Per molto tempo

Per molto tempo, quando cominciai a viaggiare in Europa, tutto ricordava la guerra. A Parigi, nel 1948, stavano tornando in circolazione gli intellettuali che si erano compromessi con il regime collaborazionista del maresciallo Pétain. Ma la città, salvata dal buon senso del generale Dietrich von Choltitz, era intatta. A Vienna, nel 1949, il Teatro dell’Opera, distrutto durante la conquista della città, era stato appena ricostruito. A Londra la stoffa dei cappotti era razionata e la carne di balena si comprava nei negozi di pesce coi tagliandi della carta annonaria. A Berlino nel 1951 i mattoni recuperati dalle macerie e diligentemente numerati costeggiavano i grandi viali e attendevano di essere usati per la ricostruzione. Nel 1952 a Salisburgo, dove l’Università di Harvard aveva aperto un seminario di studi americani, la sede (una villa Barocca appartenuta all’attore e regista Max Reinhardt) sorgeva a breve distanza da un campo di displaced persons: persone senza fissa dimora che la guerra aveva gettato sulle strade d’Europa. A Monaco di Baviera, nello stesso anno, le case nel centro della città avevano solo il piano terreno. Il resto era andato in fumo.
Durante i viaggi capii che in Europa non esistevano vinti e vincitori. Esistevano soltanto, anche se in misura diversa, Paesi sconfitti. Ne ebbi la conferma quando arrivai in America nel settembre del 1952 per un soggiorno alla Università di Chicago che sarebbe durato poco meno di un anno e mezzo. Gli Stati Uniti avevano vinto, i Paesi della vecchia Europa erano tutti perdenti.

Sergio Romano, “Così divenni un patriota europeo”, in la Lettura #276, pag. 5

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Gillo

Gillo Dorfles, quando disegna, è molto più libero rispetto alle altre attività, come quando si esprime con le parole e la scrittura. Sembra quasi un medium. L’ho visto disegnare alcune volte con la matita, senza staccare mai la punta dal foglio, quasi fosse ispirato da un mondo invisibile. È un mondo molto particolare quello di Dorfles, chi ci entra non se ne stacca più. Ho visto appunto le sue prime opere degli anni Trenta, quando si ispirava a Rudolf Steiner e alla sua scuola. Sono opere quasi segrete fra il metafisico e il surreale, accanto a una tecnica pittorica molto raffinata; infatti Gillo in quel periodo usava la tempera grassa all’uovo, l’antica ricetta dei maestri del Rinascimento. Raffinato, ovviamente, non solo sul piano della tecnica pittorica, ma anche dal punto di vista della costruzione e della composizione. Le opere che Gillo realizzava negli anni Trenta in Italia, non le dipingeva quasi nessuno; sì, qualche eccezione, Arturo Nathan, che conosceva bene, oppure Savinio, ma sono pochissimi gli esempi in Italia, un Paese dove allora imperversava la cultura legata alla Sarfatti, il Novecento italiano. Gillo vedeva oltre, era molto più avanzato; ecco perché ripercorrendo tutto il suo lavoro, è possibile riscoprire le ragioni della sua autenticità di artista, perché ha sempre disegnato, ha sempre dipinto, non è mai stato un suo passatempo.

Luigi Sansone conversa con Aldo Colonetti e Gillo Dorfles, in la Lettura #267, pag. 31

