Potenza e Giustizia

Jean-Simon Berthélemy, Prometeo dà vita all’uomo, affresco, 1802. Parigi, Louvre

Prometeo, figlio di Giapeto, eroe e semidio, discendeva dall’antica stirpe dei Titani. Verso di essa consumò il primo dei suoi molti tradimenti, dettati dal suo pensiero preveggente o tortuoso, come indica il nome (Prometeo, letteralmente, è colui che «comprende prima», pro-manthanei). Nella memorabile battaglia fra i Titani e i «nuovi dèi» guidati da Zeus, che grazie alla vittoria conquistarono il regno dell’Olimpo, Prometeo abbandonò i suoi fratelli e si schierò al fianco di Zeus.
Ma l’alleanza con Zeus — verso la cui usurpazione nutre comunque rancore («nuovi signori governano l’Olimpo/ e con nuove leggi, al di fuori del Giusto, Zeus governa/ e annienta ora le potenze di un tempo», Eschilo, Prometeo incatenato, 149-51) — non è davvero il punto d’arrivo del disegno di Prometeo. Egli puntava piuttosto sulla nuova alleanza con l’ultimo arrivato sulla scena del mondo, il genere umano. Ma per questo occorreva compiere due passi. Il primo, spezzare l’amicizia fra uomini e dèi, e metterli in conflitto fra loro; il secondo, fornire agli uomini la potenza necessaria per sostenere il conflitto.
Il primo passo venne compiuto a Mekone. C’era allora commensalità fra uomini e dèi, che sedevano alla stessa tavola. Prometeo, maestro del banchetto, divise in due otri le parti di un grande bue. Nel primo, formato da una pelle nascosta nel ventre del bue, pose le parti migliori; nel secondo più attraente, di «bianco grasso», soltanto le ossa. Sfrontatamente, propose a Zeus la scelta fra i due otri dall’aspetto così ineguale. Che avesse fiutato o no l’inganno, Zeus finì per scegliere le ossa; abbandonò indignato il banchetto, e da allora finirono commensalità e amicizia fra uomini e dèi (Esiodo, Teogonia, 535-560).
Si trattava ora di fornire la potenza necessaria a far fronte alla loro solitudine. Prometeo non poteva che cominciare rubando a Zeus il fuoco, che egli nascondeva presso di sé, e donarlo agli uomini ai quali Zeus lo negava: il fuoco, padre della metallurgia e condizione per qualsiasi tecnica. Vedendo «fra gli uomini il bagliore lungisplendente del fuoco» (Esiodo, Teogonia, 569), Zeus fu di nuovo preda dell’ira, e questa volta le sue punizioni non si fecero attendere.
Prometeo fu scortato fino al Caucaso dai due fedeli aiutanti di Zeus, Kratos e Bia, Forza e Violenza, e lì Efesto lo incatenò saldamente a una rupe: il suo supplizio consisteva in questo, che ogni giorno un’aquila gli rodeva il fegato, destinato ogni notte a ricrescere per fornire nuovo alimento al rapace. Quanto agli uomini, un beffardo Zeus ordinò a Efesto di forgiare una «bella e amabile figura di vergine», ad Atena di insegnarle l’arte della tessitura, ad Afrodite di effonderle «grazia intorno alla fronte e desiderio tremendo»; finalmente, una volta riccamente adornata da Atena, venne inviata presso gli uomini Pandora, madre di ogni male (Esiodo, Opere e giorni, 60-95): «Di lei infatti è la stirpe nefasta e la razza delle donne,/ che, sciagura grande per i mortali, fra gli uomini hanno dimora» (Esiodo, Teogonia, 591-2).

