Oblomoviana VIII

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«Adesso o mai più!» Ecco le minacciose parole che si affacciarono alla mente di Oblomov non appena si svegliò la mattina dopo. Si alzò, andò due o tre volte su e giù per la stanza, diede un’occhiata in salotto: Stolz stava scrivendo. «Zachàr!», chiamò. Non sentì il balzo giù dalla stufa: Zachàr non arrivò. Stolz lo aveva mandato alla posta. Oblomov andò alla tavola coperta di polvere, sedette, prese una penna e la intinse nel calamaio, ma non c’era inchiostro; cercò la carta, ma non c’era neanche quella. Immerso nei suoi pensieri, tracciò macchinalmente una parola col dito sulla polvere, poi lesse ciò che aveva scritto: “oblomovismo”. Si affrettò a cancellare con la manica quella parola che gli era apparsa in sogno la notte, scritta sui muri a lettere di fuoco, come a Baldassarre durante il banchetto.
Zachàr arrivò e, trovando Oblomov in piedi, lo guardò con aria ottusa. In quello sguardo ebete di meraviglia si leggeva: «oblomovismo!». «Una sola parola», pensava Il’ja Il’ič, «ma quanto è… velenosa!…». Continua a leggere “Oblomoviana VIII”

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Oblomoviana VII

 

A still from the mosfilm studios production of 2 part film, 'a few days in the life of i, i, oblomov' directed by nikita mikhailov and based on the novel oblomov by ivan a, goncharov, zakhar (left) played by people's artist of the ussr, andrei popov and oblomov (center) played by people's artist oleg tabakov, 1980. (Photo by: Sovfoto/UIG via Getty Images)

«Smetterai una buona volta di lavorare», osservò Oblomov.
«Non smetterò mai. Perché dovrei?»
«Quando avrai raddoppiato il tuo capitale», disse Oblomov.
«Quand’anche lo quadruplicassi, non smetterei neanche allora.»
«Ma perché ti arrabatti tanto», riprese Oblomov dopo una pausa, «se il tuo scopo non è quello di assicurarti l’avvenire per poi ritirarti in un posto tranquillo a riposare?»
«Oblomovismo campagnolo!» disse Stolz.
«O se il tuo scopo non è quello di raggiungere in società un nome e una posizione come servitore dello Stato e poi godere in un ozio onorato la meritata pace?»
«Oblomovismo pietroburghese!», obiettò Stolz.
«Ma allora quando si vive?», ribatté Oblomov indispettito dalle osservazioni di Stolz. «Perché mai affannarsi per tutta l’esistenza?»
«Per il lavoro in se stesso, e per null’altro. Il lavoro è l’immagine, il contenuto, l’elemento e lo scopo della vita, per lo meno della mia vita. Dalla tua, invece, tu hai bandito il lavoro, e che cosa è diventata ormai la tua vita! Io tenterò di scuoterti, forse per l’ultima volta. Se poi continuerai ancora a startene lì seduto, con i vari Tarant’ev e Alekseev, sarai completamente perduto, diventerai di peso anche a te stesso. Adesso o mai più!», concluse. Continua a leggere “Oblomoviana VII”

Franz Kafka, Lettera al padre (15)

