12. Reclutamento

6 agosto 9:30

Caro Bianchi, vada a www.affari-esteri.it e si legga il n. 181, l’ultimo.

Se è al sud, come mi dice, vada a Napoli e visiti la Cappella del Principe di Sansevero. Si legga prima il libro di Giancarlo Elia Valori Raimondo di Sangro, Il principe di Sansevero e la magia dell’Illuminismo che è la chiave migliore e iniziatica per leggere la cappella/loggia. Mi scusi per gli sms, ma il mio cetel non funziona bene qui. Quando la armée svizzera aveva ancora i piccioni viaggiatori, tutto andava meglio. Un saluto e buon Sud. Ma il migliore libro di viaggio rimane sempre Goethe.

Allora, mi va bene il 17 agosto. Se vi saranno contrattempi Le saranno indirizzati in tempo. Per il libro che Le ho segnalato, si ricordi che possiede, al suo interno, la ricetta della velatura di marmo per il Cristo Velato. Che è una citazione dalla Qabbalah, il Principe di Sangro sapeva l’ebraico. Se il Messia ha il Velo, può coprirsi dal mondo nella Sua realizzazione finale. Mga

8 agosto 5:11

C’è un libretto di Carl Schmitt curato da Giorgio Galli, su Hobbes, dove il nesso tra maleficio (che è una escatologia, per così dire, negativa) e costruzione del politico (Das Politisches) diventa il tema chiave. Galli, che è un mio collega allo IASSP di Milano, ha studiato l’esoterismo nazista e, in generale, il tema delle culture esoteriche nella formazione del Politico. E nella famosa democrazia. Di Taubes mi ricordo un libro di lettere con Gershom Scholem e un testo sul messianesimo, che è il tema del katèkhon paolino. Che è, ancora, il tema chiave dell’esoterismo islamico sciita e, quindi, dell’arrivo del XII Imam Finale e Nascosto. Ma chi è l’Imam? Colui che era stato deciso all’inizio, e ritorniamo al Cristo Velato, che è appunto velato per non mostrarsi al mondo prima della fine dei tempi. Tout se tient.

Ciampi? Aveva rotto er cazzo. Laicità, che poi andava a Messa tutte le domeniche, cavurrismo senza cinismo, onestà/onestà/onestà, manco fossimo cinquestelle. La moglie insopportabile, come da copione, tutto un distillato di virtù civili. E stiamo zitti sul resto. Uso tipico della SNS per un allievo che ha avuto successo.

Museo o non museo, la biblioteca di Cantimori era una armeria per freikorps. Visto il saggio di Ventura sull’esoterismo islamico. Sei e mezzo, compito scolastico. Si procuri invece il libro di Giancarlo Elia Valori sul Principe di Sangro, lì ci sono semi con l’oro alimentare, come faceva un grande cuoco milanese anni fa. Ciociola è un mio vecchio compagno di corso, ma mi sembra un impiegato. Piegato dalla vita, dalla “carriera”, dalle furberie dello Scapino normalistico. Ringrazio il cielo di aver avuto a che fare con i servizi sovietici e Usa, non con questa povera gente.

Perfetto. Gomez Dàvila, un maestro per color che sanno. Marco Tangheroni era un caro amico, forse persosi nelle chiacchiere populiste di certa destra, anche non cattolica. Io cosa ci facevo alla sns? credevo, da perfetto analfabeta, e la mia famiglia era borghese ma certo non intellettuale, anche se mio zio era coltissimo, ma sine titulo, che pure era direttore del Grand Hotel di Forte dei Marmi. C’è chi ha avuto la carezza del papa, in quegli anni, io mi sono limitato a Mina e Ornella Vanoni, amiche di mio zio e che potevo visitare, con la scusa dell’età impubere, in camerino. Poi, pensavo che fosse quella vera, napoleonica, che creava una élite dello Stato. Dirigente dello Stato sono comunque divenuto, ma non certo per quelle scorregge comuniste della sns. Kojeve era un tegame, come diciamo noi toscani, ma non certo privo di una sua dignità intellettuale, che poi dispiegherà come creatore del comunismo, ovvero della comunità Europea e della CECA, la storia del carbone e dell’acciaio, una balla marxista alla quale, spero, non aveva mai creduto. Io lunedì sono a Montecatini, e poi vado in conclave con i miei capi. Poi, a Forte dei Marmi, ma senza camerini aperti. In ogni caso, mi scriva, io parto sempre con tutti i miei strumenti.