Ma lasciamo gli uomini intenti per ora a rallegrarsi per il bel dono di Zeus, e torniamo sulle vette del Caucaso. Qui il vecchio Titano incatenato non cessa di rievocare i suoi doni al genere umano, seguiti a quello basilare del fuoco.
«Prima, avevano occhi e non vedevano, orecchie e non sentivano, ma come le immagini dei sogni vivevano confusamente una vita lunga, inconsapevole. Non sapevano costruire edifici, case all’aperto, non sapevano lavorare il legno: abitavano sottoterra, come brulicanti formiche, in caverne profonde, senza la luce del sole… Facevano tutto senza coscienza finché insegnai loro a distinguere il sorgere e il tramontare degli astri, e poi il numero, principio di ogni sapere, per loro inventai, e le lettere e la scrittura, memoria di tutto, madre feconda della poesia… Io e nessun altro inventai la nave, il cocchio marino dalle ali di lino… Se uno si ammalava non aveva alcun rimedio, né cibo, né unguento o pozione. Si consumavano così, senza farmaci, finché io non insegnai loro a miscelare medicamenti curativi per scacciare tutte le malattie».
Prometeo insegna poi agli uomini l’arte della divinazione, e la scoperta dei metalli nascosti nelle viscere della terra (Eschilo, Prometeo incatenato, 447-506). Nelle sue parole, nel suo modo di concepire il ruolo delle tecniche, il programma di Prometeo sembra così giunto a compimento: egli ha concesso agli uomini tutta la potenza necessaria a misurarsi con gli dèi. Padrone delle tecniche e dei grandi saperi del numero, della scrittura, degli astri: questa è dunque l’immagine dell’«uomo prometeico» visto con gli occhi del suo creatore.

Più inquietante è lo sguardo «umano», in qualche misura esterno, sullo stesso «uomo prometeico», quale ci viene proposto dal Coro della tragedia Antigone di Sofocle. Una sorta di sforzo di autoconsapevolezza, dunque: che cosa siamo diventati? (qui l’uomo appare ormai autodidatta, benché non sia lontana la lezione di Prometeo).
L’uomo si avverte come «terribile», anzi come la cosa più terribile (deinos: l’aggettivo vale però anche «abile», potente). Infatti è capace di attraversare il mare, di lavorare la terra, di catturare gli animali selvatici e di addomesticare quelli da lavoro. «Capisce, inventa, ha sulle arti dominio oltre l’attesa»: lo sguardo di Prometeo non si sarebbe spinto oltre questa temibile immagine dell’uomo tecnologico. Quello «umano» del coro sofocleo invece ne coglie una linea di frattura, segno di un’incertezza o un cedimento possibili.
Aggiunge infatti: «Ora al bene, ora al male serpeggiando volge. Se del Paese le leggi applica e la giustizia degli dei… in alto sarà nella patria» (Sofocle, Antigone, 331-371). Bene, male, leggi, giustizia: si profila qui una dimensione del tutto estranea all’uomo prometeico, che il vecchio Titano non aveva certamente attrezzato a fronteggiarla.
Una chiara traduzione in termini concettuali di tutto questo è nel cosiddetto «mito di Protagora», che il sofista racconta nel dialogo di Platone a lui intitolato, e che molto probabilmente si ispira a tesi dello stesso sofista. Lo scenario è un poco cambiato rispetto a quello che ci è familiare: Prometeo non è ancora sul Caucaso e resta amico degli uomini, verso i quali del resto lo stesso Zeus ora si dimostra benevolo. Non sono però cambiati i ruoli principali.
Si tratta di distribuire le dotazioni necessarie alla sopravvivenza fra i diversi animali. Lo sbadato Epimeteo, fratello di Prometeo, assegna a ogni animale mezzi di offesa e di difesa, dimenticando però l’uomo, che rimane così nuda vittima delle fiere. Prometeo decide allora di intervenire a difesa del genere umano, e lo fa come gli è consueto: «Ruba a Efesto e Atena la loro sapienza tecnica insieme col fuoco… e la dona all’uomo. In tal modo, l’uomo ebbe la sapienza tecnica necessaria per la vita, ma non ebbe la sapienza politica, perché questa si trovava presso Zeus». Ma è qui che i doni di Prometeo rivelano tutta la loro insufficienza, che già era emersa in Sofocle — e la manifestano anche in termini di pura potenza. Per far fronte alle fiere, gli uomini cercano di riunirsi fondando città; «ma, allorché si raccoglievano insieme, si recavano ingiustizia a vicenda, perché non possedevano l’arte politica, sicché, disperdendosi, nuovamente perivano» (Platone, Protagora, 321d-322b).
Per evitare la strage, Zeus interviene ordinando a Ermes di distribuire a tutti gli uomini le doti del rispetto reciproco e della giustizia (aidos e dike), «principi ordinatori di città e vincoli produttori di amicizia» (Platone, Protagora, 322c).
L’uomo prometeico, forte solo del controllo delle tecniche, non può vivere in una comunità politica: per questo, occorrono inoltre la condivisione di un orizzonte di valori etico-politici, la giustizia, la legge, l’educazione collettiva. Propriamente parlando, non può neppure combattere, perché «l’arte della guerra è parte di quella politica» (Platone, Protagora, 522b), che egli non possiede, perché essa è inaccessibile a Prometeo. Si è spesso interpretato il mito di Protagora come risposta alle antropologie tecniciste dell’homo oeconomicus alla maniera di Democrito, dalle quali sembrava risultare che la collaborazione fra le diverse competenze tecniche fosse in grado di formare e guidare la città.
Senza dubbio, il mito si oppone inoltre alla pressione crescente di un ceto di technitai che si candidano a governare la città, tendendo a marginalizzare la dimensione politica e i suoi specialisti come i sofisti. Non c’è polis, invece, senza un sistema di norme di giustizia condivise, senza le istanze decisionali proprie della politica, infine senza un’educazione pubblica intesa a consolidare i vincoli comunitari.

