Franz Kafka, Lettera al padre (16)

kafka

In queste circostanze ho avuto quindi la libertà di scegliermi la professione. Ma ero ancora capace di far davvero uso di una tale libertà? Confidavo davvero di riuscire a raggiungere una vera professione? La mia autostima dipendeva da te più che da qualsiasi altra cosa, ad esempio da un successo esteriore. Quello era il ristoro di un istante, nient’altro, ma dall’altra parte il tuo peso mi trascinava sempre più violentemente verso il basso. Non sarei mai andato al di là della prima elementare, pensavo; eppure ci riuscii, e mi dettero persino un premio; ma certamente non avrei superato l’esame di ammissione al ginnasio; eppure ci riuscii; ma adesso naturalmente all’esame di ammissione al ginnasio mi bocceranno; no, non fui bocciato, e continuai a riuscire. Ma questo non mi dette fiducia alcuna, anzi, fui sempre convinto–e ne avevo la prova formale nel tuo atteggiamento sprezzante– che tanto più riuscivo tanto peggio sarebbe finita.
Spesso vedevo, nella mia mente, il terribile collegio dei professori (il ginnasio è soltanto l’esempio più unitario, ma dappertutto intorno a me le cose erano analoghe) che, quando ebbi superato la prima, e quindi in seconda, e poi quando ebbi superato anche questa in terza e così via, si sarebbero radunati per indagare su questo caso singolarissimo, che gridava vendetta: ovvero sul fatto che io, il più incapace e comunque il più insipiente, fossi riuscito a infiltrarmi fino in questa classe che, essendo l’attenzione di tutti rivolta a me, mi avrebbe naturalmente vomitato fuori, tra il giubilo di tutti i giusti liberati da questo incubo. Per un bimbo non è certo facile vivere con queste idee. Che cosa me ne importava, in queste circostanze, della lezione? Chi era in grado di strapparmi una scintilla di partecipazione? La lezione–e non soltanto la lezione, ma tutto quello che mi circondava, in questa età decisiva–mi interessava come può interessare la quotidiana routine di banca, che in qualità di impiegato debba continuare a svolgere, a un dipendente che si sia macchiato di furto e tremi all’idea di essere scoperto. Era tutto così piccolo e lontano, accanto alla cosa principale. Si arrivò così alla maturità, che in parte superai davvero con l’imbroglio, e poi basta, adesso ero libero. Se già nonostante la coercizione del ginnasio mi ero curato solo di me stesso, a maggior ragione adesso che ero libero. Intanto una vera libertà nella scelta della professione per me non si dava, lo sapevo: rispetto alla cosa principale mi era tutto indifferente, come le materie insegnate al ginnasio; si trattava quindi di trovare una professione che, senza ferire troppo la mia vanità, permettesse questa indifferenza con la massima onestà possibile. Era quindi ovvio che mi iscrivessi a giurisprudenza. Piccoli tentativi in senso contrario, frutto di vanità e di insensata speranza, come quattordici giorni alla facoltà di chimica e un semestre in quella di tedesco, si limitarono a rafforzare questa convinzione di fondo.
Studiai così giurisprudenza. Questo significò che un paio di mesi prima degli esami, con grande coinvolgimento dei miei nervi, la mia mente si nutriva letteralmente della segatura che per giunta mi era già stata premasticata da migliaia di bocche. Ma in un certo senso mi piaceva, come, volendo, il ginnasio prima e il lavoro d’ufficio poi, perché tutto questo corrispondeva perfettamente alla mia situazione. A ogni modo dimostrai qui una preveggenza stupefacente: già da bimbetto avevo idee abbastanza chiare sugli studi e sulla professione. Da qui non mi aspettavo salvezza alcuna, avevo rinunciato già da tempo.
Non avevo però idee di sorta sul significato e sulla possibilità, per me, di un matrimonio; questo che sinora è stato il più grosso sgomento della mia vita si è abbattuto su di me in modo quasi inaspettato. Il bimbo si era evoluto così lentamente e queste cose, esteriormente, gli erano anche troppo lontane; ogni tanto gli si presentò la necessità di pensarci; ma non si poteva certo affermare che questi momenti lo avessero preparato a una prova duratura, decisiva e addirittura esasperata. In realtà però i tentativi di matrimonio divennero il più grandioso e speranzoso tentativo di salvezza, e altrettanto grandioso fu poi, di conseguenza, anche il loro fallimento.
Temevo, poiché in questo campo niente mi riesce, di non riuscire neppure a farti comprendere questi tentativi. E tuttavia da questo dipende il successo di tutta la lettera, perché in questi tentativi erano raccolte tutte le forze positive di cui io disponevo e, d’altra parte, vi si raccoglievano anche, e con furore, tutte le forze negative che ho descritto quale risultato collaterale della tua educazione, quindi la debolezza, la mancanza di fiducia in me stesso, il senso di colpa, che letteralmente costituivano un cordone teso tra me e il matrimonio. La spiegazione mi riuscirà difficile, anche perché vi ho riflettuto e rimuginato per tanti giorni e tante notti che anche a me si confondono già le idee. Mi sarà però facilitata, la spiegazione, da quello che immagino sia il tuo completo fraintendimento della faccenda; migliorare un po’ un fraintendimento così totale non mi sembra eccessivamente difficile.

(16 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (15)

