DetFic 25: il Sergente Cuff e la detection

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Nella prima parte de La pietra di luna, due sono i detectives che si alternano a casa Verinder per condurre le indagini: il Sovrintendente Seegrave e il Sergente Cuff. Qui si possono riscontrare diversi tipi di atteggiamenti.
Il primo è quello del Sovrintendente Seegrave, che rappresenta il tipico esponente delle forze di polizia, fin dall’inizio destinato allo scacco. Egli si presenta come un uomo molto competente, ma ben presto, dopo essere giunto a qualche conclusione esatta, si arena nelle secche del mistero. Quel che si riesce a stabilire in questa prima indagine è che il furto è stato commesso da qualcuno che si trovava dentro casa, poiché era impossibile per quegli indiani o per altri malviventi accedervi dall’esterno, in quanto i cani erano liberi nel giardino e non si sono riscontrate impronte o altri segni di scasso. Si propone qui una situazione – simile a quella della camera chiusa – che avrà grande fortuna nel poliziesco: quella della casa o del luogo isolato in cui si trova un gruppo di sospetti, fra i quali dev’esserci il colpevole.

A ogni modo, Seegrave finisce per trascurare quello che si rivelerà l’indizio fondamentale, cioè la macchia che s’è prodotta nella decorazione eseguita sulla porta del salottino. Secondo Seegrave, a causare la macchia è stata qualche cameriera che ha sfiorato la porta dopo la scoperta del furto, mentre invece il sergente Cuff capirà subito che la macchia indica in realtà il passaggio di qualcuno nella notte del furto, probabilmente il ladro stesso, poiché la mattina dopo il colore della porta doveva già essere asciutto.

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Da bravo detective, Cuff sa che la chiave d’accesso alla verità risiede spesso nei dettagli, e afferma: «In tutta la mia esperienza lungo le sporche strade di questo sporco piccolo mondo, non ho mai incontrato nulla che fosse un’inezia». Proprio in obbedienza a questo principio, Cuff non trascura il dettaglio della macchia sulla porta e fa di tutto per scoprire se in casa sia stato nascosto un vestito o una camicia da notte macchiata, o se qualcosa manchi dall’elenco della biancheria.

Disgraziatamente, nel seguire questo indizio, Cuff sarà portato a sospettare delle persone giuste per i motivi sbagliati. In altre parole, Cuff capisce che al centro del mistero si trovano Rachel e Rosanna, i cui movimenti e atteggiamenti sono talvolta inspiegabili o sospetti, ma nel ricostruire i fatti si lascia guidare dalla convinzione errata che Rachel sia indebitata e che la cameriera l’abbia aiutata, grazie al suo passato criminale, a vendere il gioiello a un ricettatore. In particolare, Cuff è convinto che, dopo aver sottratto il gioiello dal salotto per conto di Rachel, Rosanna si sia resa conto d’aver macchiato la camicia da notte e, fingendosi malata, sia corsa in paese a comperare nuova stoffa per cucirsene una identica all’altra.

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Il detective rinunciatario

Comunque sia, Cuff deve rinunciare al caso perché ha accusato del crimine la figlia della padrona di casa. La ragazza rifiuta di spiegare la sua condotta e quindi è soggetta a legittimi sospetti; eppure, Cuff si sbaglia.

Mentre in molta narrativa poliziesca la ragione del detective – sensibile ai dettagli, capace d’introspezione psicologica, dotata di spirito logico – riesce a penetrare il mistero, qui Cuff fallisce. Contro la sua versione dei fatti si schiera la fiducia intuitiva che personaggi come Lady Verinder, Mr. Betteredge e sua figlia Penelope hanno in Rachel e Rosanna.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAParadossalmente, qui la ragione diventa qualcosa dai cui attacchi ci si deve difendere, per non cadere nell’errore. Alla ragione si oppongono il sentimento, la lealtà, l’istinto. In più, alle indagini di Seegrave e Cuff si oppongono le indagini dei tre bramini indiani che inseguono il diamante, i quali non usano la razionalità occidentale, ma la chiaroveggenza. Addirittura, nel seguito del romanzo, i bramini riusciranno con questo sistema a seguire gli spostamenti della pietra e a rientrarne in possesso. Dunque, in The Moonstone convivono due sistemi di valori: uno occidentale, fondato sui presupposti della ragione, e uno orientale, legato a una visione mistica del mondo.


Indagini multiple

Ai quattro livelli d’indagine individuati nella prima parte del romanzo, se ne aggiungono altri tre nella seconda parte. Una è l’indagine per eccellenza: quella di stampo psicologico che viene condotta dal medico Ezra Jennings attraverso l’ipnotismo, un’indagine che scava nell’interiorità dell’uomo, oltre il suo livello cosciente, e che anticipa l’avvento della psicanalisi. Le altre due, invece, sono quelle di Mr. Franklin e di Mr. Bruff.

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In particolare, la ricerca di Franklin rimanda direttamente alla vicenda di Edipo: colui che ha avviato la macchina investigativa, in quanto ha convocato il sergente Cuff da Londra per cercare la verità, è anche l’individuo che inconsapevolmente ha causato tanta confusione e dolore intorno a sé. E, come Edipo interroga ripetutamente l’indovino Tiresia, senza capire la verità che questi gli dice con parole ambigue, finché non cade il velo che ha davanti agli occhi, così anche Franklin nel corso della vicenda ripenserà alle parole pronunciate da Rachel e Rosanna nei giorni successivi al furto, e scoprirà che entrambe hanno tentato di dirgli la verità.

Per finire, la ricerca di Mr. Bruff, che viene perseguita nell’ultima parte: l’avvocato ritiene che l’unico modo per incastrare il colpevole sia aspettare che, allo scadere di un anno dal deposito in banca del diamante, incontri Mr. Luker per rientrarne in possesso. A quel punto, rientra in scena lo stesso Cuff che, informato degli sviluppi dell’indagine, ammette apertamente di aver commesso uno sbaglio. L’autore, tuttavia, gli concede di prodursi in un numero teatrale: per provare le sue doti di detective, Cuff consegna a Franklin una lettera contenente il nome del colpevole, invitandolo ad aprirla solo quando ne avranno accertata l’identità.


Wilkie Collins grande precursore

Tralasciamo le altre sfaccettature del romanzo, che sono numerose: da quella melodrammatica a quella dell’identità a quella dell’imperialismo britannico. Fra i tanti meriti, a Collins va riconosciuto quello di aver inaugurato la regola del fair play nei confronti del lettore, inserendo nei primi capitoli del romanzo tutti gli indizi necessari alla spiegazione dell’enigma. Inoltre, egli ha concepito l’idea di scegliere il colpevole fra le persone meno sospette e, infine, ha dato prova di grande accuratezza nei particolari di ordine medico, legale e di procedura poliziesca.

(3 – fine)

DetFic 24: La Pietra di Luna e il Sergente Cuff

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La “Pietra di luna” è un favoloso diamante sacro appartenente a una setta indiana di Seringapatam, predato nel 1799 dal malvagio colonnello inglese John Herncastle, che ha trucidato i tre bramini che lo custodivano. Sul diamante – ovviamente – pesa una maledizione, e quando Herncastle torna in patria, tutti lo sfuggono, a partire dai suoi familiari, ben consapevoli delle sue malefatte. Dopo quasi mezzo secolo, nel 1848, il colonnello muore e lascia in eredità il diamante alla nipote Rachel Verinder, figlia di sua sorella Julia. Siccome i legami con la famiglia erano interrotti da decenni, Lady Julia non tarda a interpretare il gesto – donare un diamante maledetto! – come una vendetta del malvagio colonnello.

