Consigli sentimentali

Trattate bene la vostra solitudine
e la sua.
Baciate la sua nuca
all’improvviso.
Noi siamo bestie
che possiamo farci delle gentilezze.
Ricordatevi William Blake:
«Chi desidera ma non agisce, alleva pestilenza».
Diffidate della psicologia, l’inferno
del chi sei tu e del chi sono io.
Arrendetevi quando vi portano rancore
per i torti che vi hanno fatto.
Diffidate di chi vi fa la Tac
ma poi non vuole spendere tempo per la cura:
quando non hanno tempo
lasciate stare, non è una storia d’amore;
quando non dovete avere pretese,
quando dovete essere garbati,
lasciate stare, non è una storia d’amore.

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere, Milano 2017

Edgar Degas, La famiglia Bellelli, olio su tela, 1860

Il nostro spirito, spiega Proust, è assai incline ad arrendersi ai comfort offerti dall’abitudine, poiché senza di essa non riusciremmo a trovare abitabile neppure la nostra casa. Le esperienze più dolorose del Narratore scaturiscono sempre dal venir meno di un’abitudine. Piange finalmente la morte della nonna solo quando, chinandosi sui lacci delle scarpe, ricorda che di solito era lei a legarglieli amorevolmente. Scopre di amare Albertine nel momento in cui riceve la notizia della sua morte. «Il mondo non è creato una volta per tutte per ciascuno di noi» è il terribile commento che scappa a Marcel. Niente di ciò che ami è destinato a durare.

Alessandro Piperno in La Lettura #212, pag. 5

La lettura come surrogato

«Perfino la più grande mente non è sempre capace di pensare da sé. Perciò essa fa bene a utilizzare il tempo rimanente per la lettura, la quale, come già è stato detto, è un surrogato del pensare autonomo e fornisce materia allo spirito, lasciando che un altro pensi per noi, sebbene sempre in un modo che non è il nostro. Per questa ragione non bisogna leggere troppo, affinché lo spirito non si abitui al surrogato e non disimpari a pensare da sé, affinché, dunque, non si abitui ad andare per vie già battute, e affinché il seguire il cammino dei pensieri altrui non lo estranei dal proprio cammino. Meno che mai, per colpa della lettura, ci si deve sottrarre completamente alla vista del mondo reale; giacché lo stimolo e lo stato d’animo idonei al pensiero autonomo subentrano senza paragoni più spesso quando la mente contempla il mondo reale, che non già quando essa è presa dalla lettura. L’oggetto dell’intuizione, il reale, nella sua originarietà e forza è, infatti, l’oggetto naturale dello spirito pensante, e riesce più facilmente di tutto il resto a eccitarlo profondamente.»

Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena. Scritti filosofici minori (1851), prefazione di Giorgio Colli, Adelphi, Milano.

Beruryah e il Talmud

Andy Lavine Arnovitz, Bundled, 1985

I trattati talmudici sono ben trentasei e mezzo. Si è perciò appena all’inizio di un lungo cammino. In tutta questa enorme opera, formata da un milione e ottocentomila parole, è presente un’unica figura femminile in grado di discutere sul piano di parità con i rabbini. Si tratta di Beruryah. Un ago nel pagliaio. Tuttavia l’appuntito oggetto metallico («femminile») suscita pur sempre qualche turbamento rispetto all’omogeneità vegetale («maschile») dell’insieme: se si ha l’avventura di imbattersi in quell’ago, se ne resta punti. Non a caso all’interno dello stesso Talmud e ancor più nei suoi commenti non sono mancate interpretazioni denigratorie della perspicace Beruryah.

Piero Stefani, in la Lettura #232, pag. 12

Scrittori

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La maggior parte degli scrittori che leggiamo non sono né geni né milionari; conducono, o  hanno condotto, esistenze qualunque: bollette da pagare, matrimoni, divorzi, alimenti, figli da crescere, editori da compiacere o tenere a bada, e tanti rospi da mandare giù. Ciò che li distingue da qualsiasi altro borghese in circolazione è che per campare hanno scelto di scrivere, e scrivere come diceva Simenon è «una vocazione all’infelicità». Gli avvocati che conosco non stanno sempre lì a chiedersi se sono – o se potranno mai essere – i più grandi avvocati del mondo. Svolgono la professione forense al meglio, godendone i frutti e la cosa finisce lì. I pochi scrittori che frequento sono animati dalla smania vanagloriosa di prevalere su tutti gli altri, e annichiliti dal sospetto della propria mediocrità che con l’età diventa una certezza.

