Noia

«Ma cos’è esattamente la noia? Verrebbe da dire una reazione dell’essere umano a un contesto, a un ambiente così estranei alle proprie necessità e alla propria natura, così inaccessibile alla propria possibilità di comprensione da risultare estraneo, impermeabile all’attenzione e alla curiosità. La noia appare un congelamento del cuore e della mente, a tal punto frustrati da risultare devitalizzati. Una sorta di chiusura temporanea, una depressione lampo che, indotta dall’esterno, spinge la mente a secernere sulla realtà circostante la patina grigia e spenta della disattenzione, della tristezza, dell’apatia, dell’indifferenza. La noia quindi è un meccanismo di allontanamento, una presa di distanza da qualcosa verso cui si avverte una non appartenenza. Una separazione che spinge il soggetto a isolarsi e a chiudersi, ma al contempo a rientrare in sé, in ascolto e in cerca di una via di fuga. Da questo punto di vista si potrebbe anche dire che la noia è un potente attivatore di identità poiché ha fra le proprie conseguenze il definirsi di un soggetto in opposizione a una presenza o situazione estranea».

https://www.doppiozero.com/rubriche/1543/201806/i-bambini-e-la-noia

#59

Will Dielenberg, from The International Landscape Photographer of the Year

Finiamola di pensare alla fantasiosa, irrealizzabile possibilità di andare indietro nel tempo — anche solo di poco — per adottare i comportamenti giusti e ritornare a oggi con i vantaggi conseguenti. Facile, sarebbe, come viaggiare nei secoli con la Macchina del Tempo. Ma secondo le ultime teorie il tempo non scorre all’interno dell’universo: passato, presente e futuro sono rappresentati in un unico blocco. E all’interno di questo universo-blocco non è il tempo a scorrere, ma sono le forme di vita ad arrampicarsi per una linea che ne costituisce il tracciato. La cognizione del tempo, quindi, sarebbe una pura costruzione umana, cognitiva, concettuale e culturale.

Franz Kafka, Lettera al padre (4)

Marcel Duchamp: Father

Ora, in effetti, nei miei confronti avevi ragione sorprendentemente spesso: nel parlare era ovvio, perché a parlare quasi non si arrivava, ma anche nella realtà.
Eppure, anche questo non era particolarmente inconcepibile: tutto quel che pensavo era soggetto alla tua pesante pressione, perfino quei pensieri che non concordavano con i tuoi, e soprattutto questi. Su tutti questi pensieri apparentemente dipendenti da te gravava sin dall’inizio il tuo giudizio sfavorevole; sopportarlo fino a una completa e duratura realizzazione di tali pensieri era quasi impossibile. Non parlo qui di chissà quali pensieri elevati, ma di ogni piccola impresa dell’infanzia. Si doveva essere felici di qualcosa, esserne soddisfatti, tornare a casa ed esprimerla, e la risposta era un sospiro ironico, una scrollata di testa, un picchiettare con le dita sul tavolo: “Ne ho viste di più belle”, o “Che vuoi che mi dicano le tue preoccupazioni”, o “Ho altro a cui pensare”, o “Compratici qualcosa!”, o “Senti lì che cose!”. Naturalmente non si poteva pretendere da te entusiasmo per ogni piccolezza infantile, giacché vivevi tra affanni e preoccupazioni. Ma non éra questo il punto. Il punto era invece che dovevi sempre provocare in tuo figlio queste delusioni, per principio, grazie alla tua natura contraddittoria, di più, grazie al fatto che questa contraddittorietà, con l’accumularsi del materiale, si rafforzava incessantemente, tanto che infine divenne un’abitudine anche quelle rare volte che eri della mia stessa idea e queste delusioni di tuo figlio non furono più banali delusioni quotidiane, ma arrivarono a colpire nel segno, perché si trattava della tua persona, misura di tutte le cose. Il coraggio, la risolutezza, la fiducia, la gioia per questo o per quest’altro non duravano fino in fondo se tu eri contrario o se la tua ostilità poteva essere anche soltanto percepita; e percepita poteva essere quasi per ogni cosa che facevo.
Questo valeva per i pensieri come per le persone.
Bastava che io nutrissi un po’ d’interesse per qualcuno — data la mia natura non accadeva tanto spesso — che tu, senza riguardo alcuno per i miei sentimenti e senza rispettare il mio giudizio, attaccavi con gli insulti, le calunnie, le umiliazioni. Dovevano pagarne le spese persone innocenti e infantili, come l’attore jiddisch Lowy. Senza conoscerlo, lo paragonasti in un modo orribile, che ho già dimenticato, a uno scarafaggio, e quanto spesso per le persone che mi erano care ti saliva automaticamente alle labbra il proverbio dei cani e delle pulci. “Chi va a letto coi cani si leva con le pulci” (N.d. T.). Dell’attore ho un ricordo molto vivo perché allora presi nota delle tue affermazioni su di lui, con questa osservazione: “Mio padre parla così del mio amico (che non conosce affatto) soltanto perché è un mio amico. Glielo potrò sempre rinfacciare quando mi rimprovererà per la mia mancanza di amore filiale e di gratitudine”. Incomprensibile mi è sempre stata la tua totale mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che potevi infliggermi con le tue parole e i tuoi giudizi; era come se non avessi la benché minima idea del tuo potere. Anch’io sicuramente ti ho fatto soffrire con le mie parole, ma l’ho sempre saputo, mi dispiaceva, ma non riuscivo a dominarmi, me ne pentivo già mentre lo dicevo. Tu invece con le tue parole colpivi indiscriminatamente, non ti dispiaceva per nessuno, né durante né dopo, contro di te si era completamente disarmati.
Ma così è stata tutta la tua educazione. Tu possiedi, credo, un talento educativo: a un essere della tua natura saresti stato sicuramente utile con la tua educazione; egli avrebbe visto la ragionevolezza di quanto gli dicevi, non si sarebbe preoccupato di niente altro e avrebbe fatto le sue cose con la massima tranquillità.