Al cugino della ragazza, Franklin Blake, spetta il compito di portare il diamante – la Pietra di luna – a Rachel in occasione del suo compleanno. Quando si reca nella casa di campagna dei Verinder, nello Yorkshire, il suo arrivo è preceduto da quello di tre indiani, che in compagnia d’un bambino compiono strani riti per seguire i movimenti di Franklin e del diamante. Dopo la riunione degli invitati e la cena di compleanno, a cui partecipa anche un altro cugino di Rachel, Godfrey Ablewhite, gli indiani si presentano nel giardino di casa fingendosi giocolieri, ma un viaggiatore che conosce bene l’India individua in essi tre bramini che cercano di riportare in patria la pietra sacra.

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Ed ecco il colpo di scena: la mattina dopo, il diamante è scomparso. Dunque viene chiamata a investigare la polizia locale, nella persona del Sovrintendente Seegrave, il quale fa perquisire la casa e tutti i presenti (tranne Rachel, che misteriosamente si rifiuta), ma senza alcun risultato. Di fronte all’insuccesso della polizia locale, Franklin Blake fa quindi venire da Londra il sergente Cuff, celebre investigatore di Scotland Yard.

Il diamante è stato portato via dal boudoir di Rachel, dov’era racchiuso in un mobiletto. A fornire un indizio al sergente è la porta del locale, che Rachel e Franklin avevano dipinto insieme nei giorni precedenti il furto, mentre tra loro nasceva una storia d’amore. La porta reca una macchia sulla vernice, che il sergente conclude sia stata prodotta dal ladro che di notte ha portato via la pietra. Comincia dunque l’affannosa ricerca d’un capo di vestiario che porti una macchia di vernice, ma senza risultati. Siccome Rachel rifiuta di lasciar ispezionare il proprio guardaroba, mostrandosi apertamente ostile, Cuff conclude che il diamante non sia stato davvero rubato e che la ragazza l’abbia nascosto con l’idea di venderlo per pagare qualche debito che ha contratto, magari con un gioielliere, come spesso accade alle giovani aristocratiche. Secondo Cuff, ad aiutare Rachel è stata Rosanna Spearman, una cameriera con un passato di ladra, che nei giorni successivi al furto ha avuto un comportamento strano, fingendosi malata, mentre in realtà usciva di casa per motivi imprecisati. Il crescendo di tensione che l’indagine provoca in casa Verinder culmina proprio col suicidio di Rosanna, che si toglie la vita perché innamorata di Blake, che a sua volta è innamorato della cugina Rachel.

books_moonstone_cuff2Il sergente Cuff comunica a lady Julia la versione dei fatti di cui è convinto, cioè che il diamante è in possesso di Rachel; ma quando lady Julia interroga di persona la figlia, questa nega di averlo, e anche solo d’aver parlato con Rosanna dopo il furto della pietra. A Lady Julia, quindi, non resta che pagare Cuff, che aveva ingaggiato privatamente, con un lauto assegno e chiedergli di abbandonare il caso, che così rimane irrisolto.

La presenza del diamante maledetto ha gettato la famiglia nella disperazione. Rosanna Spearman si è suicidata, mentre Rachel, che in un primo tempo ricambiava l’amore di Franklin Blake, dopo il furto si rifiuta di vederlo e a solo sentire il suo nome viene colta da attacchi d’isteria.

Rachel abbandona la campagna per recarsi con la madre a Londra, dove Lady Julia spera di procurare alla figlia sufficienti distrazioni perché dimentichi la brutta avventura. Dal canto suo, Blake parte per un lungo viaggio in Europa per dimenticare le sue pene d’amore. Nel finale di questa prima parte, al narratore Mr. Betteredge giunge notizia che Rosanna, prima di uccidersi, ha lasciato a un’amica una lettera indirizzata a Mr. Franklin in cui potrebbe essere contenuta la chiave del mistero; ma la ragazza che ne è in possesso si rifiuta di consegnare la lettera a persone diverse da Mr. Franklin, a cui è indirizzata.

(2 – continua)

DetFic 23: Wilkie Collins e La Pietra di Luna

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Il vero padre del detective novel inglese è uno scrittore cresciuto alla scuola di Charles Dickens: William Wilkie Collins (1824-1889), autore molto popolare e molto prolifico di grandi romanzi vittoriani. L’amicizia fra Collins e Dickens – nata dall’interesse comune per il teatro, ma cresciuta anche grazie alla loro passione per l’editoria, i viaggi in Francia e in Italia, gli ideali radicali e i bordelli londinesi – fu feconda per entrambi.

Nel 1856, Wilkie Collins si trova a scrivere per la rivista Household Words una serie di articoli a sfondo poliziesco, traendone i temi dai casi giudiziari raccolti nel Recueil des causes célèbres (1807-1814) di Maurice Mejean, un libro che aveva acquistato in Francia durante uno dei suoi viaggi sul continente in compagnia di Charles Dickens. E sempre al Recueil è ispirato uno dei suoi grandi successi, La signora in bianco (The Woman in White, 1859-60), un complicato romanzo con forti influssi balzachiani.

Ma il capolavoro di Wilkie Collins resta La pietra di luna (The Moonstone), ispirato al caso mai risolto di Constance Kent, ovvero il celebre “delitto della casa di campagna”, pubblicato nel 1868, prima a puntate su All The Year Round, il giornale diretto da Dickens, e poi in tre volumi.

The_Moonstone_1st_edMolti hanno giudicato La pietra di luna il più bel romanzo poliziesco di tutti i tempi, e il poeta T.S. Eliot ha scritto che «tutto quello che c’è di buono e di efficace nella narrativa poliziesca moderna lo si può già trovare nella Pietra di luna. Gli autori più recenti hanno introdotto l’uso delle impronte digitali e di bagattelle dello stesso genere, ma in sostanza non hanno realizzato alcun progresso rispetto alla personalità o ai metodi del sergente Cuff. Cuff è il poliziotto perfetto. I nostri poliziotti moderni sono il più delle volte delle macchine efficienti ma anonime, che si dimenticano nel momento stesso in cui si chiude il libro, o hanno troppe caratteristiche come Sherlock Holmes. Costui è talmente sovraccarico di capacità, di meriti e di peculiarità da diventare una figura quasi statica: ci viene descritto, anziché esserci rivelato, attraverso le sue azioni. Il sergente Cuff è invece una personalità reale e attraente, ed è brillante senza essere infallibile».

Per incatenare il pubblico alle pagine, Collins sfrutta sia l’aspetto umoristico della vicenda narrata, sia quello patetico-sentimentale, sia quello più strettamente poliziesco, cioè la suspense, l’attesa vigile dei lettori, desiderosi che i misteri della storia siano svelati uno dopo l’altro.

Per ottenere nei lettori questo triplice coinvolgimento, Collins elabora una particolare tecnica narrativa: egli affida il resoconto dei fatti non a un solo narratore, ma a tutti i protagonisti, che si alternano uno dopo l’altro come se fossero testimoni chiamati a deporre. Siccome i vari narratori possono raccontare solo i fatti a cui hanno partecipato o assistito in prima persona, l’autore gioca sul punto di vista limitato, che gli consente di mantenere nel testo un gran numero di lacune narrative, che verranno riempite da qualche altro personaggio nel prosieguo del racconto. Inoltre, il fatto di affidare la voce narrante a personaggi particolarmente eccentrici consente a Collins di ottenere straordinari effetti di comicità, come accade col maggiordomo Betteredge, che è il primo ad assumere il ruolo di narratore, e con Miss Clack.

(1 – continua)

DetFic 22: Charles Dickens e Il mistero di Edwin Drood

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«Dov’è mio nipote?» urlò Mr. Jasper.
«Dov’è vostro nipote?» replicò Neville. «Perché me lo chiedete?»
«Perché voi siete l’ultimo ad averlo incontrato, e lui è sparito.»