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Vale la pena di parlarne soltanto perché si è verificato nella mia vita; altrove non sarebbe minimamente degno di nota, e comunque soltanto perché ha dominato la mia vita, nell’infanzia come presagio, poi comè speranza e dopo ancora, spesso, come disperazione, e mi ha dettato alcune piccole decisioni, se si vuole, ancora informate alla tua persona.
Ad esempio la scelta della professione. Certo, tu mi hai dato piena libertà, alla tua maniera generosa e in questo senso perfino paziente. Tuttavia nel far ciò hai seguito anche il modo comune di trattare i figli da parte del ceto medio ebraico, che aveva per te un valore normativo, o comunque i giudizi di valore di tale ceto. Infine una certa influenza ha avuto uno dei tuoi fraintendimenti rispetto alla mia personalità. Tu mi ritieni infatti, da sempre, per orgoglio paterno, per ignoranza della mia vera esistenza, per le conclusioni che trai dalla mia debolezza, particolarmente studioso. Secondo te da bambino non facevo altro che studiare e poi non ho fatto altro che scrivere. Non è vero, neppure lontanissimamente. Si può semmai dire, con molta meno esagerazione, che ho studiato poco e non ho appreso niente; il fatto che in molti anni mi sia rimasto qualcosa, con una memoria decente e un’intelligenza non delle peggiori, non è poi molto strano, ma il risultato complessivo quanto alla conoscenza e soprattutto ai suoi fondamenti è comunque estremamente deplorevole, rispetto al dispendio di tempo e denaro e nel contesto di una vita esteriormente spensierata e tranquilla, in particolare anche in confronto a quasi tutta la gente che conosco. E deplorevole, ma per me comprensibile. Ho avuto, da quando so pensare, preoccupazioni così profonde relative all’affermazione spirituale dell’esistenza, che tutto il resto mi era indifferente. I ginnasiali ebrei da noi sono facilmente tipi singolari; tra loro si trovano le persone più improbabili; ma la mia indifferenza fredda, appena velata, indistruttibile, infantilmente inerme, quasi ridicola e animalescamente autocompiaciuta di bambino sufficiente a se stesso ma freddamente fantastico non l’ho ritrovata mai, per quanto qui fosse l’unico riparo contro la distruzione dei nervi da parte della paura e del senso di colpa. L’unica cosa che mi interessava era la preoccupazione per me stesso, che assumeva però le forme più differenti. Ad esempio come preoccupazione per la mia salute: cominciò in sordina, ogni tanto qualche leggera apprensione per la digestione, la caduta dei capelli, una deviazione della spina dorsale e così via; poi tutto ciò si intensificò nel corso di innumerevoli passaggi, fino a divenire una vera malattia. Ma poiché non ero sicuro di niente, avevo bisogno ad ogni momento di una nuova conferma della mia esistenza, niente era veramente e indubbiamente di mia esclusiva proprietà, proprietà che fosse determinata univocamente da me, così divenni naturalmente insicuro anche della cosa a me più vicina, il mio stesso corpo; crebbi molto in altezza ma non sapevo che farmene, il carico era troppo pesante la schiena Si curvò; non osavo quasi muovermi o addirittura fare ginnastica, rimasi debole; se tutto quel}o di cui ancora disponevo sorprendeva, quasi fosse un miracolo, ad esempio la mia buona digestione, questo bastava a farmela perdere, e così era aperta la strada per ogni ipocondria, finché per lo sforzo sovrumano di volermi sposare (tornerò a parlarne) mi è uscito sangue dai polmoni, cosa della quale può essere in parte responsabile anche l’appartamento nel palazzo Schonbirn, che però mi serviva solo perché credevo di averne bisogno per scrivere, e così è attinente a questa lettera. Quindi tutto ciò non è dovuto al superlavoro, come tu immagini da sempre. Ci sono stati anni in cui io, in piena salute, ho trascorso più tempo in ozio sul divano di quanto tu abbia fatto in tutta la tua vita, malattie comprese. Quando fuggivo da te occupatissimo, era in massima parte per andarmi a sdraiare in camera mia. Il mio rendimento complessivo sia in ufficio (dove peraltro la pigrizia non dà molto nell’occhio e inoltre era tenuta entro certi limiti dalla mia pavidità) che a casa è minimo; se tu ne avessi un’idea, rimarresti sconvolto. Probabilmente il mio impianto non è affatto pigro, ma per me non c’era niente da fare. Là dove ho vissuto ero rimproverato, giudicato, sconfitto; e fuggire altrove mi procurava una tensione estrema, ma non era fattibile, si trattava di una cosa impossibile, irraggiungibile con le mie forze, senza eccezioni di sorta.

(15 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (8)

