La volpe e il leone

Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni non conoscono l’arte di governare. Un signore prudente, pertanto, non può né deve rispettare la parola data se tale rispetto lo danneggia e se sono venute meno le ragioni che lo indussero a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni, questa regola non sarebbe buona. Ma poichè gli uomini sono cattivi e non manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con loro. Né mai a un principe mancarono pretesti legali per mascherare le inadempienze. Se ne potrebbero fornire infiniti esempi tratti dalla storia moderna, e mostrare quante paci, quante promesse furono violate e vanificate dalla slealtà dei prìncipi, e chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che colui il quale vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

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Il Principe

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco, si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

[ Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà. ]

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Scrittori

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La maggior parte degli scrittori che leggiamo non sono né geni né milionari; conducono, o  hanno condotto, esistenze qualunque: bollette da pagare, matrimoni, divorzi, alimenti, figli da crescere, editori da compiacere o tenere a bada, e tanti rospi da mandare giù. Ciò che li distingue da qualsiasi altro borghese in circolazione è che per campare hanno scelto di scrivere, e scrivere come diceva Simenon è «una vocazione all’infelicità». Gli avvocati che conosco non stanno sempre lì a chiedersi se sono – o se potranno mai essere – i più grandi avvocati del mondo. Svolgono la professione forense al meglio, godendone i frutti e la cosa finisce lì. I pochi scrittori che frequento sono animati dalla smania vanagloriosa di prevalere su tutti gli altri, e annichiliti dal sospetto della propria mediocrità che con l’età diventa una certezza.

Alessandro Piperno in la Lettura #231, pag. 2

Uomini e bestie

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Dovete dunque sapere come ci siano due modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone perché li allevasse e li educasse sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-2, con versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Franz Kafka, Lettera al padre (21)

