Franz Kafka, Lettera al padre (21)

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Così termina la mia vita con te, fino a oggi, e queste sono le prospettive per il futuro che essa reca in sé.
Se tenti una valutazione dei motivi da me addotti per spiegare la paura che ho di te, potresti rispondere: “Tu affermi che per me sarebbe facile spiegare il mio rapporto con te facendo ricorso unicamente alla tua colpa, ma io credo che la tua spiegazione, nonostante i tuoi sforzi apparenti, non ti sia comunque più gravosa, solo molto più redditizia. In primo luogo anche tu declini ogni colpa e responsabilità, e in questo senso il nostro procedimento è analogo. Mentre però io attribuisco apertamente tutta la colpa a te, cosa che del resto penso, tu invece vuoi essere “superassennato” e “supertenero”, e dichiarare anche me esente da ogni colpa. Naturalmente quest’ultimo passaggio ti riesce solo in apparenza (né vuoi di più), e tra le righe emerge, nonostante tutti i tuoi “discorsi” su essenza e natura e contrasto e inermità, che in realtà io sono stato l’aggressore, mentre tu hai fatto tutto quel che hai fatto solo per autodifesa. Adesso avresti già ottenuto abbastanza con la tua insincerità, perché hai dimostrato tre cose: primo, che sei innocente; secondo, che io sono colpevole; terzo, che per tua magnanimità sei disposto non solo a perdonarmi, ma anche, più o meno, a dimostrare e a voler credere che anche io, per quanto contro ogni verità, sono innocente. A te questo potrebbe anche già bastare, ma ancora non ti basta. Infatti ti sei messo in testa di voler vivere soltanto di me. Ammetto che tra noi c’è un conflitto continuo, ma ci sono due tipi di conflitto. Quello cavalleresco, in cui si misurano le forze di due nemici autonomi, in cui ciascuno rimane da sé, perde per sé, vince per sé. E quello del parassita, che non solo punge, ma per rimanere in vita succhia anche il sangue dell’avversario. Questo è il soldato mercenario, e questo sei tu.
Sei incapace di vivere; e per poterti installare comodamente nella inita, senza preoccupazioni e senza muoverti rimproveri, dimostri che io ti ho tolto ogni capacità di vivere e me la sono infilata in tasca. Che te ne importa ormai se sei incapace di vivere, tanto la responsabilità è mia, tu ti stiracchi tranquillamente e ti fai trascinare da me attraverso la vita, fisicamente e mentalmente. Un esempio: quando di recente volevi sposarti, allo stesso tempo, e in questa lettera lo ammetti, non ti volevi sposare, volevi però, per non affaticarti, che ti aiutassi a non sposarti, proibendoti questo matrimonio a causa della “vergogna” che quest’unione avrebbe arrecato al mio nome. A me però non è neppure passato per la testa. In primo luogo non volevo “essere d’ostacolo” alla tua felicità, come sempre del resto; e in secondo luogo non vorrei mai dover sentire un simile rimprovero da mio figlio.
Ma è servito a qualcosa che io abbia superato me stesso non opponendomi al tuo matrimonio? Assolutamente no. La mia avversione per quelle nozze non le avrebbe impedite; anzi, ti avrebbe ulteriormente spinto a sposare quella ragazza, perché così il “tentativo” di fuga, per esprimermi con le tue parole, sarebbe divenuto perfetto. E il mio consenso alle nozze non ha impedito i tuoi rimproveri, perché sei in grado di dimostrare che in ogni caso la colpa delle tue mancate nozze è proprio mia. In fondo però, qui e in ogni altra circostanza, non hai dimostrato altro se non che tutti i miei rimproveri erano giustificati e che tra loro ne mancava uno solo, particolarmente giustificato, ovvero l’accusa di insincerità, di servilismo, di parassitismo. Se non vado errato, anche in questa lettera continui a fare il parassita nei miei confronti”.
A tutto ciò rispondo che questa impostazione, la quale in parte potrebbe essere rivoltata anche contro di te, non deriva da te, ma da me. La tua sfiducia negli altri infatti non è pari alla mia sfiducia in me stesso, a cui tu mi hai educato. Non posso negare che questa impostazione, la quale di per sé apporta qualche contributo nuovo anche alla caratterizzazione del nostro rapporto, sia in certo qual modo giustificata. Naturalmente nella realtà le cose non possono essere calzanti come gli esempi della mia lettera, la vita è più che un gioco di pazienza; ma con la correzione che deriva da questa impostazione, correzione che né posso né voglio sviluppare ancora nei dettagli, si è secondo me raggiunto un qualcosa di così vicino alla verità che un pochettino può tranquillizzarci entrambi e renderci più facile il vivere e il morire.