11

Vale la pena di parlarne soltanto perché si è verificato nella mia vita; altrove non sarebbe minimamente degno di nota, e comunque soltanto perché ha dominato la mia vita, nell’infanzia come presagio, poi come speranza e dopo ancora, spesso, come disperazione, e mi ha dettato alcune piccole decisioni, se si vuole, ancora informate alla tua persona.
Ad esempio la scelta della professione. Certo, tu mi hai dato piena libertà, alla tua maniera generosa e in questo senso perfino paziente. Tuttavia nel far ciò hai seguito anche il modo comune di trattare i figli da parte del ceto medio ebraico, che aveva per te un valore normativo, o comunque i giudizi di valore di tale ceto. Infine una certa influenza ha avuto uno dei tuoi fraintendimenti rispetto alla mia personalità. Tu mi ritieni infatti, da sempre, per orgoglio paterno, per ignoranza della mia vera esistenza, per le conclusioni che trai dalla mia debolezza, particolarmente studioso. Secondo te da bambino non facevo altro che studiare e poi non ho fatto altro che scrivere. Non è vero, neppure lontanissimamente. Si può semmai dire, con molta meno esagerazione, che ho studiato poco e non ho appreso niente; il fatto che in molti anni mi sia rimasto qualcosa, con una memoria decente e un’intelligenza non delle peggiori, non è poi molto strano, ma il risultato complessivo quanto alla conoscenza e soprattutto ai suoi fondamenti è comunque estremamente deplorevole, rispetto al dispendio di tempo e denaro e nel contesto di una vita esteriormente spensierata e tranquilla, in particolare anche in confronto a quasi tutta la gente che conosco. E deplorevole, ma per me comprensibile. Ho avuto, da quando so pensare, preoccupazioni così profonde relative all’affermazione spirituale dell’esistenza, che tutto il resto mi era indifferente. I ginnasiali ebrei da noi sono facilmente tipi singolari; tra loro si trovano le persone più improbabili; ma la mia indifferenza fredda, appena velata, indistruttibile, infantilmente inerme, quasi ridicola e animalescamente autocompiaciuta di bambino sufficiente a se stesso ma freddamente fantastico non l’ho ritrovata mai, per quanto qui fosse l’unico riparo contro la distruzione dei nervi da parte della paura e del senso di colpa. L’unica cosa che mi interessava era la preoccupazione per me stesso, che assumeva però le forme più differenti. Ad esempio come preoccupazione per la mia salute: cominciò in sordina, ogni tanto qualche leggera apprensione per la digestione, la caduta dei capelli, una deviazione della spina dorsale e così via; poi tutto ciò si intensificò nel corso di innumerevoli passaggi, fino a divenire una vera malattia. Ma poiché non ero sicuro di niente, avevo bisogno ad ogni momento di una nuova conferma della mia esistenza, niente era davvero e indubbiamente di mia esclusiva proprietà, proprietà che fosse determinata univocamente da me, così divenni naturalmente insicuro anche della cosa a me più vicina, il mio stesso corpo; crebbi molto in altezza ma non sapevo che farmene, il carico era troppo pesante, la schiena si curvò; non osavo quasi muovermi o addirittura fare ginnastica, rimasi debole; se tutto quello di cui ancora disponevo sorprendeva, quasi fosse un miracolo, ad esempio la mia buona digestione, questo bastava a farmela perdere, e così era aperta la strada per ogni ipocondria, finché per lo sforzo sovrumano di volermi sposare (tornerò a parlarne) mi è uscito sangue dai polmoni, cosa della quale può essere in parte responsabile anche l’appartamento nel palazzo Schonbirn, che però mi serviva solo perché credevo di averne bisogno per scrivere, e così è attinente a questa lettera. Quindi tutto ciò non è dovuto al superlavoro, come tu immagini da sempre. Ci sono stati anni in cui io, in piena salute, ho trascorso più tempo in ozio sul divano di quanto tu abbia fatto in tutta la tua vita, malattie comprese. Quando fuggivo da te occupatissimo, era in massima parte per andarmi a sdraiare in camera mia. Il mio rendimento complessivo sia in ufficio (dove peraltro la pigrizia non dà molto nell’occhio e inoltre era tenuta entro certi limiti dalla mia pavidità) che a casa è minimo; se tu ne avessi un’idea, rimarresti sconvolto. Probabilmente il mio impianto non è affatto pigro, ma per me non c’era niente da fare. Là dove ho vissuto ero rimproverato, giudicato, sconfitto; e fuggire altrove mi procurava una tensione estrema, ma non era fattibile, si trattava di una cosa impossibile, irraggiungibile con le mie forze, senza eccezioni di sorta.

(15 – continua)

Cieca obbedienza

00

Non c’è bisogno di scomodare “Il Discorso sulla servitù volontaria” di Étienne de La Boétie, l’amico di Montaigne, tantomeno il Grande Inquisitore di Dostoevskij, per sapere quanto l’uomo sia capace di cieca obbedienza in cambio a volte anche di semplici promesse di una vita sicura.

Massimo Cacciari su L’Espresso, 4 settembre 2016

Franz Kafka, Lettera al padre (14)

