Potenza e Giustizia

Jean-Simon Berthélemy, Prometeo dà vita all’uomo, affresco, 1802. Parigi, Louvre

Prometeo, figlio di Giapeto, eroe e semidio, discendeva dall’antica stirpe dei Titani. Verso di essa consumò il primo dei suoi molti tradimenti, dettati dal suo pensiero preveggente o tortuoso, come indica il nome (Prometeo, letteralmente, è colui che «comprende prima», pro-manthanei). Nella memorabile battaglia fra i Titani e i «nuovi dèi» guidati da Zeus, che grazie alla vittoria conquistarono il regno dell’Olimpo, Prometeo abbandonò i suoi fratelli e si schierò al fianco di Zeus.
Ma l’alleanza con Zeus — verso la cui usurpazione nutre comunque rancore («nuovi signori governano l’Olimpo/ e con nuove leggi, al di fuori del Giusto, Zeus governa/ e annienta ora le potenze di un tempo», Eschilo, Prometeo incatenato, 149-51) — non è davvero il punto d’arrivo del disegno di Prometeo. Egli puntava piuttosto sulla nuova alleanza con l’ultimo arrivato sulla scena del mondo, il genere umano. Ma per questo occorreva compiere due passi. Il primo, spezzare l’amicizia fra uomini e dèi, e metterli in conflitto fra loro; il secondo, fornire agli uomini la potenza necessaria per sostenere il conflitto.
Il primo passo venne compiuto a Mekone. C’era allora commensalità fra uomini e dèi, che sedevano alla stessa tavola. Prometeo, maestro del banchetto, divise in due otri le parti di un grande bue. Nel primo, formato da una pelle nascosta nel ventre del bue, pose le parti migliori; nel secondo più attraente, di «bianco grasso», soltanto le ossa. Sfrontatamente, propose a Zeus la scelta fra i due otri dall’aspetto così ineguale. Che avesse fiutato o no l’inganno, Zeus finì per scegliere le ossa; abbandonò indignato il banchetto, e da allora finirono commensalità e amicizia fra uomini e dèi (Esiodo, Teogonia, 535-560).
Si trattava ora di fornire la potenza necessaria a far fronte alla loro solitudine. Prometeo non poteva che cominciare rubando a Zeus il fuoco, che egli nascondeva presso di sé, e donarlo agli uomini ai quali Zeus lo negava: il fuoco, padre della metallurgia e condizione per qualsiasi tecnica. Vedendo «fra gli uomini il bagliore lungisplendente del fuoco» (Esiodo, Teogonia, 569), Zeus fu di nuovo preda dell’ira, e questa volta le sue punizioni non si fecero attendere.
Prometeo fu scortato fino al Caucaso dai due fedeli aiutanti di Zeus, Kratos e Bia, Forza e Violenza, e lì Efesto lo incatenò saldamente a una rupe: il suo supplizio consisteva in questo, che ogni giorno un’aquila gli rodeva il fegato, destinato ogni notte a ricrescere per fornire nuovo alimento al rapace. Quanto agli uomini, un beffardo Zeus ordinò a Efesto di forgiare una «bella e amabile figura di vergine», ad Atena di insegnarle l’arte della tessitura, ad Afrodite di effonderle «grazia intorno alla fronte e desiderio tremendo»; finalmente, una volta riccamente adornata da Atena, venne inviata presso gli uomini Pandora, madre di ogni male (Esiodo, Opere e giorni, 60-95): «Di lei infatti è la stirpe nefasta e la razza delle donne,/ che, sciagura grande per i mortali, fra gli uomini hanno dimora» (Esiodo, Teogonia, 591-2).