Rinascimento com’era

Sandro Botticelli, La calunnia di Apelle, 1494. Galleria degli Uffizi, Firenze

Ripensiamo allora a Michelangelo, in questa prospettiva ambigua, tra il divino e il terrestre: certo, sapeva esser cortese, sensato, diplomatico e spiritoso. Ma era anche arrogante, permaloso, sprezzante e offensivo. Frequentava le osterie e non disdegnava le zuffe. Fu trasandato, disordinato, sporco, tormentato, attaccabrighe, soggetto ai capricci dei pontefici, passionale. Sensibile alle seduzioni dell’omosessualità neoplatonica, ma anche al rassicurate insegnamento della Chiesa e alle attenzioni di una colta, raffinata nobildonna, come Vittoria Colonna. E queste contraddizioni sono il patrimonio di altre grandi biografie. Ad esempio, Francesco Petrarca generò almeno due figli quando già era negli ordini minori, Leonardo da Vinci fu accusato il 9 aprile 1476 di aver sodomizzato Jacopo Saltarelli, giovane prostituto. Benvenuto Cellini fu assassino e ladro. E la musica del compositore e aristocratico Carlo Gesualdo  raggiunse le più alte vette solo dopo che egli ebbe ucciso la moglie, il suo amante e forse anche il figlio.

Amedeo Feniello, la Lettura #262, pag. 26

Nel 1427

Nel 1427 la Repubblica fiorentina, avendo affrontato spese oltre i propri mezzi durante anni opachi per l’economia, si trovava stretta da impellenze che la Repubblica italiana sei secoli più tardi avrebbe conosciuto bene: un debito preoccupante, l’evasione che metteva alla prova l’efficienza di alcune funzioni vitali dello Stato, elettori che chiedevano meno tasse ed equità nella pressione fiscale tra ricchi e poveri.
La differenza è che Firenze seicento anni fa reagì come un governo scandinavo del XXVI secolo. Cercò di conoscere per deliberare, prima di tutto. Ogni capofamiglia venne invitato al catasto per dichiarare il proprio nome e le dimensione della sua unità familiare, l’età, il mestiere e il reddito, le sostanza in denaro o in case e terre, quindi «crediti o traffici, gli schiavi, i buoi, gli armenti e le greggi». Negli uffici pubblici di quartiere si presentarono 9.780 nuclei familiari, 1.885 gruppi di affini con uno stesso cognome, e molte persone che, con una competenza alfabetica sorprendente, sui registri scrissero solo: «Non ho nulla». Questi nullatenenti erano poco meno di un sesto degli abitanti, poi però c’erano gli altri: i capifamiglia dei ceti medio-bassi, medi ed elevati; il ritratto dei loro redditi e dei loro patrimoni assunse una dimensione che in seguito la reticenza dei più facoltosi avrebbe reso impossibile in Italia per secoli a venire.

Federico Fubini in la Lettura #257, pag. 2

I libri sul comodino 2

Dicembre, 1985

(…) Ormai i ragazzini, trasformatisi in “zombi”, in “mutanti”, non potevano più salvare il mondo, e le persone con cui colloquiava erano pochissime, e nessuno – ribadiva – le voleva bene. Alle mie proteste rispondeva implacabile: Non occupo il primo posto nella vita di nessuno”.
Ma di nuovo nell’autunno scorso bastava poco – il passaggio casuale di un gatto, il rito dell’accensione della sigaretta, l’arrivo di una rivista desiderata, il dono di un vasetto di miele che la piaceva particolarmente – per far riaffiorare quella sua misteriosa e fulgida allegria, e far sgorgare il suo irresistibile umorismo con cui lei per prima si abbandonava dispiegando quella voce così ricca di tonalità accese, una delle più belle che abbia mai sentito. Gli occhi splendevano e divampava tutta la sua maliziosa, zingaresca civetteria.
Poi tutto di nuovo si spense con l’arrivo di un ennesimo tracollo fisico, seguito da una buia disperazione.
Sono costretta a ridurre in poche righe il ricordo di una persona che ha contato tanto per me, e che più di una volta, leggendola (e penso soprattutto a Menzogna e sortilegio e ad Aracoeli, due grandi libri del nostro secolo) e, parrà strano, ancor più ascoltandola, mi aveva dato l’impressione, quasi atterrita, di aver a che fare con un genio.
Nell’affollamento dei ricordi che premono nella mente e nel cuore, prevalgono persino oggi, con Elsa appena scomparsa, quelli lieti, quasi solari, degli anni Settanta, quando Elsa veniva a Milano e passava a volte un paio di giorni con me e i miei amici, che erano diventati anche suoi. Allora, girando per Milano con lei che indossava lunghi abiti messicani e foulard azzurri, mi divertivo enormemente quando si fermava a fare i complimenti a un chiotto cagnone, o consolava un bambino in lacrime, o applaudiva un gruppo di anarchici in sparuto corteo, o discuteva animatamente con un tassista che replicava divertito alle sue divertite aggressioni, o si sedeva trionfalmente a tavola gustando i piatti prediletti di cui era ghiottissima, intervenendo ad alta voce nei discorsi di tutti i commensali: si recuperava così la dimensione più alta della convivialità. Parlava sempre in tono vibrante, senza mai usare perifrasi, affrontando direttamente ogni argomento, alternando folgoranti fendenti ad abbandoni teneri, quasi fanciulleschi. Eravamo un gruppo di amici oscuri, che mai avrebbero avuto successo, con la precisa vocazione dei perdenti. Forse anche o soprattutto per questo ci amava.
Ora, senza di lei, il paesaggio si è fatto più brullo e desolato, e i demoni dell’aridità e dello scoramento moltiplicheranno i loro agguati.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