Ma torniamo nel Caucaso, dal vecchio Titano, certo inconsapevole dei limiti etico-politici dei doni tecnologici che aveva elargito al genere umano: l’impotenza della forza senza politica, l’incapacità di integrare efficacia e moralità. La sua pena non sarebbe durata indefinitamente (a differenza di quella femminile comminata agli uomini). Prometeo era infatti depositario di un formidabile segreto, da cui dipendeva la sopravvivenza stessa del regno di Zeus — che si vide costretto a liberarlo, nel timore che il Titano lo rivelasse a orecchie ostili, e al contrario nella speranza di venirne a conoscenza.
Noi non possiamo conoscere il segreto di Prometeo, sul quale sono fiorite molte ipotesi. A me piacerebbe pensare che il vero, devastante, segreto di Prometeo fosse quello rivelato da Socrate — il Socrate di Aristofane, beninteso, non quello benpensante di Senofonte e di Platone — nella commedia Le nuvole:
«Strepsiade: ma per voi, in nome della Terra, Zeus olimpio non è dio?
Socrate: quale Zeus? Non dire sciocchezze. Zeus non esiste».
Certo, il «segreto» più efficace per por fine al potere di Zeus.

Mario Vegetti, la Lettura #329, pagg. 26-27

Aristofane e il lettino

illustrazione di Fabio Delvò

«Adesso sdraiati qui e tira fuori qualche pensiero sui casi tuoi». Si ripete sempre che la psicoanalisi è nata alla fine dell’Ottocento, quando Sigmund Freud iniziò a esaminare le sue pazienti, distese sul famoso divano. Ma se questo è il gesto che inaugura la psicoanalisi, allora tutto è cominciato prima, molto prima.
Nel marzo del 423 a.C. gli Ateniesi si ritrovarono a teatro per assistere alla nuova commedia di Aristofane, le Nuvole. La storia, eternamente uguale a se stessa, è quella di un padre che non sa come fare per sbarcare il lunario, con una moglie poco propensa al risparmio (ma viene dalla società bene, lei, mentre il marito è un contadino inurbato), un figlio scapestrato (tutto la madre) e tanti creditori che lo assillano. È l’alba, il momento dei pensieri più angosciosi e delle intuizioni più ardite. Corre voce di un sapientone, si chiama Socrate, che aiuta a risolvere i problemi, insegnando come fregare gli altri. Ecco chi lo salverà! Strepsiade si precipita da Socrate, che lo guarda dubbioso: prima lo vuole conoscere, e Strepsiade deve conoscere se stesso. C’è un lettino nel suo pensatoio, pieno di cimici e pidocchi, ma pur sempre un lettino: Strepsiade è invitato a sdraiarsi e ad aprirsi al maestro (è il verso citato all’inizio). La psicoanalisi è nata quel giorno, all’ombra dell’Acropoli di Atene.