Kafka-dreamNon si tratta di un fenomeno isolato, situazioni analoghe si sono verificate in gran parte di questa generazione ebrea di transizione, emigrata nelle città da una campagna ancora relativamente devota; si verificavano di per sé, solo che hanno aggiunto al nostro rapporto, che già non mancava di asperità, un altro elemento piuttosto doloroso. Per contro anche a questo riguardo tu devi credere, proprio come me, nella tua innocenza, spiegando però questa innocenza a partire dalla tua natura e dal periodo, non solo con le circostanze esteriori, senza sostenere quindi che avresti avuto troppo da lavorare e troppe preoccupazioni per poterti curare di simili cose. E così che sei solito trasformare la tua indubbia innocenza in un ingiusto rimprovero contro altri. Questo è sempre facilmente confutabile, anche qui. Non si tratterebbe infatti di una qualche lezione che tu avresti dovuto impartire ai tuoi figli, ma di una vita esemplare; se il tuo ebraismo fosse stato più forte, anche il tuo esempio sarebbe stato più cogente, questo è ovvio e non è un rimprovero, semplicemente una difesa dai tuoi rimproveri. Ultimamente hai letto le memorie di gioventù di Franklin. Io te l’ho date da leggere davvero intenzionalmente, ma non, come tu hai osservato ironicamente, a causa di un breve passo sul vegetarianesimo, ma per il rapporto tra l’autore e suo padre, come vi è descritto, e per il rapporto tra l’autore e suo figlio, come emerge autonomamente in queste memorie scritte appunto per il figlio. Non voglio menzionare alcun particolare.
Una certa conferma a posteriori di questa concezione del tuo ebraismo l’ho avuta dal tuo comportamento negli ultimi anni, quando ti sembrava che mi occupassi di più di cose ebraiche. Poiché da sempre nutri un certo disprezzo contro ciascuna delle mie occupazioni e in particolare contro il modo in cui io mi dedico ai miei interessi, l’hai provato anche in questo caso. Ci si sarebbe però potuti aspettare che tu facessi una piccola eccezione. Era ebraismo del tuo ebraismo, quello che qui si agitava, e con esso anche la possibilità di riallacciare tra noi un rapporto di tipo nuovo. Non nego che queste cose mi sarebbero potute divenire sospette proprio per il fatto che tu mostrassi interesse per loro. Non mi viene certo in mente di voler affermare che, da questo punto di vista, sono in certo qual modo migliore di te. Ma non c’è stato neppure un tentativo. Nella mia mediazione anche l’ebraismo diventava per te ripugnante, e gli scritti ebraici illeggibili, “ti davano la nausea”. Questo poteva significare che tu insistevi sul fatto che solo l’ebraismo come me lo avevi mostrato nella mia infanzia era giusto; oltre a quello non c’era niente. Ma che tu volessi insistere su questo non era pensabile. Allora però la “nausea” (a prescindere dal fatto che non era rivolta in prima istanza contro l’ebraismo, ma contro la mia persona) poteva significare soltanto che tu inconsciamente riconoscevi la debolezza del tuo ebraismo e della mia educazione ebraica, non volevi assolutamente che ti fosse ricordata e rispondevi a tutti i ricordi con un odio aperto. Inoltre la tua sopravvalutazione negativa del mio ebraismo era davvero eccessiva; in primo luogo esso recava in sé la tua maledizione e in secondo luogo era decisivo, per il suo sviluppo, un rapporto sostanziale con il prossimo, e nel mio caso quindi mortale.
Giustamente hai rivolto il tuo disprezzo alla mia attività di scrittore e a quanto, a te ignoto, le era collegato. Qui davvero mi ero allontanato autonomamente da te di un bel pezzo, anche se questo ricordava un po’ il verme che, calpestato sulla coda da un piede, la abbandona e si trascina di lato con la parte anteriore.
Un po’ di sicurezza ce l’avevo, potevo tirare un sospiro di sollievo, e il disprezzo che naturalmente provavi per il mio scrivere mi era eccezionalmente benvenuto.
La mia vanità e il mio amor proprio soffrivano naturalmente per il modo, ormai celebre per noi, con cui salutavi l’arrivo dei miei libri: “Mettilo sul comodino!” (perlopiù giocavi a carte quando arrivava un libro); ma in fondo esso sortiva un effetto benefico, perché quella formula suonava per me come: “Adesso sei libero!”. Naturalmente era un’illusione, non ero o, nel più favorevole dei casi, non ero ancora libero. Scrivevo di te, scrivendo lamentavo quello che non potevo lamentare sul tuo petto. Era un addio da te, intenzionalmente tirato per le lunghe, soltanto che, per quanto imposto da te, andava nella direzione da me determinata. Ma quanto era poco, tutto ciò!

(14 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (13)

torah

Altrettanto poco mi sono salvato da te nell’ebraismo. Qui sì che la salvezza di per sé sarebbe stata pensabile, ma ancor più sarebbe stato pensabile che nell’ebraismo noi due ci ritrovassimo o che addirittura esso costituisse il nostro comune punto di partenza.
Ma quale mai fu l’ebraismo che mi trasmettesti! Nel corso degli anni mi sono posto in tre modi diversi nei confronti dell’ebraismo.
Da bambino, d’accordo con te, mi rimproveravo perché non andavo abbastanza al tempio, non digiunavo e così via. Non credevo di fare un’ingiustizia a te, ma a me, ed ero lancinato dai complessi di colpa, sempre in agguato.
Più tardi, ormai giovanotto, non capivo come con quel niente di ebraismo di cui disponevi potessi rimproverarmi perché non mi sforzavo (anche solo per pietà, per usare la tua espressione) di mettere in pratica un simile niente. Ed era davvero, per quanto potevo giudicare io, un niente, un gioco, nient’altro che un gioco. Andavi al tempio quattro giorni all’anno, e là eri come minimo più vicino agli indifferenti che a coloro che prendevano la cosa sul serio; recitavi pazientemente le preghiere, come si sbriga una formalità, e talvolta mi gettavi nel più profondo stupore perché riuscivi a mostrarmi nel libro il versetto che si stava recitando; e per il resto io, le poche volte (è questa la cosa più importante) che ero al tempio, potevo girellare come volevo. Ho trascorso tutte quelle ore sbadigliando e sonnecchiando (in seguito penso di essermi annoiato altrettanto solo durante le lezioni di ballo) e cercavo di godermi al massimo quelle poche variazioni che c’erano, come quando veniva aperta l’arca dell’alleanza, cosa questa che mi ricordava sempre il tirassegno dove, se si colpiva una casella nera, si apriva una porticina, solo che da là usciva sempre qualcosa di interessante e qui sempre e soltanto quei vecchi manichini senza testa. Ho anche provato molta paura, laggiù, e non solo, come sarebbe ovvio, della molta gente cui ci si trovava vicini, ma anche perché una volta mi dicesti, di sfuggita, che avrebbero anche potuto chiamarmi alla Torà. Questo pensiero mi ha fatto tremare per anni. Per il resto però niente venne a turbare sostanzialmente la mia noia, al massimo ci fu il Barmizvà, che però richiedeva soltanto un ridicolo esercizio di memoria, con un esame altrettanto ridicolo, e poi, per quel che ti riguarda, piccoli eventi poco significativi, come quando tu fosti chiamato alla Torà e superasti bene questa prova, a mio avviso esclusivamente sociale, o quando il giorno in memoria delle anime. tu rimanesti nel tempio e io ne fui cacciato, la qual cosa per lungo tempo, evidentemente a causa della mia espulsione e della mancanza di qualsiasi partecipazione più profonda, provocò in me la quasi inconsapevole sensazione che si trattasse di qualcosa di indecente. Se le cose stavano così al tempio, a casa erano–se possibile–ancora più misere, e si limitavano alla prima sera di Seder, sempre più una commedia che faceva venire i crampi dal gran ridere, senz’altro per l’influenza dei figli che crescevano. (Perché dovevi sottostare a tale influenza? Perché eri stato tu a provocarla.) Questa era dunque la fede che mi fu trasmessa; a ciò si aggiungeva al massimo la mano tesa che indicava “i figli del milionario Fuchs” i quali, in occasione delle feste solenni, si recavano al tempio col padre. Come con questo materiale si potesse fare qualcosa di meglio che liberarsene il più rapidamente possibile, non lo capivo; proprio questo liberarsene mi sembrava l’azione più improntata alla pietà.
In seguito, però, vidi le cose ancora in un’altra luce e compresi perché tu potessi credere che anche sotto questo aspetto io ti tradissi malvagiamente. Dal tuo villaggio simile a un ghetto tu avevi davvero riportato un po’ di ebraismo: non era molto e si perdette un po’ in città e durante il servizio militare, eppure le impressioni e i ricordi della gioventù bastavano, per quanto scarsi, a un certo tipo di vita ebraica, in particolare perché tu non avevi bisogno di particolare aiuto in quel senso, ma eri di stirpe molto vigorosa e la tua persona non poteva essere scossa da riflessioni religiose, se non si mescolavano a riflessioni sociali. In fondo la fede che guidava la tua vita era la fede nell’assoluta giustezza delle opinioni di una determinata classe sociale ebraica e, poiché queste opinioni facevano parte del tuo essere, era anche la fede in te stesso. E anche in questo c’era abbastanza ebraismo, ma era troppo poco per trasmetterlo a tuo figlio e, mentre tentavi di farlo, ne andò perduta ogni singola goccia. In parte erano incomunicabili impressioni di gioventù, in parte il tuo essere temuto. Era anche impossibile far capire a un bimbo, il quale per pavidità osservava con grande acutezza, che quelle nullità che tu in nome dell’ebraismo eseguivi con un’indifferenza proporzionata alla loro nullità potessero avere un senso più elevato. Per te avevano senso come piccoli ricordi del passato, e per questo volevi trasmettermele; ma potevi farlo, giacché anche per te non avevano più un valore autonomo, solo con la persuasione o le minacce; questo da un lato non poteva riuscire e dall’altro, poiché tu non riconoscevi affatto la tua debolezza in questo campo, era per te fonte di grande irritazione nei miei confronti, a causa della mia apparente testardaggine.

