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L’abitudine e l’esercizio riguardano anche il leggere. Esistono diversi tipi di attitudine o abilità di lettura, quando ad esempio si è abituati a concentrarsi sull’analisi di dati e problemi, in cui si decodificano le indicazioni fornite da un testo con poche occhiate, per lo più mirate e ficcanti su punti precisi, quello è un caso di deformazione professionale che tende a infiltrarsi anche nell’azione pura che è l’immersione in un testo. Che sia narrativo o saggistico, è il suo dipanarsi concettuale che si stende sulla pagina per righe e paragrafi, senza un vincolo tecnico di lunghezza o di espansione, a chiedere un minimo d’esercizio e di disposizione positiva. Dunque, esercitandosi si può imparare a concentrarsi anche sui libri, però bisogna esserne attratti, almeno un po’. Che poi non è fondamentale leggere tanto e tutto quello che si dice in giro: basta leggere abbastanza, quel che serve per goderne e per arricchirsi, per formarsi e completarsi, per forgiare un piacere selettivo e identificante, che ci faccia riconoscere innanzitutto a noi stessi, che dia una forma e una morfologia al percorso fisiologico del vivere, almeno dando l’illusione che ci possa condurre a una meta.

· 108

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Quando dico che sei un tesoro è perché lo sei davvero. Sei qualcosa di prezioso e speciale in tutto il tuo essere. Quando guardo quel bimbo della foto e vedo te ora, la purezza e la sensibilità nello sguardo è la stessa. E questo non ti deve rendere infelice, non deve portarti a pensare al tuo passato nei termini in cui ci pensi in questi giorni (e nei momenti bui). E sai perché? Ci ho pensato oggi: tu dici che se avessi giocato meglio le tue carte, se avessi fatto scelte diverse, incontrato persone migliori, la tua vita sarebbe stata diversa. Questo è vero. Ma non sappiamo diversa come. Anche facendo scelte ottime, avresti potuto lo stesso fare altri errori; ti sarebbero potute comunque capitare disgrazie o sofferenze. Prima o poi, ne siamo tutti colpiti. Quindi tu sei triste per la vita che hai avuto e che conosci. Ma nessuno può garantirti che se avessi fatto altre scelte a quest’ora avresti una vita migliore; forse sì; probabilmente sì; ma anche no. Tutto quello che abbiamo è quel che abbiamo vissuto e quel che dobbiamo ancora vivere. Non buttiamo via anche il nostro presente e il nostro futuro a causa del rimpianto per il passato. Razionalmente sai che è così, ma emotivamente non riesci ancora a calmare i pensieri negativi. Ci riuscirai, però, lo so. Devi solo volerti bene, e non te ne vuoi ancora abbastanza. Guarda nei miei occhi quanto sei degno di stare a questo mondo, senti nei miei baci e nella mia ammirazione tutto il valore della tua persona… io ci riuscirò a fartelo capire, prima o poi, che nessuno dei tuoi errori più gravi ha intaccato la tua anima e la tua Bellezza e che quest’anima e questa purezza puoi ancora spenderle e trarne tanto, tante soddisfazioni anche per te stesso. Hai incamerato tanto in tutti questi anni: e ora, dolcemente e con sempre maggiore entusiasmo, tireremo fuori tutto. Non guardarti con gli occhi della tua severità: guardati coi miei occhi che da subito, ancor prima di vederti, si sono fissati sulla tua Bellezza di persona; guardati con lo sguardo un po’ tenero e un po’ sornione di Alf, che è un orso, eppure con te si è aperto subito: questa è una cosa grandissima: tu non ti rendi conto di che bella impressione fai nelle persone sagge, quelle che hanno un minimo di sensibilità. Allora, fidati di noi, di queste persone sensibili che il destino (o Dio) ti ha fatto incontrare. Non guardarti solo con gli occhi delle persone poco sensibili con le quali sei cresciuto (per es. i tuoi amici di gioventù o alcuni parenti). Sei un uomo dolce, generoso, capace di trasmettere tanto affetto; sei intelligente, arguto e simpaticissimo; sei stupendo, e prima o poi lo capirai anche tu. Ricordati che non sei mai solo, anche quando ti senti solo e dannato. Il mio pensiero ti abbraccerà e sosterrà sempre!

