Quattro anni fa

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L’arresto di Claudio Scajola mi fa tornare in mente le mie osservazioni di quattro anni fa, quando venne a galla l’affare (a sua insaputa) dell’appartamento vista Colosseo:

 


“Non mi lascio intimidire”, dunque.
Ma il problema è che quando i media ti addentano — specie in un momento così delicato (scontro all’ultimo sangue nel Pdl) e per una questione così rilevante (quasi un milione di euro occultati al fisco, anche se l’episodio riflette una pratica diffusa, quella di non dichiarare le cifre intere nelle compravendite immobiliari) — non è facile liberarsi senza danni. Come minimo bisogna mettere in conto pantaloni sdruciti e lesioni profonde alle chiappe.

https://ferrucci.wordpress.com/2010/05/01/non-lasciarsi-intimidire

Plagi

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Caro Direttore in una precedente vita ci è capitato spesso di occuparci di Roberto Saviano e delle accuse di plagio che giornalisti famosi e non, scrittori esordienti e «cronistini di provincia» (come li ha elegantemente definiti talvolta) gli hanno rivolto. Ho avuto la fortuna di essere il primo, in tempi non sospetti, a sollevare il caso e a ottenere giustizia per la mancata citazione in Gomorra di alcuni miei reportage pubblicati su Cronache di Napoli, lo stesso giornale cui la Corte d’Appello di Napoli ha riconosciuto un indennizzo di 60mila euro che Roberto dovrà pagare per aver copiato due articoli senza fare menzione della fonte. Non fu una scelta facile quella di contestare l’icona antimafia. Quando, all’epoca, osai difendere il mio e l’altrui lavoro dal saccheggio letterario di Saviano fui accolto con scetticismo e derisione non tanto dai colleghi quanto dai pasdaran della legalità da salotto. Conservo ancora le mail con cui mi auguravano la galera, mi anticipavano l’apertura di inchieste anticamorra a mio carico e mi mettevano in guardia sul fatto che se avessi continuato a chiedere conto a Roberto dell’origine del suo lavoro improbabili servizi segreti mi avrebbero «reso la vita impossibile». E tutto questo perché avevo denunciato ciò che pure un giudice adesso ha certificato: Saviano ha copiato dai giornalisti napoletani per scrivere alcuni capitoli del suo bestseller. Lo ha fatto allora e ha continuato a farlo anche dopo. Nel mio caso, per avere ragione delle risibili ricostruzioni difensive di Saviano, non fu necessario nemmeno adire le vie legali, che pure avevo intenzione di percorrere, ma bastò una semplice lettera del mio avvocato, Lucio Giacomardo. Non una lunga missiva giuridica, ma la semplice comparazione tra i testi dei miei articoli e le pagine del libro per mostrare la più lampante della verità: le parole, le frasi, i concetti erano identici. Ergo, l’ufficio legale della Mondadori per evitare forse altre noie al suo fuoriclasse si affrettò a rettificare il libro e a inserire a pag. 141 il mio nome come autore dello scoop copiato da Roberto. Non andai oltre né chiesi altro. Per me poteva bastare. Non per lui, però, che da quel momento ha sfruttato ogni occasione possibile per attaccare i giornali napoletani cui pure aveva attinto a piene mani dipingendoli come house organ della camorra e strumenti di diffusione della subcultura malavitosa campana. Perché si sia vendicato così, ancora oggi me lo chiedo.

http://www.iltempo.it/mobile/politica/2013/09/23/saviano-ha-copiato-me-e-tanti-altri-cronisti

 

L’espressione subdola del potere

valter siti

“I social network sono l’espressione più subdola del potere. La censura si verifica quando si nega l’accesso alla parola, ma anche quando se ne concede un eccessivo diritto, come avviene sul web, dove non si proibisce la possibilità di esprimersi, ma la parola cade in una massa di informazioni lasciando il tempo che trova. Sui social network tutti gridano, ma nessuno ascolta. La società è sempre di più omologata, oggi c’è un’enorme colata di omogeneità e dire una parola contro questa colata è impossibile. Ed è sempre più difficile essere controcorrente”.

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2013/06/08/news/siti_il_web_e_i_social_network_un_espressione_subdola_del_potere

 

Cinque stelle

filippofacci

È parziale, è sbrigativo, è mio: ma ecco un rendiconto della rivoluzione a Cinque Stelle un paio di mesi dopo le elezioni.

– Appena insediati, hanno eletto un presidente del Senato per sbaglio, aprendo processi interni dilanianti a una decina di inconsapevoli franchi tiratori: una riunione-rissa con urla e lacrime, un auto-denunciato, una scomunica dall’alto, uno scontro tra capigruppo e incidenti vari.

– Dopo il «casino» e i «passi malfermi» (definizioni loro) hanno esordito due commissari per la comunicazione nominati in fretta e furia da Casaleggio – e incorsi subito in un paio di gaffe – ma questo non ha impedito che i parlamentari grillini si facessero nuovamente infinocchiare dai giornalisti in molteplici occasioni: i capigruppo Crimi e Lombardi finivano definitivamente macchiettizzati come è stranoto a tutti, e su questo non incediamo.