(13 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (12)

15012a

Un esempio istruttivo nel contesto della tua azione educativa è quello di Irma. Era un’estranea, è giunta nel tuo negozio già adulta e per lei eri esclusivamente il principale: è stata quindi esposta alla tua influenza solo in parte e a un’età in cui si è già capaci di opporre resistenza; d’altro canto però era anche una consanguinea, venerava in te il fratello di suo padre, e tu avevi su di lei un potere che andava ben al di là di quello del capo. E tuttavia per te lei, che nel suo corpo deboluccio era così solerte, astuta, diligente, modesta, degna di fiducia, disinteressata, fedele, che ti amava come zio e ti ammirava come principale, che in altri posti si è fatta apprezzare, prima e dopo, per te non è stata una buona impiegata. Nei tuoi confronti, naturalmente spinta anche da noi, ha avuto un atteggiamento simile a quello dei tuoi figli; e così grande era il potere che la tua essenza dominatrice esercitava anche su di lei che Irma sviluppò (tuttavia soltanto nei tuoi confronti e, c’è da sperarlo, senza la profonda sofferenza dei bimbi) smemoratezza, trascuratezza, amaro umorismo e persino una certa caparbietà, senza tener conto del fatto che era malaticcia e, a parte questo, non molto felice, perché su di lei gravava una situazione familiare avvilente. Gli elementi per me più significativi del tuo rapporto con lei li hai riassunti tu stesso in una frase per noi divenuta classica, quasi blasfema, che però dimostra quanto fosse innocente il modo in cui trattavi il prossimo: “Quella benedetta ragazza mi ha lasciato tante porcherie!”.
Potrei descrivere altre sfere della tua influenza e della lotta contro di essa, ma giungerei nel campo dell’incerto e dovrei ricostruirne i particolari; inoltre tu, quanto più ti allontani dal negozio e dalla famiglia, ti fai da sempre più gentile, arrendevole, cortese, rispettoso, interessato (intendo anche in apparenza), allo stesso modo in cui per esempio anche un autocrate, se si trova al di fuori dei confini del suo paese, non ha motivo di continuare a essere tirannico e può mostrarsi benevolo anche davanti alla gente più umile.
Infatti, per esempio, nelle foto di gruppo di Franzensbad ti ergi sempre così alto e allegro tra quegli esseri bassi e imbronciati, come un re in viaggio. Anche i tuoi figli tuttavia avrebbero potuto trarne qualche vantaggio, se solo fossero stati capaci, cosa questa impossibile, di rendersene conto quand’erano piccoli, e io ad esempio non avrei dovuto costantemente dimorare, per così dire, nell’anello più interno della tua influenza, quello più severo e stringente, come invece in realtà ho fatto.
In questo modo non solo ho perduto il senso della famiglia, come dici tu: al contrario, semmai continuavo ad averlo, il senso della famiglia, per quanto soprattutto negativo a causa del distacco interiore da te (cui naturalmente non si poteva porre fine). Ma se possibile, i rapporti con le persone esterne alla famiglia subivano ancora di più la tua influenza. Sei assolutamente in errore se credi che per gli altri io faccia tutto, per amore e fedeltà, e niente per te e la famiglia, per freddezza e tradimento. Lo ripeto per la decima volta: probabilmente sarei divenuto comunque un essere timido e pavido, ma da questo a quello dove sono veramente giunto c’è ancora una strada lunga e buia.
(Sinora in questa lettera ho taciuto, intenzionalmente, relativamente poco, ora e in seguito dovrò però tacere qualcosa di quanto mi è ancora difficile ammettere, a te e a me stesso. Lo dico perché, se il quadro complessivo in qualche punto dovesse farsi un po’ incerto, tu non abbia a pensare che ciò sia dovuto alla mancanza di prove; ci sono semmai una serie di prove che potrebbero renderlo intollerabile e incredibile. Non è facile trovare una via di mezzo.) In questa sede è comunque sufficiente ricordare qualcosa di precedente: di fronte a te avevo perduto ogni fiducia in me stesso e conseguito in cambio uno sconfinato senso di colpa. (In memoria di questa sconfinatezza, una volta ho giustamente scritto di qualcuno: “Teme che la vergogna possa sopravvivere anche a lui”.) Non potevo trasformarmi all’improvviso, quando avevo contatti con altre persone, anzi davanti a loro mi ritrovavo con un senso di colpa ancora più profondo, perché, come ho già detto, dovevo porre rimedio a quello che tu, con la mia corresponsabilità, avevi combinato loro in negozio. Inoltre tu avevi da sollevare obiezioni, apertamente o di nascosto, contro chiunque avesse rapporti con me; anche di questo dovevo fare ammenda. La sfiducia che tu cercavi di instillarmi contro la maggior parte degli uomini, in negozio e in famiglia (dimmi una sola persona in qualche modo importante per la mia infanzia che tu non abbia larvatamente criticato), e che sorprendentemente non ti opprimeva più di tanto (tu eri abbastanza forte da sopportarla e inoltre, in realtà, essa era forse soltanto l’emblema del padrone); questa sfiducia, dicevo, che non trovava mai conferma ai miei occhi di bambino, perché vedevo dappertutto soltanto persone irraggiungibilmente eccelse, si trasformò dentro di me in sfiducia in me stesso e in duratura paura di tutti gli altri. Là certo non potevo, generalmente parlando, salvarmi da te. Il fatto che tu ti ingannassi in proposito dipendeva forse dal fatto che tu non sapevi proprio niente dei miei rapporti umani e supponevi, diffidente e geloso (nego forse che tu mi voglia bene?), che io cercassi altrove un indennizzo per la vita familiare che mi mancava, poiché ti pareva impossibile che vivessi allo stesso modo anche fuori. Del resto da questo punto di vista trovai proprio nella mia infanzia un certo conforto, proprio per sfiducia nel mio giudizio; mi dicevo: “Tu esageri; avverti troppo come eccezioni quelle che in realtà sono inezie, cosa assai comune in gioventù”. In seguito però, man mano che conoscevo il mondo, ho quasi completamente perduto questo conforto.