I libri sul comodino

Dicembre, 1985

Un mese fa sono andata a trovare, per l’ultima volta, Elsa Morante. Le notizie che avevo erano senza speranza, mali e malanni si succedevano sovrapponendosi.
Non c’era nessuno: ormai da tempo i visitatori si erano diradati al punto che per intere settimane Elsa restava sola con la devotissima Lucia.
La trovai ancora addormentata: nella stanza un’aria di abbandono. I libri (che gran lettrice era!) sistemati lontano da lei (mentre fino a pochi mesi prima erano accatastati sul comodino, a portata di mano, un paio anche sul letto), e molti ancora chiusi nelle buste delle case editrici; le piantine che prediligeva (quelle grasse, quelle di basilico…) lontane anch’esse dalla vista, e non più a portata di mano il telefono, che ormai a fatica riusciva a usare.
Quando riaprì gli occhi prese a gemere terribilmente. Con gli occhi sbarrati attendeva la fitta che le faceva artigliare con la mano destra la testa; quando la fitta calava di intensità la mano tornava a premere sull’altra, poi, dopo un paio di minuti, tornava ad artigliare i capelli.
Rispose al mio saluto in un modo per cui mi sembrò mi riconoscesse, ma per il tempo in cui rimasi vicino a lei, non mi rivolse mai lo sguardo.
Nel giro di pochi giorni, esauritisi quei dolori (provocati dal fuoco di Sant’Antonio), prese a tenere gli occhi ostinatamente chiusi, anche quando mangiava, e a occhi ostinatamente chiusi accolse un amico, Goffredo Fofi, da lei sempre molto amato. Era il suo ultimo, definitivo modo di esplicitare il suo grande rifiuto del mondo e di attendere una morte che, seppur invocata, tardava troppo a venire.
“Perché mi volete sadicamente impedire di morire?”, aveva subito ricominciato a sperare. Elsa aveva ripreso a leggere, a conversare, girava su e giù per la clinica sulla sua carrozzella, e un giorno che andai a trovarla la vidi attorniata da due bambini africani, lì ricoverati, che intratteneva superbamente: sapeva parlare e far parlare chiunque, soprattutto la gente sola e diseredata, con regale naturalezza.
Mi disse allora che, dopo tanto tempo, sentiva muoversi nella fantasia delle immagini, delle presenze in cerca di una voce. Le ricordai una frase che mi aveva detto un giorno, ai tempi in cui stava scrivendo Aracoeli. Mentre si accomiatava da me dopo colazione per ritirarsi a scrivere nello studio al piano di sopra, mi aveva detto: “Sono proprio curiosa di sapere cosa farà adesso Aracoeli: è in un momento molto difficile!” Sperava di scoprirlo in quello stesso pomeriggio, come noi quando avremmo letto questo splendido romanzo che mi parve, già allora, un grande congedo dalla vita.
Trovandola inaspettatamente come ai tempi migliori, presi a interrogarla febbrilmente su tutto, quasi a saziare una fame arretrata come mi era mancata la prodigiosa originalità e schiettezza dei suoi giudizi! Mi rimprovero all’improvviso, in una pausa, di non dire mai niente di me, “neanche adesso che ti è successo qualcosa di importante”, indovinò fulmina. Ho già avuto occasione di scriverlo: Elsa aveva qualcosa del medium, intuiva tutto, se voleva, anche se, verso certe cose, aveva delle sdegnose sordità, e certi aspetti della psiche la infastidivano moltissimo: ricordava allora, con puntigliosa precisione, i giudizi sbagliati, le gaffe, le cadute di stile dell’interlocutore. Sulla difensiva, parafrasando Manzoni, le dicevo allora: “Che gran donna! Ma che tormento!”.
Il suo odio per le melensaggini era pari a quello per la brutalità, l’accidia, l’avarizia di sé e l’invidia, che, mista a ostilità, imputava a un certo establishment letterario da lei detestato e col quale da tempo aveva rotto ogni rapporto; ricordava solo qualche amico morto: Saba, Savinio, Penna, Pasolini… e leggeva con passione le poesie di Guerra, Giudici, Raboni, Volponi…

