I libri faranno una brutta fine

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Questo lo scriveva Andrea Inglese due anni fa.

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

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http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

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L’eptalogo di Spinazzola

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Nella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net – Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo, si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato “Leggere e saper leggere”, Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette regole auree per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell’industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro, visto ancora nella tradizionale struttura di distribuzione cartacea.

1. Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.
2. In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.
3. Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.
4. Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.
5. Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.
6. Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.
7. Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.

Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Net (Il Saggiatore), Milano 2005

I libri si vendono poco

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Ecco: sarebbe facilissimo scrivere l’articolo che state leggendo. Mi basterebbe prendere l’articolo che ho scritto l’anno scorso o due anni fa nella stessa occasione, aggiornare qualche percentuale al ribasso e ripetere con sconforto le osservazioni che mi sorgevano dal cuore allora. Scrivevo che mi sembrava assurdo che il capo dell’organismo dedito alle politiche sulla lettura in Italia non sapesse fare altro che descrivere la rovina con attonita sufficienza. Scrivevo che mi sembrava di assistere alla sanzione di una debacle senza che nessuno se ne prendesse almeno una parte di responsabilità: nel 2010, al momento del suo insediamento al Cepell, Ferrari aveva promesso di conquistare in cinque anni un 8% di nuovi lettori, ne ha persi più del 10%. Scrivevo che l’unico modo per invertire la tendenza catastrofica era pensare un piano di alfabetizzazione culturale coordinato con la scuola e l’università, e non iniziative rivolte essenzialmente al mercato come le promozioni e le feste del libro. Scrivevo che la Nielsen fa ricerche di mercato e censisce soprattutto quello che la gente compra, non quello che la gente fa: ossia non ci dicono molto sulla lettura che non riguardi l’acquisto di libri o di e-book, non ci parlano per esempio le abitudini della lettura on-line. Scrivevo che Gian Arturo Ferrari se ne doveva andare, per manifesta incapacità a gestire questo ruolo.
E invece Gian Arturo Ferrari è ancora lì, da ultimo giapponese, anche quest’anno ha speso una parte dei fondi del Cepell per fare questa ricerca Nielsen – l’unica sua idea degna di nota della sua direzione – di cui noi non conosciamo i criteri d’indagine, ma che gli ha confermato che il cielo, anche in lontananza, è foschissimo.
Che aggiungere, quindi? Nulla; mi piacerebbe solo, se posso, invece di rimuginare tra me e me sui tempi bui che verranno, rivendicare un paio di piccole cose. La prima è che Ferrari per esempio ieri ha ammesso che sì le promozioni, i maggi dei libri, le feste, le iniziative commerciali o pseudotali, non servono a molto. Ok, grazie: tre anni fa, quando sostenevo questa posizione in un dibattito pubblico a Radio Tre, GAF mi urlò contro. Seconda cosa: da almeno una decina d’anni, da quando con vari scrittori, editori ci siamo resi conto che la crisi economica stava investendo in modo calamitoso il settore culturale e editoriale, abbiamo pensato di rimboccarci le maniche e svolgere un ruolo di supplenza a una politica inane.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/i-libri-vendono-poco-si-e-capito-ma-forse-qualcuno-potrebbe-prendersi-qualche-responsabilita

 

Tutti autori

wired

6) Il mercato del self publishing esploderà – Sta già avvenendo. In Islanda il 10% della popolazione ha scritto un romanzo; in Italia, se è vero che siamo tutti ct della nazionale, è anche vero che abbiamo tutti un romanzo nel cassetto. E ora, con Internet, possiamo inserirlo nella grande libreria digitale. Agli utenti l’ardua sentenza.

Leggi tutto: http://www.wired.it/play/libri/2014/03/12/autori-self-publishing-ebook-editoria-2020

 

I libri faranno una brutta fine

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Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

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La fine dei libri (3)

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Sarò molto sintetico. Tutte le affascinanti analisi su cui Luca Sofri basa la sua sentenza sulla Fine dei libri (già cautamente ridimensionato dalle osservazioni di Massimo Mantellini) hanno un grosso difetto: non contengono un numero che sia uno. Vizio (questo della non-documentazione) un po’ troppo diffuso a cui sarebbe bene non indulgere, almeno quando ci si avventura su profezie quantificabili e misurabili, come la fine o no di un prodotto.