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Così termina la mia vita con te, fino a oggi, e queste sono le prospettive per il futuro che essa reca in sé.
Se tenti una valutazione dei motivi da me addotti per spiegare la paura che ho di te, potresti rispondere: “Tu affermi che per me sarebbe facile spiegare il mio rapporto con te facendo ricorso unicamente alla tua colpa, ma io credo che la tua spiegazione, nonostante i tuoi sforzi apparenti, non ti sia comunque più gravosa, solo molto più redditizia. In primo luogo anche tu declini ogni colpa e responsabilità, e in questo senso il nostro procedimento è analogo. Mentre però io attribuisco apertamente tutta la colpa a te, cosa che del resto penso, tu invece vuoi essere “superassennato” e “supertenero”, e dichiarare anche me esente da ogni colpa. Naturalmente quest’ultimo passaggio ti riesce solo in apparenza (né vuoi di più), e tra le righe emerge, nonostante tutti i tuoi “discorsi” su essenza e natura e contrasto e inermità, che in realtà io sono stato l’aggressore, mentre tu hai fatto tutto quel che hai fatto solo per autodifesa. Adesso avresti già ottenuto abbastanza con la tua insincerità, perché hai dimostrato tre cose: primo, che sei innocente; secondo, che io sono colpevole; terzo, che per tua magnanimità sei disposto non solo a perdonarmi, ma anche, più o meno, a dimostrare e a voler credere che anche io, per quanto contro ogni verità, sono innocente. A te questo potrebbe anche già bastare, ma ancora non ti basta. Infatti ti sei messo in testa di voler vivere soltanto di me. Ammetto che tra noi c’è un conflitto continuo, ma ci sono due tipi di conflitto. Quello cavalleresco, in cui si misurano le forze di due nemici autonomi, in cui ciascuno rimane da sé, perde per sé, vince per sé. E quello del parassita, che non solo punge, ma per rimanere in vita succhia anche il sangue dell’avversario. Questo è il soldato mercenario, e questo sei tu.
Sei incapace di vivere; e per poterti installare comodamente nella inita, senza preoccupazioni e senza muoverti rimproveri, dimostri che io ti ho tolto ogni capacità di vivere e me la sono infilata in tasca. Che te ne importa ormai se sei incapace di vivere, tanto la responsabilità è mia, tu ti stiracchi tranquillamente e ti fai trascinare da me attraverso la vita, fisicamente e mentalmente. Un esempio: quando di recente volevi sposarti, allo stesso tempo, e in questa lettera lo ammetti, non ti volevi sposare, volevi però, per non affaticarti, che ti aiutassi a non sposarti, proibendoti questo matrimonio a causa della “vergogna” che quest’unione avrebbe arrecato al mio nome. A me però non è neppure passato per la testa. In primo luogo non volevo “essere d’ostacolo” alla tua felicità, come sempre del resto; e in secondo luogo non vorrei mai dover sentire un simile rimprovero da mio figlio.
Ma è servito a qualcosa che io abbia superato me stesso non opponendomi al tuo matrimonio? Assolutamente no. La mia avversione per quelle nozze non le avrebbe impedite; anzi, ti avrebbe ulteriormente spinto a sposare quella ragazza, perché così il “tentativo” di fuga, per esprimermi con le tue parole, sarebbe divenuto perfetto. E il mio consenso alle nozze non ha impedito i tuoi rimproveri, perché sei in grado di dimostrare che in ogni caso la colpa delle tue mancate nozze è proprio mia. In fondo però, qui e in ogni altra circostanza, non hai dimostrato altro se non che tutti i miei rimproveri erano giustificati e che tra loro ne mancava uno solo, particolarmente giustificato, ovvero l’accusa di insincerità, di servilismo, di parassitismo. Se non vado errato, anche in questa lettera continui a fare il parassita nei miei confronti”.
A tutto ciò rispondo che questa impostazione, la quale in parte potrebbe essere rivoltata anche contro di te, non deriva da te, ma da me. La tua sfiducia negli altri infatti non è pari alla mia sfiducia in me stesso, a cui tu mi hai educato. Non posso negare che questa impostazione, la quale di per sé apporta qualche contributo nuovo anche alla caratterizzazione del nostro rapporto, sia in certo qual modo giustificata. Naturalmente nella realtà le cose non possono essere calzanti come gli esempi della mia lettera, la vita è più che un gioco di pazienza; ma con la correzione che deriva da questa impostazione, correzione che né posso né voglio sviluppare ancora nei dettagli, si è secondo me raggiunto un qualcosa di così vicino alla verità che un pochettino può tranquillizzarci entrambi e renderci più facile il vivere e il morire.

(21 – FINE)

Franz Kafka, Lettera al padre (20)