Ma lasciamo gli uomini intenti per ora a rallegrarsi per il bel dono di Zeus, e torniamo sulle vette del Caucaso. Qui il vecchio Titano incatenato non cessa di rievocare i suoi doni al genere umano, seguiti a quello basilare del fuoco.
«Prima, avevano occhi e non vedevano, orecchie e non sentivano, ma come le immagini dei sogni vivevano confusamente una vita lunga, inconsapevole. Non sapevano costruire edifici, case all’aperto, non sapevano lavorare il legno: abitavano sottoterra, come brulicanti formiche, in caverne profonde, senza la luce del sole… Facevano tutto senza coscienza finché insegnai loro a distinguere il sorgere e il tramontare degli astri, e poi il numero, principio di ogni sapere, per loro inventai, e le lettere e la scrittura, memoria di tutto, madre feconda della poesia… Io e nessun altro inventai la nave, il cocchio marino dalle ali di lino… Se uno si ammalava non aveva alcun rimedio, né cibo, né unguento o pozione. Si consumavano così, senza farmaci, finché io non insegnai loro a miscelare medicamenti curativi per scacciare tutte le malattie».
Prometeo insegna poi agli uomini l’arte della divinazione, e la scoperta dei metalli nascosti nelle viscere della terra (Eschilo, Prometeo incatenato, 447-506). Nelle sue parole, nel suo modo di concepire il ruolo delle tecniche, il programma di Prometeo sembra così giunto a compimento: egli ha concesso agli uomini tutta la potenza necessaria a misurarsi con gli dèi. Padrone delle tecniche e dei grandi saperi del numero, della scrittura, degli astri: questa è dunque l’immagine dell’«uomo prometeico» visto con gli occhi del suo creatore.

Più inquietante è lo sguardo «umano», in qualche misura esterno, sullo stesso «uomo prometeico», quale ci viene proposto dal Coro della tragedia Antigone di Sofocle. Una sorta di sforzo di autoconsapevolezza, dunque: che cosa siamo diventati? (qui l’uomo appare ormai autodidatta, benché non sia lontana la lezione di Prometeo).
L’uomo si avverte come «terribile», anzi come la cosa più terribile (deinos: l’aggettivo vale però anche «abile», potente). Infatti è capace di attraversare il mare, di lavorare la terra, di catturare gli animali selvatici e di addomesticare quelli da lavoro. «Capisce, inventa, ha sulle arti dominio oltre l’attesa»: lo sguardo di Prometeo non si sarebbe spinto oltre questa temibile immagine dell’uomo tecnologico. Quello «umano» del coro sofocleo invece ne coglie una linea di frattura, segno di un’incertezza o un cedimento possibili.
Aggiunge infatti: «Ora al bene, ora al male serpeggiando volge. Se del Paese le leggi applica e la giustizia degli dei… in alto sarà nella patria» (Sofocle, Antigone, 331-371). Bene, male, leggi, giustizia: si profila qui una dimensione del tutto estranea all’uomo prometeico, che il vecchio Titano non aveva certamente attrezzato a fronteggiarla.
Una chiara traduzione in termini concettuali di tutto questo è nel cosiddetto «mito di Protagora», che il sofista racconta nel dialogo di Platone a lui intitolato, e che molto probabilmente si ispira a tesi dello stesso sofista. Lo scenario è un poco cambiato rispetto a quello che ci è familiare: Prometeo non è ancora sul Caucaso e resta amico degli uomini, verso i quali del resto lo stesso Zeus ora si dimostra benevolo. Non sono però cambiati i ruoli principali.
Si tratta di distribuire le dotazioni necessarie alla sopravvivenza fra i diversi animali. Lo sbadato Epimeteo, fratello di Prometeo, assegna a ogni animale mezzi di offesa e di difesa, dimenticando però l’uomo, che rimane così nuda vittima delle fiere. Prometeo decide allora di intervenire a difesa del genere umano, e lo fa come gli è consueto: «Ruba a Efesto e Atena la loro sapienza tecnica insieme col fuoco… e la dona all’uomo. In tal modo, l’uomo ebbe la sapienza tecnica necessaria per la vita, ma non ebbe la sapienza politica, perché questa si trovava presso Zeus». Ma è qui che i doni di Prometeo rivelano tutta la loro insufficienza, che già era emersa in Sofocle — e la manifestano anche in termini di pura potenza. Per far fronte alle fiere, gli uomini cercano di riunirsi fondando città; «ma, allorché si raccoglievano insieme, si recavano ingiustizia a vicenda, perché non possedevano l’arte politica, sicché, disperdendosi, nuovamente perivano» (Platone, Protagora, 321d-322b).
Per evitare la strage, Zeus interviene ordinando a Ermes di distribuire a tutti gli uomini le doti del rispetto reciproco e della giustizia (aidos e dike), «principi ordinatori di città e vincoli produttori di amicizia» (Platone, Protagora, 322c).
L’uomo prometeico, forte solo del controllo delle tecniche, non può vivere in una comunità politica: per questo, occorrono inoltre la condivisione di un orizzonte di valori etico-politici, la giustizia, la legge, l’educazione collettiva. Propriamente parlando, non può neppure combattere, perché «l’arte della guerra è parte di quella politica» (Platone, Protagora, 522b), che egli non possiede, perché essa è inaccessibile a Prometeo. Si è spesso interpretato il mito di Protagora come risposta alle antropologie tecniciste dell’homo oeconomicus alla maniera di Democrito, dalle quali sembrava risultare che la collaborazione fra le diverse competenze tecniche fosse in grado di formare e guidare la città.
Senza dubbio, il mito si oppone inoltre alla pressione crescente di un ceto di technitai che si candidano a governare la città, tendendo a marginalizzare la dimensione politica e i suoi specialisti come i sofisti. Non c’è polis, invece, senza un sistema di norme di giustizia condivise, senza le istanze decisionali proprie della politica, infine senza un’educazione pubblica intesa a consolidare i vincoli comunitari.