Il giovane e facoltoso Edwin Drood, prossimo alle nozze con Rosa, sparisce in circostanze misteriose. Lo zio Jasper, anch’egli innamorato della ragazza, comincia a indagare: Edwin Drood è stato assassinato?
È intorno a questo interrogativo che si sviluppa il romanzo Il mistero di Edwin Drood , complicando quella che, solo in apparenza, risulta essere una trama gialla fra le più classiche.

Ben presto, infatti, la vicenda si infittisce di intrecci, le pagine si affollano di personaggi equivoci, di situazioni e luoghi che hanno il gusto dell’esotico e in cui aleggia una coltre di fumo d’oppio. Il lettore viene coinvolto in un complicato gioco intellettuale, raccontato da Dickens con uno stile inedito, in cui però non mancano l’eccezionale capacità di affabulazione e la resa realistica dei ritratti umani e delle descrizioni di alcuni personaggi minori (come il venditore all’incanto e sindaco Mr. Sapsea, il filantropo Mr. Honeythunder, il cupo muratore Durdles e il suo aiutante “Deputy”).
Ma l’enigma, a causa della morte di Charles Dickens a metà dell’opera, l’8 giugno 1870, rimase insoluto.

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Tante furono le congetture sui possibili sviluppi dell’incompiuto The Mystery of Edwin Drood. Tutto fa pensare che le preoccupazioni maggiori di Dickens fossero l’efficacia dell’ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi, in particolare del protagonista-criminale Jasper. Ricca doveva esserne la galleria: da Mr. Grewgious, avvocato eccellente ed eccentrico, e Miss Twinkleton, sorvegliante del Seminario delle Signorine, allo scalpellino ubriacone Durdles e all’irriverente Deputy, addetto alle camere ammobiliate. La promessa di matrimonio fra Edwin Drood e Rosa è alla base dello svolgimento dell’azione, e ogni personaggio e avvenimento paiono prendere spunto da essa. Ma al centro della cittadina di Cloisterham – e dello stesso romanzo – c’è la cattedrale, simbolo solenne del contrasto tra la vita e la morte e tra il bene e il male.

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La cattedrale fornisce anche lo sfondo ideale per un’atmosfera paurosa ricca di segreti: è il luogo dove nessuno si azzarda a passare di notte, perché «un minaccioso silenzio di tomba pervade l’antico edificio, il chiostro, il sagrato», in cui i cittadini sentono l’istintiva repulsione per la polvere che ha ospitato il soffio della vita, e dove si possono fare brutti incontri.

La morte di Dickens diede luogo a molte supposizioni sul suo seguito e a diversi tentativi di continuazione. Le questioni più dibattute furono se Edwin Drood sarebbe morto oppure no, l’innocenza o la colpevolezza di Jasper, in che modo il crimine si sarebbe consumato, le vie attraverso cui Jasper – se colpevole – sarebbe stato trascinato in giudizio, oltre all’incognita della reale identità di Datchery, e l’eventualità di un collegamento fra Jasper e Princess Puffer.

Le due scene ambientate nella fumeria d’oppio hanno contribuito ad alimentare l’atmosfera di mistero che pervade il libro, spingendo alcuni a supporre che il malvagio Jasper fosse destinato a commettere il suo delitto in preda agli effetti della droga. Ciò richiama un parallelo con La pietra di luna, dove allo stesso modo Franklin Blake si macchia inconsapevolmente di un crimine, seppur minore; ma, mentre il personaggio di Wilkie Collins non è cosciente di aver assunto l’oppio, Jasper lo fa deliberatamente, come reazione alle proprie frustrazioni.

Sembra comunque certo che nelle intenzioni di Dickens un nipote doveva essere assassinato dallo zio, e alla fine il colpevole si sarebbe ritrovato in una cella a rivivere l’intero corso delle sue malefatte in una sorta di straniamento, come se la vittima delle tentazioni malvagie fosse stata un’altra persona.
La scoperta dell’assassino, naturalmente, si sarebbe avuta verso la conclusione della storia, grazie a un anello d’oro sopravvissuto all’azione corrosiva della calce in cui era stato gettato il corpo.

4521035_0Tanti provarono a trovare la risposta agli interrogativi, lungo tutto un secolo. In Italia vi si cimentarono Fruttero e Lucentini, con La verità sul caso D. (Einaudi 1989); ma la più famosa prosecuzione del romanzo, definita la più convincente e definitiva, è quella di Leon Garfield, uno studioso e narratore inglese, che ha reso un quadro aderente alla cultura, allo stile, al mondo fantastico di Dickens. Questa versione “completa” de Il mistero di Edwin Drood (di 510 pagine) è stata pubblicata in Italia da Bompiani nel 2001.

DetFic 21: Charles Dickens e i detectives

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I due romanzi di Dickens in cui l’elemento poliziesco è più evidente sono Bleak House (Casa desolata, 1852-1853) e The Mystery of Edwin Drood (Il mistero di Edwin Drood, 1870).

Bleak House è uno dei romanzi più lunghi e complessi di Dickens, che si propone di dimostrare, fra le altre cose, quanti danni possono derivare dall’interminabile trascinarsi delle cause giudiziarie, il cui unico vero scopo sembra quello di rimpinguare le tasche degli avvocati.

Ecco l’inizio del romanzo.

Londra. Sessione autunnale da poco conclusa e il Lord Cancelliere tiene udienza a Lincoln’s Inn Hall. Implacabile clima di Novembre. Tanto fango nelle vie… fumo che scende dai comignoli come una soffice acquerugiola nera con fiocchi di fuliggine grandi come fiocchi di neve vestiti a lutto, si potrebbe immaginare, per la morte del sole. Cani che si distinguono appena nella mota… Nebbia ovunque… Jarndyce contro Jarndyce si trascina da anni. Questo processo spauracchio è diventato col tempo così complicato che nessuno sa più cosa significhi. Innumerevoli bambini sono nati nel corso della causa… innumerevoli giovani si sono sposati, innumerevoli vecchi sono morti… Il piccolo attore o convenuto, al quale fu promesso un cavallo a dondolo, quando si fosse conclusa la causa Jarndyce contro Jarndyce è cresciuto, è diventato padrone di un cavallo vero e se ne è andato al galoppo all’altro mondo.

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La trama è ingegnosa e piena d’inventiva, con molte storie parallele che s’intersecano e s’intrecciano per effetto del caso o del destino. La giovane Esther Summerson, personaggio principale e a tratti narratrice, è orfana. Allevata severamente dalla madrina, viene presa sotto la protezione di un personaggio delizioso e vagamente eccentrico, John Jarndyce, divenuto padrone di Casa Desolata e coinvolto suo malgrado nella celebre causa («un processo che è in se stesso un monumento all’attività della corte», secondo l’avvocato Kenge detto “il Conversatore”), di cui però non vuol sapere nulla.

A lui il tribunale affida due giovani pupilli della corte, due lontani cugini, orfani di qualche defunto attore della causa: Ada – di cui Esther sarà la compagna e l’amica – e Richard, che sposerà Ada, ma sarà via via travolto dal gorgo di Jarndyce contro Jarndyce. Nelle vicinanze di Casa Desolata, nel piovosissimo Lincolnshire, troviamo Chesney Wold, l’antica dimora della famiglia Dedlock, dove Sir Leicester vive con la splendida moglie, assai più giovane di lui e perpetuamente annoiata. Le vicende di Casa Desolata e di Chesney Wold verranno gradualmente intrecciandosi in un moltiplicarsi di situazioni e personaggi, che trovano i loro sbocchi in una Londra che contrappone il quartiere degli avvocati, Lincoln’s Inn Fields o Chancery Lane, alla desolazione totale della viuzza squallida e decrepita chiamata Tom all Alone’s.

