. del rapporto tra Adamsberg e Camille (l’amore è un freddo rapporto tra due persone che si fanno i fatti loro; solo un adulto disilluso può apprezzare una cosa del genere).
Dei due, secondo me, potrebbe piacere di più L’uomo a rovescio: c’è il tema del lupo mannaro, quello (avvincente e avventuroso, e anche poco realistico, dunque ancor più appassionante, sotto un certo aspetto) dell’inseguimento del “nemico” su un puzzolente carro bestiame; l’idea che se nessuno (in questo caso la polizia) ti crede, ma tu sei convinto di avere ragione, contro tutto e tutti parti all’inseguimento e sai che non mollerai mai. Poi, un punto di forza è la caratterizzazione dei personaggi secondari: il lettore li visualizza bene, si affeziona, parteggia e in certi casi ride molto (certe uscite del Guarda sono forti, con lui è come se nostro nonno si trovasse all’improvviso catapultato in un’avventura!). Quindi per tutta la prima parte L’uomo a rovescio è abbastanza avvincente (benché senza tensioni morali, senza noir!). Poi, però, crolla e diventa noioso. Ma potrebbe anche piacere, anche se non è un romanzo che riesca a conquistare qualcuno alla lettura, secondo me.

 

· 103

Harbor-in-Normandy-Georges-Braque-1909

E’ vero che tengo agli altri, a chi mi è vicino, più di quanto tenga a me stesso: è una specie di malattia da cui ancora non sono guarito. Mi metto sempre in secondo piano, non mi sento degno delle cure che invece sento di dovere agli altri. Fin da ragazzino mia madre mi ammoniva: “Tu sei il peggior nemico di te stesso”, per via del mio carattere. In più, non ho ancora imparato ad accontentarmi: sono un “massimizzatore”, come si dice in psicologia, anziché uno che riesce a soddisfarsi coi risultati semplicemente buoni.
Immagino che questi siano gli errori fondamentali che m’impediscono di trovare una dimensione. Mi sento al servizio, ma non di me stesso.
La vita non mi attira per niente, da anni ormai: mi sembra tempo perso, tranne quegli sprazzi di luce che ogni tanto qualcuno (fra cui tu) riesce a regalarmi. Mi sembra un lavoro duro, salvarsi: soprattutto farlo con le proprie forze, e solo con quelle.

 

· 102

georges braque

Credo che per me sia giunto il momento di coltivare la mia forza.
Mi sembra di avere quasi sempre abdicato a questo: di avervi rinunciato per lasciare il passo, sempre convinto – retaggio di una famiglia negativa che si è autodistrutta – che una non ben definita Colpa non mi permettesse di impormi. Quando mi sono imposto l’ho sempre fatto vivendolo come evento traumatico, come qualcosa che dovesse causare sofferenza.
Invece, uno la propria forza dovrebbe gestirla con più serenità, senza sentirsi in fallo o in colpa. Quando deve far valere il sé, che lo faccia come evento naturale.