Non contenendo un numero che sia uno, posso con tutta tranquillità affermare che quel che dice Sofri non è vero, è già stato smentito dai fatti sul mercato USA, sta già succedendo in quello UK, succederà progressivamente sugli altri mercati che stanno seguendo a ruota. Ecco come funziona: il mercato del libro di carta (come già a suo tempo quello dei giornali e delle riviste, e quindi, rectius, il mercato della carta stampata) non è più sostenibile, e declina progressivamente.

Leggi tutto: http://antoniotombolini.simplicissimus.it/2014/01/caro-sofri-il-libro-e-alla-fine-ma-manco-per-idea

 

La fine dei libri (2)

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Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro. Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto. Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro“è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della letteratura contemporanea.)

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano.

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La fine dei libri

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Le vendite dei libri sono in grande crisi, in Occidente e in Italia. Tutti i maggiori editori italiani hanno perdite più o meno cospicue e grafici in discesa: una cappa di desolazione rassegnata incombe su ogni loro riunione o incontro occasionale. Il dato insomma c’è: ma la questione è culturale, non commerciale. E sono due questioni, dicevo.
Una è che leggiamo meno libri, per due grandi fattori legati entrambi a internet. Il primo è che la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, alla concentrazione su una lettura e un’occupazione sola, al regalare un tempo quieto a occupazioni come queste. È una considerazione ormai condivisa e assodata: la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga.
Il secondo fattore è che gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri stanno venendo occupati in gran parte da altro, e subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online, e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque. Quelli che leggevano libri sui tram o nelle sale d’aspetto o sui treni oggi stanno sui loro smartphone, e non a leggere ebooks. Ormai stanno sui loro smartphone anche prima di addormentarsi, molti. Tutto quel tempo, non è più a disposizione delle lentezze dei libri: è preso.

La seconda questione centrale nella crisi dell’oggetto libro è che è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea, che invece sempre più trova luoghi di dibattito, espressione, sintesi, su internet e in formati più brevi. Che non sono necessariamente più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea (vediamo anche di dire che il libro ha spesso costretto, “per scrivere un libro”, a stirare in lunghezze ridondanti buone riflessioni da cinquanta pagine, se non dieci): ma qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.

Leggi tutto: http://www.wittgenstein.it/2014/01/08/la-fine-dei-libri

Timori e iettature

Detto questo, vi siete accorti che 22/11/63 non è praticamente entrato nella classifica dei dieci libri più venduti? E che, nelle parti alte delle classifiche, è rimasto pochissimo?
Questo, nonostante si tratti del romanzo di King fra i più celebrati dalla critica statunitense, e decisamente fra i più belli che abbia scritto. Questione di promozione? Anche. Di certo, Sperling&Kupfer sembra essersi mossa molto più per Damned di Claudia Palumbo che per il suo storico cavallo di battaglia. Questione di costi? Avviene quel che si era previsto, ovvero che è il prezzo di copertina a determinare il successo di un libro e non il contenuto? Damned costa 15,90 euro. 22/11/63 ne costa 23,90. Otto in più. Certo, può fare la differenza.

