Cari Guglielmo e Lia

Renato Guttuso, Autoritratto, 1936

Cari Guglielmo e Lia
Sono stato preoccupato per voi dopo la brutta notizia del bombardamento. Ma pare che per fortuna questa volta è passato. Qua siamo piuttosto tranquilli non ci sono neppure piccoli allarmi. La sera ci si vede quasi sempre da Mimise dato che l’oscuramento ci costringe in casa.
Ma poi anche il maltempo. S’era mai visto a luglio il Tevere in piena? Ma! “la terra tremò e il cielo si oscurò” dice il vangelo.
Questo millenovecentoquaranta è una memorabile annata per tanti versi. Qua le attività sono molto ridotte: “il Selvaggio” sospende le sue pubblic. (Maccari ha visto i disegni di Lia e gli sono piaciuti molto. Lui consiglia anzi di inciderne qualcuno a linoleum perché crede che il tipo di disegno si presti molto e l’incisione gli aggiunga senso) e a Primato non c’è nessuno.
Uno dei direttori è al fronte (Bottai) il redattore capo è al fronte.
Comunque si vedrà di varare qualche disegno, io ne ho lasciati due perché vadano in questo numero (15 luglio) ma non ne sono certo perché sono dei testoni. Comunque sarà in ogni caso per il prossimo. Io ho ripreso il mio lavoro ma per poco e quasi male. Ma avevo molta voglia e mi ci sono buttato come in una bella cantina piena di gin. E Beatrice cara? E voi e i vostri pensieri? Mi vengono ondate di affetto verso di voi fortissime ma il desiderio di vivere con tutti gli amici è veramente irrealizzabile mi pare.
Mimise mi domanda molto di voi — vi scriverà mi ha detto.
Io andrò credo a Venezia due giorni per un’articolo [sic] che non ho voglia di fare.
Posso sperare che voi mi scriviate?
Ho rimproverato Tamburi, ma è pazzo — ai pazzi si fa credito
Scrivete dunque —
Vi abbraccio

Lettera di Renato Guttuso ai coniugi Pasqualino Noto, 1940

Turkish border

Kurdish civilians on the Syrian border fleeing a Turkish military offensive launch. Credit: AFP

https://www.telegraph.co.uk/news/2019/10/09/really-scared-war-british-woman-volunteering-kurds-flees-border/

Per molto tempo

Per molto tempo, quando cominciai a viaggiare in Europa, tutto ricordava la guerra. A Parigi, nel 1948, stavano tornando in circolazione gli intellettuali che si erano compromessi con il regime collaborazionista del maresciallo Pétain. Ma la città, salvata dal buon senso del generale Dietrich von Choltitz, era intatta. A Vienna, nel 1949, il Teatro dell’Opera, distrutto durante la conquista della città, era stato appena ricostruito. A Londra la stoffa dei cappotti era razionata e la carne di balena si comprava nei negozi di pesce coi tagliandi della carta annonaria. A Berlino nel 1951 i mattoni recuperati dalle macerie e diligentemente numerati costeggiavano i grandi viali e attendevano di essere usati per la ricostruzione. Nel 1952 a Salisburgo, dove l’Università di Harvard aveva aperto un seminario di studi americani, la sede (una villa Barocca appartenuta all’attore e regista Max Reinhardt) sorgeva a breve distanza da un campo di displaced persons: persone senza fissa dimora che la guerra aveva gettato sulle strade d’Europa. A Monaco di Baviera, nello stesso anno, le case nel centro della città avevano solo il piano terreno. Il resto era andato in fumo.
Durante i viaggi capii che in Europa non esistevano vinti e vincitori. Esistevano soltanto, anche se in misura diversa, Paesi sconfitti. Ne ebbi la conferma quando arrivai in America nel settembre del 1952 per un soggiorno alla Università di Chicago che sarebbe durato poco meno di un anno e mezzo. Gli Stati Uniti avevano vinto, i Paesi della vecchia Europa erano tutti perdenti.