(21 – FINE)

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Mia madre ha dipinto per tutta la vita. L’oggetto che più conserverò nella memoria è il primo quadro a olio che fece da ragazza, una veduta del fiume Trigno: alcune mucche sostano placide con le zampe nell’acqua, la tonalità generale è verdastra, la consistenza dei rilievi sullo sfondo imperfetta, quasi piatta. Ma rimane il grande quadro che mi accompagna da sempre: quand’ero piccolo era già un “vecchiume” che venne addirittura portato in soffitta. Ora l’ho rimesso in vista in una cornice importante, come se fosse il simbolo di tutto, della casa avita, della mia nascita difficile, del sogno di una famiglia unita, dell’innocenza perduta.

Detective Fiction 3: il proto-interrogatorio

 

Dopo la commissione del primo omicidio, nella Bibbia troviamo anche il primo interrogatorio della storia, pilastro dell’indagine poliziesca. È la vicenda di Susanna e del giudizio di Daniele (Dn 13), tradotta dalla versione greca di Teodozione del II secolo d.C. (più lunga di quella dei Settanta) basata su un originale semitico perduto. Circolata prima in modo indipendente, questa storia venne inserita successivamente nel libro di Daniele, per via del nome del giovane che la salva dalla morte. In Teodozione questo racconto è collocato all’inizio del libro di Daniele; mentre la collocazione attuale dopo Dn 12 risale alla versione dei Settanta (e alla Vulgata), di cui però non si segue il testo.

 

