Psyche-delic

«E, in questa sua indagine, ci porta in terre di confine in cui la scienza, e i suoi derivati tecno-farmaceutici, si trovano ad intersecare il misticismo e antichissime sapienze, rimandando, in modo più o meno consapevole, al rapporto tra l’ātman e il Brahman della tradizione hindu o al Noûs aristotelico e tutte le sue derivazioni averroistiche, secondo le quali vi sarebbe una mente unica, senza forma e senza soggetto, a cui le singole menti non farebbero che connettersi. È ancora a questa mente unica che Aldous Huxley si riferiva quando, parlando proprio delle sostanze psichedeliche, in Le porte della percezione, ipotizzava l’esistenza di un “Intelletto in Genere” più vasto di quello individuale. Si tratta, in fondo e di nuovo, tornando alle pagine di Pollan, della ricomparsa dell’antica necessità umana di oltrepassamento della sfera del quotidiano per accedere a una dimensione altra o, comunque, più vasta della realtà. Non solo della realtà esterna, che la fisica e la chimica contemporanee hanno già dilatato all’inverosimile, tanto verso l’infinitamente piccolo quanto in direzione dell’infinitamente grande, ma anche della realtà cosiddetta interiore, quella della mente e della coscienza. Gli psichedelici appaiono, oggi, alla scienza, come prima erano apparsi a molti sacerdoti e sciamani o, in tempi più recenti, a scrittori e visionari di un mondo alternativo, una possibile via d’accesso per questa espansione dei confini della mente. Gli psichedelici, non più come droghe ricreazionali, ma come potenti mezzi tecnici utili per dare avvio a nuove ricerche e scoperte, allo stesso modo in cui lo furono, per la chimica e la biologia, il microscopio e, per l’astronomia, il telescopio».

https://www.doppiozero.com/materiali/oltre-il-reale

la Lettura

Nel mio ventennale peregrinare in Rete ho visto e partecipato a tante discussioni, blog, diatribe concernenti il mondo della letteratura e dei libri, e a volte mi capitava di archiviare interventi, commenti, questioni sul tema che avevano qualche rilievo. Oggi, riaprendo il vecchio file, ho trovato queste semplici e lucide considerazioni — non mie — risalenti al 2007: come si vede, già allora s’identificava il nocciolo dei problemi, che sono rimasti totalmente irrisolti, se non peggiorati.


1. Le librerie indipendenti con librai e libraie informati, appassionati, competenti stanno ormai scomparendo a favore dei supermercati del libro, dove oltre alla mancanza di consigli, manca anche un’onesta e completa scelta tra la produzione libraria, che penalizza in particolare medi e piccoli editori.

2. Anche nelle biblioteche, oltre a una scelta ampia e completa, spesso è anche difficile trovare indicazioni e informazioni perché ai bibliotecari è praticamente impedito di leggere. Troppo oberati di impegni burocratici e di gestione e sempre gravati da sott’organico, non riescono certo, se non alla sera prima di addormentarsi, a leggere qualche pagina. Nelle biblioteche spagnole (alcune registrano un tesseramento del 70% della popolazione), sono distinti i vari ruoli e ci sono bibliotecari incaricati di leggere.

3. L’informazione dei giornali sui libri è fortemente non attendibile, spesso vittima di giochi di potere e favori reciproci tra operatori editoriali. E comunque molte recensioni non sono frutto, come sarebbe naturale, di una lettura.

4. A un livello superiore, parlando cioè di critica letteraria, non si trova molto di meglio. Totale indifferenza o parole altisonanti e illeggibili non aiutano a orientarsi nella narrativa contemporanea. Più che morta, come dicono molti, la critica letteraria italiana mi sembra in un eterno letargo.

5. Per i cosiddetti operatori poi un utile strumento potrebbe essere quello degli uffici stampa delle case editrici, che naturalmente devono vendere il loro prodotto, che spesso però non conoscono. Perché non leggono. Così anche le campagne stampa sono ingannevoli e tendono a rendere la diffusione dell’informazione libraria stereotipata.