(12 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (11)

KAFKA-10-VALLI-ELLI2

Di Ottla quasi non oso scrivere: so che così metto in gioco l’effetto che spero di ottenere con questa lettera. In circostanze normali, a meno che quindi non si presenti in una situazione di bisogno o di pericolo, tu provi per lei soltanto odio; tu stesso mi hai confessato che secondo te essa continua a suscitare intenzionalmente il tuo dolore e la tua collera, e mentre tu soffri a causa tua lei ne è soddisfatta e compiaciuta. Una specie di demonio. Che enorme straniamento, ancora più grande di quello fra te e me, deve essere sopraggiunto fra voi perché potesse nascere una simile incomprensione. E così lontana da te, che non la vedi più, ma collochi un fantasma al posto dove supponi che sia. Ammetto che con lei hai avuto una vita particolarmente dura. Non voglio ripercorrere tutto questo caso complicato, ma qui c’era una sorta di Lowy con le migliori armi kafkiane. Tra me e te non c’è mai stata vera battaglia; di me ti sbarazzasti alla svelta e quel che rimase era fuga, amarezza, lutto, lotta interiore. Voi due invece eravate sempre pronti a battervi, sempre freschi, sempre in forze. Una vista grandiosa quanto sconfortante. In un primissimo momento eravate certamente molto vicini, perché ancor oggi, di noi quattro, Ottla è forse la più pura rappresentazione del matrimonio fra te e la mamma e delle forze che vi si sono legate. Io non so che cosa vi abbia privato della felicità della concordia tra padre e figlio, mi viene naturale pensare che l’evoluzione sia stata simile a quella del tuo rapporto con me. Da parte tua la tirannia del tuo essere, da parte sua la caparbietà, la sensibilità, il senso della giustizia, l’inquietudine tipica dei Lowy, rafforzati dalla coscienza dell’energìa kafkiana. Certamente l’ho influenzata anch’io, ma non perché volessi farlo, semplicemente per il solo fatto di esistere. Inoltre si è ritrovata per ultima in rapporti di forza già definiti e ha potuto formarsi da sola il suo giudizio, dal molto materiale a sua disposizione. Posso persino immaginare che dentro di sé abbia dubitato a lungo se dovesse gettarsi al tuo petto o a quello dei tuoi avversari, evidentemente allora ti sei fatto sfuggire l’occasione, e l’hai respinta, ma sareste divenuti, se solo fosse stato possibile, un magnifico esempio di armonia. Certo, io avrei perduto un alleato, ma la vista di voi due mi avrebbe largamente indennizzato e tu stesso saresti stato molto trasformato a mio favore dall’immensa felicità di trovare soddisfazione almeno in uno dei tuoi figli. Tutto questo oggi, tuttavia, è soltanto un sogno. Ottla non ha legami col padre, deve cercare da sola la sua strada, come me, e quel plus di sicurezza, fiducia, salute e spensieratezza che ha rispetto a me la rende ai tuoi occhi ancora più malvagia e traditrice di me. Lo capisco: dal tuo punto di vista non può essere altrimenti.
Sì, lei stessa è in grado di guardarsi con i tuoi occhi, di sentire il tuo dolore ed esserne — se non disperata, la disperazione è una cosa mia — comunque molto triste. E vero che tu ci vedi, in apparente contraddizione con quanto detto, spesso insieme: bisbigliamo, ridiamo, ogni tanto senti che ti rammentiamo. Ti facciamo l’impressione di malvagi cospiratori. Tu sei certamente uno degli argomenti principali della nostra conversazione, da sempre, ma non è perché vogliamo escogitare qualcosa contro di te che stiamo assieme, bensì per analizzare assieme con ogni sforzo, con divertimento, con serietà, con amore, ostinazione, rabbia, contrarietà, dedizione, senso di colpa, con tutte le energie della testa e del cuore questo terribile processo che aleggia tra noi e te, in tutti i suoi particolari, da tutti i lati, con ogni motivazione, da lontano e da vicino; questo processo in cui tu hai sempre affermato di essere giudice mentre, almeno in massima parte (qui lascio la porta aperta a ogni errore in cui naturalmente posso incorrere), sei solo una delle parti, debole e abbagliato come noi.