Alessandro Piperno in la Lettura #231, pag. 2

Reading

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L’attitudine e l’abilità di lettura si sviluppano in diversi modi. Ad esempio, se si è abituati a concentrarsi sull’analisi di dati e problemi, si tende a decodificare le indicazioni fornite da un testo con poche occhiate, mirate su punti precisi, e questo può anche derivare da una specie di deformazione professionale, che tende a infiltrarsi nell’azione pura che è l’immersione nel testo. Anche il leggere narrativo o saggistico richiede un minimo d’esercizio e di disposizione positiva, nel dipanarsi concettuale di righe e paragrafi sulla pagina. Che poi non è fondamentale leggere moltissimo e tutto quello che si dice in giro: basta leggere abbastanza, quel che serve per goderne e per arricchirsi, per formarsi e completarsi, per forgiare un piacere selettivo e identificante, che ci faccia riconoscere innanzitutto a noi stessi, che dia una forma e una morfologia al percorso fisiologico del vivere, almeno dando l’illusione di poterci condurre a una meta.

Elogio della critica

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Di norma le recensioni sono talmente tediose che stenti a finire anche quelle che elogiano il tuo libro. Le più modeste svelano la trama, lodano parti del romanzo a scapito di altre, rivelano influenze letterarie (come se a qualcuno importasse). Le buone recensioni sono quelle che hanno il coraggio di parlare d’altro. Il Recensore brillante dà peso alle inezie e se ne infischia delle idee generali; sfoggia gusti, non dissimula manie. Talvolta non si perita neppure di finire il libro recensito (i più impudenti leggono solo la scheda editoriale o il risvolto di copertina). Tale atto di disonestà ermeneutica non poi così esecrabile. A un sommelier non chiediamo mica di scolarsi l’intera bottiglia. Oscar Wilde la chiamava «la prova del cucchiaino» (da non confondersi con quella del cuoco). È vero, sono pochi quelli che riescono a parlare con grazia e abilità di libri che non hanno letto, ma proprio per questo vanno elogiati e incoraggiati.

Alessandro Piperno in La Lettura #208, pag. 3

La gloria umana

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Il punto è che gli dèi di Omero sono fatui, superficiali, ridicoli, spregevoli; si mescolano alla tragedia degli uomini per capriccio, divertimento, puntiglio; cambiano casacca, tifano, intrigano, bisticciano come comari e la sera si ritrovano tutti a banchettare sull’Olimpo. È la loro miseria etica a far risaltare la grandezza, il coraggio, il dolore, l’eroismo degli uomini e delle donne mortali, che pagano di persona lo spettacolo offerto da quelle banderuole. La gloria umana rifulge nell’infamia degli dèi.

Daniele Giglioli, in La Lettura #205, pag. 13

La scrittura sensuale

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Anni fa un’amica mi assicurò che ho una scrittura sensuale. Quando le chiesi di spiegarmelo, me lo disse in una lettera.