Al centro del romanzo Bleak House c’è il denaro, il vortice terribile creato dall’attrazione per il denaro, e la causa Jarndyce contro Jarndyce è la ruota che fa girare il tutto, che fa incontrare e separare i personaggi e ne intreccia le vicende. Ma ci vorranno ottocento pagine perché la causa arrivi a conclusione per auto-esaurimento, dopo aver assorbito l’intero patrimonio degli attori.

Nel frattempo, Chesney Wold sembra celare un enigma: l’altera Lady Dedlock, spinta da un’irresistibile noia, si sposta continuamente a Londra e a Parigi e anche lei sembra nascondere uno sconvolgente segreto. L’oscuro copista che si cela sotto il nome di Nemo viene trovato morto nel suo stambugio londinese per eccesso di oppio, e il suo padrone di casa, lo straccivendolo alcolizzato Krook, muore sorprendentemente di autocombustione dopo avergli sottratto un misterioso pacco di vecchie lettere d’amore. Sorte simile tocca all’avvocato Tulkinghorn, «l’intendente dei misteri legali, il cantiniere della cantina legale dei Dedlock», che viene inopinatamente ucciso da un colpo di pistola sotto il soffitto affrescato del suo studio: il mistero della sua morte fa entrare in scena, in uno dei punti culminanti del romanzo, il detective Bucket, che assume un ruolo crescente dipanando gli enigmi che si sono accumulati.

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L’ISPETTORE BUCKET

Nei capitoli finali, la vicenda prende il tono di un rebus poliziesco. L’apparizione della figura dell’ispettore Bucket di Scotland Yard, «robusto, dallo sguardo intento e dalla vista acuta», segna un inedito punto di svolta per la letteratura inglese dell’epoca: un autentico funzionario di polizia chiamato a risolvere un autentico mistero, un caso d’omicidio la cui soluzione è raggiunta con brillantezza e logica degne degli investigatori più famosi.

Quando l’ispettore si presenta per arrestare il colpevole, tutti i sospetti s’incentrano su Lady Dedlock, ma il detective smaschera un’altra persona, che odiava sia l’assassinato sia la sospettata e aveva deciso di vendicarsi uccidendo il primo e facendo ricadere la colpa sulla seconda.

L’ispettore Bucket precede di sedici anni il ben più celebre sergente Cuff, il personaggio di Wilkie Collins comunemente considerato il primo vero detective professionista della letteratura inglese. In seguito, stimolato da quell’enorme successo, Dickens cominciò a pubblicare a puntate, sulla rivista “All the Year Round”, il romanzo The Mystery of Edwin Drood (1869-70), che rimase interrotto alla sua morte e che molti cercarono di completare basandosi sugli indizi disseminati nei primi capitoli o utilizzando appunti e confidenze dello scrittore stesso.

(2 – continua)

DetFic 20: Charles Dickens

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Se in Francia il romanzo poliziesco s’innesta sul corpo del romanzo romantico, del feuilleton e delle memorie alla Vidocq, in Inghilterra incontra un terreno forse ancora più fertile, rappresentato dal romanzo “nero” o gotico.

Anche un gigante della letteratura come Charles Dickens (1812-1870) finisce per introdurre nelle sue opere temi criminali ed elementi polizieschi. Già nelle Avventure di Oliver Twist (pubblicato a puntate dal 1837 al 1839) – in cui il giovanissimo protagonista è sballottato tra un ospizio di mendicità da un lato e una benevola protezione dall’altro, con la terza alternativa di essere costretto a entrare in una delle bande criminali di Londra – c’è un notevole passaggio di detection, dato dalle indagini di Mr. Blownlow sul passato di Oliver. Il romanzo è ricco di simboli ossessionanti di frustrazione, isolamento, prigionia, e vi si trova una galleria di ritratti e una serie di quadretti acutamente incisivi. Qui compaiono i funzionari di polizia Blathers e Duff, due autentici incapaci che sono oggetto di pesante scherno da parte dello scrittore.

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Temi gialli emergono anche in Barnaby Rudge (1839-1841), uno dei due romanzi a sfondo storico di Dickens (l’altro è A Tale of Two Cities), incentrato sui Gordon Riots, le rivolte antipapali del 1780, in cui l’elemento melodrammatico viene disciplinato in una trama cupa con risvolti tragici. Il romanzo racconta dell’omicidio di Reuben Haredale, il cui fratello cattolico Geoffrey si allea col malvagio Sir John Chester, a dispetto dell’odio reciproco, allo scopo di impedire il matrimonio fra la nipote del primo e il figlio del secondo.

Durante i Gordon Riots, la casa di Haredale viene data alle fiamme e la nipote Emma è rapita; il figlio di Chester riesce a ritrovare la ragazza, guadagnando così il diritto di sposarla. In seguito viene scoperto il responsabile dell’omicidio di Reuben, mentre l’arguto Barnaby Rudge, condannato alla forca, ottiene la sospensione dell’esecuzione, nonostante abbia partecipato alla rivolta.


DICKENS E L’INVESTIGATORE PRIVATO

Martin ChuzzlewitNel romanzo Martin Chuzzlewit (1843-1844) abbiamo addirittura un investigatore privato, lo stravagante Nadgett, che viene assunto da un fraudolento assicuratore per scoprire informazioni riservate sui propri clienti. Il romanzo ruota principalmente intorno alla figura di Pecksniff, un perfetto ipocrita che non ammette mai la realtà delle sue intenzioni, nemmeno con se stesso, ed è uno studio sinistramente ironico degli effetti dell’avidità sul carattere, e delle possibilità di conoscere veramente se stessi e gli altri.

È la storia di Martin, nipote del vecchio Martin Chuzzlewit, un riccone diventato misantropo a causa dell’avidità dei parenti. Il vecchio è accudito da Mary Graham, un’orfana che egli ha cresciuto e che considera sua figlia; il giovane Martin, grazie all’impegno e all’influenza positiva del suo domestico Tapley, riesce a tramutare il suo egoismo in generosità e s’innamora di Mary.  Ma il padre putativo diffida delle intenzioni del ragazzo e fa sì che venga licenziato dall’architetto presso cui è tirocinante, l’ipocrita Mr. Pecksniff.

L’andamento del romanzo è, per così dire, spezzato dal viaggio del giovane Martin in America, dove cade ammalato, parte che venne criticata negli ambienti d’oltreoceano per l’immagine approssimativa e stereotipata della vita statunitense fornita da Dickens. Poi, al ritorno del protagonista in Inghilterra, il tono comico che tratteggia i personaggi sgradevoli sfuma, per lasciare il posto a ritratti più nettamente negativi, come nel caso del criminale Jonas Chuzzlewit e di Tigg Montague.

Il nonno che riabilita il nipote, riconoscendo il suo sincero mutamento d’animo, conduce la vicenda allo scioglimento. Tre sono gli elementi essenziali del romanzo: l’intreccio Pecksniff-Jonas, che si focalizza sui guasti provocati dall’egoismo e dall’ipocrisia e sull’introspezione psicologica del criminale, inserita in una tipica trama crime-and-detection; il viaggio in America del giovane Martin e del compagno Tapley, dipinto con toni swiftianamente politico-satirici; il successivo intreccio – legato al primo – che si sviluppa intorno alla compagnia Sairey Gamp and Associates.

monthly-cover-smallNegli ultimi romanzi di Dickens compaiono spesso figure di poliziotti, per lo spazio sempre maggiore dedicato a vicende misteriose da risolvere, come il funzionario che in Our Mutual Friend (1864-1865) presidia la piccola stazione di polizia nella quale viene portato il cadavere di John Harmon, o Dick Datchery. Our Mutual Friend è la più compiuta rappresentazione che Dickens ci offre degli effetti che l’ambizione sociale e finanziaria produce sul carattere; egli raggiunge questo risultato sia attraverso l’elaborazione letteraria, sia attraverso un complesso uso di simboli. Il comico, il drammatico, il tragico e il sentimentale si fondono in un intreccio basato su una sostituzione di persona e su molte messe in scena. L’atmosfera, misteriosa e quasi poliziesca, dà vita a una brillante galleria di personaggi.