Ma torniamo nel Caucaso, dal vecchio Titano, certo inconsapevole dei limiti etico-politici dei doni tecnologici che aveva elargito al genere umano: l’impotenza della forza senza politica, l’incapacità di integrare efficacia e moralità. La sua pena non sarebbe durata indefinitamente (a differenza di quella femminile comminata agli uomini). Prometeo era infatti depositario di un formidabile segreto, da cui dipendeva la sopravvivenza stessa del regno di Zeus — che si vide costretto a liberarlo, nel timore che il Titano lo rivelasse a orecchie ostili, e al contrario nella speranza di venirne a conoscenza.
Noi non possiamo conoscere il segreto di Prometeo, sul quale sono fiorite molte ipotesi. A me piacerebbe pensare che il vero, devastante, segreto di Prometeo fosse quello rivelato da Socrate — il Socrate di Aristofane, beninteso, non quello benpensante di Senofonte e di Platone — nella commedia Le nuvole:
«Strepsiade: ma per voi, in nome della Terra, Zeus olimpio non è dio?
Socrate: quale Zeus? Non dire sciocchezze. Zeus non esiste».
Certo, il «segreto» più efficace per por fine al potere di Zeus.

Mario Vegetti, la Lettura #329, pagg. 26-27

Clarice

È da questo irripetibile crogiolo di energie interiori che viene fuori, pubblicata nel 1964, quella straordinaria resa dei conti, quell’implacabile e ardente confessione, quella visione suprema che è La passione secondo G.H. Come definire questo libro che da molti è considerato il capolavoro di Clarice Lispector? Un lungo racconto, un monologo tragico, un trattato filosofico, il resoconto di un’esperienza mistica destinata a conseguenze profonde e irreversibili? Forse, la definizione più adeguata potrebbe essere quella di confessione estatica, così come fu elaborata da Martin Buber in una sua celebre antologia, pubblicata la prima volta nel 1909. Buber spiega alla perfezione come il carattere estatico si dibatta fatalmente nella più insidiosa delle contraddizioni: da una parte, egli «non può dire l’indicibile», ma dall’altra parla, «non può fare a meno di parlare perché la parola arde dentro di lui». Perché è proprio l’estasi che, morendo nel tempo umano, «ha gettato nell’uomo la parola». E dunque la volontà di dire dell’estatico «non è solo impotenza e balbettio: è anche forza, è anche melodia. L’estatico vuole creare una memoria per l’estasi che non lascia traccia: vuole salvare, nel tempo, ciò che non ha tempo».