«Per “sensuale” intendo una serie di cose insieme, alla base delle quali sta la tua capacità di rappresentare “in presa diretta” (cioè rendendole in modo immediato, senza filtri) le sensazioni e le emozioni dei personaggi, nelle varie situazioni. Che si tratti di attrazione fisica, di paura, di rabbia e così via, in poche pennellate riesci a rendere immediatamente quel tipo di sensazione, favorendo in un modo incredibile l’immedesimazione col personaggio, “simpatico” o “antipatico” che sia. Perché sei bravissimo a passare da un punto di vista all’altro senza soluzione di continuità, sembra di entrare di volta in volta nella loro mente nel loro corpo; perché un aspetto di questa sensualità è che i corpi, nei tuoi scritti, sono sempre ben presenti, non si può prescindere da essi nel comprendere i personaggi. E questo mi piace molto. Mi piace la naturalezza che hai nel parlarne e nel descriverli (e questo è un altro aspetto della “sensualità”) e riguardo poi nello specifico al desiderio fisico, sei insuperabile. Quando Howe desidera la Lazzeri, mi ero tanto immedesimata che ormai la “desideravo” anch’io! Una cosa del genere – così potente – l’ho trovata solo in alcuni brani di Jack London, che ho sempre considerato il cantore numero uno del desiderio: che si tratti di una bella bistecca da mangiare (oggetto di un suo stupendo racconto sulla boxe) o del collo di un marinaio da cingere con le mani (come accade in Martin Eden, dove lei desidera toccarlo in quel modo) tu, lettore, desideri quelle stesse cose, anche se sei vegetariano o non t’interessano i colli dei marinai. E lo stesso accade leggendo te. E anche nel caso del Sonno degli innocenti, ciò che lo rende inquietante è questa vena pulsante (in questo caso di passioni violente: desiderio privo di amore, rabbia, ambizione, ossessione ecc) che attraversa e percorre in profondità tutto il testo, per cui anche una semplice partita di golf, descritta in modo impeccabile e cristallino, in realtà viene “stravolta” perché il lettore attento percepisce questa forza e questa tensione che c’è sotto, fatta di tante cose. Ecco più o meno cosa intendo per sensuale. Non so se mi sono spiegata. Non so se ti ci riconosci. Diciamo che sotto il tuo stile classico pulsa una potenza espressionistica che riesci a incanalare bene e con misura, sfruttandola al meglio. Cioè, io ci vedo questo… e l’ho visto in tutti e tre i tuoi libri.»

Gli ultimi fuochi

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A questo punto non si sa se abbozzare una conclusione o riconoscere una fine. A parte la crisi di ideali e ideologie, da cui non si sa se usciremo, è difficile dire che cosa sia o possa divenire la letteratura in mezzo al trionfo dei media e dei personaggi, del gusto, e degli atteggiamenti intolleranti e acritici che questi, forse inevitabilmente, propongono, o in alternativa alla violenza e all’ottusità delle tifoserie calcistiche e dei travolgenti ma improvvisati movimenti politici, spesso attigui a nazionalismo e razzismo, oltre che a chiari interessi affaristici. Ci siamo domandati qualche volta, in queste pagine, se la nostra letteratura sia stata in grado di esprimere al meglio i problemi e le angosce del nostro secolo ormai al crepuscolo, e abbiamo dovuto riconoscere che in complesso i nostri scrittori, con eccezioni che abbiamo rilevato, sono apparsi di meno ampio respiro, di più debole capacità di analisi o d’immaginazione che quelli di altri paesi. Oggi poi il confronto diventa amplissimo, perché, dopo quelli dell’America latina, hanno autorevolmente invaso la ribalta scrittori indiani e pachistani, sudafricani e giapponesi, israeliani ed egiziani, e così via. È a questi che si deve se la letteratura sfugge ancora a quell’appiattimento su modelli americani che sembra quasi concluso nelle arti figurative. Ma credo che espressioni di fiducia siano fuori luogo, che la speranza serva solo a condurci meno amareggiati verso la dissoluzione.

Cesare Segre, “Letteratura”, in La cultura italiana del Novecento, a cura di C. Stajano, Editori Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 415-416

I libri faranno una brutta fine

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Questo lo scriveva Andrea Inglese due anni fa.

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

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http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