· 106

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Oggi, mentre in garage scendevo dalla macchina, mi sono guardata intorno pensando a quanto avevo aspettato questa vacanza e a come ora è già finita… però non l’ho pensato con tristezza ma con felicità, perché anche se queste settimane sono volate (mi sembra siano passate velocissimamente…) sono state stupende, e davvero sono già scolpite dentro me, come ti ho scritto, non le dimenticherò mai. Ti amo così tanto. È stato indescrivibilmente bello camminare con te, vedere tante cose, fare a lungo l’amore, addormentarci e svegliarci insieme, con te che mi sorridevi dolcemente, e poi finalmente non essendo incalzati dal tempo abbiamo potuto parlare con calma e profondamente, di tutto: di noi, di me, di te, di letteratura, di qualunque cosa. È stato bellissimo gironzolare in libreria e uscire carichi di libri e dischi e bere il tè insieme e riposarci stremati su una panchina, sedere al ristorante elegante con una zuppiera d’insalata davanti mentre tu rischiavi di far cadere tutte le bottiglie presenti sul tavolo, e poi fare colazione mentre tu spalmavi il burro e io mi gustavo le torte presenti e poi ormai (ma questo già le altre volte) mi sento così a mio agio con te, non m’importa se mi vedi con la fascia in testa o se esco dal bagno o cose del genere, e poi tu sei stato meraviglioso con le tue carezze, le tue coccole, quando abbiamo fatto l’amore (compreso anche quando eravamo stanchi e mi accarezzavi soltanto) mi hai fatta impazzire di piacere. Stamattina all’inizio ero un po’ strana: ero ancora stanca per la fatica di ieri e perché la notte avevo dormito poco e poi ero un po’ malinconica perché ormai dovevamo tornare a casa e così mi sono rattristata fraintendendo le cose che dicevi… Quando mi hai detto che a volte ti senti smarrito e poi ti sei commosso, be’, sappi che non sei solo e non sei smarrito: hai solo bisogno di esprimere il te stesso più vero, di conoscerti e di farti conoscere e di prendere contatto con certe parti di te che ancora possono farti soffrire.

 