6. La mancanza o la poca qualità della scelta, in particolare nelle biblioteche, è causata da improvvide scelte amministrative, che preferiscono spendere magari su un grande e unico evento che sull’acquisto dei libri. O che pongono come unico criterio di scelta del fornitore lo sconto praticato. In questo modo si offende l’intelligenza dei lettori o dei futuri lettori, facendo loro mancare la materia prima. Ma si sa, una biblioteca che funziona grazie a un buona e costante fornitura di libri e al lavoro e alla competenza di personale qualificato non è una vetrina sufficientemente eclatante per la campagna politica.

La lettura come surrogato

«Perfino la più grande mente non è sempre capace di pensare da sé. Perciò essa fa bene a utilizzare il tempo rimanente per la lettura, la quale, come già è stato detto, è un surrogato del pensare autonomo e fornisce materia allo spirito, lasciando che un altro pensi per noi, sebbene sempre in un modo che non è il nostro. Per questa ragione non bisogna leggere troppo, affinché lo spirito non si abitui al surrogato e non disimpari a pensare da sé, affinché, dunque, non si abitui ad andare per vie già battute, e affinché il seguire il cammino dei pensieri altrui non lo estranei dal proprio cammino. Meno che mai, per colpa della lettura, ci si deve sottrarre completamente alla vista del mondo reale; giacché lo stimolo e lo stato d’animo idonei al pensiero autonomo subentrano senza paragoni più spesso quando la mente contempla il mondo reale, che non già quando essa è presa dalla lettura. L’oggetto dell’intuizione, il reale, nella sua originarietà e forza è, infatti, l’oggetto naturale dello spirito pensante, e riesce più facilmente di tutto il resto a eccitarlo profondamente.»

Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena. Scritti filosofici minori (1851), prefazione di Giorgio Colli, Adelphi, Milano.

Oblomoviana IV

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Ogni tanto Il’jà Ivànovič prendeva anche in mano un libro, non importava quale. Egli non vedeva certo nella lettura un bisogno essenziale, ma la considerava come un lusso, come una di quelle cose di cui si può benissimo fare a meno; proprio come si può avere un quadro appeso a un muro ma si può anche non averlo, come si può andare a passeggio, ma si può anche non andare; per questo gli era del tutto indifferente quale fosse il libro, lo guardava come una cosa destinata a distrarre dalla noia e dall’ozio.
«È un pezzo che non leggo un libro», dice, oppure, cambiando la frase: «Be’, leggerò un libro», dice, o semplicemente gli cadono gli occhi sui pochi libri lasciatigli dal fratello e ne prende uno a caso, senza scegliere. Sia esso Golikov, il Nuovissimo libro dei sogni, la Rossjada di Cheraskov o le tragedie di Sumarokov o, infine, un giornale di tre anni prima, egli legge tutto con uguale piacere commentando di quando in quando:
Continua a leggere “Oblomoviana IV”

Oblomoviana III

Zachàr, il servitore di Oblomov, credo abbia i requisiti per essere un’icona. Granitico nella sua infingardaggine, col culo incollato alla stufa per tutto il tempo che può – considerato il clima della grande Russia – non può non ricordarci qualche persona conosciuta, o di cui si è sentito parlare.
Secondo quanto scrisse l’autore a un Tolstoj più giovane di lui di sedici anni, la prima parte dell’Oblomov era «scadente». Ma il romanzo, uscito in quattro fascicoli fra gennaio e aprile 1859, ebbe un bel successo. Lo stesso Tolstoj scrisse al critico Aleksandr Družinin: «un successo non fortuito, chiassoso, ma sano», destinato a durare ben oltre «il pubblico dei nostri giorni»; Tolstoj lo considerava un’opera «come non se n’erano viste da molto, molto tempo».