Il servilismo e la pigrizia

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Dato che leggo in media sette-otto libri alla settimana, la lettura è per me un vizio punito. Per lavoro devo anche leggere molte recensioni, nelle quali dominano – ci si stanca a ripeterlo – il servilismo (al più si registra nel recensore il passaggio, con gli anni, dalla condizione di servo a quella di liberto) e la pigrizia (rieccoli i risvolti e le veline degli uffici stampa, al massimo variati di un aggettivo o rafforzati da un sinonimo).
L’eccesso di lodi forsennate può però provocare rigetto o diffidenza, che scatta anche nei rari casi in cui il giudizio sul libro è negativo. Ci si chiede allora cosa ci sia dietro: forse l’autore sta per cambiare editore? O il recensore ha cambiato datore di lavoro? O forse tra recensito e recensore sono intervenuti fatti privati, faide d’alcova? Ben vengano comunque i giudizi negativi, le voci dissonanti nel coro. Tra l’altro molta stampa si è messa a ospitare rubriche di polemiche, che bisogna pur riempire in qualche modo. Così, tra gli applausi scroscianti, si comincia a sentire qualche fischio. Magari lo si indirizza al libro sbagliato, ma l’importante è piantarla con la lode ecumenica e ritornare a esercitare il diritto di critica, che è esattamente l’opposto della prassi che imperversa, cioè voler au secours du vainqueur.
Il sabato per gli addetti al lavoro è obbligatoria la lettura, in “Tuttolibri”, della classifica dei libri più venduti curata dalla Demoskopea. Al proposito, il commento più azzeccato mi par proprio quello di Giorgio Manganelli, che alla domanda: “Quando vede un bel libro in classifica come reagisce?” ha risposto: “La cosa mi insospettisce molto. Ci dev’essere qualcosa che non va”. Resta il fatto che mentre non è il caso di scandalizzarsi se la cosiddetta letteratura d’intrattenimento è la più letta (ma non è stato sempre così?), ci si può invece immalinconire per la pervicace assenza di alcuni bei libri dall’elenco di quelli più venduti (nella doppia accezione?).
È sempre bene fare esempi, con nome e cognome. Nella narrativa straniera perché non compare in classifica (o, se vi compare – un sabato era in dodicesima posizione se non erro – sembra un errore del proto) il bel romanzo del ceco Bohumil Hrabal Ho servito il re d’Inghilterra? Non è giusto che Kundera monopolizzi il settore (non accetto però di entrare nel “partito anti-Kundera che per svariati motivi si sta prendendo piede. Anche Kundera ha dovuto fare una lunga anticamera per arrivare al successo, e i suoi precedenti romanzi, non inferiori, anzi, all’ultimo osannato, continuavano a cambiare editore perché non li voleva nessuno, e sono tornati solo l’anno scorso in libreria rispolverati dai magazzini). Il romanzo di Hrabal è stato finora molto ben recensito; ma si sa che non basta, le recensioni non sono certo decisive per la vendita (resta ancora più importante il “bocca a bocca”). Mentre è purtroppo decisiva, per propagandare un libro, la televisione del caravanserraglio domenicale, o il grosso battage pubblicitario, che le piccole case editrici non possono permettersi. Manca anche in classifica, tra gli altri, Le cose di Georges Perec, giustamente ristampato a vent’anni di distanza, un godibilissimo e amaro racconto sulla smania consumistica che divora due giovani negli anni Sessanta; manca il bel romanzo di fine Ottocento di Olive Schreiner, Storia di una fattoria africana. Eccetera eccetera. Quanto ai romanzi italiani, spesso bruttarelli, arrivano in classifica, implacabilmente, quelli più bruttarelli di tutti.
Sarebbe insomma il caso di fare un controcanto ai libri più venduti, segnalando soprattutto le assenze e talora deplorando certe presenze. Al servizio dei lettori, che considerano i bei libri forse la migliore compagnia, gli unici a non tradire mai.
Una razza in via d’estinzione quella di noi lettori, che andrebbe tutelata. Dovremmo organizzarci in conventicole, intendendoci con linguaggi cifrati nei luoghi in cui ci incontriamo. Attenzione però a non assentarci in altra stanza con i nostri simili.
Parafrasando Flaiano – “Forse sarà bene tornare di là o penseranno che stiamo parlando” – bisogna evitare che gli altri pensino che stiamo leggendo.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli, Milano 1997

Relitti

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Ma sarebbe inutile accumulare esempi di questo fatto inconfutabile, benché abbastanza sfortunato, cioè che la natura stessa dell’artista lo spinge a interessarsi eccessivamente a quello che gli altri dicono di lui. La letteratura è disseminata dei relitti degli uomini i quali si sono preoccupati, al di là di ogni misura, dell’opinione altrui.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, traduzione di Livio Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, prefazione di Marisa Bulgheroni, Feltrinelli, Milano 2013.