Una battuta? Di quelle che nascondono un grano di verità, però. La scoperta di Freud, che scandalizzò l’Europa, fu che non siamo quello che pensiamo di essere. Ci crediamo razionali e morali; invece siamo un calderone ribollente di passioni, impulsi, istinti di cui non siamo neppure consapevoli. Questo è, precisamente, quello che il Socrate di Aristofane rivelava ai suoi malcapitati pazienti. Strepsiade,  poveretto, è troppoo stupido per seguire. Ma suo figlio, Fidippide, capisce, e in fretta: pensiamo di essere superiori, ma ci sono davvero differenze tra noi e gli animali? Non inseguiamo le stesse cose ― seso, sesso, e ancora sesso? («c’est le sexe, toujours le sexe», spiegava Charcot, uno dei maestri di Freud). E cosa sono le leggi o la morale, se non dei tentativi di contenere la nostra natura profonda? Ostacoli, insomma, che ci impediscono di inseguire i nostri bisogni, condannandoci all’infelicità? (E uno legge Il disagio della civiltà). È ora di cambiare! A partire dal problema dei problemi, la causa di tutti i mali. La guerra di liberazione di Fidippide inizia con il gesto più semplice, quello che ― secondo Freud ― tutti sognano di fare, fin dalla più tenera età: negare il padre. Il complesso di Edipo. Avrebbe potuto chiamarlo il complesso di Aristofane.

Mauro Bonazzi, la Lettura #289, pag. 14

Nazismo e Antichità

Quando i gerarchi gli parlavano dell’antico mondo germanico, Hitler s’infuriava: mentre ad Atene si costruiva l’acropoli, qui si stava accovacciati intorno a un fuoco, brandendo asce di pietra. Era proprio necessario ricordarlo? «Ecco che invece Himmler (capo delle SS) lo strombazza ai quattro venti! I romani di oggi (leggi: Mussolini, che infatti non perdeva l’occasione) devono farsi belle risate di scherno!». Del resto, spiegava pazientemente, gli antichi tedeschi non erano quelli «rivestiti di pelli animali, con elmi con le corna e lunghe barbe fluenti». La «scienza tedesca» lo aveva categoricamente smentito, rivelando un legame di sangue, biologico, dei veri tedeschi con gli antichi Greci, popoli nordici che si erano spinti fino al mare. «Quando ci chiedono chi sono i nostri antenati, dobbiamo sempre rispondere: i Greci». Riappropriarsi della Grecia per riscoprire la propria autentica natura, ritornare a se stessi.
Si potrebbe ridere di queste assurde rivendicazioni, che fondano il razzismo eugenetico nazista. Ma la questione è molto più complicata, perché il mito di un’affinità elettiva tra Greci e tedeschi non è certo una novità Hitleriana. È una storia più antica, che ci conduce al cospetto di alcuni dei nomi sacri della cultura tedesca, da Winckelmann a Humboldt, da Goethe a Hölderlin. E non è una storia solo tedesca. In fondo, quella di costruire la propria identità a partire dal confronto con gli antichi è una tendenza ricorrente nella cultura europea, dal Rinascimento in poi. I nazisti, del resto, non erano tutti dei cialtroni. C’erano le astruserie di Rosenberg e i deliri di Himmler. C’erano ricostruzioni farneticanti sui capelli biondi dei Greci. Ma c’erano anche studiosi di solidissima preparazione. Come Richard Harder, che contribuì a far identificare gli antinazisti della Rosa Bianca, nel febbraio del 1943; o Franz Dirlmeyer, a cui si deve quella che, ancora oggi, è la miglior traduzione dell’Etica nicomachea, il trattato in cui Aristotele discute di etica e di politica; e ancora Helmut Berve, Kurt Hildebrandt…