L’interesse di Dickens per gli argomenti polizieschi e per le figure dei veri poliziotti si ravviva intorno agli anni Cinquanta, quando stringe amicizia con l’ispettore Whicher di Scotland Yard, il detective coinvolto nel celebre caso di Constance Kent, che gli ispira la figura del sergente Witchem per una serie di articoli-racconti (lo stesso poliziotto che ispirerà anni dopo a Wilkie Collins il più famoso sergente Cuff).

Un altro amico di Dickens fu Charles Frederick Field (1805-74), un noto detective dell’epoca, le cui imprese vennero immortalate dallo scrittore in una lunga serie di resoconti giornalistico-narrativi di true crime fiction scritti per il periodico “Household Words”, con titoli come “On Duty with Inspector Field” o “A Detective Police Party”. Field, che aveva iniziato la sua carriera nei Bow Street Runners, nel 1846 divenne ispettore capo a Scotland Yard e nel 1852 si ritirò, seguitando a lavorare come detective privato. Egli ispirò a Dickens il personaggio dell’ispettore Bucket nel romanzo Bleak House.

(1 – continua)

DetFic 19: Émile Gaboriau

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Nella Francia dell’Ottocento, quasi tutti i grandi scrittori si cimentano nel feuilleton: da Honoré De Balzac ad Alexandre Dumas padre; ma il più grande successo di pubblico in questo genere di letteratura lo riscuote Eugéne Sue con I Misteri di Parigi (Les Mystéres de Paris, 1842-43).

Fra i principali autori di feuilleton, citiamo i due più prolifici creatori di intrighi, Paul Féval (1817-1887), che sfornò oltre 100 romanzi, e il visconte Pierre Alexis de Ponson, in arte Ponson du Terrail (1829-1871), il creatore di Rocambole, il delinquente destinato ad avere una lunga progenie di seguaci e imitatori.
Genio del male in una lunga serie di romanzi, da Les drames de Paris a Les exploits de Rocambole (1859), nel quale il terribile bandito muore col volto devastato dal vetriolo, Rocambole si trasforma in seguito in un detective votato al bene (da La Resurrection de Rocambole, 1862).

Emile_Gaboriau_BNF_GallicaMa, in realtà, il vero erede francese di Edgar Allan Poe è Emile Gaboriau (1832-1873).
Dopo una giovinezza tumultuosa, Gaboriau arriva a Parigi, diventa segretario dello scrittore Paul Féval e comincia a dedicarsi al giornalismo. Ed è proprio in occasione di un reportage per Le Pays nel quartiere della Porte d’Italie, che Gaboriau stringe amicizia con un ex-ispettore della Sureté, Tirabot, detto Tirauclair (“Mettinchiaro”), e decide di scrivere un romanzo poliziesco sul tipo di quelli di Poe, che tanto l’hanno entusiasmato nella traduzione di Baudelaire.

Nasce così L’Affare Lerouge (L’Affaire Lerouge). Pubblicato a puntate nel 1863 su Le Pays, il romanzo passa praticamente inosservato, mentre la sua riedizione su Le Soleil, due anni più tardi, riscuote un successo clamoroso.
Questa la trama. Il giovedì 6 marzo 1862, posdomani del martedì grasso, cinque donne del villaggio della Jonchére si presentavano all’ufficio di polizia di Bougival. Esse raccontarono che da due giorni nessuno aveva più visto una loro vicina, la vedova Lerouge, che abitava sola, in una casetta isolata. A lungo avevano bussato, ma inutilmente. Le finestre, come la porta, erano chiuse, quindi era stato impossibile gettare un’occhiata all’interno. Questo silenzio, questa scomparsa, le turbavano. Temendo un delitto o una disgrazia, esse chiedevano che «la Giustizia», per rassicurarle, forzasse la porta e penetrasse nella casa.

In questo primo romanzo poliziesco, Gaboriau segue molto la lezione degli Assassinii della Rue Morgue: «Tutto, nella prima stanza, denunciava con lugubre eloquenza la presenza dei malfattori. I mobili, una credenza e due grandi cassapanche, erano forzati e rovesciati. Nella seconda stanza, che serviva da camera da letto, il disordine era ancora maggiore: pareva che qualcuno, in preda alla follia, si fosse impegnato a buttare ogni cosa fuori posto. Infine, presso il caminetto, il viso nella cenere sparsa, era steso il cadavere della vedova Lerouge. Tutto un lato della faccia e dei capelli erano bruciati».

Ben tre sono i personaggi chiamati a risolvere il caso della vedova: il capo della polizia, Gevrol, funzionario ligio al dovere, tipico poliziotto di routine; l’anziano dilettante Pére Tabaret (detto Tirauclair) e, infine, in una parte minore, un giovane ispettore arrivista, Lecoq (nome che ricalca quello di Vidocq). Sarà Pére Tabaret a risolvere l’enigma della vedova Lerouge, dopo che la polizia ha fallito e ha pure arrestato un innocente.

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Nei successivi romanzi, Il dossier 113 (Le dossier 113), Il dramma d’Orcival (Le crime d’Orcival), entrambi del 1867, Monsieur Lecoq (1869) e La corda al collo (La corde au cou, 1873), l’attenzione dell’autore si sposta da Gevrol e Tabaret a Lecoq. Soprattutto a partire da Il dramma d’Orcival, la storia di un duplice misterioso omicidio avvenuto nel castello dei conti Trémorel: la polizia locale è convinta d’aver fatto piena luce sul fatto di sangue e ha arrestato i presunti colpevoli, quando da Parigi giunge Lecoq a infrangere ogni illusione.
Coi suoi metodi particolari, il detective avvia le indagini: esamina tutte le circostanze del crimine, raccoglie dettagli, individua i moventi, collega fra loro i vari personaggi e le diverse vicende; infine, trova l’uomo la cui colpevolezza giustifica tutte le circostanze, i dettagli, i dati raccolti e collegati.

Lecoq è un investigatore eccezionale, perché è paradossalmente dotato di una “mentalità criminale”, che gli permetterebbe di commettere crimini perfetti e, quindi, anche di svelarli. Ex piccolo delinquente “riconciliatosi con la legge”, prima di entrare nella polizia Lecoq ha lavorato come assistente presso un celebre astronomo, il barone Moser. Anzi, è stato proprio il barone, al quale aveva sottoposto un suo “piano perfetto” per rapinare una banca, a scoprire in lui la vocazione poliziesca: «Quando si hanno le vostre disposizioni e si è poveri, si diventa o un ladro o un celebre poliziotto. Scegliete!». Lecoq sceglie di entrare nella Sureté.

LecoqIl tratto della “mentalità criminale” non è scelto a caso da Gaboriau: esso spiega in realtà il metodo di “identificazione psicologica” con cui opera il suo personaggio. Nel corso delle indagini, Lecoq si spoglia della propria personalità, sforzandosi d’entrare nei panni e nella mentalità dell’assassino. In questo, egli è l’erede spirituale di Dupin, ma a differenza dell’eroe di Poe, Lecoq non si isola nell’astrazione. Dupin è un infallibile ragionatore, che si dedica ai particolari unicamente per la morbosa soddisfazione di constatare d’aver raggiunto conclusioni esatte. Il suo interesse è rivolto al problema “in sé”, e non ai personaggi che gli si muovono intorno.
Lecoq, al contrario, esita, segue una pista, s’accorge che non è quella giusta e ricomincia le indagini. Invece di avanzare ipotesi ardite, che la verifica dei fatti dimostrerà esatte, il detective francese esprime il proprio giudizio solo dopo aver svolto un esame minuzioso degli avvenimenti. Lecoq è un uomo, non un sillogismo personificato, quindi preferisce l’indagine al puro ragionamento intuitivo.