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C’è chi pensa che la paura del matrimonio talvolta derivi dal fatto che in realtà si teme che i figli un giorno ci restituiranno quel che abbiamo fatto ai nostri genitori. Nel mio caso, mi pare, questo non ha grande importanza, perché il mio senso di colpa deriva proprio da te ed è anche troppo intriso della sua singolarità; anzi questo senso di singolarità fa parte della sua essenza straziante, e una sua ripetizione è impensabile. Purtuttavia devo dire che un figlio così muto, ottuso, secco e decadente mi sarebbe insopportabile; sicuramente, se non ci fossero altre possibilità, lo fuggirei ed emigrerei, come in un primo momento volevi fare tu per via del mio matrimonio. E comunque possibile che la mia incapacità di sposarmi sia influenzata anche da questo.
Molto più importante a questo riguardo è però la paura per me stesso. Questa affermazione va intesa così: ho già accennato che con lo scrivere e con tutto quello a esso collegato ho compiuto piccoli tentativi di indipendenza, tentativi di fuga dal successo minimo, non mi porteranno molto avanti, molte cose me lo confermano. Tuttavia è mio dovere, o forse questa è proprio l’essenza della mia vita, vegliare su di essi, per non lasciare che si avvicinino loro pericoli da cui debba difendermi o anche solo la possibilità di tali pericoli. Il matrimonio è la possibilità di un tale pericolo, e al contempo anche la possibilità del massimo avanzamento, ma mi basta che sia la possibilità di un pericolo. Che farei mai se poi fosse davvero un pericolo! Come potrei continuare a vivere nel matrimonio, nella sensazione forse indimostrabile ma altrettanto inconfutabile di questo pericolo! Di fronte a questo posso certo vacillare, ma l’esito finale è sicuro, debbo rinunziare. Il paragone dell’uovo oggi e della gallina domani non è molto calzante. Oggi non avrei niente e domani tutto, eppure — a decidere sono i rapporti di forza e le esigenze della vita — debbo scegliere il niente. Allo stesso modo ho dovuto decidere quando ho scelto la professione.
Il più importante ostacolo al matrimonio è comunque l’inestirpabile convinzione che per mantenere o comunque guidare una famiglia siano necessarie tutte quelle caratteristiche che ho riconosciuto in te, tutte insieme, nel bene e nel male, a costituire un tutto organico come nella tua persona, e quindi forza e disprezzo degli altri, salute e una certa smodatezza, loquacità e insufficienza, autostima e insoddisfazione del prossimo, senso di superiorità e tirannia, conoscenza degli uomini e sfiducia nei più, e anche pregi senza contropartita alcuna come laboriosità, resistenza, presenza di spirito, animo intrepido. Di tutto ciò io in confronto non avevo niente o soltanto pochissimo, e con ciò io osavo sposarmi pur vedendo che persino tu nel matrimonio dovevi lottare strenuamente e, coi tuoi figli, arrivavi a fallire? Naturalmente questa domanda non me la ponevo espressamente, né vi rispondevo espressamente; altrimenti della cosa si sarebbe impossessato il corso abituale dei pensieri, e mi avrebbe mostrato uomini molto diversi da te (per nominarne uno molto vicino e assai diverso da te: lo zio Richard) che tuttavia si sono sposati e quanto meno non sono crollati sotto il peso del matrimonio, il che è già molto e a me sarebbe bastato abbondantemente. Ma questa domanda io non me la sono posta: l’ho vissuta, sin dall’infanzia. Io non mi sono messo seriamente alla prova rispetto al matrimonio, ma rispetto a ogni piccolezza; rispetto a ogni piccolezza mi hai convinto, con il tuo esempio e la tua educazione, come ho cercato di descriverli, della mia incapacità, e quel che era vero per ogni piccolezza e ti dava ragione, doveva naturalmente essere enormemente vero per quanto c’era di più grande, ovvero il matrimonio.
Fino ai tentativi di matrimonio io sono infatti cresciuto come un uomo d’affari che si trascini giorno dopo giorno, per quanto sia preda di preoccupazioni e di cattivi presagi, senza mettere ordine nei suoi libri contabili. Ha alcune piccole entrate che, in virtù della loro rarità, continua ad accarezzare e a esagerare nella sua immaginazione, e per il resto solo perdite quotidiane. Registra tutto senza tentare mai un bilancio.
Arriva però l’obbligo di un bilancio, ovvero il tentativo di matrimonio. E con le grosse somme che sono in gioco, è come se non ci fosse mai stata neppure la più piccola entrata, ma un unico grande debito. E adesso sposati, senza impazzire!

(20 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (19)