· 104

Georges Braque - Harbor

Dunque, ho letto i due libri di Fred Vargas, Parti in fretta e non tornare e L’uomo a rovescio. Non mi sono piaciuti molto, perché non apprezzo lo stile dell’autrice: sembra che mentre scrive si ripeta ogni due secondi quanto è brava, quanto è ironica e quanto è intellettuale. Infatti, è così brava e glaciale che non ti lascia niente (siamo agli antipodi di Woolrich, che scrive sgangherato, di corsa e con un sacco di imprecisioni, perché ha qualcosa di potente e vitale da dire e non gli interessa fare il professorino).
A parte il mio apprezzamento personale, non li consiglierei a un adolescente per questi motivi:
Stile: vale quello che ho detto prima, e se un adulto può apprezzare comunque certi ammiccamenti colti e la scrittura limpida, secondo me un ragazzo fa fatica e si annoia, non ha stimoli ad andare avanti. Trama: in entrambi i casi si parte con un’idea avvincente ma poi, a metà libro, l’idea crolla e si prosegue con ipotesi cervellotiche, poco realistiche e sviluppate in modo noioso (sempre pensando a un ragazzo/a). Il protagonista: di solito tutto crolla nella noia e nell’inerzia man mano che Adamsberg entra in scena. Pigro, compiaciuto e noioso, non sa mai niente, non fa mai niente, gli piove tutto dal cielo e, guarda caso, alla fine risolve tutto… così, senza pathos e senza un briciolo di tensione morale. Sembra il trionfo dell’indifferenza. L’autrice lo adora e non fa altro che lanciarsi in lunghe descrizioni pedanti su quanto sia acuto e saggio questo protagonista, che è un Nulla vivente. Senza sentimenti, senza tensioni, non crede in niente e non gli importa niente. Il contrario della pensosità, dell’istintualità e della “voglia di fare” adolescenziali; e non ci sono né dubbi esistenziali né un “glorioso” fallimento. Zero, insomma. Con un tocco di cinismo nella descrizione per es. del rapporto tra Adamsberg e Camille (l’amore è un freddo rapporto tra due persone che si fanno i fatti loro; solo un adulto disilluso può apprezzare una cosa del genere).
Dei due, secondo me, potrebbe piacere di più L’uomo a rovescio: c’è il tema del lupo mannaro, quello (avvincente e avventuroso, e anche poco realistico, dunque ancor più appassionante, sotto un certo aspetto) dell’inseguimento del “nemico” su un puzzolente carro bestiame; l’idea che se nessuno (in questo caso la polizia) ti crede, ma tu sei convinto di avere ragione, contro tutto e tutti parti all’inseguimento e sai che non mollerai mai. Poi, un punto di forza è la caratterizzazione dei personaggi secondari: il lettore li visualizza bene, si affeziona, parteggia e in certi casi ride molto (certe uscite del Guarda sono forti, con lui è come se nostro nonno si trovasse all’improvviso catapultato in un’avventura!). Quindi per tutta la prima parte L’uomo a rovescio è abbastanza avvincente (benché senza tensioni morali, senza noir!). Poi, però, crolla e diventa noioso. Ma potrebbe anche piacere, anche se non è un romanzo che riesca a conquistare qualcuno alla lettura, secondo me.

 

I libri si vendono poco

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Ecco: sarebbe facilissimo scrivere l’articolo che state leggendo. Mi basterebbe prendere l’articolo che ho scritto l’anno scorso o due anni fa nella stessa occasione, aggiornare qualche percentuale al ribasso e ripetere con sconforto le osservazioni che mi sorgevano dal cuore allora. Scrivevo che mi sembrava assurdo che il capo dell’organismo dedito alle politiche sulla lettura in Italia non sapesse fare altro che descrivere la rovina con attonita sufficienza. Scrivevo che mi sembrava di assistere alla sanzione di una debacle senza che nessuno se ne prendesse almeno una parte di responsabilità: nel 2010, al momento del suo insediamento al Cepell, Ferrari aveva promesso di conquistare in cinque anni un 8% di nuovi lettori, ne ha persi più del 10%. Scrivevo che l’unico modo per invertire la tendenza catastrofica era pensare un piano di alfabetizzazione culturale coordinato con la scuola e l’università, e non iniziative rivolte essenzialmente al mercato come le promozioni e le feste del libro. Scrivevo che la Nielsen fa ricerche di mercato e censisce soprattutto quello che la gente compra, non quello che la gente fa: ossia non ci dicono molto sulla lettura che non riguardi l’acquisto di libri o di e-book, non ci parlano per esempio le abitudini della lettura on-line. Scrivevo che Gian Arturo Ferrari se ne doveva andare, per manifesta incapacità a gestire questo ruolo.
E invece Gian Arturo Ferrari è ancora lì, da ultimo giapponese, anche quest’anno ha speso una parte dei fondi del Cepell per fare questa ricerca Nielsen – l’unica sua idea degna di nota della sua direzione – di cui noi non conosciamo i criteri d’indagine, ma che gli ha confermato che il cielo, anche in lontananza, è foschissimo.
Che aggiungere, quindi? Nulla; mi piacerebbe solo, se posso, invece di rimuginare tra me e me sui tempi bui che verranno, rivendicare un paio di piccole cose. La prima è che Ferrari per esempio ieri ha ammesso che sì le promozioni, i maggi dei libri, le feste, le iniziative commerciali o pseudotali, non servono a molto. Ok, grazie: tre anni fa, quando sostenevo questa posizione in un dibattito pubblico a Radio Tre, GAF mi urlò contro. Seconda cosa: da almeno una decina d’anni, da quando con vari scrittori, editori ci siamo resi conto che la crisi economica stava investendo in modo calamitoso il settore culturale e editoriale, abbiamo pensato di rimboccarci le maniche e svolgere un ruolo di supplenza a una politica inane.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/i-libri-vendono-poco-si-e-capito-ma-forse-qualcuno-potrebbe-prendersi-qualche-responsabilita