Sergio Romano, “Così divenni un patriota europeo”, in la Lettura #276, pag. 5

Sacre agli dèi. 2

A 18 anni, quando ho indossato per la prima volta le armi, ho giurato: «Non porterò disonore alle sacre armi, né abbandonerò il compagno, dovunque io sia stanziato. Combatterò in difesa delle cose sacre agli dèi e agli uomini, e lascerò il mio Paese non diminuito, ma accresciuto e migliore, da solo e insieme a tutti. Rispetterò saggiamente i magistrati al governo, e osserverò le leggi stabilite e quante saranno istituite con senno. Se qualcuno tenterà di rovesciare le leggi, io combatterò, da solo e con l’aiuto di tutti. Onorerò la religione dei miei padri. Sono testimoni gli dèi e i confini della mia terra, il grano, l’orzo, le vigne, gli alberi di olivo e di fico». Allora ero fiero di essere un cittadino. Poi, però, ho visto molte ingiustizie. Come dice il sommo Aristofane, i tassiarchi, con i loro tre pennacchi e il mantello rosso sgargiante, spesso sono i primi a fuggire, e quando tornano a casa si comportano in maniera intollerabile. Cancellano indiscriminatamente alcuni di noi dalle liste di leva, altri li convocano più volte a sorpresa: «Si parte domani». La guerra è un grande mortaio in cui le città sono maciullate da uomini come Cleone l’Ateniese, soprannominato il «Pestello», o Brasida lo Spartano, che ci hanno trascinati in una lotta fratricida, per la gioia dei mercanti d’armi. Ora è il momento di mettere da parte gli affanni e salvare la pace, prima che un altro pestello lo impedisca. Allora potremo di nuovo fare festa, gridare, ridere; potremo finalmente navigare, rimanere a casa, fottere, dormire, andare alle feste, banchettare, far baldoria come i Sibariti. E io sarò felice di sbarazzarmi dell’elmo: lo ritroveranno nel mare di Gela, tra oltre 2.400 anni. Alle battaglie preferisco una bella bevuta con gli amici accanto al fuoco.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43

Sacre agli dèi. 1

Ci chiamano opliti, dal nostro scudo pesante o hoplos, oppure «uomini di bronzo». Oltre a corazza, lancia e schinieri, a volte abbiamo placche anche su braccia e cosce. Lo scudo porta il simbolo della nostra città; la civetta per Atene, la lambda per Lacedèmone o Sparta, la sfinge o la clava di Eracle per Tebe, l’idra per Argo, il polpo per Corinto. L’elmo corinzio che porto in testa, ricavato da un unico pezzo di metallo battuto e difficilissimo da costruire, è ormai usato in tutta la Grecia e pure nelle colonie. Il  nostro capolavoro è la falange, formazione costruita come una casa, con i più valorosi sul fronte e sul retro, e i  meno forti al centro. È una città semovente, organizzata secondo le tribù, in cui si combatte accanto al padre, allo zio, al vicino, e in cui si vince se si sta uniti. I nostri comandanti, i tassiarchi, e sopra tutti lo stratego, in battaglia vanno avanti, sull’ala destra, nel posto più pericoloso. Un suono di tromba ci dà il segnale per l’attacco, un altro per la ritirata, e guai se il suonatore si sbaglia, com’è già successo. Prima di combattere, mangiamo cacio e cipolle, e beviamo del vino, per farci forza. Tutti i cittadini combattono, e in casi estremi arruoliamo perfino forestieri e schiavi. A volte ci accompagna la fanteria leggera, che chiamiamo gimneti, «uomini nudi». Perdere le armi in combattimento non è un disonore, ma perdere lo scudo sì, perché, come disse il re spartano Demarato, gli elmi e le corazze li metti per proteggere te stesso, lo scudo è per il bene di tutta la schiera. Abbiamo trionfato sui Persiani, anche se il loro generale Mardonio trovava il nostro modo di combattere pazzo e troppo sanguinoso. Per noi la guerra dev’essere breve, decisa in una sola battaglia. C’è scarsità di uomini, e bisogna tornare a casa in tempo per il raccolto. A volte al solo vederci quelli scappano, consegnandoci la vittoria senza troppe perdite. Ma quasi sempre ci sono molti morti, fra i vincitori e fra i vinti.