https://www.doppiozero.com/materiali/sola-come-clarice-lispector

Parlare di sé

Ci sono vari modi di parlare di sé. Il già citato Chateaubriand, per esempio, aveva il vizio di elogiarsi quasi a ogni riga. Era sempre in posa, pronto per il monumento equestre. Da qui quello stile ampolloso e oracolare. È come se dicesse: guardatemi, sono un fuoriclasse e sto per consegnarvi verità assolute che solo io posso cogliere perché sono un genio. Questo modo di promuoversi ha avuto una fortuna postuma non meno impressionante di quella di Montaigne. Quando leggi Barrès, d’Annunzio o ti imbatti in vecchie interviste di Carmelo Bene, avverti lo stesso orgoglio, la medesima tracotanza di Chateaubriand. Un egotismo spavaldo, a tratti paranoico e risentito.
La modalità di Montaigne è diametralmente opposta. Lui non fa che denigrarsi; si presenta sotto i panni dell’uomo qualunque, del mediocre, fa sfoggio di sobrietà e understatement. Sembra provare gusto nel sabotarsi, e con un’insistenza che scantona nella civetteria. In fondo l’autodenigrazione è un modo come un altro di celebrarsi.
In uno dei suoi primi saggi intitolato Sui bugiardi, mette subito le carte in tavola. In un’epoca come la sua, il tardo Rinascimento, in cui i dotti sono tali proprio per la loro straordinaria cultura nutrita da un’altrettanto strabiliante memoria, lui confessa di essere il re degli smemorati. Questo diventerà uno dei motivi ricorrenti dei Saggi. Non per caso parlavo di civetteria. Che un uomo così colto passi la vita ad accusarsi di essere ignorante, di non essere in grado di trattenere alcuna nozione, di scordare tutto, può apparire stucchevole. Ma bisogna considerare che il vezzo è parte di una calibrata strategia retorica. Da un lato Montaigne, seduttore impenitente, vuole mettersi alla stessa altezza del lettore, dall’altra evita ogni pedanteria, per cui ha un autentica avversione. In tal modo illustra come talvolta nella vita un difetto possa tramutarsi in vantaggio, se non addirittura in un pregio. In fondo, ci spiega, è stata la sua memoria fallace a liberarlo dall’ambizione e dal risentimento. A fare di lui un oratore succinto. Poi si sbriga a farci notare come solo i bugiardi e gli ipocriti abbiano bisogno di una buona memoria; la gente onesta, chi si contenta della verità, può farne a meno.
Ecco come Montaigne parla di sé: per scorci, approssimazioni, retromarce impreviste. Ti dice che per trarre davvero un insegnamento dai tuoi maestri, piuttosto che credere a ciò che dicono o attenerti ai loro ammaestramenti, è più utile valutare come si comportano. Il tono di Montaigne è interlocutorio, l’autocommiserazione cede il passo a un’elegante rassegnazione. Il giudizio è sospeso. Non a caso Sainte-Beuve lo ha definito «il germe di tante opere future in cui l’io sarà il solo protagonista».

