La lente d'ingrandimento

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Un paese viveva sotto l’incubo di un delitto. Ogni mattina i cittadini appena spiccicati gli occhi li buttavano sulle prime pagine dei giornali, scorrevano ansiosamente i titoli, le ultime notizie sulle perizie necroscopiche, sull’analisi di macchie rintracciate su un fazzoletto da naso, sul modo in cui avevano trascorso la giornata in carcere i principali indiziati.
Vittima del delitto era stato un uomo grasso, sconosciuto, trovato morto ai margini d’un prato. Al cadavere mancavano le bretelle e la pancera. Subito corse voce che ci fosse di mezzo la giovane sposa d’un ministro, nota amatrice di grassi. Inoltre pareva ci entrasse una duchessa che aveva compromesso i massimi funzionari dello Stato, inducendoli a interpretare films-cochons. Insomma, il governo aveva creduto bene di mettere tutto a tacere e d’imporre il silenzio. Il caso fu archiviato come morte accidentale dovuta a «collasso a causa di puntura d’ortica avvenuta cogliendo ranuncoli».
Chi era di parere contrario veniva processato come attentatore all’ordine pubblico. Ma era quello un paese diviso da gravi contrasti e la cosa non passò liscia. Nacque uno scandalo tale che si dovette riaprire l’inchiesta. Saltarono fuori responsabilità gravi, connivenze segrete fra gli organi dello Stato e la produzione di films-cochons. Tutte le forze pubbliche erano così compromesse che si dovettero affidare le indagini al corpo dei pompieri, il solo — pareva — non dedito a quegli spettacoli. La sorte del governo sembrava appesa a un filo.
— Se i giornali continuano a non parlar d’altro, — disse un ministro, — siamo perduti.
Ma un altro ministro, più astuto, lo contraddisse: — Se i giornali continuano a non parlar d’altro, siamo salvi.

Italo Calvino, La lente d’ingrandimento (Racconti sparsi, 1945-54).

il primo libro

italocalvino

Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dai solo in quel momento, l’occasione per esprimerti si presenta una volta sola, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più. Forse la poesia è possibile solo in un momento della vita che per i più coincide con l’estrema giovinezza. Passato quel momento, che tu ti sia espresso o no (e non lo saprai se non dopo cento, centocinquant’anni; i contemporanei non possono essere buoni giudici), di lì in poi i giochi sono fatti, non tornerai che a fare il verso agli altri o a te stesso, non riuscirai più a dire una parola vera, insostituibile.
[…]
Questo romanzo è il primo che ho scritto, quasi la prima cosa che ho scritto. Cosa ne posso dire, oggi? Dirò questo: il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto.
Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu sei ancora lontano dall’essere definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per tutta la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.

Italo Calvino, prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno, edizione riveduta e corretta del 1964.

 

Risvolti

1953, risvolto di  Maria di Lalla Romano.

Italo Calvino scrive a Elio Vittorini:

Caro Elio, l’altro giorno è venuta la Lalla Romano e io pensando di farla felice le ho fatto leggere il tuo risvolto. Difatti, era felice ma c’era la faccenda del “Cammina dai trent’anni verso i più in là” che le è un po’ dispiaciuta. Lì per lì non sembrava niente, ma ora mi ha scritto che desidera si elimini l’allusione all’età. Le scrivo di mettersi d’accordo con te e ti mando copia del risvolto, che è molto bello tutto così com’è; a ogni modo vedi se puoi aggiustare quel punto, dicendo per esempio: “La Romano, – piemontese, maritata e madre – varca ora la soglia ecc…”.
Io questa volta il risvolto lo farei firmato, così lei avrebbe quella distinzione sugli altri a cui tiene. (Non so se Einaudi sia d’accordo sulla fascetta). Che ne dici?
Vorrei pubblicare lo stesso testo, firmato, sul «Notiziario».
Rispondimi presto per favore.

Vittorini risponde:

Caro Calvino,
e perché non facciamo “dai vent’anni verso i più in là”? Non riuscirà ironico. Sarà molto galante. Semmai una punta ironica ci sarà tra lei e me. Poco male.
Firmare mi sembra esagerato. Ma nel «Notiziario» potresti intitolarlo, non so, Vittorini sulla Romano. Cioè qualcosa in cui c’entri il nome, senza proprio che sia firma.
Ciao.