Un criminologo degli anni Trenta, Edmond Locard, ha così sintetizzato la differenza dei metodi investigativi di Poe e di Gaboriau: «Per quanto riguarda l’inchiesta criminale, l’americano incarna il genio e il francese il talento. Il poliziotto di Poe è tutto intuizione; quello di Gaboriau è tutto esperienza, saggezza e pratica del mestiere».
Gaboriau e Poe, insomma, hanno inventato i due personaggi-chiave del racconto poliziesco, il detective dilettante e il commissario di polizia, creando così due scuole ben differenziate: quella francese e quella angloamericana.
«A seconda che gli autori diano più importanza all’inchiesta o al mistero», scrive il giallista francese Thomas Narcejac, «si inseriscono in due scuole che corrispondono a temperamenti nazionali molto marcati. Gli anglosassoni, in genere, si interessano particolarmente alle vicende dell’inchiesta, quella speciale partita a scacchi che l’investigatore è chiamato a giocare. I francesi, invece, sono più sensibili all’aspetto romanzesco e melodrammatico del poliziesco: ambiente, personaggi pittoreschi, colpi di scena».

 

DetFic 14: Wieland, or The Transformation

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Il romanzo americano nasce sotto la costellazione dell’orrore. Malinconico e inquieto, sensibile e torturato, realista nelle intenzioni e visionario per temperamento, Charles Brockden Brown ne apre la storia con una potente tessitura d’incubi. Wieland; or The Transformation, apparso nel 1798, non è il primo documento, ma è certo la prima decisione narrativa di una letteratura alla ricerca di sé, il primo scatto della fantasia oltre i confini dell’imitazione. […]
Brown trasforma profondamente l’orrore, forzandolo a significare l’inedita violenza e le laceranti contraddizioni della vita americana. Dopo di lui il “gotico”, in cui il preromanticismo aveva trovato il favoloso specchio deformante delle proprie inquietudini e nostalgie, non sarà più tanto un genere narrativo quanto una categoria dell’immaginazione.


Così comincia l’Introduzione all’edizione italiana del 1965 (Neri Pozza) del romanzo Wieland, ovvero la trasformazione, dell’americano Charles Brockden Brown (1771-1810).
Dalla succinta scheda del Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi, scopriamo che l’intreccio deriva da un fatto di cronaca che insanguinò la città di Tamhannock nello Stato di New York nel dicembre del 1781. La scena è posta sulle rive dello Schuylkill, ma l’azione si svolge in realtà in un «fantastico clima romantico» e i personaggi sarebbero figure «bizzarre e irreali».

1.4Wieland, il protagonista, viene spinto al delitto da una voce misteriosa, la quale non è altro che l’eco della malvagità latente nella sua natura. E Carwin, il ventriloquo sobillatore che lo suggestiona, è un criminale che sfugge al giudizio della morale comune, visto che egli stesso è vittima di uno spirito del male a cui nessuno potrebbe resistere. Secondo il secco giudizio del Dizionario, «La narrazione è mal condotta; gli avvenimenti sono tutt’altro che verosimili; la catastrofe è prematura e quindi artisticamente ingiustificata. Il libro deriva la sua indiscutibile potenza unicamente dall’atmosfera di febbre che lo pervade e che riduce a unità gli elementi più lontani e disparati».

Ma, secondo i critici più attenti, è con questo romanzo che la narrativa americana comincia in ogni senso: non solo perché è fra i primissimi comparsi negli Stati Uniti, ma anche perché annuncia e scopre molti dei temi sui quali i maggiori scrittori americani, da Poe e Hawthorne (che da Brown furono direttamente influenzati), a James e Faulkner costruiranno il loro lavoro. Ossia: l’ambiguità del reale, il conflitto fra ragione e mistero, l’identificazione della storia e dell’angoscia.

La trama, in effetti, è fondata su coincidenze ed eventi al limite del miracoloso, con l’utilizzo di espedienti che vanno dall’autocombustione al ventriloquismo: vediamola per sommi capi.
Convertitosi a una religiosità dominata dal terrore del divino, il padre della protagonista – Clara Wieland, che narra la vicenda nel corso di una lunga lettera – si trasferisce nel Nord America per diffondere il vangelo fra gli indiani. Una notte, quando Clara ha sei anni, il padre si reca come al solito a pregare in un tempietto e, nel corso delle sue sofferte meditazioni, prende fuoco (sì, proprio così) per un fenomeno di autocombustione. Dopo il padre, muore anche la madre, e Clara, orfana insieme al fratello Theodore, viene allevata da una zia.

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Theodore, incline come il padre a una fede tormentata, si sposa e ha dei figli. A sei anni dal matrimonio – in un’epoca compresa fra le guerre indiane del 1763 e la rivoluzione del 1776 – si colloca l’azione principale, legata al manifestarsi di misteriose voci, talora benevole e talora minacciose. A produrle è Francis Carwin, un girovago che è entrato nella cerchia familiare dei Wieland attraverso Henry, il fratello della moglie di Theodore.

Sfruttando il dono del ventriloquismo, Carwin comincia a intervenire in modo innocuo e buffonesco nel destino della comunità. Ma poi, incapace di controllare il pericoloso strumento di cui dispone, si dà a giochi via via più crudeli, facendo credere a Clara (per mettere alla prova il suo coraggio) che nello stanzino adiacente alla sua camera si celino due uomini pronti a ucciderla, e in seguito distruggendo la sua reputazione agli occhi di Henry, di cui è innamorata.
Ma le inspiegabili voci prodotte da Carwin si rivelano fatali nell’influsso che hanno sul precario equilibrio mentale di Theodore, provocando conseguenze inimmaginabili.

È indubbio che il romanzo, con una trama ai limiti dell’eccesso, offre più piani di lettura: la vicenda a forti tinte vuole in realtà convogliare un messaggio filosofico e politico.

10214180_135390041202Brockden Brown è stato spesso definito dai critici ottocenteschi “the Godwin of America”. Innanzitutto perché, rinunciando all’onniscienza dell’autore, affida la narrazione alla protagonista, facendo propria la tecnica narrativa godwiniana. Però, ne ribalta i presupposti: mentre per Godwin il sintomo della verità è la “coerenza” (consistency, che si rivela però soggettiva), Brown mostra che sulla base delle nostre percezioni – inevitabilmente incomplete, talora viziate – costruiamo spesso “sceneggiature” di per sé coerenti ma infondate.

Ciascun protagonista di Wieland riscrive una propria versione dei fatti, sincera quanto inesatta. Henry s’inganna nel credere Clara colpevole d’una relazione illecita sulla base delle voci udite nell’oscurità; Clara s’inganna nel ritenere che il ventriloquo Carwin abbia istigato il fratello, perché le sue voci simulate hanno contribuito solo in modo indiretto a suscitare una follia già latente; Theodore s’inganna nel credere che le ingiunzioni che sente provengano da Dio; infine Carwin, animato da intenti puerili, avvia un meccanismo su cui non ha controllo, adducendo a propria discolpa lo stesso vizio di Caleb Williams: «my only crime was curiosity».