06-836065_0x420Ora tu mi puoi dare qualche risposta, rispetto ai miei tentativi di matrimonio, e in parte l’hai anche fatto: non potevi avere molto rispetto per la mia decisione se io avevo già due volte rotto il mio fidanzamento con F. e per due volte ero tornato sui miei passi se avevo trascinato inutilmente te e la mamma a Berlino per il fidanzamento e simili. E tutto vero, ma come siamo arrivati a tanto?
Il pensiero che stava alla base dei due tentativi di matrimonio era del tutto corretto: mettere su casa, divenire autonomo. Un pensiero che a te è simpatico, solo che in realtà succede come in quel gioco in cui uno tiene stretta la mano di un altro, più forte che può, e gli grida: “Vai, vai, perché mai non vai?”. E nel nostro caso tuttavia questo è stato complicato dal fatto che tu hai da sempre pronunciato sinceramente quel “Vai!”, ma altrettanto da sempre, senza saperlo, mi hai trattenuto o più esattamente represso soltanto in virtù del tuo essere.
Tutte e due le ragazze erano state scelte certo per caso, ma straordinariamente bene. Di nuovo un segno del tuo completo fraintendimento, il fatto che tu possa credere che io, pavido, titubante e dubbioso come sono, possa decidermi tutto d’un tratto al matrimonio, rapito da una camicetta. Tutti e due i matrimoni sarebbero divenuti invece matrimoni di ragionamento, nella misura in cui da ciò emerge che giorno e notte, la prima volta per anni e la seconda per mesi tutta la mia energia intellettuale era stata dedicata a quel progetto.
Nessuna delle due ragazze mi ha deluso, sono stato io a deludere entrambe. Il mio giudizio su di loro, oggi, è esattamente lo stesso di quando volevo sposarle.
Non è vero neppure che al secondo tentativo di matrimonio avessi trascurato l’esperienza del primo, che fossi stato cioè un po’ leggero. I due casi erano molto diversi, e nel secondo caso, indubbiamente molto più promettente, fu proprio l’esperienza precedente a darmi speranza. Non voglio scendere qui in particolari.
Perché, allora, non mi sono sposato? Ci sono stati singoli ostacoli, come dappertutto, ma la vita consiste proprio nell’accettare questi ostacoli. L’ostacolo essenziale e purtroppo indipendente dal singolo caso era però il fatto che evidentemente io sono mentalmente incapace di sposarmi. Ciò è rivelato dal fatto che, dal momento in cui decido di sposarmi, non riesco più a dormire, la testa mi arde notte e giorno, non vivo più, mi aggiro barcollando disperato. A dire il vero non sono le preoccupazioni a provocarmi questo stato, per quanto date la mia malinconia e la mia pedanteria esso sia accompagnato da innumerevoli preoccupazioni, ma queste non sono l’elemento decisivo, completano come vermi il lavoro sul cadavere, ma è altro a colpirmi in maniera decisiva. E la pressione generica dell’angoscia, della debolezza, del disprezzo per me stesso.
