Nazismo e Antichità

Quando i gerarchi gli parlavano dell’antico mondo germanico, Hitler s’infuriava: mentre ad Atene si costruiva l’acropoli, qui si stava accovacciati intorno a un fuoco, brandendo asce di pietra. Era proprio necessario ricordarlo? «Ecco che invece Himmler (capo delle SS) lo strombazza ai quattro venti! I romani di oggi (leggi: Mussolini, che infatti non perdeva l’occasione) devono farsi belle risate di scherno!». Del resto, spiegava pazientemente, gli antichi tedeschi non erano quelli «rivestiti di pelli animali, con elmi con le corna e lunghe barbe fluenti». La «scienza tedesca» lo aveva categoricamente smentito, rivelando un legame di sangue, biologico, dei veri tedeschi con gli antichi Greci, popoli nordici che si erano spinti fino al mare. «Quando ci chiedono chi sono i nostri antenati, dobbiamo sempre rispondere: i Greci». Riappropriarsi della Grecia per riscoprire la propria autentica natura, ritornare a se stessi.
Si potrebbe ridere di queste assurde rivendicazioni, che fondano il razzismo eugenetico nazista. Ma la questione è molto più complicata, perché il mito di un’affinità elettiva tra Greci e tedeschi non è certo una novità Hitleriana. È una storia più antica, che ci conduce al cospetto di alcuni dei nomi sacri della cultura tedesca, da Winckelmann a Humboldt, da Goethe a Hölderlin. E non è una storia solo tedesca. In fondo, quella di costruire la propria identità a partire dal confronto con gli antichi è una tendenza ricorrente nella cultura europea, dal Rinascimento in poi. I nazisti, del resto, non erano tutti dei cialtroni. C’erano le astruserie di Rosenberg e i deliri di Himmler. C’erano ricostruzioni farneticanti sui capelli biondi dei Greci. Ma c’erano anche studiosi di solidissima preparazione. Come Richard Harder, che contribuì a far identificare gli antinazisti della Rosa Bianca, nel febbraio del 1943; o Franz Dirlmeyer, a cui si deve quella che, ancora oggi, è la miglior traduzione dell’Etica nicomachea, il trattato in cui Aristotele discute di etica e di politica; e ancora Helmut Berve, Kurt Hildebrandt…

Mauro Bonazzi, la Lettura #283, pag. 5

Guernica

René Burri, Guernica di Picasso esposto a Palazzo Reale, Milano, 1953

Nel settembre 1936, nei Paesi Baschi i rivoltosi nazionalisti conquistano Irún e San Sebastián. Ma l’obiettivo prioritario è Madrid. La capitale, attaccata tra novembre e dicembre 1936, non cade nemmeno con le successive sanguinose battaglie del Jarama e di Guadalajara. Allora i nazionalisti attaccano la Biscaglia, ricca di industrie e risorse minerarie: pur essendo cattolica e conservatrice, si è schierata con la Repubblica. Il 31 marzo 1937 comincia l’offensiva del generale Emilio Mola, uno dei capi della rivolta, che annuncia: «Se la resa non sarà immediata raderò al suolo tutta la Biscaglia». E il 26 aprile tocca a Guernica.
Fin da gennaio la Repubblica spagnola aveva deciso di partecipare all’Exposition Internationale di Parigi: un gruppo di intellettuali spagnoli incontra Pablo Picasso a Parigi e lo convince a realizzare una grande opera di propaganda per il padiglione progettato da Sert e Lacasa, decorato con interventi di Sánchez, Renau, Miró e Calder. Alla fine di aprile Guernica diverrà il tema del quadro.
Siamo all’inizio di quella stagione tragica dell’arte del XX secolo che culminerà il 18 e il 19 luglio 1937 con la doppia inaugurazione, a Monaco, della Groβe Deutsche Kunstausstellung — la mostra dell’arte ufficiale nazista — e dell’esposizione dell’Entartete Kunst, la cosiddetta arte degenerata, che raggruppa senza distinzioni, in una sorta di abiura o di rogo simbolico, tutte le produzioni dell’avanguardia nei primi decenni del secolo. Dal 25 maggio al 25 novembre, all’Exposition Internationale des Arts et Techniques di Parigi si affronteranno, lungo i due lati del Champ de Mars, il padiglione tedesco di Albert Speer e il padiglione sovietico di Boris Iofan con le figure ciclopiche in acciaio de L’operaio e la kolchoziana modellate da Vera Mukhina.
Sconvolto dai reportage da Guernica e dalle prime immagini delle sue rovine sul quotidiano comunista «Ce Soir», Picasso sviluppa in forma completamente nuova alcuni spunti delle incisioni satiriche Sogno e menzogna di Franco, che assumono ora un valore di ben più stringente attualità. Da questi primi disegni — rinunciando simbolicamente al colore — nasce la grande composizione di Guernica, appuntata su una tela di 349 × 777 centimetri e poi sviluppata in un crescendo di brutale sintesi delle forme e di distillazione del suo contenuto drammatico tra l’11 maggio e il 4 giugno.