In realtà, più che sulla manipolazione delle apparenze fatta dal ventriloquo Carwin, l’autore sembra concentrarsi sul tema della leggibilità del reale, particolarmente sui processi cognitivi: sono le limitazioni del punto di vista – in senso ottico, valutativo e uditivo – a fare di ciascun personaggio un narratore inaffidabile. Il desiderio di leggibilità permea tutto il romanzo, e si esprime in un incrocio di sguardi indagatori cui fanno seguito lunghe riflessioni, come quelle di cui è oggetto Carwin al suo ingresso nella famiglia Wieland, o quelle solitarie di Clara, che medita sul giovane nel corso di notti insonni.

È un romanzo gotico o poliziesco? Certamente Wieland costituisce un ponte fra i due generi.
L’autore evoca l’armamentario orrifico del gotico, ma al contempo lo rinnega, perché dà alla figura di Clara una volontà di controllo razionale sui fenomeni inspiegabili che le accadono, prima aiutandola a superare le prove predisposte per lei da Carwin, e poi inducendola a incolpare lo stesso Carwin della pazzia di Theodore, proprio nel tentativo di quantificare ogni incognita della vicenda.

E i crimini, intessuti a toni cupi sull’orditura del romanzo, sono spesso solo annunciati o enunciati. Così, allo scoccare della mezzanotte (l’ora in cui il padre è morto) dal suo letto Clara avverte un sussurro, ma dopo una ricognizione mentale della casa deduce che nessuno può essere entrato nella camera a sua insaputa. Poi, sente un secondo sussurro provenire dallo studiolo attiguo, dove due uomini discutono sul modo migliore per ucciderla. Così, fugge verso la casa del fratello, dove i familiari considerano il suo racconto come un sogno, non potendo credere che due persone fossero riuscite a intrufolarsi in un ambiente inaccessibile dall’interno e dall’esterno.

9788876921643Ecco, dunque, il topos della camera chiusa, familiare ai cultori della detective fiction: l’enigma delle voci sembrerebbe richiamare l’intervento di un detective; ma, paradossalmente, il solo personaggio che rivela una logica di tipo poliziesco è il malvagio.

Wieland è disponibile in due traduzioni italiane: una di Neri Pozza del 1965 e una di Studio Tesi del 1988. Volumi fino a poco tempo fa reperibili a metà prezzo, sciupati e scuriti dallo sballottamento nei brutali magazzini dell’oblio, dove vegetano e invecchiano i libri di cui nessuno si cura.

DetFic 9: lo svelamento

L’episodio più famoso di svelamento di un crimine lo troviamo nell’Amleto di Shakespeare.

Sulle torri che cingono Elsinore, capitale della Danimarca, negli ultimi tempi sta facendo la sua comparsa un fantasma, che aspetta il cambio della guardia di mezzanotte. Quando Amleto decide di andare a incontrare questo fantasma, rimasto solo con lui, ne raccoglie le rivelazioni.
Lo spettro è suo padre, defunto re di Danimarca, che svela ad Amleto la tremenda verità sulla sua morte: sua moglie Gertrude e suo fratello Claudio si amavano, e quest’ultimo, per usurpargli il trono, vedendolo un pomeriggio addormentato in giardino, gli versò  un veleno mortale nell’orecchio. Così, dopo questa tremenda rivelazione, lo spettro chiede al figlio di vendicarlo.

Deciso a smascherare il responsabile della morte del padre, Amleto approfitta dell’arrivo al castello di una compagnia teatrale per ideare un piano che riveli se il fantasma gli ha detto la verità. Così, decide di far recitare davanti alla corte di Danimarca il dramma di un assassinio che riproduca esattamente le circostanze di quella morte come gli è stata raccontata.
Già lo zio Claudio comincia a sospettare che Amleto possa aver intuito qualcosa dei suoi crimini, dopo aver ascoltato di nascosto – insieme alla regina Gertrude e al ciambellano Polonio – un suo dialogo con l’innamorata Ofelia, in cui egli rifiuta ogni idea di vita coniugale e le risponde con la tetra frase “Non avverranno più matrimoni e degli sposati uno morirà”. Claudio, quindi, comincia a meditare di esiliare Amleto in Inghilterra col pretesto di qualche incarico amministrativo.

Alla vigilia della rappresentazione del dramma, Amleto si preoccupa di raccomandare agli attori una buona interpretazione. Il suo piano è di verificare se “L’assassinio di Gonzago”, così simile alla vicenda raccontatagli dal padre, susciterà significative reazioni nello zio.
E questo accade puntualmente: dopo la scena dell’avvelenamento, il re resta fortemente turbato ed esce incollerito dal teatro. Per placarne l’ira, la regina chiama Amleto in camera sua per indurlo a spiegarsi con lo zio sui motivi di quella messa in scena.


Dunque, con questo stratagemma Amleto riesce a mettere alle strette il colpevole e lo induce a svelarsi, manifestando la propria agitazione. È il prototipo, se vogliamo, della classica “riunione finale” dei personaggi di un romanzo giallo, tanto cara ad Agata Christie e al suo Hercule Poirot, nella quale l’investigatore smaschera il colpevole “rappresentando” il suo delitto e ricostruendone il meccanismo.

DetFic 8: il proto-detective


Il prototipo di investigatore più celebre risale al 1748: nientemeno che al racconto filosofico Zadig di Voltaire (Francois-Marie Arouet, 1694-1778), che era stato ripreso dalla tradizione persiana.

*     *


Zadig è un giovane cittadino di Babilonia, virtuoso e saggio, contro cui la sorte si accanisce con ogni sorta di traversie, togliendogli tutto ciò che egli ottiene coi suoi meriti, e costringendolo a fughe e peregrinazioni continue.

La sua fidanzata – che egli ha difeso valorosamente con le armi – decide di concedere la sua mano a un altro, non appena le giunge la falsa notizia che egli è diventato guercio in seguito alle ferite riportate.
Dal canto suo Zadig, dopo aver contratto il più saggio dei matrimoni, deve patire le più gravi delusioni. Divorziato, si dà alla scienza, ma non ne ricava che danno; poi fa una poesia in lode del re, ma un invidioso riesce con questa a farlo condannare a morte per lesa maestà. Solo il caso lo salva e gli procura il favore del re, di cui poi diviene ministro. Ma, piano piano, tra lui e la regina Astarte sorge l’amore, che – per quanto nessuno dei due osi confessarlo nemmeno a se stesso – desta la terribile gelosia del re.

Così, Zadig prende la via dell’esilio, dove la mala sorte lo segue. Per aver difeso una donna percossa dall’amante, perde la libertà; portato schiavo in Arabia, combatte – in nome dell’illuministica ragione – le più crudeli superstizioni, e solo con l’astuzia e la fuga riesce a sottrarsi al furore dei sacerdoti. Dopodiché ritrova l’amata Astarte, rimasta vedova e divenuta schiava in seguito alle più drammatiche avventure, e naturalmente riesce a liberarla. Così, tornata Astarte sul suo trono, si bandisce un concorso per farle sposare l’uomo più prode e più saggio: Zadig vince la prova delle armi, ma è truffato dalla furfanteria di un rivale. A quel punto, preso dallo scoramento, Zadig comincia a convincersi che il mondo sia governato da un destino crudele che aiuta i malvagi a spese dei buoni. Ma poi incontra un eremita, il quale gli dimostra che nel nostro mondo il caso non esiste, ma tutto è prova, o punizione, o ricompensa, o prevenzione, e – trasformatosi in un angelo luminoso – lo ammonisce: «Misero mortale, cessa di discutere là dove conviene adorare!».
Così, superate anche le ultime prove, Zadig raggiunge finalmente la felicità e l’amore.

Ebbene, fra le tante esperienze e cimenti, dunque, l’eclettico Zadig può vantare anche quello di detective.

