LA CULTURA È CONVERSAZIONE

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Quasi quattro anni fa, Stefano Salis scriveva su Il Sole 24 Ore Domenica un articolo intitolato: “Meno libri per tutti?” in cui prendeva in esame il problema dell’eccessiva produzione libraria e dei guasti che può portare al sistema editoriale. Lo spunto nasceva da un’intervista in cui Gabriel Garcia Marquez diceva di non voler scrivere più, a causa della mancanza d’ispirazione.

Persino  l’Osservatore Romano Ieri è sceso in campo. […] Epperciò, se tanti scrittori facessero come Gabo, ci informa il giornale vaticano, «il mercato librario risulterebbe liberato come d’incanto da tanta carta da macero che, molto spesso, solo perché uscita dai torchi di un’importante casa editrice, viaggia come accreditato capolavoro determinando disorientamento e confusione tra i lettori meno avvertiti». Nientepopodimenoche.

Così, una seria rivista come Bookshop, con accenti meno apocalittici, ha chiesto agli editori se è vero che l’eccessiva produzione di titoli finisca per danneggiarli concretamente. E le risposte sono state interessanti.

Ci sono quei piccoli (per esempio Marcos y Marcos) che hanno detto che sì, effettivamente, cominciano a intraprendere una politica al ribasso. Meno novità ma più tempo, per i libri usciti, per stare in libreria. Stesso ragionamento ha fatto Baldini Castoldi Dalai, che assottiglia il numero di proposte. I piccoli e i medi, del resto, come rilevano i dati dell’Aie nel Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia, già da qualche anno diminuiscono il numero di immissioni. Per i grandi le cose starebbero al contrario: ma, del resto, economicamente conviene di più produrre un libro e stare a vedere che succede con le vendite, anziché fare una bella indagine preventiva e capire se di quel libro c’è bisogno o no.

Quest’ultimo punto sembra molto interessante. Ed è interessante l’analisi fatta dal messicano Gabriel Zaid nel saggio I troppi libri (Jaca Book, pp.130, € 12,00) in cui si afferma che:

«la cultura è conversazione. Scrivere, leggere, redigere un testo, stampare, distribuire, catalogare, recensire possono alimentare questa conversazione e tenerla viva. Si potrebbe affermare persino che pubblicare un libro equivale a inserirlo nel bel mezzo di una conversazione, che fondare una casa editrice, una libreria o una biblioteca equivale ad avviare una conversazione».
E allora: o non si ha niente da dire (ma chi lo stabilisce?), oppure si cerca di parlare. E il mercato, in genere, sa dare buone risposte. Forse è la possibilità di scegliere che rafforza la credibilità della proposta degli editori. Forse è meglio avere tanta scelta che non pochissima.

Quest’articolo mi fece riflettere su una discussione lanciata anni fa in alcuni settori della blogosfera, in cui ci si interrogava sull’utilità o inutilità o perniciosità dei commenti nei blog: secondo alcune posizioni (ricordo quella di Giuseppe Genna) sulla rete bisogna immettere contenuti, non sfoghi o diari personali o saluti, carezze e salamelecchi reciproci. Perché, secondo loro, non servono a nulla e annacquano e isteriliscono la rete. Quindi, per assurdo, la pratica di commentare per puro passatempo dovrebbe essere abolita, lasciando spazio solo a interventi motivati e argomentati sul merito dei contenuti.

Ripescare questo articolo m’ha aiutato a chiarirmi le idee su un fatto: se è vero che «la cultura è conversazione», allora anche il blog è conversazione, allo stesso modo in cui «Scrivere, leggere, redigere un testo, stampare, distribuire, catalogare, recensire possono alimentare questa conversazione e tenerla viva». Ma la presenza dei commenti non sempre è essenziale: se in certi casi essi costituiscono l’ossatura del blog, in altri la conversazione può svolgersi efficacemente con citazioni e rimandi reciproci attraverso i link, creando appunto una rete di articoli, senza rinchiudere la discussione dentro il proprio recinto.