Mauro Bonazzi, la Lettura #283, pag. 5

Sacre agli dèi. 2

A 18 anni, quando ho indossato per la prima volta le armi, ho giurato: «Non porterò disonore alle sacre armi, né abbandonerò il compagno, dovunque io sia stanziato. Combatterò in difesa delle cose sacre agli dèi e agli uomini, e lascerò il mio Paese non diminuito, ma accresciuto e migliore, da solo e insieme a tutti. Rispetterò saggiamente i magistrati al governo, e osserverò le leggi stabilite e quante saranno istituite con senno. Se qualcuno tenterà di rovesciare le leggi, io combatterò, da solo e con l’aiuto di tutti. Onorerò la religione dei miei padri. Sono testimoni gli dèi e i confini della mia terra, il grano, l’orzo, le vigne, gli alberi di olivo e di fico». Allora ero fiero di essere un cittadino. Poi, però, ho visto molte ingiustizie. Come dice il sommo Aristofane, i tassiarchi, con i loro tre pennacchi e il mantello rosso sgargiante, spesso sono i primi a fuggire, e quando tornano a casa si comportano in maniera intollerabile. Cancellano indiscriminatamente alcuni di noi dalle liste di leva, altri li convocano più volte a sorpresa: «Si parte domani». La guerra è un grande mortaio in cui le città sono maciullate da uomini come Cleone l’Ateniese, soprannominato il «Pestello», o Brasida lo Spartano, che ci hanno trascinati in una lotta fratricida, per la gioia dei mercanti d’armi. Ora è il momento di mettere da parte gli affanni e salvare la pace, prima che un altro pestello lo impedisca. Allora potremo di nuovo fare festa, gridare, ridere; potremo finalmente navigare, rimanere a casa, fottere, dormire, andare alle feste, banchettare, far baldoria come i Sibariti. E io sarò felice di sbarazzarmi dell’elmo: lo ritroveranno nel mare di Gela, tra oltre 2.400 anni. Alle battaglie preferisco una bella bevuta con gli amici accanto al fuoco.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43

Sacre agli dèi. 1

Ci chiamano opliti, dal nostro scudo pesante o hoplos, oppure «uomini di bronzo». Oltre a corazza, lancia e schinieri, a volte abbiamo placche anche su braccia e cosce. Lo scudo porta il simbolo della nostra città; la civetta per Atene, la lambda per Lacedèmone o Sparta, la sfinge o la clava di Eracle per Tebe, l’idra per Argo, il polpo per Corinto. L’elmo corinzio che porto in testa, ricavato da un unico pezzo di metallo battuto e difficilissimo da costruire, è ormai usato in tutta la Grecia e pure nelle colonie. Il  nostro capolavoro è la falange, formazione costruita come una casa, con i più valorosi sul fronte e sul retro, e i  meno forti al centro. È una città semovente, organizzata secondo le tribù, in cui si combatte accanto al padre, allo zio, al vicino, e in cui si vince se si sta uniti. I nostri comandanti, i tassiarchi, e sopra tutti lo stratego, in battaglia vanno avanti, sull’ala destra, nel posto più pericoloso. Un suono di tromba ci dà il segnale per l’attacco, un altro per la ritirata, e guai se il suonatore si sbaglia, com’è già successo. Prima di combattere, mangiamo cacio e cipolle, e beviamo del vino, per farci forza. Tutti i cittadini combattono, e in casi estremi arruoliamo perfino forestieri e schiavi. A volte ci accompagna la fanteria leggera, che chiamiamo gimneti, «uomini nudi». Perdere le armi in combattimento non è un disonore, ma perdere lo scudo sì, perché, come disse il re spartano Demarato, gli elmi e le corazze li metti per proteggere te stesso, lo scudo è per il bene di tutta la schiera. Abbiamo trionfato sui Persiani, anche se il loro generale Mardonio trovava il nostro modo di combattere pazzo e troppo sanguinoso. Per noi la guerra dev’essere breve, decisa in una sola battaglia. C’è scarsità di uomini, e bisogna tornare a casa in tempo per il raccolto. A volte al solo vederci quelli scappano, consegnandoci la vittoria senza troppe perdite. Ma quasi sempre ci sono molti morti, fra i vincitori e fra i vinti.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43