Già, il Platone erotico dei rinascimentali, che spesso fanno cadere le braccia con il loro laicismo da quattro soldi. Burckhardt, non ricordo di aver letto le lezioni numismatiche. Mi rifarò presto. Per quanto riguarda il 18, per me va bene. Ne riparleremo al telefono al momento giusto.

Geminello Alvi, nipote del fondatore della casa editrice massonica ufficiale Atànor, aveva fondato un centro di ricerche economiche denominato appunto “Kaspar Hauser”. Daumer non poteva non essere allievo di Hegel, che vede gli spiriti del mondo a cavallo. Probabilmente Kaspar era davvero un “figlio della colpa”, e si comportava di conseguenza. Una maschera di ferro tedesca? Probabile. Ma la storia tedesca è piena di apparizioni più o meno mistiche. E’ un popolo di visionari, che ha bisogno della metafisica. Et voilà già spiegata la questione della moneta unica.

Heidegger non ce la fa, e non per l’età. Il jargon der Eigentlichkeit, come diceva Adorno, è l’heideggerismo come slang filosofico-mafioso, e quindi accademico. La figlia di Mugnai con ristorante etodemocratico e naturista? Et voilà, la philosophie devoilée.

Ezra era un genio dell’economia, molto più pratico di tanti citati  dall’accademia teorica. Il libro di Giano Accame era un piccolo capolavoro. Lo legga, se riesce a trovarlo.

*   *   *

L’estensore di queste rapide note, messaggi via social, è Marco Giaconi Alonzi (1954-2020). È stato un servitore dello Stato e le parole più giuste sono quelle di Le Carré: «anche la semplice menzione del suo nome fu sottoposta all’ordine generale di tenere la bocca cucita, ordine osservato da ogni giornale e televisione patriottica del suo Paese. Tale è il destino di tutti gli agenti segreti, in ogni luogo della terra».

Andrea Bianchi

Teatro sexy

Primo: c’è un tappo generazionale. In qualunque altro Paese un regista ventenne o trentenne di talento può guadagnarsi da vivere facendo teatro; da noi un giovane fa teatro, se riesce a farlo, rimettendoci di tasca propria. Secondo: la tirannia del nome. In tanto teatro anglosassone si va a teatro, anzi si corre a teatro, per scoprire un autore nuovo; da noi non c’è la voglia di «rischiare», il piacere della scoperta. Le produzioni inseguono i nomi noti in cartellone, meglio se presi in prestito dalla televisione. Io cerco di lavorare su autori nuovi, possibilmente inediti nel nostro Paese. Amo gli autori che anzitutto mi pongono delle domande a cui non so rispondere, che scavano nelle ferite aperte del nostro tempo.
[…]
Ho studiato molto all’estero: in Inghilterra e in America. Nelle nostre scuole, nei licei — quando va bene — il teatro viene solamente studiato e letto, spesso fastidiosamente imposto. Il teatro a una certa età va soprattutto fatto. In Inghilterra e negli Stati Uniti, Paesi più concreti del nostro, il teatro a scuola viene introdotto come un gioco. Il tempo dello studio, dell’approfondimento subentra dopo, su un terreno già predisposto. Questo creerà fisiologicamente generazioni di spettatori più entusiasti e meno timorosi o precocemente esausti e annoiati dall’idea stessa di teatro. Forse il teatro ha anche un deficit genetico: si presenta — o è percepito — come elitario.
Jacopo Gassman

Vorrei proporvi un gioco e leggervi quello che mi ha scritto qualche tempo fa un caro amico teatrante al quale chiedevo le stesse cose: «Al teatro italiano mancano: 1. produttori appassionati; 2. tempo per fare le prove; 3. nuovi drammaturghi; 4. attori anziani disposti a tramandare esperienze; 5. apprendistato per attori e maestranze; 6. scuole di taglio e costumi nei teatri nazionali; 7. artisti che guidino la direzione artistica dei teatri; 8. la fame e la passione; 9. le cantine dove fare e sperimentare la fame e la passione; 10. l’alcol e la droga, le attrici zoccole e gli attori rompicoglioni, è tutto troppo educato e borghese e prudente». Ora, se vogliamo essere seri, direi che innanzitutto mancano investimenti. È di certo mancata a lungo una nuova legge sul teatro. In generale credo anche che manchi tempo, cioè la possibilità di consentire agli artisti di sbagliare. Manca poi un lavoro di formazione del pubblico: questo significa che i cittadini italiani dovrebbero sentire come cosa propria il teatro, almeno quanto sentono come cosa propria il Parlamento.
Lisa Ferlazzo Natoli

