Zafòn e il mondo letterario

Zafòn

Il protagonista del romanzo, David Martìn, medita sul mondo letterario: «Non hai voluto essere uno di loro, ti rinchiudi nella tua casona». È lei che parla?
«Non c’è niente in quel mondo che possa interessarmi, per me è come l’associazione amici dell’operetta: non ho un interesse particolare, né nel bene né nel male, a creare gruppetti o a prendere caffè. È una cosa tipica di questo mondo. Si partecipa a queste cose per necessità, non per piacere, gli autori vi prendono parte perché è un modo di sopravvivere: un lavoretto qua o là; tutto quello che si dice in questi contesti è motivato da interessi, mascherati da princìpi; ho avuto la fortuna di poter svicolare da tutto questo. Il presunto microcosmo letterario è letterario all’1 per cento e microcosmo al 99 per cento. Ci si entra, ripeto, perché non si ha altra scelta, perché chi ha altra scelta non ci entra.»
[…]
Alta letteratura in televisione?
«Il 99 per cento della migliore letteratura che si produce oggi, della letteratura di qualità, di gente professionale, che non è pretenziosa, non è pedante, non si atteggia, di quelli che sanno veramente costruire storie e personaggi, in altre parole di quelli che sanno scrivere veramente, la trovi nella televisione o nel cinema, ma soprattutto in televisione. Gente con ambizione, abilità e talento ormai praticamente non si dedica più alla letteratura. La letteratura è diventata un ghetto di mediocrità, di noia, di pretenziosità e di gente che se la tira.» […]
Il lettore se ne accorge di tutto questo?
«Certo, tutto questo i lettori lo percepiscono, perché sono molto più avanti delle recensioni ufficiali della critica, questo bunker degli anni ’70 che è rimasto fermo inchiodato ed è stato scavalcato dalla gente. Qualsiasi lettore ora ha una cultura cinematografica, televisiva, fumettistica o fotografica. Ci sono tante cose che sappiamo leggere e che ormai sono dei referenti inconsapevoli.»

(Da un’intervista a Carlos Ruiz Zafòn, El Paìs – la Repubblica, 2 giugno 2008)

ventiquattro dodici

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Oggi è il suo giorno di nascita, ed è un giorno sacro, per me. E la sua gratitudine trova uno specchio perfetto nella mia gratitudine, semplicemente perché esiste così com’è. Ora vorrei poterle trasmettere ancora di più, perché confesso di esser stato pigro, in questi anni, rispetto a quel che merita. Allora ricomincerò a spedirle cartoline illustrate, o lettere dentro la busta, come si faceva ai tempi dell’innocenza (quell’Innocenza che lei è riuscita a non perdere del tutto, e forse anch’io). Da adolescente coltivavo anch’io la pratica di scrivere lettere, perché mi piacevano le carte, le buste, i francobolli, l’attesa del postino. Ebbi molte “amiche di penna”, pen-friends o pen-pals, che a volte allegavano alla lettera piccole foto a colori: come scrissi tempo fa, spesso erano ragazze bionde, nordiche o d’impronta inevitabilmente anglosassone o germanica o finnica. E anche lei ha quei lineamenti, pur essendo fieramente mora: mi piace pensarla normanna.

 

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Sul fatto
che so un sacco si cose, ti dico fin d’ora che tu ne sai molte di più, e questo è uno dei motivi della mia ammirazione. Io ho letto pochissimo in confronto a te, e ho studiato pochissimo: tu dovresti essere la mia insegnante. Tanti autori che citi, perché li conosci, io li ho solo sentiti nominare e ho letto qualche quarta di copertina, per cui non saprei nemmeno partecipare a una discussione. Ho letto poco perché son sempre stato svogliato e poco incline alla concentrazione. Il fatto che so scrivere – come dici – non dipende direttamente dalla quantità di letture, ma da qualcosa di diverso: capita spesso che molti forti lettori non riescano a dar espressività a pagine di scrittura, perché non sono portati. Quindi, in definitiva, non sei tu che devi ammirare me, ma io a doverti ammirare e considerare un punto di riferimento per la letteratura e le discipline correlate. Però ho notato una cosa: pur non avendo così tante letture alle spalle, con autori importanti mai affrontati e corsi di letteratura mai fatti, sento che quando leggo un testo riesco spesso a sentirne l’anatomia e lo spirito: quindi riesco a giudicarlo e a coglierne certi aspetti, senza avere – a rigore – gli strumenti tecnici per farlo. È una cosa che ho imparato da solo, evidentemente, con la mia sensibilità. E mi sento molto “assorbente”, come una specie di spugna: nel senso che, leggendo certi autori, sono incline a entrare nei loro meccanismi creativi e a mettere a nudo la loro tecnica, e forse ad “assimilare” la loro arte. Una specie di “vampiro”, insomma. Dunque, la “scienza” ce l’hai tu, mentre io ho la pratica dell’autodidatta che s’improvvisa con l’istinto. E devo imparare da te per formarmi.