Pablo Rossi e Giorgio Zanchetti, in la Lettura #277, pag. 34

Corte tedesca

La settimana scorsa la Corte Costituzionale tedesca si è pronunciata sulla legittimità dell’Esm, il fondo permanente di soccorso ai Paesi in difficoltà della zona Euro. Come avevamo segnalato, la prevedibile sentenza di via libera sarebbe stata – altrettanto prevedibilmente – integrata con prescrizioni in grado di limitare l’operatività dei governi e dei parlamenti in tema di salvataggi. E così è stato.

Dando il loro assenso, i giudici costituzionali tedeschi si sono dunque allineati alle aspettative dei mercati e hanno consentito la partenza ufficiale del fondo Esm. Ma il dispositivo della sentenza, purtroppo, ha posto alcuni “paletti” che da molti vengono considerati assurdi. La prima condizione, che è ovvia, stabilisce che ulteriori impegni, che superino quelli già presi dalla Germania, dovranno essere approvati dal Parlamento. Ma la seconda condizione fissa in 190 miliardi – che equivale alla somma già impegnata – il tetto massimo di partecipazione della Germania al fondo Esm, il superamento del quale metterebbe in discussione la sovranità tedesca.

Cosa significa questo? Che, se venisse superata la sua attuale dotazione complessiva di 700 miliardi di euro (somma che non basterà a salvare la Spagna e l’Italia), il Fondo Esm in pratica non verrebbe rifinanziato. Questo dimostra quanto poco importi alla Germania – a dispetto delle recenti dichiarazioni positive di Angela Merkel – realizzare quell’unione politica dell’Europa da molti invocata: come dire che, se la trasformazione dell’Europa in una Federazione di Stati dovesse costare loro più di 190 miliardi, i tedeschi non ne vogliono sapere. E il colmo è che i mercati, all’indomani della pronuncia della Corte tedesca, hanno festeggiato.
 

Euro? Tranquilli.

Crisi dell’Euro: non vorremo dimenticarcene, vero? Se la settimana scorsa è stata importante, quella partita oggi potrebbe essere decisiva. Mercoledì ci saranno le elezioni in Olanda e la sentenza della Corte Costituzionale tedesca sulla legittimità dell’Esm, il fondo permanente di soccorso ai Paesi in difficoltà della zona Euro. Giovedì si concluderà la riunione del Fomc, l’organo della Federal Reserve americana che decide in materia di politica monetaria: il governatore dovrebbe annunciare un terzo programma di acquisto di bond in grado di stimolare l’economia. E venerdì 14 settembre ci sarà l’Eurogruppo, dove la Spagna potrebbe romper gli indugi e presentare la sua richiesta formale di assistenza finanziaria.