Livia Capponi in la Lettura #274, pag. 43

Comando

 

In uno dei più bei romanzi del XX secolo, Lo stendardo di Alexander Lernet-Holenia, vediamo l’esercito plurinazionale dell’impero austroungarico nel punto in cui comincia a disgregarsi, verso la fine della prima guerra mondiale. Un reggimento di ungheresi rifiuta improvvisamente di obbedire all’ordine di marcia impartito dal comandante austriaco. Il comandante, sbalordito di fronte a questa inattesa disubbidienza esita, consulta gli altri ufficiali, non sa che fare e sta quasi per abbandonare il comando, quando trova finalmente un reggimento di un’altra nazionalità che obbedisce ancora ai suoi ordini e fa fuoco sugli insorti. Ogni volta che un potere è in disfacimento, finché qualcuno dà ordini, si troverà sempre anche qualcuno, magari uno solo, che gli obbedirà: un potere cessa di esistere soltanto quando smette di dare ordini. È quello che è successo in Germania al momento della caduta del Muro e in Italia dopo l’8 settembre 1943: non era cessata l’obbedienza, era venuto meno il comando.

Giorgio Agamben, Creazione e anarchia, Neri Pozza, Vicenza 2017, pag. 96

Women in War

October 1942. Milwaukee, Wis. “Supercharger plant workers. To replace men who have been called to armed service, many young girls like 19-year-old Jewel Halliday are taking jobs never before held by women. Her job is shuttling workers between two Midwest war plants for Allis-Chalmers Manufacturing Co.”
Photo by Ann Rosener for the Office of War Information.

www.shorpy.com

Il destino

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Si direbbe che qualche volta il destino si diverte a spingere due persone l’una verso l’altra. Ci incontrammo ancora con Alexander in casa di comuni amici: poi cominciammo a cercarci, senza aspettare più il caso, e finimmo per diventare molto amici, quasi inseparabili. Una di quelle strane amicizie come si possono avere solo con gli inglesi: si parla di tutto e di tutti, meno che di sé stessi e dei propri affari personali; qualche volta si riesce perfino a stare benissimo insieme, senza dire una parola. Si continua a rispettare certe forme, ma si sa, si sente che avete accanto una persona si cui, se ce ne fosse veramente bisogno, si può realmente contare.
Non so esattamente: doveva avere sui ventinove anni, ma qualche volta appariva anche più giovane di quanto fosse. C’erano solo quelle rughe profonde che gli solcavano la fronte alta a dargli un aspetto inatteso di maturità, di anzianità quasi e forse qualche volta una strana espressione degli occhi chiari; era come se si perdessero lontano, lontano. Curioso il contrasto con quei baffetti biondi che portava pettinati con le punte all’insù, con un’aria insolente, un po’ sbarazzina. Uno charme indefinibile, quasi animale, a cui era difficile resistere: forse nella voce leggera, chiara, un po’ insinuante, dolce.
[…]
Alexander mi invitò ad andare a vederlo al fronte. Il fronte erano poi le vecchie trincee turche, ancora all’epoca delle guerre balcaniche, che squadre di lavoratori civili, a un ritmo molto tranquillo e molto pigro, stavano liberando dalle erbacce e dalle tante altre cose che ci si erano accumulate durante tutti quegli anni.
Teoricamente, questo povero battaglione della guardia irlandese avrebbe dovuto tenere un fronte lungo una diecina di chilometri. Una landa arida, rocciosa, bruciata; qua e là qualche magro cespuglio. Il sole batteva forte, ma l’aria era leggera e si camminava volentieri, Alexander con il suo passo elastico e il suo berretto un po’ piegato da un lato. Era la prima volta che lo vedevo in servizio: era come se vedendolo tutti i giorni mi fossi dimenticato che era un militare. Con che occhi lo guardavano tutti i suoi soldati! C’era come dell’ammirazione: o forse ancora il suo charme che funzionava anche su di loro.
La spiaggia era deserta, l’aria era come immobile e anche il mare si sentiva pigro: che piacere farsi arrostire lentamente. Gli stavo raccontando degli ultimi passi ad Atene.
«Se attaccano, non ci resta che farci ammazzare», disse Alexander.
«È un massacro inutile», osservai.
«Chiunque è capace di farsi ammazzare per una causa che si capisce: bisogna imparare a farsi uccidere anche per una causa inutile, per una causa perduta», mi rispose. Feci uno sforzo per guardare un momento di sbieco dalla parte sua: non aveva nemmeno aperto gli occhi.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 17-19</spa