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Hai anche un modo particolarmente bello, e molto raro a vedersi, di sorridere: placido, contento e promettente, che può rendere felice colui al quale è diretto. Non ricordo che nella mia infanzia mi sia stato espressamente rivolto, ma potrebbe benissimo essere accaduto, infatti perché mai avresti dovuto negarmelo allora, quando ti sembravo ancora innocente ed ero la tua grande speranza? Inoltre anche queste impressioni gradevoli alla lunga non hanno avuto nessun altro effetto se non quello di accrescere il mio senso di colpa e rendermi il mondo ancora più incomprensibile.
Preferisco attenermi ai dati di fatto, quelli che sono rimasti. Per affermarmi soltanto un pochettino nei tuoi confronti, in parte anche per una specie di vendetta, cominciai presto a osservare e assommare, esagerandole, le inezie che notavo in te. Come ad esempio ti lasciavi facilmente abbagliare da persone solo apparentemente più elevate di te, come un certo consigliere imperiale o simili (d’altra parte mi feriva anche il fatto che tu, mio padre, avessi bisogno di queste insignificanti conferme del tuo valore e te ne facessi grande). Oppure osservavo la tua predilezione per modi di dire osceni, pronunciati a voce più alta possibile, dei quali ridevi come se avessi detto qualcosa di particolarmente eccelso, mentre invece era davvero solo una piccola, banale indecenza (di nuovo, tuttavia, si trattava al contempo anche di una espressione della tua forza vitale, che mi riempiva di vergogna).
Di queste osservazioni naturalmente ce n’erano a bizzeffe; io ero felice di farle, davano adito a chiacchiere e spasso; tu talvolta te ne accorgevi e andavi su tutte le furie, lo ritenevi una cattiveria, una mancanza di rispetto, ma credimi, per me non era nient’altro che un mezzo peraltro inefficace per non soccombere, erano battute come se ne fanno sugli dèi e sui re, battute che non solo sono legate al più profondo rispetto, ma addirittura ne costituiscono parte integrante.
Del resto anche tu, visto che la tua situazione nei miei confronti era analoga, hai tentato una specie di difesa. Amavi mettere in evidenza come le cose mi andassero esageratamente bene e come io fossi trattato bene. E vero, ma non credo che mi sia sostanzialmente servito ad alcunché, data la situazione.
E vero che la mamma era infinitamente buona con me, ma per me tutto era in relazione con te, in una relazione quindi non buona. La mamma svolgeva inconsapevolmente il ruolo del battitore durante una partita di caccia. Se già era estremamente improbabile che la tua educazione mi facesse camminare con le mie gambe suscitando in me orgoglio, disprezzo o addirittura odio, comunque la mamma con la sua bontà, i suoi discorsi ragionevoli (nel groviglio dell’infanzia essa era il prototipo della ragione), le sue intercessioni, compensava questi moti, e io ero ricacciato nel tuo circolo, dal quale forse altrimenti sarei fuggito, con vantaggio tuo e mio. Oppure accadeva che non si giungesse mai a una vera riconciliazione, che la mamma semplicemente mi proteggesse di nascosto, mi desse qualcosa di nascosto, mi permettesse qualcosa, e allora davanti a te ero di nuovo quell’essere sinistro, quell’imbroglione cosciente della sua colpa che, per la sua nullità, poteva giungere solo per strade tortuose anche a quello che riteneva un suo diritto. Naturalmente mi abituai poi a cercare per queste vie anche ciò a cui non avevo diritto, persino secondo me. E questo portava a intensificare il mio senso di colpa.
E anche vero che praticamente non mi hai mai picchiato. Ma gli urli, la tua faccia che diventava rossa, il subitaneo slacciare le bretelle, l’appoggiarle sulla spalliera della sedia, erano per me quasi peggio. E come quando uno deve essere impiccato. Se lo impiccano davvero, è morto, e tutto è finito. Ma se deve assistere a tutte le preparazioni per essere impiccato e solo quando gli fanno scorrere il cappio intorno al collo apprende di essere stato graziato, allora può soffrirne per tutta la vita. Inoltre dalle molte volte in cui, secondo l’opinione da te chiaramenfe manifestata, mi sarei meritato una scarica di botte ma le avevo evitate per un pelo grazie alla tua magnanimità ho ricavato soltanto un gran senso di colpa. Da ogni parte mi ritrovavo a essere colpevole di fronte a te.
Da sempre mi rimproveri (quando siamo soli e di fronte ad altri, non hai mai avuto sensibilità per l’umiliazione insita in questo secondo caso, i fatti dei tuoi figli sono sempre stati pubblici) che grazie al tuo lavoro ho vissuto senza privazioni nella tranquillità, nel calore e nell’abbondanza. Penso allora a osservazioni che debbono aver tracciato veri e propri solchi nel mio cervello, come: “Già a sette anni dovevo andare per i villaggi col carretto”; “Dovevamo dormire tutti in una stanza”; “Eravamo felici quando avevamo qualche patata”; “Per anni d’inverno ho avuto le gambe piene di piaghe aperte, perché non avevamo di che coprirci”; “Da piccolo dovevo già andare nella bottega di Pisek”; “Da casa non ho mai avuto un soldo, nemmeno durante il militare, ero io che mandavo soldi a casa”; “Eppure, eppure… il padre era sempre il padre. Chi le sa, oggi, queste cose! Che ne sanno i figli! Nessuno ha patito queste cose! Le capisce oggi un figlio?”. In altre circostanze questi racconti avrebbero potuto essere un eccellente strumento educativo, avrebbero incoraggiato, con una sferzata di energia, a superare le piaghe e le privazioni che già il padre aveva subìto. Ma tu non volevi questo, e la situazione grazie alle tue fatiche era cambiata completamente: non avevamo modo di distinguerci come avevi fatto tu. Una tale occasione poteva essere creata solo con violenze e sovvertimenti, sarei dovuto fuggire di casa (purché ne avessi la determinazione e la forza e la mamma, da parte sua, non avesse lavorato con altri mezzj in senso contrario). Ma tu non volevi niente di tutto ciò, lo definivi ingratitudine, esaltazione, disobbedienza, tradimento, pazzia. Mentre quindi da una parte con l’esempio, il racconto e l’umiliazione me lo rendevi allettante, dall’altra me lo proibivi con la massima severità. Altrimenti non avresti dovuto essere tanto sconvolto, a prescindere dalle circostanze collaterali, dall’avventura di Ottla a Zurau. Voleva andare nel paese da cui eri venuto tu, voleva avere lavoro e privazioni, come li avevi avuti tu, non voleva godere i frutti del tuo successo sul lavoro, come anche tu sei stato indipendente da tuo padre. Erano intenzioni così terribili? Così lontane dal tuo esempio e dai tuoi insegnamenti? Bene, le intenzioni di Ottla alla fie si rivelarono fallimentari, caddero forse nel ridicolo, furono messe in atto con troppo chiasso, senza abbastanza riguardo per i suoi genitori. Ma fu esclusivamente colpa sua, non colpa anche delle circostanze e del fatto che tu le eri così estraneo? Forse che in negozio (come tu stesso in seguito hai cercato di convincere te stesso) ti era meno estranea di quanto lo fosse dopo, a Zurau? E sicuramente non avresti avuto il potere (purché riuscissi a superare te stesso) di trasformare quest’avventura in qualcosa di buono, con l’incoraggiamento, il consiglio e la vigilanza, magari soltanto con la tolleranza?