In Olanda, grazie ai successi nei dibattiti in tv del suo leader, Diedrick Samson, il moribondo Partito Luburista olandese (PvdA) è passato in cima nei sondaggi: il PvdA sta conducendo una campagna elettorale improntata al convinto sostegno all’integrazione europea. Il nemico giurato dell’Europa, il Partito della Libertà (ricorda qualcosa?), sta invece andando male e sembra addirittura tagliato fuori dalla possibilità di essere il perno della coalizione che guiderà il Paese. In perdita anche i socialisti radicali di SP, una formazione che ha posizioni antagoniste simili a quelle espresse in Grecia da Syriza.

Sul pronunciamento dei giudici costituzionali tedeschi c’è un generale ottimismo: un ipotetico verdetto contro il meccanismo di stabilità finanziaria sembra scongiurato, visto che una decisione del genere provocherebbe sui mercati finanziari una mezza catastrofe. La settimana scorsa Reuters ha interpellato in merito 20 giuristi di importanti università della Germania, e nessuno ha detto di aspettarsi una bocciatura dell’Esm. Dodici fra gli esperti interpellati ritengono che la sentenza di via libera sarà integrata con prescrizioni in grado di limitare l’operatività dei governi e dei parlamenti in tema di salvataggio di altri Paesi europei.

In Usa, giovedì il capo della Fed Ben Bernanke annuncerà il QE3 (Quantitative Easing), il terzo intervento non convenzionale di sostegno al ciclo economico. Il dato sui nuovi occupati di agosto, in calo da luglio e peggiore del previsto, ha rafforzato le aspettative in tal senso: anche le istituzioni più scettiche, come Goldman Sachs, hanno ammesso che ormai le probabilità di QE3 “hanno superato il 50%”. Il broker ha cambiato le sue stime sui termini dell’operazione e ora si aspetta che la Fed annunci un piano di acquisto da 50 miliardi di dollari al mese per un tempo indefinito, mentre il capo economista di JP Morgan stima un piano da 300 miliardi di dollari da spalmare tra questo settembre e gennaio 2013.

 

Perché loro sì e gli altri no?


Sofia di Grecia e Juan Carlos di Spagna


Come abbiamo visto, per la crisi delle banche in Spagna è stato concordato un piano di salvataggio che prevede, in sostanza, l’esborso di circa 100 miliardi di euro da parte del Fondo salva-stati ESFS a favore di un organismo pubblico spagnolo, il quale potrà intervenire per salvare la quantità di banche locali che stanno boccheggiando.

Questa soluzione, in realtà, è un modo per aggirare i trattati europei, così da non umiliare lo Stato in difficoltà e far credere che “tecnicamente” non venga salvato. Di fatto, la Spagna ha avuto un trattamento che la Grecia si sarebbe potuto solo sognare. In pratica, il prestito verrà erogato senza chiedere in cambio quasi nulla, se non una generica riforma del sistema creditizio. Mentre ai greci è stato imposto un regime di lacrime e sangue (torna alla mente lo spezzeremo le reni alla Grecia di mussoliniana memoria) che durerà ancora, come condizione per ottenere le successive tranches del prestito, con gli spagnoli si è usato il guanto di velluto. Anche la proroga di un anno sul fiscal compact accordata alla Spagna non è stata affatto messa in discussione.

Ci si chiede perché la Germania abbia accettato così di buon grado questo salvataggio spagnolo, sorvolando sui principi di rigore. Forse una risposta viene suggerita dai dati sull’esposizione delle banche tedesche al sistema spagnolo, che ammonta a circa 78 miliardi di euro (53 verso le banche e quasi 25 verso il debito pubblico statale): in una situazione del genere, è preferibile versare una trentina di  miliardi al fondo ESFS, che un giorno dovrebbero essere rimborsati, piuttosto che rischiare il tracollo delle proprie banche e dover salvare pure quelle.
L’Italia, invece, ha un’esposizione complessiva verso le banche e lo Stato spagnolo per “soli” 11,6 miliardi, quindi sarebbe quasi al sicuro; ma dovrà versare per questa operazione di salvataggio circa 20 miliardi al fondo ESFS, vanificando praticamente il gettito della nuova imposta IMU. Quindi, o si dovrà fare un’altra manovra, oppure non riusciremo a raggiungere i famosi obiettivi del pareggio di bilancio. Il risultato di tutta la faccenda è che, mentre la Germania paga metà del suo rischio, noi paghiamo il doppio del nostro.