(11 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (10)

2012_04_09_010_rszSe volevo fuggire da te, dovevo fuggire anche dalla famiglia, persino dalla mamma. E vero che presso di lei si poteva sempre trovare protezione, ma solo in riferimento a te. Ti amava troppo e ti era dedita con troppa fedeltà perché alla lunga potesse costituire una forza spirituale autonoma nella battaglia di suo figlio. E l’istinto infantile vedeva giusto, perché con gli anni la mamma divenne sempre più intimamente legata a te; mentre infatti, per quel che riguardava se stessa, conservò sempre la sua autonomia, entro strettissimi limiti, in modo bello e tenero, senza mai offenderti sostanzialmente, con gli anni accettò sempre più ciecamente e completamente, più col sentimento che con la ragione, i tuoi giudizi e le tue condanne nei confronti dei figli, in particolare nel caso comunque grave di Ottla. Occorre però tenere sempre in mente come la posizione della mamma nella famiglia sia sempre stata straziante e, fino all’ultimo, snervante. Si strapazzava in negozio e a casa, soffriva doppiamente per tutte le malattie della famiglia, ma a coronamento di tutto ciò c’era quello che ha dovuto patire nella sua posizione di intermediaria tra noi e te.
Tu sei sempre stato amorevole e pieno di riguardi nei suoi confronti, ma da questo punto di vista l’hai risparmiata tanto poco quanto noi. L’abbiamo martellata senza pietà, tu dalla tua parte e noi dalla nostra.
Era una distrazione, non avevamo intenzioni cattive, si pensava solo alla lotta che conducevamo tu contro di noi e noi contro di te, e ci sfogavamo con la mamma. Non contribuiva certo positivamente all’educazione dei figli il modo in cui tu–senza colpa da parte tua, naturalmente–la tormentavi a causa nostra.
Quel che ha sofferto da noi a causa tua e da te a causa nostra, senza contare quei casi in cui avevi ragione, perché ci viziava, anche se perfino questo “viziare” talvolta poteva essere solo una tacita e inconscia affermazione di contrarietà al tuo sistema. Naturalmente la mamma non avrebbe potuto sopportare tutto questo se non avesse tratto la forza per farlo dall’amore per noi tutti e dalla felicità che qùesto amore le dava.
Le mie sorelle erano solo in parte con me. La più fortunata, nel suo rapporto con te, era Valli. Essendo la più vicina alla mamma, ti si sottometteva in modo analogo, senza troppa fatica o troppi danni. Anche tu però, sempre pensando alla mamma, la trattavi più gentilmente, per quanto in lei ci fosse poco materiale kafkiano. Ma forse proprio questo ti stava bene; dove non c’era niente di kafkiano, persino tu non potevi pretendere niente del genere; non avevi neppure, come con noialtri, la sensazione che andasse perduto qualcosa da salvarsi col ricorso alla violenza. Inoltre può anche darsi che tu non abbia mai amato particolarrnente il materiale kafkiano, quando veniva alla luce nelle donne. Il rapporto fra te e Valli sarebbe magari divenuto anche più amichevole se noialtri non l’avessimo turbato un po’.
Elli costituisce l’unico esempio di una evasione quasi completamente riuscita dalla tua cerchia. Da lei me lo sarei aspettato pochissimo, quand’era piccola.
Certo, era una bimba così maldestra, stanca, paurosa, infastidita, afflitta dai sensi di colpa, esageratamente umile, cattiva, pigra, golosa, avara, che non la potevo vedere, tanto mi ricordava me stesso, tanto era come me soggetta alla costrizione della stessa educazione. Soprattutto la sua avarizia mi faceva ribrezzo, perché la mia era se possibile anche più forte. L’avarizia è sicuramente uno dei sintomi più attendibili di una profonda infelicità; io ero così insicuro di tutto che possedevo davvero soltanto quello che avevo in mano o in bocca o che comunque si trovasse sulla strada per arrivarci; e proprio questo amava sottrarmi, lei che si trovava in una situazione simile. Ma tutto questo cambiò quando in giovane età, è questa la cosa più importante, se ne andò di casa, si sposò, ebbe figli: divenne lieta, spensierata, coraggiosa, generosa, altruista, speranzosa. E quasi incredibile che tu davvero non noti questo cambiamento o che comunque tu non l’abbia apprezzato come merita, tanto sei accecato dal rancore che da sempre porti a Elli e che in fondo è rimasto immutato, solo che questo rancore adesso è divenuto molto meno attuale, perché Elli non vive più con noi e inoltre il tuo amore per Felix e la simpatia per Karl l’hanno reso meno importante.
Solo Gerti talvolta deve scontarlo ancora un po’.

(10 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (9)