(4 – continua)

# 55

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Mia madre ha dipinto per tutta la vita. L’oggetto che più conserverò nella memoria è il primo quadro a olio che fece da ragazza, una veduta del fiume Trigno: alcune mucche sostano placide con le zampe nell’acqua, la tonalità generale è verdastra, la consistenza dei rilievi sullo sfondo imperfetta, quasi piatta. Ma rimane il grande quadro che mi accompagna da sempre: quand’ero piccolo era già un “vecchiume” che venne addirittura portato in soffitta. Ora l’ho rimesso in vista in una cornice importante, come se fosse il simbolo di tutto, della casa avita, della mia nascita difficile, del sogno di una famiglia unita, dell’innocenza perduta.

La vita insolente

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Gli uomini arroganti – qui le differenze di genere non contano, ormai tutti e tutte in lizza – si studiano per bene. Se uno dei due accenna a un sorriso, segnala all’altro non che è remissivo. Piuttosto, che si può iniziare il duello. E così, in moltitudine sterminata, si passa tutta una vita. Anche in vecchiaia i ricordi degli uomini arroganti vanno alle battaglie vinte (rimuovono quelle pese), agli sgambetti riusciti, alla decimazione di tutti gli ingenui. Dei timidi pur pusillanimi e servili (traditori della nobile e orgogliosa categoria) che come birilli – in verità troppo facile gioco – hanno visto e fatto cadere, dinanzi al loro sgomitare e prendere in un tiro al piattello la mira. Nemmeno si accorge l’arrogante delle evoluzioni dell’amante che con altro gioco (apposta fuori moda) tenta di disegnargli un profilo più amabile. Lo scarabocchio degli amanti maturi gli sembrerebbe uno sgorbio.
Prendono pillole se l’insonnia li assale, se l’impotenza si annuncia, gli arroganti e tutti i loro sinonimi: i prepotenti, gli sfrontati, i boriosi, gli insolenti, i tracotanti… non aprono libri, se non utili a far soldi, o a dimenticare lo stress. Non vanno mai a zonzo, non sprecano il tempo dei perdigiorno che a passi lenti si perdono apposta nei boschi. Se camminano, fanno jogging ascoltando le notizie di borsa di prima mattina.
Non sono ahimé una specie in via d’estinzione.
Non avranno mai riserve indiane. Tutte le praterie sono loro concesse.
Dilagano i loro modi, subiscono mutazioni fin sessuali, sono modello pedagogico acclamato e vincente. Fin dall’asilo, vero laboratorio (anzi vivaio) già degli arroganti prossimi venturi, i troppo piangenti, intimiditi dalla piccola folla di coetanei in allenamento competitivo, non vogliono saperne di far girotondo con loro. Qualche vittima ricorda: “Il mio dito indice chiuso tra le porte in alluminio dei gabinetti, i riposi pomeridiani in file di brandine a molle, un bambino che mi atterra e mi calca il petto con la pianta del piede”.
(…)
I non adatti alla vita insolente, subito riconosciuti, vengono segnalati ai genitori pure piangenti. Per opposti motivi, ai quali il numero telefonico di una “brava” psicologa viene subito clandestinamente passato.
Alla vita schiva, in cui il dubbio, la cautela, la prudenza ad asserire alcunché è di casa, si oppone la vita coriacea.
Protetta da strati di corazza, dal pelo sullo stomaco e altrove in rigogliosa crescita, fibrosa e lignea all’interno, capace di flettersi un istante per ottenere vantaggi da altri arroganti. Dicono che gli schivi e le solitudini siano malattia endemica dell’età presente, quando invece occorrerebbe volgersi a stimare l’arroganza l’epidemia montante.