Questa manovra salva-Spagna, dunque, è un ulteriore intervento-toppa che fa pagare alla collettività gli errori di banchieri megalomani che perseguono il profitto sopra ogni cosa, anche sulla pelle delle persone. Ed essere intervenuti – anche stavolta – all’ultimo momento renderà più caro il prezzo che pagheranno i cittadini. Sempre in attesa, naturalmente, che arrivi la resa dei conti.

 

Ah, sì? (6)

Due Parole sul famigerato Spread. Questo differenziale fra i tassi pagati dai titoli di Stato in Europa è un ottimo indicatore quando si vuole mettere a confronto un’economia stabile e forte con un’altra più precaria e instabile; ma se le due economie fanno parte di un sistema comune che ha un alto rischio sistemico (in quanto le sue economie sono tutte correlate), lo spread come indicatore della stabilità di uno Stato perde di validità. Ebbene, tanto per cominciare, corre voce che la situazione italiana sia al momento più salutare di quella di Francia e Germania, le quali sono parecchio più esposte sul mercato bancario. Poi, si è parlato moltissimo della situazione italiana, mentre non si parla di Gran Bretagna e di Cina, ad esempio. La Gran Bretagna è strettamente legata alla Royal Bank of Scotland (RBS) la quale, a sua volta, è legata alla Grecia. Poco tempo fa venne dimostrato, in base ad uno “stress test” simulato, che un ipotetico taglio sul debito greco avrebbe costretto RBS a una ricapitalizzazione di 12 miliardi di euro, seguita immediatamente dalla tedesca Deutsche Bank e dalla francese Societé Generale. E quanto alla Cina, la sua produzione sta rallentando e i consumi interni non riescono a ripartire, vista la pessima distribuzione della ricchezza e un’inflazione — combattuta a suon di taglio dei tassi d’interesse — che non favorisce le esportazioni; in più, è in agguato una vera e propria “bolla immobiliare” pronta a scoppiare, con effetti tutti da vedere. Tanto per essere chiari.

Ah, sì? (5)

Tanto per essere chiari, mentre il premier francese Sarkozy fa appello ad Angela Merkel affinché accetti di varare i cosiddetti Eurobonds, garantiti da tutti i paesi dell’eurozona, che servirebbero per finanziare a tassi normali i paesi più in difficoltà, la teutonica risponde che le altre proposte collaterali potrebbero vederla favorevole, ma quella lì non è da prendere in considerazione. Concetti già ribaditi altre volte e da cui non sembra volersi spostare. E questo è strano, perché non sarebbe così conveniente per la Germania spingere l’Italia al default, visto che questa eventualità farebbe saltare le banche di tutta Europa; così, quelle – per ora — garanzie che i tedeschi non vogliono impegnare diventerebbero risorse da cacciar fuori realmente per salvare le loro banche e per fronteggiare la terribile depressione che il default genererebbe. Abbiamo visto che le misure prese al momento giusto costano assai meno di quelle prese in ritardo e di corsa, come insegna l’esperienza greca: se si fosse affrontato quel salvataggio subito, invece di tergiversare (come stanno facendo ora), la faccenda sarebbe stata molto meno onerosa. In più, questa bufera finanziaria e la conseguente fuga degli investitori verso i porti più sicuri hanno fatto calare i tassi che paga la Germania per finanziare i suoi titoli di Stato e aumentare invece quelli che pagano tutti gli altri. Risultato: due anni fa la Germania pagava il 3,2%, la Francia il 3,5% e l’Italia il 3,9% di interessi; oggi la Germania paga l’1,9%, la Francia sempre il 3,5% e l’Italia il 7,2%. Ci sembra sensato? Queste differenze significano un risparmio di alcune decine di miliardi per la Germania e un aggravio di parecchie decine di miliardi per noi. È quindi evidente che siamo stati noi italiani ad aiutare i tedeschi, e loro vogliono che le cose restino così per poterne approfittare. Le misure tanto pesanti che l’Italia dovrà adottare faranno sì che nel 2012 avremo un consistente avanzo primario e nel 2013 addirittura il pareggio di bilancio, con un debito che non potrà più salire; e tutto questo al prezzo di una pesante recessione che è già iniziata. I tedeschi, invece, hanno un disavanzo che per il 2012 è previsto in crescita e non prevedono di raggiungere nessun pareggio di bilancio. Qualche provvedimento dovrebbero prenderlo anche loro, dunque, tanto per essere chiari.