 

miti e incertezze

Com’è noto, nel panorama organicistico del Kulturkreis che Frobenius delinea, i paideumi attraversano una fase di Ergriffenheit, un momento aurorale creativo di concettualizzazione e metaforizzazione primaria a cui appartengono sia le prime forme d’arte sia la mitopoiesi “genuina”, per poi passare attraverso un periodo di Ausdruck, o fase di sviluppo e maturazione, a cui fa séguito l’Anwendung, stadio (decadente) di meccanicizzazione e tecnicizzazione, in cui gli stessi tratti identificativi del paideuma si degradano in funzione di uno strumentalismo deteriore. L’Anwendung frobeniana e la macchina mitologica di Jesi, figli di due differenti temperie storico-culturali e di due tradizioni di ricerca ben distinte, trovano in certo modo insospettabili consonanze nei risultati d’inquadramento dei problemi, ferma comunque restando la radicale diversità dell’Einblick di partenza. Il possibile nesso concettuale fra la dinamica dell’Anwendung (tecnicizzazione-strumentalizzazione) e il paradigma della macchina mitologica asservita alla Gewalt è abbastanza evidente in sé: la conclusione, che a taluno parrà forse curiosa, se non addirittura forzata, è che in sostanza il concetto frobeniano di un contesto culturale deteriorato dal dominio di un tecnicismo finalizzato al controllo ingloba e implica di fatto come caso particolare la speculazione jesiana relativa al degrado del mito in un’atmosfera storica alterata e miticizzata, funzionale a un qualsiasi ideologismo asservitore.

http://www.nazioneindiana.com/2012/01/15/miti-e-incertezze-del-mito/

Su Baricco

Se trent’anni fa Il nome della rosa divenne un best seller mondiale, mi spiegano gli addetti ai lavori, oggi non sarebbe più possibile. Questo perché il livello culturale, ovvero di ricezione dell’esteticità e di comprensione della realtà e della sottostante rete di riferimenti culturali, si è molto impoverito. Proprio trent’anni fa, infatti, le Tv commerciali berlusconiane iniziavano a “riformare” il Paese. E circa a metà di questo processo non poteva non inserirsi una figura come Alessandro Baricco, scrittore con appeal ad ampio raggio, che ha cominciato a rileggere la cultura per noi, osando spingersi fino alle sue radici più remote.
Oggi è stato lui a spiegarci chi sono i barbari e come ci stanno cambiando il mondo, perché è lui l’intellettuale forse più organico e funzionale a questo inesorabile percorso di degrado. Con questo, non voglio dare colpe a Baricco. Voglio anzi constatare che ha fatto onestamente quello che doveva fare: lo scrittore, innanzitutto, poi l’intellettuale, infine il businessman.
I suoi primi libri mi piacquero (anche se c’è chi dice che sarebbero riscritture, soprattutto di Conrad), e le puntate televisive di Pickwick anche. Tuttavia, penso che abbia ragione chi oggi mette in dubbio la sua statura di artista (e di intellettuale): con un clima culturale tanto impoverito, credo sia lui il soggetto più adatto al ruolo che si è scelto. In questo senso è forse il più funzionale all’odierno stato delle cose. La sua vera colpa, forse, è quella di esser stato telegenico e attraente; e ancora oggi, muovendosi nella realtà degradata che vediamo, lo fa con lo stile, con i metodi e i contenuti più consoni. Proprio questo lo rende popolare, secondo me, e questa popolarità suscita l’astio che si percepisce in molti suoi detrattori.