Voglio cercare di spiegarlo meglio: a proposito del tentativo di matrimonio coincidono energicamente come non mai due elementi apparentemente contrapposti del mio rapporto con te. Il matrimonio è sicuramente una garanzia della più intensa liberazione di sé e indipendenza. Io avrei una famiglia, il massimo a cui a mio parere si possa arrivare, e anche il massimo a cui tu sei arrivato, sarei un tuo pari, tutte le vergogne e le tirannie antiche ed eternamente nuove sarebbero mera storia. Sarebbe però favoloso, e proprio in questo consiste l’elemento di dubbio. E troppo, non si può giungere a tanto. E come se uno fosse prigioniero e non avesse più intenzione di fuggire, cosa forse possibile, ma soltanto, e a dire il vero contemporaneamente, l’intenzione di trasformare la propria prigione in un castello. Se fugge, però, non può più trasformarla, e se la trasforma non può fuggire. Se io voglio divenire autonomo, nel particolare rapporto di infelicità che mi lega a te, debbo fare qualcosa che se possibile non abbia nessun rapporto con te; il matrimonio è il massimo, e dà la più rispettabile autonomia, ma al contempo ha anche un rapporto strettissimo con te. Voler andare al di là ha quindi qualcosa della follia, e ogni tentativo in tal senso è punito con essa.
In parte però è proprio questo stretto rapporto a rendere il matrimonio così allettante ai miei occhi Me la immagino così bella, questa parità che si costi tuirebbe così tra noi e che tu potresti comprendere come nessun altro, proprio perché io potrei essere un figlio libero, grato, innocente e sincero, e tu un padre sereno, non tirannico, comprensivo, contento. Ma a tal fine si dovrebbe poter far sì che non fosse accaduto tutto quel che è accaduto, ovvero che noi stessi fossimo cancellati. Così come siamo, tuttavia, il matrimonio mi è precluso proprio dal fatto che è il terreno che più ti è proprio. Talvolta immagino di poter aprire davanti a me la carta terrestre e di stendertici sopra Mi pare allora che per la mia vita si possano prendere in considerazione solo quei territori che né copri col tuo corpo né sono comunque alla tua portata. E data l’idea che mi son fatto della tua grandezza, questi territori non sono molti né molto confortanti, e il matrimonio in particolare non ne fa parte.
Già questo paragone dimostra che io non voglio assolutamente dire che è stato il tuo esempio ad allontanarmi dal matrimonio, più o meno come col negozio.
E proprio il contrario, nonostante ogni remota analogia. Nel vostro matrimonio avevo davanti a me un matrimonio sotto molti aspetti esemplare, esemplare nella fedeltà, nell’aiuto reciproco, nel numero dei figli; e anche quando i figli sono cresciuti e hanno turbato sempre più la pace familiare, il matrimonio in quanto tale non ne è stato sfiorato. Proprio da questo esempio, forse, deriva l’alto concetto che ho di esso; il fatto però che il mio desiderio di contrarre matrimonio sia stato impotente aveva altri motivi. Essi vanno rinvenuti nel tuo rapporto con i figli, di cui tratta tutta la lettera.