Risvolto pubblicato:

Lalla Romano fu tra i primissimi Gettoni con un libro di poemetti in prosa che chiamò Le metamorfosi. Oggi è con un romanzo che ritorna: una storia di rapporti umani che si realizzano, pagina su pagina, come rapporti ritmici, e che tuttavia tendono a mostrare, malgrado il loro ripetersi, quanto di unico e di insostituibile, di dato una volta per tutte, vi sia in ogni individuo. In questo, a percepire questo miracolo individuale, ha il discernimento amoroso di Jules Renard. E una pulita rapidità, nel fissarlo, per chi, insieme ai modi del grande scrittore francese, può far pensare a quelli della nostra bisnonna in narrativa Caterina Percoto. La Romano, piemontese, maritata e madre, varca con questo libro la soglia della maturità artistica, e può essere proprio contenta.


(da: fogli sparsi)

 

Uccidere la cultura II

Il periodo del postmodernismo, nell’ultimo ventennio del Novecento, non è stato, soprattutto per la narrativa, di alto livello. Alla stagione di Calvino, Volponi, Pasolini, Sciascia, Morante è seguita quella di Eco, Tondelli, Tabucchi, autori interessanti e talora notevoli (soprattutto Tondelli e un certo Tabucchi), ma privi dell’impatto dei maggiori autori della stagione precedente. Anche in poesia nessuno dei nuovi autori ha raggiunto l’autorità di Zanzotto, Luzi, Sanguineti, Sereni, Caproni, Fortini. Qualcosa di nuovo sta succedendo negli ultimi anni, col tramonto del postmodernismo. Dopo Gomorra si assiste a un “ritorno alla realtà” (come si dice in linguaggio giornalistico) e a tematiche civili soprattutto nella generazione degli scrittori più giovani (ma anche fra gli anziani qualcosa di nuovo si vede, penso a Balestrini e a Siti). Il guaio è che la narrativa è fortemente condizionata dalla politica miope dell’industria culturale, che ormai punta solo al successo economico immediato e mira a un profitto da raggiungersi non più sulla massa delle pubblicazioni, ma addendo per addendo, libro per libro. L’industria insomma immette sul mercato troppa merce avariata, inquinandolo alle radici. Si salva la poesia, perché non fa mercato. L’Italia è un paese dove tutti scrivono poesie, ma nessuno le legge e le compra. I libri di poesia sono solo sporadici fiori all’occhiello delle case editrici. Ciò garantisce alla poesia una nicchia, molto discreta e appartata, di sopravvivenza. Quanto ai premi letterari, sono troppo subordinati alla industria culturale per poter costituire una valida alternativa.

Romano Luperini

http://temi.repubblica.it/micromega-online/luperini-il-ventennio-berlusconiano-ha-ucciso-la-cultura/

LA LENTE D’INGRANDIMENTO

Per celebrare il periodo convulso che stiamo attraversando, ho scelto un brano del racconto di Italo Calvino “La lente d’ingrandimento” (Racconti sparsi, 1945-54).

Un paese viveva sotto l’incubo di un delitto. Ogni mattina i cittadini appena spiccicati gli occhi li buttavano sulle prime pagine dei giornali, scorrevano ansiosamente i titoli, le ultime notizie sulle perizie necroscopiche, sull’analisi di macchie rintracciate su un fazzoletto da naso, sul modo in cui avevano trascorso la giornata in carcere i principali indiziati.
Vittima del delitto era stato un uomo grasso, sconosciuto, trovato morto ai margini d’un prato. Al cadavere mancavano le bretelle e la pancera. Subito corse voce che ci fosse di mezzo la giovane sposa d’un ministro, nota amatrice di grassi. Inoltre pareva ci entrasse una duchessa che aveva compromesso i massimi funzionari dello Stato, inducendoli a interpretare films-cochons. Insomma, il governo aveva creduto bene di mettere tutto a tacere e d’imporre il silenzio. Il caso fu archiviato come morte accidentale dovuta a «collasso a causa di puntura d’ortica avvenuta cogliendo ranuncoli».
Chi era di parere contrario veniva processato come attentatore all’ordine pubblico. Ma era quello un paese diviso da gravi contrasti e la cosa non passò liscia. Nacque uno scandalo tale che si dovette riaprire l’inchiesta. Saltarono fuori responsabilità gravi, connivenze segrete fra gli organi dello Stato e la produzione di films-cochons. Tutte le forze pubbliche erano così compromesse che si dovettero affidare le indagini al corpo dei pompieri, il solo — pareva — non dedito a quegli spettacoli. La sorte del governo sembrava appesa a un filo.
— Se i giornali continuano a non parlar d’altro, — disse un ministro, — siamo perduti.
Ma un altro ministro, più astuto, lo contraddisse: — Se i giornali continuano a non parlar d’altro, siamo salvi.


È uno di quei brani “sempre attuali” che potrebbero esser scritti anche oggi.