(da un articolo di Stefano Salis su Il Sole 24 Ore Domenica, 5 feb. 2006)

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FENOMENOLOGIA DEL RINGRAZIAMENTO

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Quasi quattro anni fa, su Il Sole 24 Ore Domenica apparve un articolo di Stefano Salis intitolato “Ho scritto un libro. Grazie tante!“, in cui si stigmatizzava un vezzo divenuto assai di moda fra gli scrittori, e più in generale fra chi pubblica un libro: la cosiddetta “sindrome da Thanksgiving”.

La malattia è arrivata dritta dritta dagli Stati Uniti: si diffonde, pare, per contatto (anche solo visivo) con le pagine dei libri, soprattutto le ultime. Pochi riescono a restarne immuni. E figurarsi in Italia, dove un po’ l’invidia e un po’ il non-siamo-certo-da-meno-di sta producendo effetti devastanti.
I sintomi si manifesterebbero con la comparsa, nelle ultime (o nelle prime) pagine di una profusione di “Ringraziamenti”. Giudicati, spesso, ridicoli.
Intanto perché i “ringraziati” sono quasi sempre gli stessi. Prima di tutti l’editor, l’agente letterario e, addirittura, l’editore. Confondendo così il ruolo professionale (costoro correggono, suggeriscono, rivedono proprio perché questo è il loro lavoro) con la vita privata. Eppure basterebbe un invito a cena, un bigliettino , una telefonata, anche solo uno sguardo.
Alla Minimumfax (che le novità le sanno fiutare, eccome), hanno poi sublimato il ringraziamento a chi il libro “lo fa” con i “Titoli di coda”. Tutti quelli che lavorano in casa editrice al momento di andare in stampa sono debitamente nominati in fondo al libro. Cosa faccia però un “Party manager” e che peso abbia nella costruzione di un romanzo, resta ancora un mistero.
[…]
Ma oramai il delirio febbrile è incontenibile, gli effetti collaterali assolutamente comici. E va bene finché ringrazi tua moglie (o tuo marito) perché ti ha portato il caffè mentre tu sbattevi inutilmente contro la pagina (guardandoti con compassione, ma questo non lo si scrive…), ma ci sono autori che arrivano a ringraziare gli animali, i fiori, il cielo, la pioggia…
Non parliamo dei nomi. In Italia ci sarebbe da fare una vera e propria classifica delle nomination (Sergio Perroni, Elisabetta Sgarbi, Rosaria Carpinelli sbaragliano la concorrenza). O delle motivazioni. Grazie per la pazienza, grazie per l’entusiasmo, grazie perché ci sei, grazie per le acute annotazioni, grazie per le informazioni, grazie bambini perché siete bambini, grazie della passeggiata, grazie di quella mattina, grazie della partaccia, grazie del bel pranzetto, fino ai metafisici grazie… «per tutto».

Fu il giovane scrittore americano Dave Eggers, nuova stella del firmamento letterario, a fare del ringraziamento una forma di letteratura umoristica. Fra le altre cose, Eggers rivelava (ringraziandoli, ovviamente) di non aver mai saputo che Evelyn Waugh fosse un uomo e George Eliot una donna.
E qui da noi?

Alessandro Baricco ringrazia pure lui tutti: chi gli fa le copertine del libro (belle!), chi gli manda le videocassette (gratis!, grazie!), perfino gli editori che pubblicano i suoi amici! Poi, siccome si accorge di star usando troppi esclamativi, beh, e che c’è di male? È colpa di Vonnegut, che lo induce a pensare ai punti esclamativi. E dunque grazie, grazie caro vecchio Kurt, per questi esclamativi che in tuo onore spargo impunemente sulla pagina… Se non altro Baricco, e non si sa come (ma, forse, sano senso del ridicolo…) ha trovato gli anticorpi e l’antidoto giusto alla “sindrome da Thanksgiving”. Ultime righe delle sue tre pagine (solo tre, ahi ahi…) di ringraziamenti: «Ho deciso in questo istante che dal prossimo libro non scrivo più i ringraziamenti».
Meno male. Anzi: grazie, Baricco.

Da parte mia, naturalmente, nessuna intenzione di schierarmi dalla parte dell’autore dell’articolo: ciascuno è libero di ringraziare chi vuole. Ho solo segnalato un fenomeno che, come tutti i fenomeni, ha le sue dinamiche.

(da Stefano Salis su Il Sole 24 Ore Domenica, 20 novembre 2005)