(19 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (18)

4DGeorge GroszPictNon è facile giudicare la tua risposta di allora: da una parte essa ha qualcosa di umiliantemente aperto e, in certo qual modo, primordiale; d’altra parte, per quanto riguarda l’insegnamento in sé, si è recentemente rivelata infondata. Non so quanti anni avessi allora, certamente non molti più di sedici. Per un ragazzino di quell’età fu però una risposta straordinaria, e la distanza tra noi due è dimostrata anche dal fatto che quello fu il primo insegnamento diretto sulla vita che ebbi da te. Il suo vero senso, però, che si radicò già allora dentro di me ma affiorò alla mia coscienza solo molto più tardi, era il seguente: quello che mi consigliavi era, secondo la tua opinione e anche secondo la mia opinione di allora, la cosa più sporca che ci fosse. Il fatto che tu ti preoccupassi che fisicamente non riportassi a casa niente di quella sporcizia era secondario: proteggevi infatti solo te stesso, la tua casa. La cosa principale era semmai che tu, al di là del tuo consiglio, rimanevi un marito modello, un uomo puro, superiore a queste cose; questo probabilmente per me fu acuito anche dal fatto che lo stesso matrimonio mi pareva osceno e quindi mi era impossibile applicare ai miei genitori quanto avevo udito in generale sul matrimonio. In questo modo divenisti ancora più puro, ti elevasti ancora più in alto.
Il pensiero che tu avessi potuto dare anche a te stesso un consiglio simile, magari prima del matrimonio, era per me completamente improponibile. Così su di te praticamente non c’erano resti di sporcizia terrena.
E proprio tu, con qualche parola diretta, mi scaraventasti in questa sporcizia, come se vi fossi destinato. Se al mondo ci fossimo stati solo io e te, idea che mi era molto vicina, allora la purezza del mondo finiva con te e con me cominciava, in virtù del tuo consiglio, la sporcizia. Di per sé era davvero incomprensibile che tu mi giudicassi così, potevo spiegarmelo solo con un’antica colpa e col più profondo disprezzo da parte tua. E così ero di nuovo ferito nell’intimo, in modo assai duro.
Qui forse emerge anche con la massima chiarezza la nostra innocenza reciproca. A darmi un consiglio aperto, che corrisponde alla sua concezione della vita, non molto edificante, ma a tutt’oggi comunissimo in città, che forse può evitare danni alla salute. Però questo consiglio non è esattamente corroborante da un punto di vista morale, ma perché mai nel corso degli anni non dovrebbe poter rielaborare il danno subito; inoltre non è detto che debba seguire quel consiglio e, comunque, il consiglio in sé non contiene nessun motivo per cui si debba sentire crollare addosso tutto il suo futuro. E tuttavia qualcosa del genere accade, ma soltanto perché ci sei tu e ci sono io.
Di questa innocenza reciproca riesco ad avere una visione d’insieme particolarmente buona anche perché, circa venti anni dopo, tra di noi si è verificato uno scontro simile, in circostanze completamente diverse: di fatto raccapricciante ma di per sé molto meno dannoso, perché in me trentaseienne cosa c’era, oramai, che potesse essere ancora danneggiato! Mi riferisco a una breve discussione in uno dei pochi giorni agitati dopo che vi ebbi comunicato il mio ultimo progetto matrimoniale. Mi dicesti pressappoco: “Probabilmente indossava una camicetta ricercata, come sanno fare le ebree praghesi, e di conseguenza tu hai deciso di sposarla. E naturalmente il più presto possibile, nel giro di una settimana, domani, oggi. Non ti capisco, eppure sei un uomo adulto, vivi in città, e non sai fare niente di meglio che sposare la prima che capita. Non ci sono altre possibilità? Se è questo che temi, verrò con te a indicartele”. Parlasti dettagliatamente e chiaramente, ma non ricordo i particolari, forse mi si annebbiò la vista, quasi quasi mi interessava di più la mamma che, certo completamente d’accordo con te, continuava a togliere qualcosa dal tavolo e a uscire dalla stanza. Mai mi hai umiliato di più con le parole, né mi hai mostrato più chiaramente il tuo disprezzo. Quando venti anni fa mi parlasti in modo simile, nei tuoi occhi si sarebbe potuto persino scorgere un qualche rispetto per il precoce adolescente cittadino che, a tuo giudizio, poteva già essere introdotto nella vita senza tanti giri a vuoto. Oggi questo riguardo potrebbe soltanto accrescere il disprezzo, perché l’adolescente che allora prendeva la rincorsa è rimasto impantanato, e oggi non ti sembra più ricco di qualche esperienza, ma solo più penoso di venti anni. La mia decisione per una ragazza non significava niente per te. Tu hai sempre represso (inconsciamente) la mia forza decisionale e adesso credi (inconsciamente) di sapere quanto valesse. Dei miei tentativi di salvezza in altre direzioni non hai saputo niente, e quindi non potevi sapere niente neppure dei pensieri che mi hanno condotto a questo tentativo di matrimonio, hai dovuto cercare di indovinarli e, in conformità al giudizio complessivo che ti eri fatto di me, mi hai consigliato la cosa più ripugnante, goffa e ridicola. E non hai indugiato un istante a dirmelo, e proprio in quel modo. La vergogna di cui mi coprivi non era niente rispetto alla vergogna di cui secondo te il mio matrimonio avrebbe macchiato il tuo nome.