– Nel tentativo di ovviare ai citati problemi, hanno inventato le conferenze stampa senza domande.

– Vari parlamentari sono stati ripresi perché giravano per il transatlantico senza giacca e con bicchieri di Coca Cola, una deputata si è vantata di non aver stretto la mano a Rosi Bindi, un altro è stato fotografato ai tavoli del ristorante della Camera in allegra compagnia: in generale i grillini sono incorsi in grandi e piccole cantonate (lapsus, magre, figuracce) di cui è andata persa la contabilità. Un deputato è giunto a dire «Lei non mi può interrompere» al presidente di turno della Camera.

– Rimane agli atti lo psicodramma del capogruppo Lombardi coi suoi 250 euro di scontrini andati persi, stesso personaggio che aveva dato del «nonno» a Napolitano.

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La Sette


Della vendita di Telecom Italia Media, la società che possiede la rete televisiva La7, si parla da tempo: è stata messa ufficialmente sul mercato da maggio, da quando la controllante Telecom Italia ha dato l’incarico a due banche d’affari di cercare partner o compratori. L’asta si dovrebbe chiudere il 24 settembre: questa settimana i quotidiani parlavano di una dozzina di soggetti in lizza, mentre ora pare siano dimezzati. L’elenco dei pretendenti si è allungato e accorciato molte volte, negli ultimi mesi, e a ogni nuovo ingresso ha fatto seguito un violento rialzo del titolo in Borsa, con un successivo ripiegamento. 

I due pezzi grossi Mediaset e Sky hanno appena comunicato che non sono interessati alla società, mentre Fastweb ha precisato di non aver mai avuto intenzione di presentare un’offerta. Per ultimo, anche Tarak Ben Ammar, il noto imprenditore televisivo tunisino, ha negato di essere mai stato tra i pretendenti. Non c’è da stupirsi: a dispetto della grande risonanza ottenuta sulla stampa, la realtà espressa dai fondamentali economici della società è ben più modesta. Ai prezzi di oggi, Telecom Italia Media capitalizza circa 275 milioni di euro (nel senso che, se qualcuno volesse acquistare tutte le azioni in circolazione a quel prezzo, spenderebbe quella cifra). Tenendo conto del debito di 201 milioni di euro, il suo valore d’impresa è sui 475 milioni di euro. Chiunque decidesse di impiegare le sue risorse per comprarla, deve considerare che negli ultimi quattro anni questa società ha generato 300 milioni di euro di perdite nette; e già si sa che l’esercizio in corso si chiuderà in rosso, almeno a livello di Ebitda (che è il risultato di bilancio prima di detrarre gli interessi passivi, gli ammortamenti e le imposte).

Di certo, La7 avrà un valore strategico per chi vorrà cimentarsi nell’arena televisiva italiana, ma chi la compra si porta in casa una società che, così com’è, produce solo perdite. La parte di valore di Telecom Italia Media che non perde soldi è quella che sta dietro le quinte della ribalta televisiva: Tim Broadcasting, la divisione che affitta le frequenze ai canali tv. Nei primi sei mesi del 2012 questo operatore di rete ha realizzato ricavi per 37,7 milioni di euro (da 26 milioni di euro dell’anno prima), mentre l’Ebitda è raddoppiato a 22 milioni di euro.
Tanto per essere chiari.

 

“Saviano ma perché non mi citi?”

“Quante frasi dal mio libro, Saviano ma perché non mi citi?” – Il Fatto Quotidiano 19 maggio 2012:

Il monologo sull’amianto di Casale e le sue somiglianze
di Giampiero Rossi

Caro Saviano, ti scrivo a proposito della trasmissione di mercoledì sera e, in particolare, della tua narrazione iniziale della tragica vicenda della strage dell’amianto a Casale Monferrato. Ho apprezzato che una voce molto ascoltata abbia deciso di affrontare questo argomento al quale, da giornalista e da cittadino, mi sono appassionato al punto da dedicarvi anni di lavoro ininterrotto che finora hanno portato alla pubblicazione di due libri. Di conseguenza mi ha inevitabilmente gratificato il fatto che tu, l’altra sera, abbia scelto di attingere a piene mani dal mio lavoro. Anzi, dai miei lavori, dal momento che i libri dai quali sono stati palesemente tratti diversi passaggi del tuo bel monologo sono due: La lana della salamandra, che proprio il direttore del giornale che oggi ospita questa lettera pubblicò in allegato all’Unità nel 2008 (e che poi è stato tradotto e pubblicato in Spagna, Francia, Brasile e Messico), e il recentissimo Amianto.
Processo alle fabbriche della morte che invece racconta tutto il processo Eternit, arricchito dalle emozioni e dai ricordi dei familiari delle vittime.Quello che ho trovato assai meno piacevole, però, è una certa mancanza di riconoscimento per chi quel lavoro lo ha realizzato. Tu lo sai bene, fare un’inchiesta, una ricostruzione storica, un racconto completo di vicende complicate ed normi, come questa, comporta davvero tanta pazienza, volontà, tempo, passione. Perché, dunque, non riconoscere a chi ha investito tanto, almeno la paternità di quel suo lavoro?

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