Finmeccanica / Israele

Venerdì, a Piazza Affari, il titolo Finmeccanica è schizzato a 4,04 euro, arrivando a guadagnare il 15,9%. Il portentoso rialzo fa seguito all’annuncio che il ministero della Difesa di Israele ha scelto di acquistare dalla società controllata Alenia Aermacchi 30 aerei da combattimento M346 per addestrare i piloti militari, per l’ammontare di 1 miliardo di dollari. Entro il primo semestre del 2012 dovrebbe concretizzarsi l’ordine, con consegne a partire dal giugno 2014. Finmeccanica l’ha spuntata sulla sua principale concorrente, la Korean Aerospace Industries.
Per Finmeccanica il 2011 è stato un anno drammatico, con l’uscita di scena tutt’altro che tranquilla del presidente Pierfrancesco Guarguaglini, a cui ha fatto seguito un secondo semestre di drastica pulizia di bilancio. I primi nove mesi del 2011 si erano chiusi con una perdita di 358 milioni di euro, dopo svalutazioni diverse per 753 milioni. E nei conti del quarto trimestre 2011 sono previste altre svalutazioni per circa 1 miliardo di euro, una buona parte legata ai valori di avviamento della controllata americana Drs, acquistata nel maggio 2008 per 5,2 miliardi di dollari (4 miliardi di euro). Complessivamente, ci si aspetta che il bilancio 2011 chiuda con una perdita di oltre 960 milioni di euro. Va da sé che una perdita così grossa vada affrontata con una forte ristrutturazione aziendale, che permetta a Finmeccanica di tornare a una redditività in linea con le aziende concorrenti. Oltre alle svalutazioni di asset e di avviamenti per circa 1 miliardo e mezzo di euro, dovrebbero esserci un taglio di costi per 400-500 milioni di euro, la vendita di attività varie per incassare circa 1 miliardo di euro e la riduzione dei piani d’investimento. E, naturalmente, per il 2011 gli azionisti non percepiranno alcun dividendo.
Ansaldo Breda, la società di Finmeccanica che produce materiale ferroviario, è cronicamente in perdita e nessuno la vuol comprare. Così, non resta che avviare anche lì una dura ristrutturazione, con chiusura di impianti, che dovrebbe portare a risparmi di 40 milioni di euro nel 2012 e benefici complessivi di 90 milioni nel 2014. Nelle attività aeronautiche, la prevista ristrutturazione dovrebbe portare benefici per 200 milioni di euro nel 2013 e per 270 milioni nel 2015. Per il 2012 ci si aspetta comunque un andamento positivo della raccolta ordini, grazie ai Paesi emergenti: il buon auspicio viene proprio dall’ultima commessa arrivata da Israele, che — a quanto pare — non esclude di doversi impegnare in future campagne militari.

 

Cara Amica

Mia cara amica,

ho dibattuto a lungo tutti i punti della nostra conversazione, che mi ha colmato di ricordi e di idee. Le sono grato di avermi fornito lumi per riandare al mio passato di soldato, dove tanti eventi sono rimasti in sospeso, carichi di un’esperienza che aspettava tutto dalla vita. Le citerò soltanto un esempio:
Prima dell’attacco del 16 aprile 1917 a cui mi apprestavo a prender parte in qualità di aspirante ufficiale di fanteria, fui lungamente istruito dal mio comandante di compagnia. Mi ero reso conto che quel gesuita tenente (Louis Houdard) era l’ufficiale più valoroso e più santo della divisione di attacco di cui facevo parte (39a D.I., 196° reggimento di fanteria, 20° corpo). Mi aveva appena dato ordini minuziosi per l’esecuzione di un colpo di mano che dovevo tentare a fine attacco. Ordini duri, saggi, dove tutto doveva essere previsto. Gli uomini che dovevano prendervi parte con me non erano esonerati per nulla dall’attacco e dovevano esser scelti dalla  loro stessa sorte, poiché erano preventivamente elencati come i superstiti del plotone che avrebbe saltato il parapetto con me. Houdard si rende improvvisamente conto che sono al mio primo attacco; e, con molto ardore: «Una raccomandazione! Divieto categorico ai combattenti di fermarsi presso i feriti. Nulla autorizza un soldato che si batte a raccogliere i lamenti o le raccomandazioni di un soldato che muore». Continua a leggere “Cara Amica”