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 173-175.

· 42


Mia madre dipinge da quando aveva diciott’anni, e ora ne ha ottantasei. L’oggetto che più conserverò nella memoria è un grande quadro a olio che fece da ragazza, una veduta del fiume Trigno e dei monti molisani dove sono nato. Alcune mucche sostano placide con le zampe nell’acqua, la tonalità generale è verdastra, la consistenza dei rilievi sullo sfondo imperfetta, quasi piatta. Ma rimane il grande quadro che mi accompagna da sempre: quand’ero piccolo era già un “vecchiume” che venne addirittura portato in soffitta. Ora l’ho rimesso in vista in una cornice importante, come se fosse il simbolo di tutto, della casa avita, della mia nascita difficile, del sogno di una famiglia unita, dell’innocenza perduta.

· 35


Voglio vederti camminare sicura e sorridente, guardando il mondo con fiducia. Sai, mia madre ha fatto la maestra elementare da quando aveva diciott’anni, ed è stata anche lei un’educatrice formidabile, con un’intelligenza e un carattere straordinari, e pure con doti artistiche, come sai. Certi suoi alunni, già adulti, la riconoscevano per strada e andavano a farle festa; tutti quelli che l’hanno conosciuta ne lodano le grandi qualità. E non usciva mai di casa, non frequentava quasi nessuno, solo qualche persona affezionata l’andava a trovare. Io sono quello che più le somiglia: il bimbo che le affondava il viso nel petto per consolarsi dalle ingiustizie e dalle piccole crudeltà che i compagni gli infliggevano a causa del suo incomprensibile candore. Ero fragile, piangevo spesso, e non avevo la forza di impormi con nessuno, così mi sono rifugiato spesso nell’abbraccio di mamma. Lei aveva tanti libri, e per questo amavo i libri come oggetti, mi piaceva averli intorno, anche se non li  leggevo. Così, mia madre mi ha fatto quello che sono. Lei possiede un’onestà irriducibile, un’onestà che io ho sempre mantenuto con tenacia, finché le durezze della vita m’hanno costretto a infrangerla, ripetutamente e sistematicamente, per sopravvivere e sopraffare quelli che volevano sopraffarmi, per conquistare e mantenere quello a cui avevo diritto. È stato questo “sporcarmi” che ancora mi fa male, capisci? Forse è anche questo che mi provoca brutti sogni.

· 34

Ascoltami. Anch’io non sono mai stato capace di farmi rispettare, da quando ero bambino fino a non troppo tempo fa. Mettermi i piedi in testa, ingannarmi e bistrattarmi era un gioco facile. Ero ingenuo e mi fidavo di tutti. Ero tenero, fragile e indifeso. Ero capace d’innamorarmi a dieci anni, e per questo venivo preso in giro e disprezzato. Solo negli ultimi anni mi sono definitivamente indurito. È forse questo che mi fa soffrire: aver dovuto assumere una forma d’insensibilità, per poter sopravvivere e mettere sotto tutti quelli che cercavano di danneggiarmi. E alla fine l’ho spuntata, mi sono creato una barriera protettiva che nessuno può scalfire. Questo mi è stato molto utile, ma mi fa venir da piangere con facilità, quando vedo la bellezza dell’anima che ho dovuto violentare. Tu come ferita aperta: vorrei essere la medicina che la chiuderà per sempre, ma mi sento inadeguato, incerto, spesso estraneo al mondo. Pensare che il tuo cuore non sia più capace di amare è semplicemente assurdo: tu sei una fonte d’amore “totale”, chiara e trasparente, quasi unica. Tu devi amare, per tornare alla vita.