*     *

IL CANE E IL CAVALLO

Zadig provò che il primo mese di matrimonio, come è scritto nel libro dello Zend, è la luna di miele, e che il secondo è la luna di assenzio. Qualche tempo dopo fu costretto a ripudiare Azora che era diventata insopportabile, e cercò la felicità nello studio della natura. «Nessuno è più felice,» diceva, «di un filosofo che legge questo gran libro che Dio ci ha messo sotto gli occhi. Le verità che scopre sono sue; alimenta ed eleva la sua anima; vive tranquillo; non teme niente dagli uomini, e non corre il rischio che la sua tenera sposa venga a tagliargli il naso.»
Pieno di simili idee, si ritirò in una casa di campagna sulle sponde dell’Eufrate. Là egli non si occupava di calcolare quanti pollici d’acqua scorrono in un secondo sotto le arcate di un ponte, o se cadeva un metro cubo di pioggia in più nel mese del sorcio che in quello della pecora. Non immaginava di fare seta dalla tela dei ragni, né porcellana dalle bottiglie rotte; ma studiò soprattutto le proprietà degli animali e delle piante e acquistò ben presto una sagacia che gli faceva scoprire mille differenze là dove gli altri uomini vedevano solo uniformità.

Un giorno, mentre passeggiava vicino ad un boschetto, vide correre verso di lui un eunuco della regina, seguito da molti ufficiali che sembravano in preda alla più viva inquietudine, e che correvano qua e là come uomini smarriti che cercano ciò che hanno perduto di più prezioso. «Quel giovane,» lo abbordò il primo eunuco, «avete visto per caso il cane della regina?» Zadig rispose con modestia: «Era una cagna, non un cane.» «Avete ragione,» rispose il primo eunuco. «E una spagnola molto piccola,» aggiunse Zadig, «e ha avuto da poco i canini; zoppica dal piede sinistro anteriore e ha le orecchie molto lunghe.» «L’avete dunque vista?» disse il primo eunuco tutto trafelato. «No,» rispose Zadig, «non l’ho mai vista, e non ho mai saputo se la regina avesse o no una cagna.»
Proprio in quel momento, per una delle frequenti stranezze della sorte, il più bel cavallo della scuderia del re era scappato dalle mani di un palafreniere nelle pianure di Babilonia. Il capocaccia e tutti gli altri ufficiali gli correvano dietro con altrettanta inquietudine del primo eunuco alla ricerca della cagna. Il capocaccia si rivolse a Zadig e gli domandò se per caso avesse visto passare il cavallo del re. «È il cavallo che galoppa meglio,» rispose Zadig, «è alto cinque piedi, ha lo zoccolo molto piccolo; ha una coda di tre piedi e mezzo; le borchie del suo morso sono d’oro a ventitré carati; i suoi ferri sono d’argento a undici denari.» «Che cammino ha preso? dov’è?» domandò il capocaccia. «Ma io non l’ho visto,» rispose Zadig, «e non ne ho mai sentito parlare prima d’ora.»

Il capocaccia e il primo eunuco non ebbero alcun dubbio che Zadig avesse rubato il cavallo del re e la cagna della regina; lo fecero condurre davanti all’assemblea del gran desterham, che lo condannò al knut e a passare il resto dei suoi giorni in Siberia. Era appena stata pronunciata la sentenza che furono ritrovati il cavallo e la cagna. I giudici si trovarono nella dolorosa necessità dì correggere la loro sentenza; ma condannarono Zadig a pagare quattrocento once d’oro per aver detto che non aveva visto ciò che invece aveva visto. Fu giocoforza pagare questa multa; dopodiché fu permesso a Zadig di difendere la propria causa davanti al consiglio del gran desterham; egli parlò in questi termini:

«Stelle di giustizia, abissi di scienza, specchi di virtù, che avete la pesantezza del piombo, la durezza del ferro, lo splendore del diamante e molte affinità con l’oro! Poiché mi è permesso parlare davanti a quest’augusta assemblea, vi giuro per Orosmad che non ho mai visto la rispettabile cagna della regina, né il sacro cavallo del re dei re. Ecco quanto mi è accaduto. Passeggiavo nei pressi di un boschetto dove ho poi incontrato il venerabile eunuco e l’illustrissimo capocaccia. Ho visto sulla sabbia le tracce di un animale, e ho giudicato facilmente che si trattava delle tracce di un piccolo cane. Dei solchi leggeri e lunghi, impressi sopra piccoli mucchi di sabbia, tra le tracce delle zampe, mi hanno fatto capire che si trattava di una cagna le cui mammelle erano pendule e che pertanto aveva avuto dei piccoli pochi giorni prima. Altre tracce, in un senso differente, che sembravano ugualmente aver rasentato la superficie della sabbia vicino alle zampe anteriori, mi hanno fatto comprendere che aveva le orecchie molto lunghe; e, poiché ho notato che la sabbia era sempre meno scavata da una zampa che dalle altre tre, ho capito che la cagna della nostra augusta regina era un po’ zoppicante, se mi è lecito osare esprimermi in questo modo.
«Quanto al cavallo del re dei re, sappiate che, passeggiando per i sentieri di questo bosco, ho scorto le tracce dei ferri di un cavallo; esse erano tutte ad eguale distanza. “Ecco,” mi son detto, “un cavallo dal galoppo perfetto.” In una strada stretta, che non misura più di sette piedi di larghezza, la polvere era un po’ spazzata via dagli alberi a sinistra e a destra, a tre piedi e mezzo dal centro della strada. “Questo cavallo,” mi son detto, “ha una coda di tre piedi e mezzo, che con i suoi movimenti a sinistra e a destra ha spazzato via la polvere.” Ho visto sotto gli alberi, che formavano un pergolato dell’altezza di cinque piedi, le foglie da poco staccate dai rami, e ho capito che quel cavallo era arrivato fin lì, e che dunque doveva avere un’altezza di cinque piedi. Quanto al suo morso, deve essere d’oro a ventitré carati: infatti ha strofinato le borchie contro una pietra, che ho riconosciuto essere una pietra di paragone e che ho voluto provare. Ho giudicato infine dai segni che i suoi ferri hanno lasciato su alcuni sassi di un’altra specie, che era ferrato in argento della purezza di undici denari.»

Tutti i giudici ammirarono il profondo e sottile discernimento di Zadig; la notizia giunse fino al re e alla regina. Nelle anticamere del palazzo si parlava soltanto di Zadig, e così nella camera e nello studio; e benché maghi fossero dell’opinione che lo si dovesse bruciare come stregone, il re ordinò che gli fosse resa l’ammenda di quattrocento once d’oro alla quale era stato condannato. Il cancelliere, gli uscieri, i procuratori, vennero da lui in gran pompa per riportargli le quattrocento once; ne trattennero per sé soltanto trecentonovantotto per spese giudiziarie, e i loro valletti domandarono un onorario.
Zadig vide quanto fosse pericoloso talvolta l’essere troppo sapiente, e promise a se stesso, alla prossima occasione, di non dire affatto ciò che aveva visto.
Questa occasione si presentò ben presto. Un prigioniero di Stato scappò; passò sotto le finestre della sua casa. Zadig fu interrogato, non rispose nulla; ma fu provato contro di lui che aveva effettivamente guardato dalla finestra. Per questo crimine fu condannato a cinquecento once d’oro, e ringraziò i giudici della loro indulgenza, secondo il costume di Babilonia. «Gran Dio!» disse dentro di sé, «che disgrazia passeggiare in un boschetto per il quale sono passati la cagna della regina e il cavallo del re! come è pericoloso stare affacciati alla finestra! e quanto è difficile essere felici in questa vita!»

“Il cane e il cavallo”, in Zadig, 3., Universale Economica Feltrinelli, Milano 1952