Utopia postmoderna

«Bisogna fare una grossa differenza tra il tempo moderno e ciò che è emerso successivamente, la postmodernità. Nella modernità è prevalsa l’idea del futuro, l’idea di una società perfetta. Le due grandi caratteristiche dell’utopia moderna sono la lontananza nel tempo e la negazione dello spazio, o meglio, la de-negazione dello spazio. Una sorta di spazio sradicalizzato. Nel postmoderno, invece, l’utopia non è più estensiva, ma intensiva. Un accomodamento nello spazio. Le giovani generazioni non sono più politiche ma tribù che praticano un’utopia quotidiana, in gruppi musicali, artistici, sportivi, religiosi, col passaggio dall’utopia lontana a una vicina. La postmodernità come sinergia tra arcaismo (archè) e sviluppo tecnologico. Le tribù e Internet.
È l’utopia dell’hic et nunc, un’utopia di nicchia. La definisco interstiziale perché appartiene al presente, non riguarda un futuro lontano, ma s’insinua nei piccoli spazi che restano liberi. Una sorta di “einsteinizzazione” del tempo, cioè una contrazione e una concentrazione nello spazio. Quasi un radicamento dinamico, quindi l’utopia come radicamento nel presente».

Michel Maffesoli intervistato da Carlo Bordoni, la Lettura #252, pag. 9

Bunga Bunga al Covent Garden

Leggendo su Vanity Fair un’intervista — intitolata Bunga Bunga al Covent Garden — al giovanissimo direttore d’orchestra Daniele Rustioni, “che per 15 anni ha fatto solo casa-conservatorio, poi ha imparato a sopravvivere all’orchestra ed è diventato famoso”, trovo dei temi che, se non nuovi, restano comunque interessanti nella loro trasparente semplicità. Perché aiutano a mantenere chiaro il fatto che in tutti i campi — tutti — c’è un filo comune che unisce la vita e l’esperienza e riesce a rappresentare le cose.

“… in Inghilterra ti fanno crescere in modo graduale, senza spintarelle, lobby, famiglie… Piccoli passi e meritocrazia”.

“In altri paesi — sì certo, anche in Italia — ci possono essere altre logiche. Quando girano sempre gli stessi nomi, qualche domanda bisogna farsela.”

“Un nome straniero appare più interessante. Vale anche per me: se non fossi andato in Inghilterra forse non mi avrebbero dato spazio, invece qualcuno avrà pensato: Ah, Rustioni! E’ a Londra, allora è bravo!”

“In Italia siamo tutti molto passionali, con poca cultura del cosiddetto collettivo: ognuno pensa di dover dire la sua, e a volte è difficile tenere durante le prove la stessa serietà e professionalità che ci vuole davanti al pubblico. Così, se in altri Paesi a volte l’orchestra dà il meglio durante la prova, in Italia non ci sono dubbi, ed è incredibile, l’orchestra si trasfigura quando si alza il sipario: scatta la magia, il fuoco, la passione, il miracolo all’italiana.”

“Il silenzio e la disciplina delle persone con cui lavori vanno conquistati con la concentrazione, la fiducia, la passione. L’autorevolezza la si acquisisce con competenza, estrema autenticità, studio.”

Com’è l’Italia, vista dall’estero?
“Sconcertante. E’ chiaro che in questo momento ci facciamo ridere dietro, e a volte mi vergogno. Ma il vero problema non è Berlusconi, che privatamente può fare quello che vuole, è la pratica di governo, la politica dei tagli: la cultura è la nostra risorsa, eppure non creiamo più nulla, perfino in Tv ci limitiamo a copiare. La musica e la cultura sono valori sociali: purtroppo la nostra classe dirigente è formata da ignoranti. Che dire? Se Bocelli rimane il nostro unico baluardo, siamo messi male.”