(18 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (17)

1920s_vintage_wedding_dressIn primo luogo tu collochi il fallimento delle mie intenzioni matrimoniali nella serie degli altri miei insuccessi: e io non avrei niente in contrario, purché tu accettassi la spiegazione che di tali insuccessi ho dato sino a questo momento. Si colloca infatti in questa serie, solo che tu sottovaluti il significato della cosa, e lo sottovaluti al punto che noi, quando ne parliamo assieme, parliamo davvero di due cose completamente diverse. Oso dire che in vita tua non ti è mai successo niente che abbia avuto per te un significato simile a quello dei miei tentativi di matrimonio. Con questo non voglio dire che tu non abbia vissuto niente di così significativo: al contrario, la tua vita è stata molto più ricca e piena di pensieri e intensa della mia, ma proprio per questo non ti è successo niente di simile. E come se uno dovesse salire cinque gradini bassi e un altro un gradino soltanto che però, almeno per lui, è alto come quei cinque messi insieme: il primo supererà non soltanto i primi cinque, ma altri cento e altri mille, la sua vità sarà grandiosa e molto faticosa, ma nessuno dei gradini che ha superato avrà per lui un’importanza pari a quell’unico, primo, alto gradino dell’altro, che le sue forze non sono in grado di superare e al di sopra e al di là del quale naturalmente non riesce ad arrivare.
Sposarsi, metter su famiglia, accogliere tutti i figli che verranno, mantenerli in questo mondo incerto e magari guidarli anche un po’ è, ne sono convinto, il compito estremo che un essere umano può riuscire a svolgere. Il fatto che apparentemente a molti riesca così facilmente non è una prova contraria, in primo luogo perché in effetti non riesce a molti e poi perché questi (non molti” perlopiù non “fanno” niente, a loro “capita” così; e allora non si tratta più di quel compito estremo, per quanto sia cosa grande e ammirevole (in particolare laddove non si può tracciare una distinzione precisa tra “fare” e “capitare”). E infine non si tratta neppure di questo compito estremo, ma soltanto di un qualche avvicinamento a esso, da lontano, seppure decente; non è mica necessario levarsi in volo fino al sole, basta strisciare fino a un posticino pulito sulla terra dove ogni tanto il sole faccia la sua comparsa e ci si possa riscaldare un po’.
Com’ero preparato a tutto ciò? Nel peggior modo possibile. Questo emerge già da quanto abbiamo detto. Ma nella misura in cui si danno una preparazione diretta del singolo e una creazione diretta delle condizioni generali di base, tu in apparenza non sei intervenuto molto. Non ci sono neppure altre possibilità, qui a decidere sono i costumi sessuali generali del ceto sociale, della popolazione e dell’epoca. E tuttavia tu sei intervenuto anche qui, non molto, perché la premessa di un tale intervento può essere soltanto una forte fiducia reciproca, e al momento decisivo questa mancava a entrambi già da molto tempo, e non molto felicemente, giacché le nostre esigenze erano completamente diverse; quel che sconvolge me può lasciare te del tutto indifferente e viceversa, quel che per te è innocenza può essere colpa per me e ancora, quel che per te non ha conseguenze può essere per me il coperchio della bara.
Ricordo che una sera passeggiavo con te e con la mamma, eravamo sulla Josephplatz, nei pressi dell’odierna Landerbank, e presi a parlare in quel modo stupidamente millantatore, superiore, orgoglioso, distaccato (il che era insincero), freddo (il che era vero) e balbuziente che perlopiù usavo con te di quelle cose interessanti, vi rimproverai per non avermi edotto in materia, che erano stati i miei compagni di scuola a doversi occupare di me, che avevo corso grandi pericoli (qui, al solito, mentivo svergognatamente per mostrarmi coraggioso, perché a causa della mia pavidità non avevo un’idea più esatta di quei “grandi pericoli”), e in conclusione affermai che adesso per fortuna sapevo tutto, non avevo più bisogno di consigli ed era tutto a posto. Principalmente avevo iniziato a parlarne perché almeno il parlarne mi divertiva, poi anche per curiosità e infine per vendicarmi un po’ di voi. Tu, conformemente al tuo modo di essere, la prendesti con la massima semplicità; dicesti soltanto che avresti potuto darmi qualche consiglio su come praticare queste cose senza pericolo. Forse io avevo voluto celatamente provocare proprio una simile risposta, che corrispondeva sì alla cupidigia del bimbo supernutrito di carne e di ogni leccornia, fisicamente incapace ed eternamente preoccupato per se stesso, ma il mio pudore esteriore ne fu talmente ferito o quanto meno io tanto credetti dovesse esserlo che, contro la mia volontà, non riuscii più a parlarne e con altezzosa sfacciataggine interruppi il discorso.

(17 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (16)