Post-verità

illustrazione di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte

Ad Atene si conservava memoria di quella volta in cui Pericle e Protagora avevano perso un’intera giornata in una discussione senza senso. Durante una gara un tizio aveva colpito un’altra  persona, uccidendola. Cosa c’era da discutere? Tutti avevano visto, il fatto era certo. E invece loro erano stati lì, cercando di distinguere tra causa e responsabilità, valutando quello che era successo: era stata colpa di chi aveva lanciato il giavellotto o degli arbitri? O forse anche della persona che era morta? Avevano parlato persino del giavellotto. Chiacchiere inutili, pensavano gli ateniesi sorridendo. Quando si trattava di affrontare Pericle, però, non ridevano più. «Ogni volta che riesco a buttarlo in terra lottando – aveva osservato uno dei suoi più accaniti avversari, Tucidide figlio di Melesia – lui contesta di essere caduto, si fa aggiudicare la vittoria e convince persino coloro che lo hanno visto cadere». Ci sono i fatti, ovviamente. Ma – come nei tribunali così in politica – i fatti da soli non dicono niente: devono essere spiegati e valutati. Ci sono i fatti e le interpretazioni, insomma. Di questo parlavano Protagora e Pericle. Protagora l’aveva anche scritto, in un discorso dal titolo altisonante, Verità (in greco Aletheia). Affermava che la Verità al singolare non esiste: per ogni fatto, diceva, ci sono sempre due discorsi contrapposti. Lo avesse scritto oggi, lo avrebbe intitolato Post-verità.
Non sono tesi piacevoli da ascoltare, e ad Atene erano in molti a condividere le accuse di Aristofane, quando lamentava che la diffusione di queste idee avrebbe portato la città alla rovina. Ma Protagora non aveva tutti i torti. Accertare la verità di un fatto, vale sempre la pena di ripeterlo, è importantissimo. Ma non è sufficiente, perché nel mondo degli uomini i fatti non sono mai isolati. Tutto è in relazione con tutto, e il problema è appunto quello di dover gestire questa miriade di fatti, una rete di eventi e azioni che s’intrecciano e confondono, rendendo tutto ambiguo e complicato.

Mauro Bonazzi in la Lettura #273, pag. 8

La cosa più bella

Su cosa ci sia di più bello al mondo, la poetessa Saffo aveva le idee chiare:
«ciò che uno ama».
Quello che la singolarità umana ama e desidera, introietta e proietta.

Chi cavalieri a schiera, e chi fanti,
chi navi, dice, sulla nera terra
sia la cosa più bella, ma io dico:
ciò che uno ama.
Facile è certo a un poeta spiegare
questo a ognuno: ché lei, che sopra tutti
fu la più bella, Elena, il marito
ottimo in tutto
lasciò, e venne a Troia navigando,
né la figlia né i cari genitori
ricordò affatto, ma la portò via
Cipride amore.
…………………………………………..
Di Anattoria ora a me venne il ricordo
che non è qui.
Di lei vorrei sia l’amabile passo
che la luce veder chiara del volto,
più che i carri dei Lidi, più che in armi
fanti a battaglia.