(8 – continua)

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Benché mi stia riprendendo, il timore di non essere all’altezza striscia per conto suo, parallelamente, si annida in gangli nascosti e fa capolino in certi momenti. Ma va considerato come uno stimolo, non come un freno. Somiglia un po’ al modo di “trarre il buono” anche dalle situazioni difficili. Ad esempio, se mi trovo nei guai, una delle tecniche che uso da sempre è quella di “scomporre” il problema nelle sue singole parti, per poi affrontarle e superarle una per volta. Quando arriva una grana che nella sua totalità sembra insormontabile e quindi spaventa, invece di smarrirsi dandola per intera, la si deve guardare nei singoli elementi: ognuno dei quali, se affrontato con metodo e attenzione, diventa superabile. Prima uno, poi un altro, poi un altro (che s’infila di conseguenza in quello precedente), e ancora quello successivo. Così, un passo dopo l’altro si arriva a superare il problema intero. La condizione è quella di non farsi spaventare, ma guardare con distacco e mettersi a lavorare di “smontaggio”. Di sicuro ci vuole pazienza, oltre alla capacità d’analisi che dici: a volte mi consolo pensando che in fondo ho tutto il tempo davanti.

Lucidità

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Ci sono cose da fare – adempimenti, intendo – che sembrano complesse e poco comprensibili, per come si presenta l’insieme delle loro componenti, e anche per le entità che evocano, di solito “superne” e dall’apparenza soverchiante. Ma non è così: è sufficiente guardare e capire i loro codici, interpretarne correttamente il funzionamento sistemico, scomporle e poi mettere le caselle, inserire i testi e seguire le consecutio richieste. Servono solo il tempo e una dose sufficiente di lucidità, quest’ultima sì fondamentale.

piano quinquennale

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Dunque, facciamo il piano quinquennale (una delle buone cose di una volta, alla maniera dell’Unione Sovietica). Scriviamo su un foglio i dieci obiettivi “operativi” e “di vita” che ci sembrano importanti. Si può disegnare la mappa dei traguardi futuri per aree di interesse: ad esempio il lavoro, la famiglia, la cultura, il sociale. Poi lasciamo decantare il tutto per una decina di giorni, in modo da sviluppare una riflessione che possa meglio definire quanto si è tracciato. Se a fare questo si avverte una resistenza emotiva, è perché ci si sente inconsciamente inadeguati ai traguardi da raggiungere: non bisogna dargli peso, perché sono paure infondate. Naturalmente, l’elenco degli obiettivi non dev’essere troppo complicato: meglio iniziare dai desideri più semplici e ovvi; è bene anche non pretendere un eccessivo rigore. Ecco, quest’ultima per me è la parte più difficile, essendo tipicamente un perfezionista.