Zachàr aveva passato i cinquant’anni. Non era più il diretto discendente di quei Caleb* russi, servi, cavalieri senza macchia e senza paura, che spingevano la loro devozione ai signori fino al sacrificio di se stessi, che si distinguevano per avere tutte le virtù e nessun vizio. Egli era un cavaliere con macchia e con paura. Apparteneva a due epoche, e tutte e due avevano impresso il loro marchio su di lui. Dall’una era passata a lui, in eredità, la sconfinata devozione alla casa Oblomov, e dall’altra, la più tarda, la raffinatezza e la corruzione dei costumi. Continua a leggere “Oblomoviana III”

Oblomoviana II

Anche Gončarov, nel 1858, col libro ancora in bozze, metteva le mani avanti. Come scrisse al fratello: «Se qualcuno s’interessasse alla mia nuova opera, consiglialo di non leggere la prima parte: è stata scritta nel 1849 ed è fiacca, smorta: non è all’altezza delle altre due, scritte nel 1857 e nel ’58, ossia quest’anno. Nel 1849 non avevo chiaro in mente l’intero progetto del romanzo, e per giunta  non possedevo la maturità di oggi».

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Entrò un uomo sui quarant’anni, che apparteneva di certo a una razza solida: alto, largo di spalle e grosso in tutto il corpo, coi tratti del volto spiccati, una grossa testa, un collo forte e corto, occhi grandi e sporgenti e labbra turgide. Un rapido sguardo gettato su di lui suscitava subito l’idea di qualcosa di grossolano e di sciatto. Si vedeva che non andava a caccia di abiti eleganti. E non sempre lo si vedeva rasato. Ma di ciò evidentemente non gl’importava: il vestito non lo metteva in imbarazzo, egli lo portava anzi con una certa cinica dignità.
Era questi Michéj Andréevič Tarant’ev, compaesano di Oblomov.
Tarant’ev guardava tutto con occhio cupo, con un mezzo disprezzo, con una chiara avversione per ciò che lo circondava, pronto a prendersela con tutto e tutti sulla faccia della terra, come fosse offeso da chissà quale ingiustizia o non apprezzato per chissà quale suo merito; insomma, si comportava come un uomo forte perseguitato dal destino, che vi si sottometta malvolentieri ma con fierezza.
Aveva gesti ampi e decisi; parlava forte, animatamente e quasi sempre irritato; a sentirlo da una certa distanza, sembrava che tre carri vuoti passassero su un ponte. Non si lasciava intimidire da nessuno, aveva sempre la risposta pronta e in generale usava modi rozzi con tutti, non esclusi gli amici, come volesse far intendere che, se parlava con qualcuno, perfino se pranzava o cenava a casa sua, gli faceva un grande onore.
Tarant’ev era un tipo sveglio e furbo; nessuno meglio di lui sapeva valutare un qualsiasi problema della vita quotidiana o una intricata vicenda giuridica: egli costruiva subito una teoria sul come agire in questo o quel caso e con molta perspicacia ne dava la dimostrazione, ma quasi sempre concludeva insolentendo la persona che si era rivolta a lui per consiglio.
Intanto però era sempre scrivano di cancelleria, un’attività che svolgeva da venticinque anni e nella quale aveva fatto i capelli bianchi. Né a lui né a nessun altro era mai venuto in mente che potesse far carriera.
Il fatto è che Tarant’ev era maestro solo nel parlare; a parole, risolveva tutto in maniera semplice e chiara, soprattutto per quanto riguardava gli altri; ma non appena bisognava alzare un dito, muoversi dal proprio posto, insomma, mettere in atto la teoria enunciata e darle pratica attuazione, dimostrare abilità, rapidità… egli diventava tutt’altro uomo: allora non ce la faceva, d’improvviso tutto gli appariva troppo pesante, lo faceva star male; quando poi c’era un caso imbarazzante di cui non voleva occuparsi, se invece se ne occupava, apriti cielo. Un vero bambino: qui non bada a una cosa, là ignora qualche inezia, là ancora arriva in ritardo e finisce che pianta tutto a metà, o comincia dalla fine e guasta tutto in modo irreparabile, e per di più si mette a inveire.

Ivan Gončarov, Oblomov, I – 3

Oblomoviana I

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Anni fa, su invito di alcuni amici, cominciai a leggere Oblomov di Ivan Gončarov. Trovai subito questo capolavoro ottocentesco così bello, così completo, così attuale che non riuscii a concluderne la lettura. Perché l’effetto che mi fanno certi libri è questo: danno e promettono un tale piacere che è peccato consumarlo subito, così finisco per tenermeli accanto molto a lungo e gustarli pezzo per pezzo, lentamente, anche per anni.