 

Tutti autori

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6) Il mercato del self publishing esploderà – Sta già avvenendo. In Islanda il 10% della popolazione ha scritto un romanzo; in Italia, se è vero che siamo tutti ct della nazionale, è anche vero che abbiamo tutti un romanzo nel cassetto. E ora, con Internet, possiamo inserirlo nella grande libreria digitale. Agli utenti l’ardua sentenza.

Leggi tutto: http://www.wired.it/play/libri/2014/03/12/autori-self-publishing-ebook-editoria-2020

 

I libri faranno una brutta fine

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Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

Leggi tutto: http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

La fine dei libri (3)

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Sarò molto sintetico. Tutte le affascinanti analisi su cui Luca Sofri basa la sua sentenza sulla Fine dei libri (già cautamente ridimensionato dalle osservazioni di Massimo Mantellini) hanno un grosso difetto: non contengono un numero che sia uno. Vizio (questo della non-documentazione) un po’ troppo diffuso a cui sarebbe bene non indulgere, almeno quando ci si avventura su profezie quantificabili e misurabili, come la fine o no di un prodotto.

Non contenendo un numero che sia uno, posso con tutta tranquillità affermare che quel che dice Sofri non è vero, è già stato smentito dai fatti sul mercato USA, sta già succedendo in quello UK, succederà progressivamente sugli altri mercati che stanno seguendo a ruota. Ecco come funziona: il mercato del libro di carta (come già a suo tempo quello dei giornali e delle riviste, e quindi, rectius, il mercato della carta stampata) non è più sostenibile, e declina progressivamente.

Leggi tutto: http://antoniotombolini.simplicissimus.it/2014/01/caro-sofri-il-libro-e-alla-fine-ma-manco-per-idea

 

La fine dei libri (2)

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Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro. Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto. Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro“è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della letteratura contemporanea.)

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano.

Leggi tutto: http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

 

La fine dei libri

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Le vendite dei libri sono in grande crisi, in Occidente e in Italia. Tutti i maggiori editori italiani hanno perdite più o meno cospicue e grafici in discesa: una cappa di desolazione rassegnata incombe su ogni loro riunione o incontro occasionale. Il dato insomma c’è: ma la questione è culturale, non commerciale. E sono due questioni, dicevo.
Una è che leggiamo meno libri, per due grandi fattori legati entrambi a internet. Il primo è che la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, alla concentrazione su una lettura e un’occupazione sola, al regalare un tempo quieto a occupazioni come queste. È una considerazione ormai condivisa e assodata: la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga.
Il secondo fattore è che gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri stanno venendo occupati in gran parte da altro, e subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online, e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque. Quelli che leggevano libri sui tram o nelle sale d’aspetto o sui treni oggi stanno sui loro smartphone, e non a leggere ebooks. Ormai stanno sui loro smartphone anche prima di addormentarsi, molti. Tutto quel tempo, non è più a disposizione delle lentezze dei libri: è preso.

La seconda questione centrale nella crisi dell’oggetto libro è che è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea, che invece sempre più trova luoghi di dibattito, espressione, sintesi, su internet e in formati più brevi. Che non sono necessariamente più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea (vediamo anche di dire che il libro ha spesso costretto, “per scrivere un libro”, a stirare in lunghezze ridondanti buone riflessioni da cinquanta pagine, se non dieci): ma qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.

Leggi tutto: http://www.wittgenstein.it/2014/01/08/la-fine-dei-libri