Conversazione su la Lettura #323, febbraio 2018, pag. 3 :
https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20180204/281500751697809

7. le notizie di metà settimana

Tra le otto e le nove di sera ci si può riempire a sazietà di notizie da tutti i fronti: le si sente e risente (e ci si ne risente), passando da una rete televisiva privata a una nazionale. La prima avrà toni più d’impatto, la seconda – tanto più se ascoltata alle 20.30 – parrà aver messo la sordina. Quando la notizia trasmessa sia la medesima, e riguardi l’istruzione, occorrerà tenere presenti le statistiche per non scivolare in equivoci.
Ci scusiamo per il preambolo, ma quando si parla di cultura ci si deve togliere il cappello. E rimanere coi piedi ben in terra. Perché quello che si sentiva ieri sera (26 aprile) nei notiziari aveva dello scandalistico: erano riportati i dati (o meglio i referti autoptici) dei livelli d’istruzione universitaria degli italiani.
Giova premettere che la storia del cameriere, quella snobbata dei magnifici e che è molto utile sentire, faceva un cappello assai interessante. Proprio così: il telegiornale di Italiauno, che va in onda prima di quello su Canale 5, riferiva che in un questionario distribuito recentemente su territorio nazionale l’Amleto veniva attribuito a Manzoni e, in seconda battuta, a Leopardi. Mentre I promessi sposi erano riconosciuti (quasi) all’unanimità come lavoro di messer Giovanni Boccaccio.
Ora domandiamo solo una cosa, semplice semplice: a che serve parlare di titoli universitari non in parametro, quando non ci sono i presupposti per parlare di cultura? Non di cultura “con la kappa”, ma di semplice nozionismo senza cui in Italia non si va (non si deve) andare avanti.
E sarebbe utile andarsi a leggere, a proposito di nozionismo, quel racconto gogoliano scritto da Sciascia per il Corriere di Spadolini nel 1970 e intitolato, appunto, La laurea (ora disponibile nella raccolta Il fuoco nel mare, Adelphi 2014, prezzo di catalogo 18,00 euro). Ma lasciamo stare, è risaputo che Sciascia posava da intellettuale avvolto nel fumo della sigaretta ed era più tragico quando voleva far ridere che non quando rappresentava drammi e ammazzamenti.
Ci domandiamo a cosa serva l’attestato universitario in un Paese che non sappia leggere e intendere e abbia perso il lume della ragione. Perché questo significa voler seguire sempre e comunque le novità statistiche dell’Europa: non sapere più cosa si è stati, cosa si è. O far finta di ignorare.
Il problema è, semmai, un altro: l’abbandono scolastico, come abbiamo riportato nel notiziario D’Anna molto recentemente. Se tutti si fermano, nessuno arriva alla fine. Nozione assai difficile da digerire per i giornalisti catastrofisti che ieri davano in pasto la notizia delle poche lauree in Italia.
E siamo ai fatti. Come diceva Sciascia nel racconto La laurea, «la scienza è scienza: due e due fanno quattro». Bastava questo, nel suo racconto, per diventare professori di lettere. Facciamo i professori di lettere.
Per l’abbandono della scuola prima della maturità, l’Eurostat dà l’Italia nel fanalino di coda, quintultima. Mentre un progresso notevole è stato registrato riguardo al numero di trentenni laureati (a cosa serva un trentenne laureato, e non impiegato, è mistero non sciolto dall’indagine…). Nell’Italia del 2002 solo il 13,1% della popolazione tra 30 e 34 anni era laureata. Oggi questo numero è esattamente il doppio: 26,2%. L’Unione Europea vorrebbe alzare la soglia al 40% per il 2020. Sembrerebbe che il 40 sia il numero cabalistico da venerare. O c’è dell’altro? C’è, eccome, perché l’Unione Europea dice che i laureati altrove sono assai di più: 58% Lituania, 54% Lussemburgo e 53% Cipro.
Almeno ci resta il vanto (anzi: è merito di tutta l’Europa contro la Germania che inverte la tendenza) di avere più donne laureate (32,5%) che uomini (19,9%).
Sono diverse le reazioni giunte nel corso della giornata, a seguito dei dati diffusi da Eurostat. A chi sembrasse che il tono adottato, eccezion fatta per le cifre, sia gogoliano, indichiamo la lettura della notizia sul sito “tecnica della scuola”. La quale termina con il commento a caldo di Arturo Scotto, deputato di MDP, secondo cui i dati «sono un segno evidente del declino del Paese. Così come il dato sugli abbandoni scolastici che tra i 18 e i 24 anni restano al 14%. La buona scuola e i tagli continui all’istruzione non aiutano e nemmeno il clima di sfiducia generale e l’impoverimento delle famiglie. L’istruzione non è stata al primo posto nell’agenda del Governo e nemmeno in quella dei passati Governi fotocopia e questo è il risultato».
Un filosofo della politica direbbe che siamo in un declino e quindi non c’è possibilità di uscita se non tramite una crisi critica, come per quelle malattie che richiedono uno shock molto forte per superarle indenni. Ma preferiamo stare dalla parte del professore di lettere sciasciano e lasciare i filosofi alla politica.