(segue…)

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

«Perché Pasolini è stato un’icona. E lo è diventato soprattutto grazie ai film, così visti all’estero, mentre invece per quello che riguarda Ragazzi di vita o Una vita violenta erano considerate delle narrazioni dialettali, romanesche, né più né meno come i racconti milanesi di Testori. Bisogna pensare a cosa faceva Gadda, il nostro indiscusso maestro, che nello stesso giro di frase includeva il sublime e il pecoreccio, il linguaggio tecnico e ingegneresco, demodé o aggiornato. Pasolini e Testori si limitavano a tradurre i loro linguaggi».

http://www.doppiozero.com/materiali/interviste/arbasino-parla-di-pasolini

La volpe e il leone

Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni non conoscono l’arte di governare. Un signore prudente, pertanto, non può né deve rispettare la parola data se tale rispetto lo danneggia e se sono venute meno le ragioni che lo indussero a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni, questa regola non sarebbe buona. Ma poichè gli uomini sono cattivi e non manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con loro. Né mai a un principe mancarono pretesti legali per mascherare le inadempienze. Se ne potrebbero fornire infiniti esempi tratti dalla storia moderna, e mostrare quante paci, quante promesse furono violate e vanificate dalla slealtà dei prìncipi, e chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che colui il quale vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Proscrizione

Questo tipo di narrativa era proscritto duramente dall’ufficialità letteraria. I lettori dei quotidiani ne andavano pazzi, ma i feuilleton bisognava importarli dall’estero, traducendoli. Pochi, pochissimi autori nostrani ne scrivevano, disonorandosi. Il coraggioso De Marchi ci si provò, col proposito di dimostrare che si poteva fare un buon libro anche tenendo in considerazione le esigenze e le attese di un pubblico più numeroso e meno acculturato. Non solo: pensò di adottare la struttura di un genere romanzesco ancora agli albori ma già di successo: il poliziesco o, come allora si diceva, il giudiziario. A caratterizzarlo era la narrazione delle procedure d’indagine relative a un caso delittuoso: donde l’appello alle emozioni truci, procedendo per colpi di scena sensazionali, salvo ristabilire l’ordine della giustizia in sede conclusiva.

Vittorio Spinazzola, dalla Introduzione, 2006.