Testamento ideologico

garibaldi

Siccome negli ultimi momenti della creatura umana il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo, e della confusione che sovente vi succede, s’inoltra, e mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga coll’impostura di cui è maestro, che il defunto compì, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico: in conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare, in nessun tempo, il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare. E che solo in stato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada.

Giuseppe Garibaldi

La fabbrica di “like” e “follower”

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Bangladesh, la fabbrica di “like” e “follower”.
Ecco i forzati del successo online

Una troupe della britannica Channel 4 scopre a Dakha i laboratori in cui, h24, si producono consensi su Facebook e Twitter a pagamento. Un business che impiega circa 20mila persone per 12 dollari al mese. Il manager: “E’ tutto legale, se poi è immorale è un problema di chi ce lo commissiona”.

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leggi tutto: http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/08/03/news/farm_like

 

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A volte mi vengono dubbi strani, poco comprensibili: come delle sensazioni sgradevoli che mi lasciano smarrito e incerto sul senso del mio esistere. Ad esempio, ora non sono sicuro che io meriti d’essere amato. Può essere che tu non veda le cose giuste? Che tu sia condizionata da qualche fattore che t’impedisce di sentire la realtà per com’è e che ti stia ingannando a darmi tutto questo valore? Momenti come questi arrivano inaspettati, e non me li so spiegare. Ho fatto molti danni nella vita, e solo una fortuna sfacciata può avermi fatto superare situazioni che per altri sarebbero state insuperabili. La merito, tutta questa fortuna? Merito il privilegio d’essere amato? Ora non riesco a trovare cose buone che giustifichino i miei privilegi. Mi piacerebbe porti questi interrogativi guardandoti e ascoltando la tua voce, ma non è possibile, ora. Sono costretto a scriverteli, e a distrarti dai tuoi compiti, quindi farei meglio a tacere e a non turbarti, sarebbe più responsabile. Ma sento forte il bisogno di parlarti.

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Ascoltami. Anch’io non sono mai stato capace di farmi rispettare, da quando ero bambino fino a non troppo tempo fa. Mettermi i piedi in testa, ingannarmi e bistrattarmi era un gioco facile. Ero ingenuo e mi fidavo di tutti. Ero tenero, fragile e indifeso. Ero capace d’innamorarmi a dieci anni, e per questo venivo preso in giro e disprezzato. Solo negli ultimi anni mi sono definitivamente indurito. È forse questo che mi fa soffrire: aver dovuto assumere una forma d’insensibilità, per poter sopravvivere e mettere sotto tutti quelli che cercavano di danneggiarmi. E alla fine l’ho spuntata, mi sono creato una barriera protettiva che nessuno può scalfire. Questo mi è stato molto utile, ma mi fa venir da piangere con facilità, quando vedo la bellezza dell’anima che ho dovuto violentare. Tu come ferita aperta: vorrei essere la medicina che la chiuderà per sempre, ma mi sento inadeguato, incerto, spesso estraneo al mondo. Pensare che il tuo cuore non sia più capace di amare è semplicemente assurdo: tu sei una fonte d’amore “totale”, chiara e trasparente, quasi unica. Tu devi amare, per tornare alla vita.

Ancora su “La grande sera”

Torno a parlare de La grande sera di Giuseppe Pontiggia perché sento l’esigenza di riportare un passo della postfazione di Daniela Marcheschi. Un piccolo saggio acuto e illuminante, che mi ha risvegliato un’intensa partecipazione.
È da un po’ che i miei nodi irrisolti cominciano a prendere forma, e leggere buona letteratura può aiutare a focalizzare e a comprendere. «Cogliere e abitare davvero la vita», questo è ciò che ho sempre vagheggiato di poter fare, costantemente frustrato dagli ostacoli sordi ed elastici del vivere quotidiano; i miei sforzi «di intimo slancio, di volontà gioiosa», la mia «sollecitudine degli affetti» erano annullati dal vuoto creato da quell’ingannevole «apparenza dell’operosità e del movimento incessante», che ci condiziona, ci snatura, ci acceca, rendendoci asserviti all’Apparato che quotidianamente ci macina.
Prendere coscienza che, nonostante tutto, una possibilità di salvezza esiste mi ha come risvegliato, mi ha spinto a guardare «quel deserto esistenziale» e a tentare di riempirlo «con una rinnovata e libera coscienza di sé e con uno slancio affettivo ancora più saldo e compiuto». Continua a leggere “Ancora su “La grande sera””

Furbizie vintage 3

In quella discussione su it.cultura.libri, chi contestò il diritto degli scrittori di intrufolarsi nei newsgroup letterari per interloquire coi propri lettori fu un certo P. Bianchi (così si firmava): i suoi interventi erano fra i più sagaci, insieme a quelli della mitica (e compianta) Maria Strofa.
Nel rispondere a un partecipante che aveva affermato: «a mio avviso l’autore, quando partorisce, deve tagliare egli stesso il cordone ombelicale», P. Bianchi spiegò con molta chiarezza come stavano le cose:

Non si può. L’autore è coinvolto, il libro è un pezzo di lui, non è possibile che mantenga il distacco, a meno che sia un bestsellerista mirante solo a limare il prodotto per ottimizzare cinicamente le vendite. L’autore è un marchio, trovarselo lì in carne e ossa a chiederti conto esplicitamente o implicitamente se ti piace la sua mercanzia è impossibile, troppo ingombrante, troppo imbarazzante. Mi vedo L. dire: “Ma allora io non posso partecipare alle vs (peraltro) cazzate? Qs. è limitativo della mia libertà.” Ebbene un po’ sì, d’altronde se frequenta diventa limitativo della libertà nostra, se lo lodi sembri leccaculo, se critichi il libro diventa automaticamente una critica alla persona, non se ne viene fuori se non tacendo, ma tacere in un mezzo fatto per parlare richiede una propensione all’ossimoro. La S. (anch’io non ho mai letto nulla, tranne quello che scrive qui: e qui mi sembra una gran tenerona) può presentarsi tranquillamente come S. in un niusgrup di computer o di giardinaggio, a discutere della soundblaster o di innesti di ciliegio. Non dovrebbe andare in un niusgrup di lettori, che possono discutere dei suoi libri. Almeno non col suo nome, idem per L., sono troppo ingombranti, devono fare come i preti nel bordello, travestirsi e spassarsela solo sotto mentite spoglie. Le critiche di B. a me sembrano argomentate e suonano plausibili, se le avesse dette parlando di Ugo Foscolo non fregava niente a nessuno, cioè in tal caso il vero oggetto di valutazione sarebbe stato non il Foscolo né la oggettiva validità delle critiche ma solo la coerenza interna alle argomentazioni di B., come accade in qualunque accademia letteraria. Invece parlando della S. tutti i guardoni si girano subito per vedere come la prende, se tace è una snobba, se si incazza è una permalosa, se glissa è una cinica, per il fatto di esserci ha già perso, l’unica cosa sarebbe se rispondesse con una flammona telematica memorabile ma 1) questo le darebbe dei punti come polemista e non come romanziera 2) qualche stronzo di giornalista lurkone ne approfitterebbe per far colare un po’ di merda sui giornaletti. Non se ne esce, il difetto è a monte, l’autore è un marchio che deve stare al suo posto e cioè sulla copertina del libro, oppure nel niusgruppo “l’autore risponde”. Qui deve venire sotto falso nome. Continua a leggere “Furbizie vintage 3”

Furbizie vintage 2

In quell’occasione, nel newsgroup, subito dopo intervenne un altro scrittore — più importante del primo — per promuovere il libro dell’amica:
«A me i suoi libri piacciono molto e non è un mistero. Non è una difesa d’ufficio, ho trovato “D…” un romanzo che riesce ad essere lirico e tremendo allo stesso tempo e ho trovato i racconti di “I…” scritti con grandissima cura e profondità.»

Ma questo solerte tentativo di “manipolazione delle coscienze” (in seguito si seppe che la scrittrice in questione era stata sua fidanzata) ebbe vita breve. Il mattino dopo, un animatore del newsgroup — un tale scultore di Pistoia — che non l’aveva presa bene, sparò a zero: Continua a leggere “Furbizie vintage 2”

Furbizie vintage

Una decina d’anni fa, nel newsgroup it.cultura.libri (a quell’epoca i blog non esistevano), un tizio si mise a incensare i racconti di una giovane scrittrice allora emergente — partecipante anch’essa al newsgroup — e, per esaltarne l’efficacia espressiva (e forse ottenerne i favori) arrivò a dire:

Prova a immaginare: stai leggendo e a poco a poco ti senti molle, invertebrato. Quando cominci a sentire che la spina dorsale e le costole sono ormai flaccide e impotenti, dalle parole del libro esce un braccio molto determinato che si ficca nella tua gola, ti afferra la caviglia da dentro e ti rivolta… sglap! … sei lì… il libro è dentro di te insieme ai tuoi occhi… e se riesci a guardarti in uno specchio ti vedi come una massa di roba pulsante e fetente, ricoperta di merda ma viva, vedi il sangue che gira attraverso i tuoi organi, appesi come ad un albero di natale a quell’essere informe che sai essere te stesso. ti fai schifo ma cominci a riconoscerti, vedi il cuore sgonfiarsi proprio nell’istante in cui il tuo cervello lo sente battere, vedi i fasci di nervi contrarsi al pensiero che ti sta nascendo in testa. ecco cosa ti fa: ti racconta da dentro. se tutto ciò sia sincero e oggettivo proprio non saprei.

L’ultima frase sul “sincero e oggettivo” era riferita a quanto aveva affermato poco prima uno scrittore — pure partecipante al newsgroup — amico e sodale della scrittrice emergente:
«Sinceramente e oggettivamente, S. è molto brava. Nel suo ultimo libro ha raffinato ulteriormente il linguaggio, le atmosfere, le suggestioni, e alcuni di quei  racconti sono davvero indimenticabili. E crescerà ancora (non di statura, quello non più, anche se lei lo vorrebbe…)». Continua a leggere “Furbizie vintage”