materiali 2. La terra matrice


Continuano le annotazioni sull’Alchimia – detta anche Il Magistero o La Grande Opera (Magnum Opus) – raccolte nella mia officina, insieme ad altro materiale che servì a costruire la prima (complessa) storia che pubblicai.

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La teoria della “generazione dei metalli” è formulata abbastanza chiaramente nella maggior parte dei trattati alchemici. In accordo con la mentalità filosofica del Medio Evo, gli scrittori “ermetici” paragonano la formazione dei metalli alla generazione animale, e non vedono differenza tra lo sviluppo del feto negli animali e l’elaborazione di un minerale nella matrice del globo terrestre. Per formare un certo metallo dagli elementi presenti in natura, bastava dunque scoprire il seme dei metalli; per questo gli alchimisti chiamano uovo filosofico il vaso dove si ponevano le materie che dovevano servire alla realizzazione della Grande Opera. In questo quadro, la formazione dei metalli vili quali il piombo, il rame lo stagno era considerata come un puro accidente. La Natura – per sua natura – si sforzava di dare alle sue opere l’ultimo grado di perfezione, dunque tendeva costantemente a produrre oro; la nascita degli altri metalli era solo il risultato di un fortuito disordine sopraggiunto nella formazione di quel corpo.

Salmon, nella Biblioteca dei filosofi chimici (Parigi 1741), dice: «Occorre necessariamente ammettere che l’intenzione della natura nel produrre il metalli non è di fare il piombo, il ferro, il rame, lo stagno, e nemmeno l’argento, benché questo metallo sia del primo grado di perfezione, ma di fare l’oro (il figlio dei suoi desideri); perché questa saggia operatrice vuol sempre dare l’ultimo grado di perfezione alle sue opere e, quando non vi riesche, e vi si riscontra qualche difetto, è suo malgrado che ciò avviene… È questa la ragione per cui noi dobbiamo considerare la nascita dei metalli imperfetti così come quella degli aborti e dei mostri, che avviene soltanto perché la natura è sviata nelle sue azioni, e trova una resistenza che le lega le mani ed ostacoli che le impediscono di agire regolarmente come di solito fa. Questa resistenza che la natura trova, sono le scorie che il mercurio ha contratto per l’impurità della matrice, cioè del luogo dove si trova per formare l’oro, e per il miscuglio che fa in quello stesso luogo con uno zolfo cattivo e combustibile».

Come gli esseri animati, i metalli si sviluppavano in seno alla terra, passando per una serie di perfezionamenti che li facevano elevare dallo stato imperfetto a quello perfetto. Per gli alchimisti, lo stato d’imperfezione di un metallo era caratterizzato dalla sua alterabilità, mentre il suo stato di perfezione dava la proprietà di resistere all’azione delle cause esterne.
Le diverse modificazioni che subivano i metalli per arrivare allo stato di oro o argento erano provocate dall’azione degli astri. L’influenza segreta esercitata dai grandi corpi celesti era lentissima: esigeva secoli per compiersi. In pratica, dentro la terra si troverebbe sempre uno stesso metallo sotto parecchi stati differenti, e spesso sarebbe aggregato in diverse combinazioni: da questi composti l’Arte alchemica doveva riuscire a estrarre il metallo puro. Questo portò i primi chimici a credere che i diversi metalli contenuti nella terra costituissero altrettanti gradi successivi di perfezione, destinati a condurli verso il loro stato definitivo.

I metalli e altre sostanze minerali furono consacrati fin dall’origine ai sette “pianeti” tradizionali. A Saturno si consacravano il piombo, il litargirio, l’agata e altre materie affini; A Giove lo stagno, il corallo, la sandracca, lo zolfo; al pianeta Marte il ferro, la calamita e le piriti; al Sole, considerato un pianeta, l’oro, il giacinto, il diamante, lo zaffiro e il carbone. A Venere corrispondevano il rame, le perle, l’ametista, lo zucchero, l’asfalto, il miele, la mirra e il sale ammoniaco; a Mercurio l’argento vivo, lo smeraldo, il succino, l’olibano, il mastice. E alla luna, considerata anch’essa un pianeta, si consacravano l’argento, il vetro e la terra bianca.