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In queste circostanze ho avuto quindi la libertà di scegliermi la professione. Ma ero ancora capace di far davvero uso di una tale libertà? Confidavo davvero di riuscire a raggiungere una vera professione? La mia autostima dipendeva da te più che da qualsiasi altra cosa, ad esempio da un successo esteriore. Quello era il ristoro di un istante, nient’altro, ma dall’altra parte il tuo peso mi trascinava sempre più violentemente verso il basso. Non sarei mai andato al di là della prima elementare, pensavo; eppure ci riuscii, e mi dettero persino un premio; ma certamente non avrei superato l’esame di ammissione al ginnasio; eppure ci riuscii; ma adesso naturalmente all’esame di ammissione al ginnasio mi bocceranno; no, non fui bocciato, e continuai a riuscire. Ma questo non mi dette fiducia alcuna, anzi, fui sempre convinto–e ne avevo la prova formale nel tuo atteggiamento sprezzante– che tanto più riuscivo tanto peggio sarebbe finita.
Spesso vedevo, nella mia mente, il terribile collegio dei professori (il ginnasio è soltanto l’esempio più unitario, ma dappertutto intorno a me le cose erano analoghe) che, quando ebbi superato la prima, e quindi in seconda, e poi quando ebbi superato anche questa in terza e così via, si sarebbero radunati per indagare su questo caso singolarissimo, che gridava vendetta: ovvero sul fatto che io, il più incapace e comunque il più insipiente, fossi riuscito a infiltrarmi fino in questa classe che, essendo l’attenzione di tutti rivolta a me, mi avrebbe naturalmente vomitato fuori, tra il giubilo di tutti i giusti liberati da questo incubo. Per un bimbo non è certo facile vivere con queste idee. Che cosa me ne importava, in queste circostanze, della lezione? Chi era in grado di strapparmi una scintilla di partecipazione? La lezione–e non soltanto la lezione, ma tutto quello che mi circondava, in questa età decisiva–mi interessava come può interessare la quotidiana routine di banca, che in qualità di impiegato debba continuare a svolgere, a un dipendente che si sia macchiato di furto e tremi all’idea di essere scoperto. Era tutto così piccolo e lontano, accanto alla cosa principale. Si arrivò così alla maturità, che in parte superai davvero con l’imbroglio, e poi basta, adesso ero libero. Se già nonostante la coercizione del ginnasio mi ero curato solo di me stesso, a maggior ragione adesso che ero libero. Intanto una vera libertà nella scelta della professione per me non si dava, lo sapevo: rispetto alla cosa principale mi era tutto indifferente, come le materie insegnate al ginnasio; si trattava quindi di trovare una professione che, senza ferire troppo la mia vanità, permettesse questa indifferenza con la massima onestà possibile. Era quindi ovvio che mi iscrivessi a giurisprudenza. Piccoli tentativi in senso contrario, frutto di vanità e di insensata speranza, come quattordici giorni alla facoltà di chimica e un semestre in quella di tedesco, si limitarono a rafforzare questa convinzione di fondo.
Studiai così giurisprudenza. Questo significò che un paio di mesi prima degli esami, con grande coinvolgimento dei miei nervi, la mia mente si nutriva letteralmente della segatura che per giunta mi era già stata premasticata da migliaia di bocche. Ma in un certo senso mi piaceva, come, volendo, il ginnasio prima e il lavoro d’ufficio poi, perché tutto questo corrispondeva perfettamente alla mia situazione. A ogni modo dimostrai qui una preveggenza stupefacente: già da bimbetto avevo idee abbastanza chiare sugli studi e sulla professione. Da qui non mi aspettavo salvezza alcuna, avevo rinunciato già da tempo.
Non avevo però idee di sorta sul significato e sulla possibilità, per me, di un matrimonio; questo che sinora è stato il più grosso sgomento della mia vita si è abbattuto su di me in modo quasi inaspettato. Il bimbo si era evoluto così lentamente e queste cose, esteriormente, gli erano anche troppo lontane; ogni tanto gli si presentò la necessità di pensarci; ma non si poteva certo affermare che questi momenti lo avessero preparato a una prova duratura, decisiva e addirittura esasperata. In realtà però i tentativi di matrimonio divennero il più grandioso e speranzoso tentativo di salvezza, e altrettanto grandioso fu poi, di conseguenza, anche il loro fallimento.
Temevo, poiché in questo campo niente mi riesce, di non riuscire neppure a farti comprendere questi tentativi. E tuttavia da questo dipende il successo di tutta la lettera, perché in questi tentativi erano raccolte tutte le forze positive di cui io disponevo e, d’altra parte, vi si raccoglievano anche, e con furore, tutte le forze negative che ho descritto quale risultato collaterale della tua educazione, quindi la debolezza, la mancanza di fiducia in me stesso, il senso di colpa, che letteralmente costituivano un cordone teso tra me e il matrimonio. La spiegazione mi riuscirà difficile, anche perché vi ho riflettuto e rimuginato per tanti giorni e tante notti che anche a me si confondono già le idee. Mi sarà però facilitata, la spiegazione, da quello che immagino sia il tuo completo fraintendimento della faccenda; migliorare un po’ un fraintendimento così totale non mi sembra eccessivamente difficile.

(16 – continua)