Andrea Bianchi

Impegno civile/Stile

George Tooker, The Waiting Room, 1959 

E devo anche confessare d’aver partecipato, nel ’71 o ’72, su «Quaderni Piacentini», a quella bordata di attacchi “da sinistra” che si abbatté su Sciascia per uno dei suoi romanzi politicamente più provocanti, Il contesto, attacchi che qualcuno avrebbe poi bollato come «clerico-marxiani».
Un po’ me ne pento, a ripensarci: non tuttavia, perché mi sia nel frattempo convinto che il libro fosse invece da elogiare, ma perchè altri erano forse gli argomenti con i quali avrei dovuto motivare il mio giudizio. D’altra parte, i libri di Sciascia sono così tipicamente e univocamente “a tesi” (soprattutto da quando, verso la metà degli anni Sessanta, cominciano ad essere costruiti sulla combinazione fra intreccio poliziesco e impegno civile) che, per dirla un po’ brutalmente, se non si parlava di quella, di che si poteva parlare? La tanto decantata limpidità “illuministica” del suo stile narrativo, la tanto vantata trasparenza della sua prosa, a me sono sempre sembrate, infatti, qualcosa di assai meno positivo: secchezza, aridità, pedanteria, mancanza di spessore fantastico, di profondità verbale, di pluralità di senso. È per questo, penso, che alle sue opere d’invenzione si era in qualche modo costretti a reagire nello stesso modo, sullo stesso piano, che ai suoi scritti saggistici o ai suoi pamphlet; non essendoci altre dimensioni da esplorare, non essendoci metafore, (né narrative né stilistiche) da interpretare, l’unica risposta davvero possibile era, ahimé, una risposta “ideologica”.
In altre parole, e per essere ancora più espliciti: ogni volta che Sciascia prendeva posizione, non importa se con un intervento o con una parabola, o si era con lui, o si era contro di lui, che è esattamente ciò che non deve, anzi che non può succedere con gli scrittori veri, con gli scrittori grandi, di fronte ai quali consenso e rifiuto, esaltazione e distacco, persino ammirazione e disgusto, hanno tutto lo spazio per combattersi e, alla fine, per convivere… (Il caso Céline – le cui opere successive a Bagatelles il probo Sciascia, non a caso si rifiutava di leggere – insegna.)
(…) A sopravvivere, a turbare e nutrire nel tempo, sono le emozioni estetiche, non la contabilità dei consensi e dei dissensi politici. Se citiamo ancora tanto spesso, se ancora possiamo proficuamente interrogare e utilizzare le grandi metafore civili di Pier Paolo Pasolini – l’Omologazione, il Palazzo, la Scomparsa delle lucciole, ecc. – è perché sono, appunto, delle metafore, perché significano al di là del loro significato occasionale, perché sono vere al di là della loro verità contingente. Niente di tutto questo, secondo me, nelle provocazioni di Sciascia, che erano – e rimangono – provocazioni di pronto uso e di rapido consumo, ingegnosamente e nobilmente avvocatesche, fatalmente destinate ad essere soppiantate da provocazioni analoghe e successive, non importa se dello stesso segno o di segno contrario.

Giovanni Raboni, Sulla produzione narrativa di Leonardo Sciascia, «Corriere della Sera», 20 novembre 1999, p. 35

Artisti e arrivisti

Giorgio Morandi, Natura Morta, 1929

Vado sempre meglio persuadendomi che fra i tanti presunti artisti e arrivisti che ci circondano, tu sei l’unico artista vero, serio e disinteressato, amante solo dell’arte e delle belle cose.

da una lettera di Ardengo Soffici a Giorgio Morandi, 9 agosto 1930.