wuming1 Dice:
febbraio 28, 2012 alle 12:47 pm |
A occhio e croce, comunque, da novembre a oggi 22/11/’63 dovrebbe aver venduto come minimo sessantamila copie. Sono quindicimila al mese. Non sono gli sfracelli del King anni ’80, è vero, ma di questi tempi, e considerato il prezzo, non è poco.
(Ricavo i dati molto empiricamente, in base a un ipotetico “coefficiente Anobii” per Kingi, che potrebbe essere tra 1 : 40 e 1 : 50, vedi qui)
A quanto ne so, la flessione c’è stata eccome, ma fino a “Duma Key”. Già con “The Dome” c’è stata una ripresa e gli ultimi titoli hanno venduto meglio di quelli dell’immediato periodo post-incidente. Fermo restando che, tra quei libri, per me c’è almeno un capolavoro, cioè “Lisey’s Story”.
Mi sento di spezzare una lancia a favore di Sperling & Kupfer: il tentativo di far uscire King dal “ghetto” horrorifico (absit iniuria, s’intende!) c’è stato, almeno con gli ultimi due titoli. L’idea stessa dello “scrittore tradotto dallo scrittore”, con conseguente menzione in copertina, scelta che ha suscitato molte polemiche in una parte dello “zoccolo duro”, faceva parte di questo tentativo.
Tentativo che a questo punto verrà quantomeno ripensato, dato che io ho rinunciato a tradurre SK, per i motivi spiegati qui:
http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7144.

wuming1 Dice:
febbraio 28, 2012 alle 6:04 pm |
[…] “Mi risulta che il libro stia andando bene in tutti i paesi.”

da: http://laramanni.wordpress.com/2012/02/28/se-king-non-entra-in-classifica


Commentando quanto sopra, non possiamo non fare la seguente considerazione.
Poiché per Stephen King una vendita stimata di sessantamila copie in quattro/cinque mesi non è affatto lusinghiera (per molti sarebbe un vero flop), e poiché “risulta che il libro stia andando bene in tutti i paesi”, si è diffusa l’opinione che per l’edizione italiana il problema stia altrove.
Ovvero: quando i prossimi libri di Stephen King abbandoneranno la formula dello “scrittore tradotto dallo scrittore” — che qualcuno mormora porti iella — e non ci sarà più la pretenziosa menzione in copertina di un semi-sconosciuto, e quindi ognuno sarà tornato a fare il suo mestiere, allora i lettori riprenderanno coraggio e le copie torneranno a vendersi a centinaia di migliaia, com’è sempre stato. Ovviamente, per la gioia dell’editore e dei librai. E dei lettori.

A parte le osservazioni fatte a suo tempo in altra sede, l’argomento generale viene confortato da quanto si legge qui:

«Come ben saprà, i libri non si traducono da soli e la traduzione, che per il traduttore significa spesso molti mesi di impegno onnicomprensivo – intellettuale, spirituale, psicologico e anche fisico –, determina il successo (e, purtroppo, qualche volta anche l’insuccesso) di un autore e di un’opera nella lingua di arrivo.»

Si legga anche qui: http://gaialodovica.wordpress.com/2012/02/10/a-gentile-richiesta-caro-baricco

Feedback

Michele Mari

 

Le questioni sono anzi due: se ci sia una specie di feedback sull’attività dell’autore, e se questo effetto sia da valutare positivamente o negativamente. Alla prima domanda rispondo senz’altro di si, perché consciamente o inconsciamente gli scrittori tendono ad andare verso quello che il pubblico si aspetta da loro. È un meccanismo fin troppo umano: quando ci si vede premiati, si tende ad investire di più in quella direzione per continuare a sentirsi riconosciuti. Quindi non è necessariamente una questione di calcolo o di interesse. Se a lezione mi accorgo che un certo tipo di battuta fa più ridere, che un tipo di metafora o di similitudine illumina gli studenti e un altro tipo no, in modo quasi pavloviano la volta dopo tornerò sulla battuta o sulla figura retorica che ho visto dare risultati migliori, secondo un meccanismo di selezione naturale interno all’identità del soggetto. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che esiste un aspetto completamente diverso: quello che riguarda un vero e proprio condizionamento dall’esterno. Se questo processo portasse a un’offerta molto variegata e diversificata, se cioè gli autori seguissero la loro vocazione e gli editori la sollecitassero, non ci sarebbe da allarmarsi. Purtroppo però molti autori, e pressoché tutti gli editors e tutti gli editori tendono a privilegiare il main stream. Oggi un editore, qualunque sia il tuo nome e il tuo prestigio, vuole da te un libro alla Ammanniti, anche se tu ti chiami Consolo o Pontiggia e si presupponga quindi che tu scriva in tutt’altro modo. Continua a leggere “Feedback”