Ah, si?

Tanto per essere chiari, non era vero che la crisi “era finita” e che noi “ne eravamo usciti meglio di altri”. Secondo gli specialisti, i nostri conti non erano affatto “in ordine” o “in sicurezza”, come ha sempre dichiarato il ministro dell’Economia. Con un rapporto fra debito pubblico e PIL (prodotto interno lordo) pari al 120%, i nostri conti non sono affatto a posto. E non si può dire di aver operato bene, se dal 2007 al 2011 questo rapporto da noi è passato dal 108% al 120%, anche se in Germania è passato dal 60% all’87% e negli USA dal 68% al 100%. Il fatto che il debito sia cresciuto anche da loro non può farci star meglio, poiché lì oggi sta pesando una situazione che prima era sostenibile, mentre da noi è divenuta insostenibile una situazione che era già critica.
Di fatto, Germania e USA sono due colossi che continuano a raccogliere la fiducia degli investitori mondiali: se anche loro, per tentare (non si sa quanto efficacemente) di stimolare l’economia e di salvare le banche dal fallimento, hanno aumentato enormemente le loro emissioni di titoli pubblici, ciò non toglie che molti investitori hanno preferito disfarsi dei titoli dei Paesi che non hanno la credibilità di questi due colossi, provocando sul mercato una dura “selezione naturale” degli emittenti, nonché il decollo dei tassi d’interesse a carico di quelli (come noi) ritenuti “più rischiosi”. Il mercato, si sa, non guarda in faccia a nessuno. Tanto per essere chiari.

Simone Weil e il precariato

Nell’agosto 1932 la filosofa Simone Weil – allora ventitreenne – soggiornò per un mese in Germania, soprattutto a Berlino, a pensione in una casa operaia. Il suo intento era l’osservazione partecipata dei fatti tedeschi, da cui nascerà la lucidità profetica del suo affresco sulla Germania alle soglie del potere hitleriano. I passi che seguono, raccolti negli Ecrits historiques et politiques, descrivono in maniera visionaria ciò che sembra poter accadere oggi, come effetto della crisi economica e della piaga sociale del precariato.
Penso che pochi autori, come Simone Weil, possano qualificarsi “sempre attuali” in modo così definitivo.

Ex ingegneri arrivano a consumare un pasto freddo al giorno, noleggiando sedie nei giardini pubblici; vecchi in colletto di celluloide e bombetta tendono la mano all’uscita della metropolitana, o cantano con voce rotta per le strade…
Studenti abbandonano gli studi e vendono per strada fiammiferi, noccioline, stringhe; i loro compagni fin qui più fortunati sanno che, data la scarsa possibilità di ottenere un posto alla fine degli studi, possono da un giorno all’altro finir così. In quanto a… sposarsi, avere dei bambini, la maggioranza dei giovani tedeschi non può nemmeno pensarci.
Chi è disoccupato e vive in famiglia, con un padre o una madre, un marito o una moglie che lavorino, non ha diritto a sussidio. Lo stesso avviene per un disoccupato sotto ai vent’anni. Tale dipendenza… inasprisce i rapporti…; spesso, resa insopportabile dai rimproveri dei genitori… caccia i giovani dalla casa paterna, li spinge al vagabondaggio, alla mendicità, talvolta al suicidio.

È superfluo osservare che, spesso, è da condizioni socio-economiche come queste che nascono le dittature.