 

· 85

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Ormai misuro i giorni su di te, sulla tua esistenza, sui tuoi orari e i tuoi riti quotidiani. Il risveglio, la colazione, la merenda, lo studio, il lavoro; e poi i messaggi, le lettere, le immagini di noi che rievochiamo e riviviamo nella mente. Osservare i tuoi ritmi mi aiuta a ricreare i miei, che erano praticamente svaniti. E tutto il resto che ci scalda e ci anima, che ci rende tenaci e fiduciosi e forti, colora le nostre giornate di tinte stupende. Anche in quegli attimi in cui ci si trova smarriti per qualche pensiero.

 

brandelli

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È la prima volta dopo molto tempo che ricordo brandelli di sogno. Mi trovavo in una specie di azienda od organizzazione e il mio ruolo era importante, visto che l’emissario del capo mi diceva: “Ora vado a consultarmi e poi decideremo la mossa da fare. Questo momento è molto delicato”. Ma io, invece di restar lì in attesa di disposizioni, tornavo a casa, convinto che questo non avrebbe avuto conseguenze; poi prendevo il telefono per chiamarli e avere notizie e sentivo all’altro capo le loro voci che mi cercavano: “Niente da fare, non c’è”; “Non risponde, non si trova”. Io dicevo “Sono qui, pronto, pronto!”, ma loro mettevano giù. Allora tornavo a chiamarli, ma all’improvviso mi arriva la telefonata di un amico con cui faccio affari: mi cerca, ha bisogno di me. “Posso richiamarti fra un minuto?” gli chiedo tutto concitato. “Eh, buonanotte!” risponde lui, “Allora lasciamo perdere”. “No, no, aspetta, ma che dici?”, insisto. Doveva solo aspettare un po’ e ci saremmo parlati, che problema c’era? Mai successa una cosa del genere. “Aspettami che ti richiamo”, ripetevo, ma lui voleva chiudere: “No, lascia stare, non si può”. Così la cosa mi sfuggiva dalle mani, mentre dall’altra parte quelli che mi cercavano probabilmente concludevano che m’ero eclissato e reso irreperibile, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Una catastrofe, insomma. Poi mi son svegliato. Un po’ storto, va da sé.

 

· 70

Non ero triste per quel lavoro in particolare, ma un po’ per tutto. Perché per esempio a un certo punto la capa, una col carattere più tosto che esista, si è provata delle scarpe col tacco e un vestitino molto bello e, siccome non era capace di camminare sui tacchi, tutti ridevano e la prendevano in giro. Anch’io le ho sorriso e ho detto qualche stupidaggine, poi però son tornata al mio lavoro, perché non c’entro con quel gruppetto, in pratica mi sento l’ultima ruota del carro. Inoltre, a volte non m’importa proprio niente di tutto quello che devo fare (il lavoro, lo studio ecc.): lo sento lontano da me, anche se poi invece provo molta soddisfazione per queste stesse cose. Eppure c’è poco da fare: a volte mi sembra di recitare una farsa, una parte, un ruolo per sembrare “normale”, perché se fosse per me io me ne starei nel mio mondo e basta. Ho bisogno degli altri, gli altri mi piacciono, voglio bene a tutti e lì in particolare mi trovo bene e sono benvoluta; ma a volte devo fare grossi sforzi per mostrarmi socievole, per partecipare… perché non ne ho voglia. Sono solo momenti, che dipendono forse dalla stanchezza, da malumori passeggeri, e anche dal senso di inadeguatezza che mi porto dentro e che a volte credo di non voler neanche risolvere. Quando sto così, non m’importa niente di “guarire”, come dici tu, che invece ti preoccupi per me. Io vorrei poter vivere in pace con la mia inadeguatezza. A volte anch’io mi sento inutile. E, soprattutto, mi sento fragile: e vorrei poter vivere nel mondo con la mia fragilità, invece devo sempre cercare di rinforzarmi… Non mi va di dovermi sempre adeguare a modelli che non mi appartengono! Comunque non preoccuparti, sono piccole tristezze passeggere che a volte si fanno sentire un po’ di più. Dopo sono andata in libreria e ho comprato dei racconti di Hrabal, un po’ umoristici, così, per tirarmi su.