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 4

Scrivo dunque sono

La paura di dire «io» è talmente radicata nella coscienza di chi scrive che, pur di evitarlo, i saggisti accademici sono soliti rifugiarsi in formule prudenti e impersonali. Io stesso, agli studenti che mi chiedono la tesi, raccomando l’uso di espressioni guardinghe («Occorre dire», «noi riteniamo»), ben sapendo che la prima persona plurale è un’ipocrisia, una prova di conformismo, mancanza di carattere. «Noi riteniamo» è come dire «io ritengo, ma siccome mi vergogno di ritenerlo faccio finta che lo riteniamo un po’ tutti». Così l’accademico tiene vivo il sogno che i suoi saggi abbiano un crisma di oggettività e di scientificità.
Una vera stranezza se si pensa che il termine «saggio» lo dobbiamo all’uomo che come diceva Zweig «ha descritto se stesso per tutta la sua vita con tanta accuratezza, piacere e precisione». Sto parlando di Montaigne naturalmente. Per capire la rivoluzione apportata dai suoi Saggi mi piace affidarmi a una bella formula di Giacomo Debenedetti: «Un libro che vorrebbe o fa finta di presentarsi privato, ed è subito pubblico». Montaigne ti parla di sé, della sua infanzia, dell’educazione ricevuta dal padre, dell’amico del cuore venuto meno troppo presto, di un incontro con i cannibali e un’incidente a cavallo quasi mortale, e tu senti che tali quisquilie, sebbene avvenute quasi mezzo millennio fa a uno sfaccendato gentiluomo di campagna, ti riguardano. Leggendolo ti illudi che scrivere di sé non sia così difficile. In fondo, ti dici, per avere l’attenzione del lettore basta poco: racconti i cavoli tuoi, tuo padre, tuo fratello, quella sciata che per poco non ci rimettevi l’osso del collo. Trai qualche amara conclusione sulla vita, la corredi di citazioni dotte, ed è fatta… Magari fosse così facile. Scrivere di sé è un’arte, e tutti quelli che ci hanno provato hanno dovuto se non altro tenere conto di Montaigne e del suo inimitabile esempio. E talvolta lo hanno fatto senza sapere che era lui a ispirarli.

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 2

Garboli, Morselli

— Ha in mente un dattiloscritto che fu particolarmente discusso?

«Questa domanda viene a proposito dei rimuginii di Sereni. Il dattiloscritto che seminò l’angoscia fu Il comunista di Morselli. Ricordo che alla Mondadori c’era una lettrice di straordinaria intelligenza che godeva dell’ammirazione di Giacomo Debenedetti. Lavorava in una piccola stanzetta, in un cunicolo della sede milanese della casa editrice, in via Bianca di Savoia. Stava in una sorta di abitacolo, con una piccola finestrella da dove non veniva luce, con un golfetto grigio, una macchina da scrivere. Il suo rapporto con Sereni era impraticabile. Credo fosse stato inizialmente di grande simpatia, ma si era tramutato in una relazione di puro sadomasochismo! Questa consulente lesse Il comunista di Morselli e ne diede un giudizio assolutamente negativo, molto intelligente, condotto con un nerbo argomentativo di primissimo ordine. Poi il romanzo arrivò anche a me, io lo lessi e ne scrissi un giudizio in cui dichiaravo che capivo benissimo le ragioni addotte dalla prima lettrice, ma che non potevo condividerle. Secondo me bisognava dare del credito, anche se era un romanzo lungo, grigio, piuttosto plumbeo, uniforme, senza nessuna macchina narrativa, attraversato da una tristezza quasi siloniana. Nonostante questo, il romanzo aveva diritto ad apparire. Questa era la mia conclusione. Però dichiaravo anche: “È molto difficile superare il no di questa lettrice, non tanto per la sua drasticità, quanto per l’intelligenza con la quale articola il rifiuto”. Vi fu l’intervento di un terzo lettore, Niccolò Gallo. Cominciò un rosario inesauribile di telefonate e di riflessioni fino alla decisione, travagliatissima, di Sereni. Per il no. Da lì il dibattito continuò, perché la collaboratrice di Sereni esigeva maggiore intransigenza, compromessi minori, rimproverando di fare degli editing che portavano alla pubblicazione scrittori che non erano tali. Il talento o c’era o non c’era. Io cercai di mediare tra questa posizione un po’ troppo drastica e quella più compromissoria. Passammo l’estate del ’66 a discutere di queste cose, mentre io feci l’editing di un romanzo interminabile di Beniamino Ioppolo. S’intitolava La doppia storia, ed era di una lunghezza impressionante. L’enorme marchingegno della casa editrice aveva delle esigenze che purtroppo non erano solo letterarie, ma anche sociali, di mercato… Il ricordo più bello che ho di quella stagione mondadoriana è la mia lunga collaborazione con Eduardo De Filippo per il suo epistolario, che però non vide mai la luce».

da un’intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

Garboli, Sereni

— Vigeva ancora il modello dei “Gettoni” di Vittorini?