 

materiali 1. Alchimia


Quando mi misi a progettare il primo romanzo, poi realizzato a quattro mani, decisi che avrei parlato di misteriosi esperimenti alchemici che la vittima di un omicidio svolgeva nella sua villa, basandosi su un manoscritto settecentesco di cui era segretamente entrato in possesso, e di cui il suo assassino s’era impadronito.
Come sappiamo, alle suggestioni dell’alchimia – detta anche Il Magistero o La Grande Opera (Magnum Opus) – hanno fatto ricorso molti scrittori o sedicenti tali, per cercar di stimolare l’interesse del lettore per una materia tanto oscura. Ma generalmente si sono limitati a offrire riferimenti vaghi, superficiali e scontati, frutto di facili scorciatoie che spesso non comportavano studi specifici e un po’ approfonditi.
Dal canto mio, per quel romanzo mi piacque studiare l’alchimia e la sua storia e simbologia fino ai giorni nostri. Così, nella mia officina si raccolse una quantità di materiale che mantiene ancora un suo pregio.

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L’Alchimia è l’arte della trasformazione: produrre nel materiale su sui si sta operando una serie successiva di mutamenti per condurlo, a partire da uno stato grezzo, a uno stato perfetto e purificato.
In arabo kimiya è uno dei nomi del reagente per la trasformazione dei metalli, detto in occidente lapis philosophorum o pietra filosofale. Il vocabolo arabo deriva, attraverso il siriaco kimiya, da una tarda voce greca cumeia, attestata già verso la fine del III secolo d.C. (in Zosimo). Gli arabi designavano l’alchimia anche con i nomi: arte dell’elisir, arte, sapienza, scienza della pietra, scienza della chiave, scienza della bilancia.

Vien da domandarsi su quale base, su quale fondamento teorico si reggeva questa dottrina della trasmutazione dei metalli. Sostanzialmente, poggiava su due princìpi che si trovano quasi sempre negli scritti degli alchimisti: la teoria della composizione dei metalli, e quella della loro generazione in seno al globo terrestre.
Gli alchimisti consideravano i metalli come corpi composti, e ammettevano che la loro composizione era uniforme. Cioè, secondo loro tutte le sostanze che avevano un carattere metallico erano costituite dall’unione di due elementi comuni: zolfo e mercurio. La differenza di proprietà che si riscontra nei diversi metalli derivava dalle proporzioni variabili con cui il  mercurio e lo zolfo entravano nella loro composizione. Così, l’oro era formato da una gran quantità di mercurio purissimo, unita ad una piccola quantità di zolfo anche purissimo; il rame, da proporzioni  quasi eguali di quei due elementi; lo stagno, da molto zolfo mal fissato e da un po’ di mercurio impuro, ecc.

Così segnala Geber (Jābir ibn Hayyān) nel suo Summa perfectionis Magisterii in sua natura:

«Il sole è formato da mercurio molto sottile e da un poco di zolfo purissimo, fisso e chiaro, che ha un color rosso netto; e siccome lo zolfo non è sempre colorato ugualmente, perché ve n’è di più colorato e di meno, da ciò dipende se l’oro è più o meno giallo… Quando lo zolfo è impuro, rozzo, rosso, livido, e la  maggior parte è fissa e la quantità minore non è fissa, e si mischia con un mercurio ordinario ed impuro in modo che non vene sia più dell’uno che dell’altro, da questo miscuglio si forma Venere [il rame]… Se lo zolfo possiede debole fissità e un biancore impuro, se il mercurio è impuro, in parte fisso e in parte volatile, e se non ha che un biancore imperfetto, da questo miscuglio si farà Giove [lo stagno].»

Ma quello zolfo e quel mercurio così definiti, elementi dei metalli, non erano affatto identici allo zolfo e al mercurio normali. Il mercurius degli alchimisti rappresenta l’elemento proprio dei metalli, quello loro connaturato, la causa del loro splendore, della loro duttilità, in una parola della loro metallicità; il sulphur indica l’elemento combustibile.
Questa è la teoria sulla natura dei metalli che forma la base delle opinioni alchimistiche. Da qui si capisce la convinzione che sia possibile ottenere delle trasmutazioni: se gli elementi dei diversi metalli sono sostanzialmente i medesimi, ma in proporzioni diverse, si può sperare di mutare questi corpi gli uni negli altri, facendo variare con procedimenti appropriati la proporzione dei loro elementi. Quindi, di poter trasformare il mercurio in argento, il piombo in oro.