Hopper-Sunday-1926

Con riferimento a queste esperienze, amavi dire, scherzando amaramente, che le cose ci andavano troppo bene. Ma non era uno scherzo, in un certo senso. Quello che tu dovesti conquistare lottando, noi l’abbiamo ricevuto dalla tua mano, ma la battaglia per la vita di fuori, che tu potesti affrontare immediatamente e che naturalmente non è stata risparmiata neppure a noi, noi abbiamo dovuto combatterla solo più tardi, con una forza rimasta infantile in età matura. Non dico che la nostra situazione sia stata per questo assolutamente più sfavorevole della tua, semmai le è probabilmente pari (per quanto tuttavia i fondamenti non siano paragonabili), ma noi siamo svantaggiati dal fatto che non possiamo vantarci della nostra miseria e umiliare il prossimo con essa, come tu hai fatto con la tua. Non nego neppure che sarebbe stato possibile da parte mia godere davvero i frutti del tuo lavoro, grande e benedetto dal successo, apprezzarli e moltiplicarli con tua soddisfazione, ma a ciò si contrapponeva la nostra grande distanza. Io potevo usufruire di quanto mi davi, ma solo con un senso di vergogna, stanchezza, debolezza, colpa. Per questo potevo esserti grato, per tutto, solo come un mendicante, e non con l’azione.
Il successivo risultato esteriore di tutta questa educazione è stato il fatto che io fuggivo tutto quello che ti ricordava anche solo lontanamente. In primo luogo il negozio. Di per sé, soprattutto durante la mia infanzia, finché rimase una bottega che dava sulla strada, avrebbe dovuto piacermi molto, era così pieno di vita, illuminato la sera, vi si vedevano e sentivano tante cose, si poteva dare una mano qua e là, farsi notare e soprattutto ammirare te e il tuo grandioso talento commerciale, come vendevi, trattavi la gente, dicevi battute, eri instancabile; nei casi dubbi prendevi subito la decisione giusta, e così via; e anche il modo in cui confezionavi i pacchetti o aprivi una cassa era uno spettacolo degno di essere veduto e il tutto, nel complesso, non era certo la peggiore scuola per l’infanzia. Ma poiché gradualmente prendesti ad atterrirmi in tutti i sensi e, nella mia immaginazione, a coincidere con il negozio, anch’esso mi divenne sgradito. Cose che in un primo momento mi erano sembrate naturali adesso mi tormentavano e mi umiliavano, in particolare il tuo modo di trattare il personale.
Non lo so, forse nella maggior parte dei negozi era così (alle Assicurazioni Generali, ad esempio, le cose ai miei tempi erano davvero simili e io dichiarai al direttore, non del tutto veridicamente, ma neppure mentendo del tutto, che non tolleravo quel continuo imprecare, peraltro mai diretto a me; avevo infatti sviluppato una dolorosa sensibilità in proposito già nell’ambiente familiare), ma degli altri negozi durante l’infanzia non mi occupavo. Sentivo te, però, e ti vedevo urlare, imprecare e imperversare in negozio, come secondo la mia opinione di allora non accadeva in nessuna altra parte del mondo. E non soltanto imprecare, ma esercitare una tirannia gratuita. Ad esempio, con uno spintone scaraventavi giù dallo scrittoio merci che non volevi fossero scambiate con altre– solo la sconsideratezza della tua collera ti scusava un poco–e il commesso doveva raccattarle. O l’espressione che adoperavi costantemente a proposito di un commesso tubercolotico: “Deve crepare, quel cane ammalato”. Chiamavi gli impiegati “nemici prezzolati”, e lo erano anche, ma prima ancora che lo fossero divenuti pareva che tu fossi il loro “nemico pagante”. Là ricevetti il grande insegnamento che tu potevi anche essere ingiusto; su di me non lo avrei notato subito, perché si era accumulato troppo senso di colpa, che ti dava ragione; ma là c’erano persone estranee, secondo la mia opinione di allora, che in seguito naturalmente si modificò un po’, ma non troppo: persone che pure lavoravano per noi e quindi dovevano vivere in una costante paura di te. Naturalmente esageravo, e questo perché supponevo senz’altro che tu esercitassi sugli altri lo stesso terribile effetto che avevi su di me. Se le cose fossero state così, in realtà costoro non avrebbero potuto vivere; ma poiché erano adulti con i nervi perfettamente a posto, si scrollavano di dosso le tue imprecazioni senza sforzo, e forse queste danneggiavano più te che loro. A me però resero il negozio insopportabile, mi ricordavano troppo il mio rapporto con te: a prescindere completamente dall’interesse imprenditoriale e dalla tua brama di imperio già come uomo d’affari, tu eri così superiore a tutti i tuoi apprendisti che nessuna delle loro prestazioni poteva soddisfarti; analogamente, dovevi essere eternamente insoddisfatto anche di me. Perciò io stavo necessariamente dalla parte del personale, tra l’altro anche perché per pavidità non comprendevo come si potesse insultare così un estraneo, e sempre per pavidità volevo riconciliare con la nostra famiglia, in virtù della mia personale sicurezza, quel personale che immaginavo terribilmente irritato. A ciò non bastava più un comportamento normale e decoroso nei loro confronti, e neppure un comportamento modesto; dovevo anzi essere umile, non solo salutare per primo ma anche, se possibile, schermirmi durante la risposta. E se anche io, personaggio insignificante, avessi leccato sotto i loro piedi, ciò non avrebbe mai compensato il modo in cui tu, il padrone, davi loro addosso. Il rapporto che io instaurai qui col mio prossimo andò ben al di là del negozio, influenzando anche il futuro (qualcosa del genere, anche se non così pericoloso e profondo come per me, si può riscontrare ad esempio nel fatto che Ottla predilige avere contatti con i poveri e, cosa che ti fa tanto infuriare, trascorre gran parte del suo tempo con servette e simili). Giunsi infine ad avere quasi paura del negozio, e ad ogni modo nonera già più cosa mia quando arrivai al ginnasio e ne fui quindi ancora più allontanato. Per le mie capacità mi sembrava proibitivo anche il fatto che, come dicevi, tu avessi bisogno dei tuoi familiari. Cercasti poi (per me questo è toccante e umiliante ancor oggi) di trarre qualcosa di gratificante dalla mia avversione, che tanto ti addolorava, per il negozio e per la tua opera, affermando che mi mancava il senso degli affari, che in testa avevo idee più elevate e simili. La mamma naturalmente fu contenta della spiegazione che avevi estorto a te stesso, e anch’io me ne lasciai influenzare, nella mia vanità e nella mia pena. Se però fossero state davvero le “idee più elevate” a distogliermi dal negozio (che adesso, ma soltanto adesso, odio sinceramente ed effettivamente), queste avrebbero dovuto manifestarsi in altro modo, invece che lasciarmi sguazzare tranquillamente e pavidamente al ginnasio e alla facoltà di legge e farmi poi approdare definitivamente al mio tavolo di impiegato.

(9 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (8)