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Abitava in Babilonia un uomo chiamato Ioakim, il quale aveva sposato una donna chiamata Susanna, figlia di Chelkìa, di rara bellezza e timorata di Dio. I suoi genitori, che erano giusti, avevano educato la figlia secondo la legge di Mosè. Ioakim era molto ricco e possedeva un giardino vicino a casa ed essendo stimato più di ogni altro i Giudei andavano da lui.
In quell’anno erano stati eletti giudici del popolo due anziani: erano di quelli di cui il Signore ha detto: «L’iniquità è uscita da Babilonia per opera di anziani e di giudici, che solo in apparenza sono guide del popolo». Questi frequentavano la casa di Ioakim e tutti quelli che avevano qualche lite da risolvere si recavano da loro. Quando il popolo, verso il mezzogiorno, se ne andava, Susanna era solita recarsi a passeggiare nel giardino del marito. I due anziani che ogni giorno la vedevano andare a passeggiare, furono presi da un’ardente passione per lei: persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi. Eran colpiti tutt’e due dalla passione per lei, ma l’uno nascondeva all’altro la sua pena, perché si vergognavano di rivelare la brama che avevano di unirsi a lei. Ogni giorno con maggior desiderio cercavano di vederla. Un giorno uno disse all’altro: «Andiamo pure a casa: è l’ora di desinare» e usciti se ne andarono. Ma ritornati indietro, si ritrovarono di nuovo insieme e, domandandosi a vicenda il motivo, confessarono la propria passione. Allora studiarono il momento opportuno di poterla sorprendere sola.
Mentre aspettavano l’occasione favorevole, Susanna entrò, come al solito, con due sole ancelle, nel giardino per fare il bagno, poiché faceva caldo. Non c’era nessun altro al di fuori dei due anziani nascosti a spiarla. Susanna disse alle ancelle: «Portatemi l’unguento e i profumi, poi chiudete la porta, perché voglio fare il bagno». Esse fecero come aveva ordinato: chiusero le porte del giardino ed entrarono in casa dalla porta laterale per portare ciò che Susanna chiedeva, senza accorgersi degli anziani poiché si erano nascosti. Appena partite le ancelle, i due anziani uscirono dal nascondiglio, corsero da lei e le dissero: «Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e datti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle». Susanna, piangendo, esclamò: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore! ». Susanna gridò a gran voce. Anche i due anziani gridarono contro di lei e uno di loro corse alle porte del giardino e le aprì.
I servi di casa, all’udire tale rumore in giardino, si precipitarono dalla porta laterale per vedere che cosa stava accadendo. Quando gli anziani ebbero fatto il loro racconto, i servi si sentirono molto confusi, perché mai era stata detta una simile cosa di Susanna.
Il giorno dopo, tutto il popolo si adunò nella casa di Ioakim, suo marito, e andarono là anche i due anziani pieni di perverse intenzioni per condannare a morte Susanna. Rivolti al popolo dissero: «Si faccia venire Susanna figlia di Chelkìa, moglie di Ioakim». Mandarono a chiamarla ed essa venne con i genitori, i figli e tutti i suoi parenti. Susanna era assai delicata d’aspetto e molto bella di forme; aveva il velo e quei perversi ordinarono che le fosse tolto per godere almeno così della sua bellezza. Tutti i suoi familiari e amici piangevano. I due anziani si alzarono in mezzo al popolo e posero le mani sulla sua testa. Essa piangendo alzò gli occhi al cielo, con il cuore pieno di fiducia nel Signore. Gli anziani dissero: «Mentre noi stavamo passeggiando soli nel giardino, è venuta con due ancelle, ha chiuse le porte del giardino e poi ha licenziato le ancelle. Quindi è entrato da lei un giovane che era nascosto, e si è unito a lei. Noi che eravamo in un angolo del giardino, vedendo una tale nefandezza, ci siamo precipitati su di loro e li abbiamo sorpresi insieme. Non abbiamo potuto prendere il giovane perché, più forte di noi, ha aperto la porta ed è fuggito. Abbiamo preso lei e le abbiamo domandato chi era quel giovane, ma lei non ce l’ha voluto dire. Di questo noi siamo testimoni». La moltitudine prestò loro fede, poiché erano anziani e giudici del popolo e la condannò a morte. Allora Susanna ad alta voce esclamò: «Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me! Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me». E il Signore ascoltò la sua voce.
Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele, il quale si mise a gridare: «Io sono innocente del sangue di lei! ». Tutti si voltarono verso di lui dicendo: «Che vuoi dire con le tue parole? ». Allora Daniele, stando in mezzo a loro, disse: «Siete così stolti, Israeliti? Avete condannato a morte una figlia d’Israele senza indagare la verità! Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei».
Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: «Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha dato il dono dell’anzianità». Daniele esclamò: «Separateli bene l’uno dall’altro e io li giudicherò». Separati che furono, Daniele disse al primo: «O invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi, mentre il Signore ha detto: Non ucciderai il giusto e l’innocente. Ora dunque, se tu hai visto costei, dì: sotto quale albero tu li hai visti stare insieme? ». Rispose: «Sotto un lentisco». Disse Daniele: «In verità, la tua menzogna ricadrà sulla tua testa. Già l’angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti spaccherà in due». Allontanato questo, fece venire l’altro e gli disse: «Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi. Ma una figlia di Giuda non ha potuto sopportare la vostra iniquità. Dimmi dunque, sotto quale albero li hai trovati insieme? ». Rispose: «Sotto un leccio». Disse Daniele: «In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco, l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due e così farti morire».
Allora tutta l’assemblea diede in grida di gioia e benedisse Dio che salva coloro che sperano in lui. Poi insorgendo contro i due anziani, ai quali Daniele aveva fatto confessare con la loro bocca di aver deposto il falso, fece loro subire la medesima pena alla quale volevano assoggettare il prossimo e applicando la legge di Mosè li fece morire. In quel giorno fu salvato il sangue innocente. Chelkìa e sua moglie resero grazie a Dio per la figlia Susanna insieme con il marito Ioakim e tutti i suoi parenti, per non aver trovato in lei nulla di men che onesto. Da quel giorno in poi Daniele divenne grande di fronte al popolo.

Bibbia CEI, ed. 1974: Daniele 13

  

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Mia madre dipinge da quando aveva diciott’anni, e ora ne ha ottantasei. L’oggetto che più conserverò nella memoria è un grande quadro a olio che fece da ragazza, una veduta del fiume Trigno e dei monti molisani dove sono nato. Alcune mucche sostano placide con le zampe nell’acqua, la tonalità generale è verdastra, la consistenza dei rilievi sullo sfondo imperfetta, quasi piatta. Ma rimane il grande quadro che mi accompagna da sempre: quand’ero piccolo era già un “vecchiume” che venne addirittura portato in soffitta. Ora l’ho rimesso in vista in una cornice importante, come se fosse il simbolo di tutto, della casa avita, della mia nascita difficile, del sogno di una famiglia unita, dell’innocenza perduta.