miti e incertezze

Com’è noto, nel panorama organicistico del Kulturkreis che Frobenius delinea, i paideumi attraversano una fase di Ergriffenheit, un momento aurorale creativo di concettualizzazione e metaforizzazione primaria a cui appartengono sia le prime forme d’arte sia la mitopoiesi “genuina”, per poi passare attraverso un periodo di Ausdruck, o fase di sviluppo e maturazione, a cui fa séguito l’Anwendung, stadio (decadente) di meccanicizzazione e tecnicizzazione, in cui gli stessi tratti identificativi del paideuma si degradano in funzione di uno strumentalismo deteriore. L’Anwendung frobeniana e la macchina mitologica di Jesi, figli di due differenti temperie storico-culturali e di due tradizioni di ricerca ben distinte, trovano in certo modo insospettabili consonanze nei risultati d’inquadramento dei problemi, ferma comunque restando la radicale diversità dell’Einblick di partenza. Il possibile nesso concettuale fra la dinamica dell’Anwendung (tecnicizzazione-strumentalizzazione) e il paradigma della macchina mitologica asservita alla Gewalt è abbastanza evidente in sé: la conclusione, che a taluno parrà forse curiosa, se non addirittura forzata, è che in sostanza il concetto frobeniano di un contesto culturale deteriorato dal dominio di un tecnicismo finalizzato al controllo ingloba e implica di fatto come caso particolare la speculazione jesiana relativa al degrado del mito in un’atmosfera storica alterata e miticizzata, funzionale a un qualsiasi ideologismo asservitore.

http://www.nazioneindiana.com/2012/01/15/miti-e-incertezze-del-mito/

apparecchiature prostetiche?

C’è il serio rischio che il punto di riferimento per la ricostituzione di una com-munitas, cioè di una società in cui ognuno è titolare di un munus, contributo-remunerazione sociale (per seguire alla lontana Roberto Esposito), sia una delle tante cerchie di im-munes, di membri di un ordine professionale riverito e forte che ha, ben ritagliato nello spazio pubblico, il suo témenos di prerogative di casta. A un livello più ampio, mentre i più diversi centri di potere (grande capitale, classe dirigente, chiesa cattolica, mafie) si ritagliano a vario titolo e in vari contesti spazi sempre più larghi di immunità, e lo spazio vitale dell’homo com-munis viene così svilito, sminuito e diminuito sempre di più, insieme alla sovranità e all’autorità pubblica, si cerca diffusamente nell’ambito del diritto (inteso in senso ampio di funzione giuridica e godimento di diritti irrinunciabili) quello che con Schmitt possiamo chiamare un campo di neutralizzazione dei conflitti storico-sociali, un ambiente socioculturale dove riparare, a cui ricondurre ultimativamente i conflitti, perché siano risolti e neutralizzati -Schmitt vedeva nella tecnica come dominio sulla natura il campo di neutralizzazione dominante nell’età contemporanea. Fatto sta che mentre la tecnica è di per sé un campo di neutralizzazione cieco (come Schmitt stesso nota), in pratica non è un vero campo di neutralizzazione, ma solo un insieme di apparecchiature prostetiche, nel frattempo ognuno dei sullodati centri di potere ha la forza di tutelare i suoi privilegi a danno di tutti, almeno fin dove cominciano i privilegi di un altro centro di potere…

(da: www.nazioneindiana.com/2011/09/04/la-societa-incivile-e-il-diritto-come-campo-di-neutralizzazione/)

esitazioni elegiache?

Pare invece che la rappresentabilità dell’universo del lavoro post-fordista abbia trovato nella prolifica macchina del romanzesco nazionale una nicchia di mercato favorevole, disposto a scommettere sulle prospettive di impatto “mediatico” di una letteratura tempestivamente definita “post-industriale”, divisa tra forme di fiction più o meno ibride e i modelli vulgati dell’inchiesta o del reportage a tenuta narrativa. Rimuovendo o “medicalizzando” il conflitto sociale (la materialità del reale) con dosi massicce di un’affabulazione sin troppo lineare e elegiaca, si tratta di romanzi o pseudo-romanzi che contribuiscono a dilapidare il patrimonio antagonista, utopistico e libertario lasciato in eredità dalla migliore letteratura industriale (e post-industriale) del secolo passato. Sono esperienze intellettuali che non si sottraggono, ma partecipano all’inerzia nella quale vivacchiano l’inconscio e l’immaginario collettivo, il mainstream che collega le condizioni reali e i riflessi sociali della nuova fase di organizzazione del lavoro ora alle retoriche vittimarie e al volontarismo moraleggiante, ora alle esitazioni elegiache degne di una nuova Arcadia; ora infine a idealtipi o a frame del tutto inespressivi come “precariato”, “emigrazione intellettuale”, “nuovi schiavi”, “morti bianche”.

(da: www.nazioneindiana.com/2011/07/28/la-verifica-dei-saperi)

Trenta gennaio


Oggi cade il ventiseiesimo anniversario della morte di un mio amico — amico intimo per molto tempo, prima che il suo esaurimento ci separasse — che quel giorno, in cui compiva ventitrè anni, si stese sui binari del treno e la fece finita. Quella tragedia mi sconvolse e mi lasciò a vagare disorientato per mesi, senza scopo né idee sul futuro. Ripensandoci oggi, mi accorgo che nessuno di quelli che gli stavano intorno, a cominciare dalla famiglia e a finire da noi amici che piano piano ci allontanammo, riuscì a capire la portata del suo male, nessuno sembrava in grado di mettersi in sintonia con lui, e nemmeno di provarci. Lo sforzo sembrava troppo grande per volercisi dedicare. Alcuni, me compreso, agirono anche male, cioè ebbero comportamenti impulsivi e sbagliati, non rendendosi conto di quanto questi potessero aggravare la sua situazione e spingerlo ancor più lungo la discesa. Questa tragedia fu per me la “prova generale di senso di colpa” che preluse all’affondo esistenziale, definitivo e irreversibile, che sarebbe avvenuto il primo settembre di quello stesso anno.

 

Psiche


La sofferenza della psiche è una cosa seria: non va sottovalutata e nemmeno male interpretata. Quando chi ti sta vicino non capisce la portata del problema e insiste nel non volerlo inquadrare, continuando a trattarti come una persona normale, il problema s’acuisce. Allora ci si pone una domanda. Il fatto che chi ti sta vicino non capisce e non vuole uscire dalla sua impostazione sbagliata è un semplice fatto, e come tale andrebbe trattato: perché mai, allora, provoca tanto dolore? Perché ho l’impressione che sia proprio questo semplice fatto ad affondarti?