Entrò un uomo di età indeterminata, dalla fisionomia indeterminata, in quel periodo in cui appunto è difficile indovinare gli anni; né bello né brutto, né alto né basso, né biondo né bruno. La natura non gli aveva dato nessun tratto deciso, rilevante, né in bene né in male. Molti lo chiamavano Ivàn Ivànovic, altri Ivàn Vasílevic, altri ancora Ivàn Michajlyc.
Anche il suo cognome veniva indicato in modo diverso: alcuni dicevano che era Ivanov, altri lo chiamavano Vasil’ev o Andreev, altri ancora credevano si chiamasse Alekseev. Un estraneo che lo avesse veduto per la prima volta e ne avesse sentito il cognome, avrebbe subito dimenticato il cognome e il viso, e anche quel ch’egli avesse detto. La sua presenza non dava nulla alla società, a quel modo che la sua assenza non le toglieva nulla. Il suo spirito non aveva né acutezza né originalità né altre particolarità, così come non aveva particolarità il suo corpo. Continua a leggere “Oblomoviana I”

I libri faranno una brutta fine

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Questo lo scriveva Andrea Inglese due anni fa.

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

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http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

Immaginazione e pragma

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Spesso è l’immaginazione che ci salva. La lettura appassionata e la visionarietà sono ciò che può darci forza. Me ne accorgo sempre più, perché quando le cose mancano si capisce la loro importanza. Quanto alla scrittura, per anni l’ho vista come un atto sacro, che per essere compiuto ha bisogno d’una ritualità: al punto che passava diverso tempo prima di riuscire a creare “materialmente” ciò che diventava un mondo abitato dal mio spirito e dai miei desideri. Immagino che il motivo fosse la sostanziale laboriosità del processo creativo, laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. Un processo creativo che richiama lo spirito artigianale, che spesso deve inquadrarsi in schemi codificati: dunque, la prima necessità è quella d’imbrigliare all’interno di strutture una fantasia altrimenti incontrollata. Ed è importante saper rinunciare, quando serve, agli impulsi creativi e ideologici, “abdicare” temporaneamente al proprio statuto — illusorio o reale — di artista creatore, per misurarsi in un’altra dimensione, che vede una pragmaticità d’idee, d’intenti, di visione, di metodologie, di sensibilità. Sappiamo che l’estro artistico — quando c’è — non può ridursi a un esercizio governato da pragmatiche regole operative.

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Mi piacerebbe avere abitudini di lettura classiche, rette da un’elevata capacità di concentrazione sui testi, come ho visto fare da una persona che ho amato moltissimo. Questo tipo di concentrazione, focalizzata e univoca, non la posseggo, perché non ne sono incline e non l’ho coltivata abbastanza. Non ho nemmeno avuto buoni maestri, o forse non ne ho avuti affatto. Un padre positivo, ad esempio, e retto, e avveduto, e sincero mi sarebbe stato di grande beneficio. Invece, buona parte della gioventù l’ho passata sulla strada rischiando inutilmente, buttando tempo e talenti, quasi ignorando il mondo vero. Poi, spinto dal pragmatismo della sopravvivenza, col tempo ho sviluppato una capacità di concentrazione focalizzata sui problemi, sui dati e sui ragionamenti, che ha seguito lo srotolarsi delle esperienze. Ora mi piacerebbe imparare a divorare i libri senza distrarmi e senza perdermi, standoci dentro a tempo indefinito, come fanno i veri lettori. Ma ancora tratto il testo in modo analitico, come un fenomeno da sezionare, da osservare e interpretare nella sua sostanza: e questo non sembra compatibile con l’idea che nella letteratura ci sia la salvezza. Però è troppo bello pensarlo, non sono ancora pronto per smettere di crederci. E intanto continuo a distrarmi, con la testa che vola dappertutto, basta il minimo stimolo.