(fr. 27 D.)

Semantica della felicità 5

Uno dei politici greci più grandi fu Solone. Impose una riforma costituzionale agli Ateniesi e, invece di chiedere la ratifica con un referendum, partì, dopo essersi fatto promettere che nessuno l’avrebbe modificata fino al suo ritorno. Sulle coste dell’Asia Minore incontrò l’uomo più ricco e potente, Creso re di Lidia. Il sovrano gli mostrava ricchezze immense, terre fertili, sudditi obbedienti, una famiglia fedele: si potrebbe chiedere altro dalla vita? Eppure Solone si rifiutava di dirlo felice. Perché la vita è lunga e non si sa mai: «Aspetta la fine», diceva. Parole che irritarono il sovrano, ma di cui avrebbe presto scoperto la verità, dopo che il suo esercito era stato sbaragliato, il regno crollato e lui stava per essere bruciato vivo. I momenti piacevoli e le emozioni intense non erano mancati a Creso. Ma si potrebbe definire felice la sua vita, o quella di Priamo, il re migliore che aveva visto tutto distrutto quando i Greci avevano preso Troia? Viviamo in media 26.250 giorni, aveva calcolato Solone; arrotondiamo pure a 30 mila: e «ogni giorno porta qualcosa di nuovo». Meglio non affrettarsi, dunque, a gridare la propria felicità, «perché molti il Dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha abbattuti fin dalle fondamenta». Aspetta la fine, appunto.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #242, pag. 2

Aristotelismo

Quello che davvero appassiona Aristotele è affrontare i problemi e cercare di risolverli. Non c’è niente che non meriti un po’ di attenzione e di tutto Aristotele s’interessò, senza distinguere tra alto e basso, nobile e volgare.
Trascorse vent’anni con Platone, discutendo di dialettica, astronomia e metafisica; ma intanto raccoglieva le opinioni della gente comune, convinto che tutti potessero offrire spunti utili per avanzare nella comprensione dei problemi. E per le sue ricerche scientifiche non si vergognò di frequentare allevatori, pescatori, cacciatori, interrogandoli sulla respirazione degli uccelli o su come copulano i polpi. Quando non ci pensava direttamente lui, inseguendo una rana in uno stagno o scrutando con attenzione un embrione di pollo: i suoi lavori zoologici (che costituiscono una parte consistente della sua produzione scritta, non andrebbe mai dimenticato) sono pieni di allusioni alle sue ricerche sul campo. «Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso».
Filosofia non vuol dire del resto proprio questo, un amore (philia) per la conoscenza (sophia), tutta? «La natura offre grandissime gioie a chi sappia comprenderne la causa, cioè sia autenticamente filosofo». Così, ad avere la pazienza di leggerli (perché a volte ci vuole proprio pazienza: i testi di cui disponiamo sono gli appunti personali delle lezioni, non opere destinate alla pubblicazione), si scopre che gli scritti di Aristotele sono pieni di problemi, domande, difficoltà – piccole crepe nel poderoso edificio del sapere, insignificanti solo in apparenza, soprattutto quando in discussione è l’uomo.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #235, pag. 18

La normalità normativa

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Nella polis c’era una pressione immediata, perché ci si parlava faccia a faccia. Oggi la spinta al conformismo passa attraverso i media. Platone scrive, nel libro VI della Repubblica, che chiunque abbia a che fare con la folla e le proponga programmi politici, opere letterarie o artistiche, deve uniformarsi ai suoi voleri. A me quel passo fa venire in mente i sondaggi. Qualunque politico oggi, prima di avanzare una proposta, commissiona un sondaggio per verificare l’orientamento. Il posto che aveva l’urlo della folla nelle assemblee ateniesi è stato preso dalle indagini d’opinione, il cui terribile effetto consiste nel registrare una normalità che diventa subito normativa: tutti la pensano così e quindi così bisogna fare. È un enorme inganno.

Mario Vegetti, in la Lettura #228, pag. 3