kafka-scribbles

Hai anche un modo particolarmente bello, e molto raro a vedersi, di sorridere: placido, contento e promettente, che può rendere felice colui al quale è diretto. Non ricordo che nella mia infanzia mi sia stato espressamente rivolto, ma potrebbe benissimo essere accaduto, infatti perché mai avresti dovuto negarmelo allora, quando ti sembravo ancora innocente ed ero la tua grande speranza? Inoltre anche queste impressioni gradevoli alla lunga non hanno avuto nessun altro effetto se non quello di accrescere il mio senso di colpa e rendermi il mondo ancora più incomprensibile.
Preferisco attenermi ai dati di fatto, quelli che sono rimasti. Per affermarmi soltanto un pochettino nei tuoi confronti, in parte anche per una specie di vendetta, cominciai presto a osservare e assommare, esagerandole, le inezie che notavo in te. Come ad esempio ti lasciavi facilmente abbagliare da persone solo apparentemente più elevate di te, come un certo consigliere imperiale o simili (d’altra parte mi feriva anche il fatto che tu, mio padre, avessi bisogno di queste insignificanti conferme del tuo valore e te ne facessi grande). Oppure osservavo la tua predilezione per modi di dire osceni, pronunciati a voce più alta possibile, dei quali ridevi come se avessi detto qualcosa di particolarmente eccelso, mentre invece era davvero solo una piccola, banale indecenza (di nuovo, tuttavia, si trattava al contempo anche di una espressione della tua forza vitale, che mi riempiva di vergogna).
Di queste osservazioni naturalmente ce n’erano a bizzeffe; io ero felice di farle, davano adito a chiacchiere e spasso; tu talvolta te ne accorgevi e andavi su tutte le furie, lo ritenevi una cattiveria, una mancanza di rispetto, ma credimi, per me non era nient’altro che un mezzo peraltro inefficace per non soccombere, erano battute come se ne fanno sugli dèi e sui re, battute che non solo sono legate al più profondo rispetto, ma addirittura ne costituiscono parte integrante.
Del resto anche tu, visto che la tua situazione nei miei confronti era analoga, hai tentato una specie di difesa. Amavi mettere in evidenza come le cose mi andassero esageratamente bene e come io fossi trattato bene. E vero, ma non credo che mi sia sostanzialmente servito ad alcunché, data la situazione.
È vero che la mamma era infinitamente buona con me, ma per me tutto era in relazione con te, in una relazione quindi non buona. La mamma svolgeva inconsapevolmente il ruolo del battitore durante una partita di caccia. Se già era estremamente improbabile che la tua educazione mi facesse camminare con le mie gambe suscitando in me orgoglio, disprezzo o addirittura odio, comunque la mamma con la sua bontà, i suoi discorsi ragionevoli (nel groviglio dell’infanzia essa era il prototipo della ragione), le sue intercessioni, compensava questi moti, e io ero ricacciato nel tuo circolo, dal quale forse altrimenti sarei fuggito, con vantaggio tuo e mio. Oppure accadeva che non si giungesse mai a una vera riconciliazione, che la mamma semplicemente mi proteggesse di nascosto, mi desse qualcosa di nascosto, mi permettesse qualcosa, e allora davanti a te ero di nuovo quell’essere sinistro, quell’imbroglione cosciente della sua colpa che, per la sua nullità, poteva giungere solo per strade tortuose anche a quello che riteneva un suo diritto. Naturalmente mi abituai poi a cercare per queste vie anche ciò a cui non avevo diritto, persino secondo me. E questo portava a intensificare il mio senso di colpa.
E anche vero che praticamente non mi hai mai picchiato. Ma gli urli, la tua faccia che diventava rossa, il subitaneo slacciare le bretelle, l’appoggiarle sulla spalliera della sedia, erano per me quasi peggio. E come quando uno deve essere impiccato. Se lo impiccano davvero, è morto, e tutto è finito. Ma se deve assistere a tutte le preparazioni per essere impiccato e solo quando gli fanno scorrere il cappio intorno al collo apprende di essere stato graziato, allora può soffrirne per tutta la vita. Inoltre dalle molte volte in cui, secondo l’opinione da te chiaramenfe manifestata, mi sarei meritato una scarica di botte ma le avevo evitate per un pelo grazie alla tua magnanimità ho ricavato soltanto un gran senso di colpa. Da ogni parte mi ritrovavo a essere colpevole di fronte a te.
Da sempre mi rimproveri (quando siamo soli e di fronte ad altri, non hai mai avuto sensibilità per l’umiliazione insita in questo secondo caso, i fatti dei tuoi figli sono sempre stati pubblici) che grazie al tuo lavoro ho vissuto senza privazioni nella tranquillità, nel calore e nell’abbondanza. Penso allora a osservazioni che debbono aver tracciato veri e propri solchi nel mio cervello, come: “Già a sette anni dovevo andare per i villaggi col carretto”; “Dovevamo dormire tutti in una stanza”; “Eravamo felici quando avevamo qualche patata”; “Per anni d’inverno ho avuto le gambe piene di piaghe aperte, perché non avevamo di che coprirci”; “Da piccolo dovevo già andare nella bottega di Pisek”; “Da casa non ho mai avuto un soldo, nemmeno durante il militare, ero io che mandavo soldi a casa”; “Eppure, eppure… il padre era sempre il padre. Chi le sa, oggi, queste cose! Che ne sanno i figli! Nessuno ha patito queste cose! Le capisce oggi un figlio?”. In altre circostanze questi racconti avrebbero potuto essere un eccellente strumento educativo, avrebbero incoraggiato, con una sferzata di energia, a superare le piaghe e le privazioni che già il padre aveva subìto. Ma tu non volevi questo, e la situazione grazie alle tue fatiche era cambiata completamente: non avevamo modo di distinguerci come avevi fatto tu. Una tale occasione poteva essere creata solo con violenze e sovvertimenti, sarei dovuto fuggire di casa (purché ne avessi la determinazione e la forza e la mamma, da parte sua, non avesse lavorato con altri mezzj in senso contrario). Ma tu non volevi niente di tutto ciò, lo definivi ingratitudine, esaltazione, disobbedienza, tradimento, pazzia. Mentre quindi da una parte con l’esempio, il racconto e l’umiliazione me lo rendevi allettante, dall’altra me lo proibivi con la massima severità. Altrimenti non avresti dovuto essere tanto sconvolto, a prescindere dalle circostanze collaterali, dall’avventura di Ottla a Zurau. Voleva andare nel paese da cui eri venuto tu, voleva avere lavoro e privazioni, come li avevi avuti tu, non voleva godere i frutti del tuo successo sul lavoro, come anche tu sei stato indipendente da tuo padre. Erano intenzioni così terribili? Così lontane dal tuo esempio e dai tuoi insegnamenti? Bene, le intenzioni di Ottla alla fie si rivelarono fallimentari, caddero forse nel ridicolo, furono messe in atto con troppo chiasso, senza abbastanza riguardo per i suoi genitori. Ma fu esclusivamente colpa sua, non colpa anche delle circostanze e del fatto che tu le eri così estraneo? Forse che in negozio (come tu stesso in seguito hai cercato di convincere te stesso) ti era meno estranea di quanto lo fosse dopo, a Zurau? E sicuramente non avresti avuto il potere (purché riuscissi a superare te stesso) di trasformare quest’avventura in qualcosa di buono, con l’incoraggiamento, il consiglio e la vigilanza, magari soltanto con la tolleranza?

(8 – continua)