«No, perché i “Gettoni” di Vittorini trescavano con il neorealismo, e quella storia ormai era passata. Anzi, era una prospettiva letteraria da rigettare. Alberto Mondadori e Sereni avevano il problema di costruire una collana di narratori giovani che tenesse conto delle esigenze che si erano manifestate nei primi anni Sessanta: la necessità di rompere con la tradizione del tipico narratore mondadoriano, come Piovene, Buzzati, Alba De Cespedes, scrittori collaudati i cui romanzi, tuttavia, ormai erano vecchiotti e loro mostravano la corda. Si rivolsero in un primo tempo a Gallo e poi a me. Gallo portò scrittori come Silvio D’Arzo, Anna Banti, Mario Soldati. Ma non bastava. In realtà molti nuovi narratori erano attirati dalle sirene Einaudi e Garzanti. Come Cassola, Bassani, Fenoglio, Pasolini, Parise. Allora pensarono a una collana dirompente che desse spazio a quei quarantenni che non ne potevano più, e sentivano il bisogno di infrangere lo statuto pesante, l’autorità di quei narratori che chiudevano tutti i varchi. Per questo mi chiamarono. Ma, intendiamoci, alla Mondadori regnava l’ambiguità e un certo compromesso».

— È comprensibile, anche perché le ragioni di una certa letteratura sperimentale non si sposavano esattamente con le ragioni del mercato…

«C’era ancora Arnoldo che della “Nuova collezione di letteratura” se ne fregava. In quel caso, invece, si ritrovavano d’accordo Sereni e Alberto. Ma ricomparivano gli scrupoli di Sereni che si aggiungevano ai tormenti per le scelte dei poeti. Lo era lui stesso. Era una persona molto fragile, era sospettoso, impaurito, timoroso. Ricordo che parlava sempre per perifrasi: “Perché sai, la nota faccenda…”, “Ma quale nota faccenda?”, oppure: “Il Tale, che tu hai ben capito…”, e io: “Ma di chi stai parlando?”».

da un’intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

Auden su Tolkien

«Nelle circostanze critiche che caratterizzano le trame eroiche, le reazioni contemplate non sono molte (combattere o fuggire, essere leali o tradire), e le sfumature caratteriali non sono possibili né importanti. I personaggi devono rappresentare gli archetipi letterari fondamentali: il Saggio, il Forte, lo Spensierato, il Cauto, la Dama Bianca, il Signore Oscuro. Tolkien riesce intelligentemente a dare ad ogni archetipo una profondità e una solidità fuori dal comune, e racconta per ognuno di loro una storia che è rappresentativa del clan a cui appartiene. Il passato di Aragorn, ad esempio, parla non solo di lui ma di tutti i Raminghi. Soltanto un personaggio non gli è riuscito, ma forse si tratta di antipatia personale. Sam Gamgee, lo scudiero fidato, è senz’altro un personaggio rispettabile e suppongo dovremmo apprezzarlo, però a me fa solo venir voglia di prenderlo a calci.
Probabilmente la più grande impresa di Tolkien è esser riuscito a scrivere un romanzo epico che sembra del tutto pertinente alla realtà dell’epoca in cui viviamo. Quando leggiamo storie medievali del medesimo genere, per quanto piacevoli le possiamo trovare, siamo talvolta tentati di domandare al Cavaliere Errante: la tua missione è così importante? Persino nella ricerca del Sacro Graal, il successo o il fallimento sono rilevanti soltanto per quelli che la intraprendono. È difficile scrollarsi di dosso il sospetto che, nel caso dei suddetti Cavalieri, la loro ‘vocazione’ sia un termine altisonante che designa il passatempo a cui i più ricchi possono giocare mentre il duro lavoro è svolto dai ‘villani’. Ne La Compagnia dell’Anello, al contrario, il destino dell’anello segnerà l’esistenza di popoli interi, che magari nemmeno l’hanno mai sentito nominare. Inoltre, come accade nella Bibbia e in altre fiabe, l’eroe non è un Cavaliere, a cui il lignaggio e l’educazione abbiano donato una aretè fuori dal comune, ma un hobbit non diverso da tutti gli altri».