· 22

È vero, penso anch’io che avere una vera amicizia che parte dall’infanzia o dall’adolescenza e ti accompagna nella vita è una cosa importantissima. Però si possono trovare amici veri a ogni età, anche se crescendo è più difficile. Le amicizie adolescenziali non sempre reggono al passare del tempo, proprio per quell’elevato tasso di idealizzazione e per la funzione che esse assolvono. Terminata questa funzione, spesso termina anche l’amicizia. Non è raro infatti perdere, attorno ai vent’anni o poco più, gli amici del cuore con cui si è cresciuti e che fino al giorno prima erano come un altro sé, un’anima gemella sul serio. E invece un bel mattino si comincia a non telefonarsi come al solito, ci si vede meno, e in breve tempo ci si ritrova quasi estranei. A molti è successo, me compresa, e ci rimasi malissimo, non me ne facevo una ragione. Poi, all’università, durante una lezione di psicologia abbastanza noiosa, sentii la professoressa parlare di questo fenomeno; drizzai le orecchie. Spiegò appunto che queste amicizie adolescenziali simbiotiche e totali nascono durante quell’età perché sono necessarie a favorire un corretto sviluppo del giovane: una sorta di “palestra dei sentimenti” (come dice Pietropolli Charmet) e anche una difesa contro il mondo (in due si è più forti che da soli, nell’affrontare l’avventura della crescita). Spesso però queste amicizie non riescono a “evolversi” e così capita che le strade dei due amici del cuore si separino repentinamente e senza un motivo apparente, per non ritrovarsi più o restare comunque distanti. Altre amicizie invece riescono a compiere il salto e sono quelle più belle e preziose, quelle che danno anche senso a una vita. Continua a leggere “· 22”

· 21


Devo dirti che quando nel tuo saggio sull’adolescenza nella letteratura citi questo passo di Pietropolli Charmet:

«l’amicizia durante l’adolescenza acquista dei connotati fortemente etici. (…) Essa costituisce una grande costruzione simbolica e culturale e prepara la relazione d’amore prefigurandone gli eventi e precorrendone il sentimento di scoperta e, allo stesso tempo, di ritrovamento. Si tratta di un evento straordinario perché (…) l’amico è un coetaneo estraneo alla famiglia e rappresenta, da ogni punto di vista, una grande novità relazionale. (…) Assurgerlo al ruolo di amico del cuore è un evento culturale, simbolico e relazionale straordinario, poiché rappresenta il debutto nella capacità di amare e investire un essere vivente estraneo alla cerchia dei legami familiari»

mi fai pensare a quanto sia stato importante per me avere un amico del cuore, cosa che son riuscito a ottenere nel corso dell’adolescenza solo per periodi brevi, quindi amicizie “del cuore” che si son rivelate effimere: una specie di “inconcludenza” che mi è sempre pesata e ancora sento molto. Direi che il peso di questa mia condizione, che mi ha portato a non avere amici del cuore di lunga data — quindi a non averne tout court — ha un ruolo determinante nelle mie giornate. Me ne rendo conto soprattutto ora che ho raggiunto la maturità, forse perché le conseguenze di questo “fallimento” si consolidano e si fanno presenza.
Mi colpisce l’idea dei “connotati fortemente etici” dell’amicizia adolescenziale: proprio questa era la sua caratteristica eminente, l’eticità che avrebbe consentito di affrontare il mondo con lo sguardo aperto e libero e pulito. Cose di cui tutti abbiamo un gran bisogno, e quando ce le portano via ne veniamo in qualche modo menomati: di meno i fortunati, di più quelli meno assistiti dalla grazia.
Quando scrivi: “Non a caso, in questo tipo di amicizie, è spesso presente un elevato tasso di idealizzazione”, è vero: è proprio questo che le rende magiche, spesso irripetibili.