www.pangea.news/auden-recensione-tolkien-signore-anelli/

Ogni cosa al suo posto

Oliver Sacks all’Oxford’s Botanic Garden fotografato da Charles Drazin, 1951

Come scrittore, trovo che i giardini siano essenziali per il processo creativo; come medico, ogni volta che è possibile, porto i miei pazienti in un giardino. Tutti abbiamo avuto l’esperienza di vagabondare in un giardino rigoglioso o in un deserto senza tempo, di camminare lungo le sponde di un fiume o di un oceano, o di arrampicarci su una montagna, e di trovarci al tempo stesso rasserenati e rinvigoriti, mentalmente coinvolti, rigenerati nel corpo e nello spirito. L’importanza di questi stati fisiologici per la salute dell’individuo e della comunità è fondamentale e di vasta portata; in quarant’anni di esercizio della medicina, ho riscontrato che solo due tipi di «terapia» non farmacologica sono di vitale importanza per i pazienti con neuropatologie croniche: la musica e i giardini.

Oliver Sacks, Ogni cosa al suo posto, Traduzione di Isabella C. Blum, Adelphi, Milano 2019

Venezia

Venezia per molti aspetti somiglia a San Pietroburgo, la mia città natale. Ma più di tutto è un posto così bello che puoi viverci anche senza essere innamorato. È una città la cui bellezza ti fa subito capire che qualsiasi cosa riuscirai a escogitare o a produrre nella tua vita – in particolare a livello di pura esistenza – non sarà mai altrettanto bella. Venezia è inarrivabile. Se mi fosse concesso di reincarnarmi sotto un’altra forma, sceglierei di essere un gatto a Venezia, o qualsiasi altra cosa, purché sia a Venezia. Persino un ratto andrebbe bene. Questa idea fissa di andare a Venezia a tutti i costi, l’avevo già maturata intorno al 1970. Il mio progetto era di trasferirmi lì e di prendere in affitto un appartamento al piano terreno di un palazzo, uno qualsiasi, purché affacciato su un canale, e sedermi lì a scrivere, gettando i mozziconi dalla finestra per sentirli sfrigolare a contatto con l’acqua. Una volta finiti i soldi, sarei andato a comprare un revolver e mi sarei fatto saltare le cervella.

https://www.adelphi.it/libro/9788845930218

Genji

«In fondo, il Genji Monogatari, scritto nell’anno Mille o giù di lì, ha una conformazione sorprendentemente vicina ad un concetto di “romanzo” in senso moderno: la centralità della dimensione privata, la presenza di personaggi ben definiti che riescono a non cedere allo stereotipo, il ruolo dell’eros, la presenza di una realtà interiore accanto a quella esterna dell’ambiente in cui si svolgono le vicende narrate. Tutto questo inserito in una cornice linguistica di espedienti retorici non troppo lontani da quelli che hanno dato forma alla prosa più celebrata del “nostro” Novecento: periodi lunghissimi, costellati di incisi, nessuna soluzione di continuità fra l’intervento “arbitrario” della voce narrante e le riflessioni dei protagonisti o – al limite – un finale “aperto” che non offre soluzioni ma lascia spazio a tutte le ipotesi».

www.pangea.news/maria-teresa-orsi-intervista-genji/