imbecillitas

Nell’antichità ogni malattia veniva interpretata come un messaggio divino. Le cure erano affidate a sacerdoti e sciamani. Con Ippocrate, IV secolo, le malattie non sono più solo figlie degli dèi e cominciano a essere considerate a partire dall’essere umano e dal suo funzionamento. Si pensa che la salute sia il risultato di un equilibrio dinamico tra gli umori del corpo: bile gialla, bile nera, sangue, flegma. L’equilibrio tra questi liquidi genera benessere, mentre l’eccesso di uno di essi determina un’alterazione del temperamento – collerico, melanconico, sanguigno, flemmatico – e quindi la malattia. Nel Medioevo, una visione superstiziosa della malattia mentale, come male di origine soprannaturale, demoniaca o astrale, si alterna e si mescola a osservazioni alchemiche e in qualche modo «cliniche». Nel 1520, Paracelso scrive Delle malattie che ci derubano della ragion, e propone di distinguere le malattie della mente in cinque tipologie. Fioriscono i tentativi di classificare le malattie mentali (lo svizzero Plater, per esempio, le suddivide in imbecillitas, costernatio, alienatio e defatigatio) e lentamente si affaccia l’idea del malato mentale come «problema sociale». La distinzione tra malati mentali, delinquenti, asociali, eretici rimane tuttavia molto sottile. Le conseguenze sul piano delle «terapie» sono facilmente immaginabili. Alle erbe e ai salassi si affiancano trattamenti «comportamentali»: dal gettare i malati nell’acqua gelata al farli vorticare su un seggiolino mobile in modo da «riassestargli la mente». Il «matto» spaventa e inquieta, pochi sentono il bisogno di studiarlo e capirlo, i più preferiscono escluderlo e recluderlo.

Diagnosi e destino, pagg. 97-98

Diagnosi e destino

La conoscenza diagnostica deve essere idiografica o nomotetica? Con il primo termine indichiamo un tipo di conoscenza che si concentra sulle peculiarità del singolo (ίδιος), sulla sua specificità e irripetibilità; con il secondo intendiamo una conoscenza che cerca di stabilire leggi generali (νόμος), somiglianze che accomunano il funzionamento di individui diversi (magari per accomunarli nella cura più efficace). La conoscenza idiografica appartiene al clinico e riguarda il singolo paziente; quella nomotetica è più tipica del ricercatore e riguarda categorie di pazienti che presentano caratteristiche comuni. Difficile essere clinici-ricercatori, o ricercatori-clinici: anche per questo il diagnosta è in tensione, perché deve ospitare entrambe le parti. Un mio amico che studia la personalità sostiene che il ricercatori devono accettare il fatto che, come i fiocchi di neve, i pazienti non sono mai perfettamente uguali; e che i clinici devono rendersi conto che, così come possiamo distinguere il nevischio da una bufera di neve, deve essere possibile ricondurre i pazienti alle loro specifiche categorie. Wisława Szymborska lo dice con un verso indimenticabile: siamo «diversi come due gocce d’acqua».
La visione clinica migliore è contemporaneamente idiografica e nomotetica. Saper tradurre leggi generali in declinazioni particolari , elaborare ipotesi generali a partire da situazioni particolari: ecco il sapere diagnostico. Bypassare il polo idiografico significa pensare che una persona può essere studiata come fosse un oggetto inanimato; bypassare quello nomotetico significa privare l’atto diagnostico del suo valore comunicativo e delle sue fondamenta scientifiche. Solo nel dosaggio delle due componenti riusciamo a dare, in base alle necessità e ai contesti, senso e sensibilità alla diagnosi.

Diagnosi e destino, pagg. 86-87

Mario e la Recherche

E dunque l’ho finita.
Ora che ho letto per la seconda volta “Alla ricerca del tempo perduto” (con molto più dei 100 giorni sperati ma, ci sta) me ne resto sospeso. Rileggere un’opera così vuol dire anche fare proprio il cuore della domanda fondamentale che Proust pone alla vita. Da qui, vista la sua portata, la fine potrebbe essere il tramite di un proseguimento, di un’ “analisi interminabile” che diventa un’interrogazione a sé stessi.
Il che vuol dire che ora, leggerò saggi “Su Proust” (qui alcuni) la risfoglierò e poi, magari, prima di morire, la leggerò la terza volta. Collocandomi sul medesimo punto esistenziale di Marcel, inteso come persona-proust e anche come personaggio-marcel, il Narratore. Forse, come tutte le cose della mia vita sono un forse.

Alla fine, il romanzo di 3000 pagine si riassume in una frase illuminante di un critico, letta chissà dove: la trama della Recherche riassumibile in “Marcel diventa scrittore”. Il protagonista, via via che si legge, diventa sotto gli occhi del lettore il suo autore, ovvero colui che alla fine racconterà in sette volumi, semplicemente un gesto di fiducia massima nella parola, ovvero racconterà la decisione di scrivere (e scriverà tutto quello che abbiamo letto in sette volumi, un libro-mondo capace di raccontare un mondo che non c’è più).
Già solo questo dice tutto di un testo che è una sfida tutt’oggi. (non a caso l’abbiamo iniziata come “challenge” di facebook — e sono davvero grato a Marco Giacosa di averla lanciata, senza quella sfida non lo avrei fatto. Ora posso dire: Ecco una cosa che si è conclusa, non è rimasta nella zona grigia del “forse”).

Tutto “Il tempo ritrovato” ovvero la parte finale della Recherche, è un ripensamento della vita vissuta, in funzione della sua scrittura, data come imminente — che è già in atto e che non ci sarebbe senza quel ripensamento. Come se una forza dell’immemore lo trascinasse a vivere e ricordare. E scrivere. Un battito pulsante. Del resto per migliaia di anni gli uomini sapiens hanno sentito il “battito del cuore” senza sapere bene cosa fosse, ci arriveranno quando sfideranno la morte e sezioneranno cadaveri.
Alla fine non ci sarebbe neppure la vita stessa, senza questo battito nel ritmo della frase, che si alterna tra immobilità dell’accaduto e la mobile, instabile possibilità di riviverlo e insieme ridare significati nella nostra memoria, a ciò che abbiamo vissuto, in cui la maturazione di un’età più adulta (che è quella dentro cui Proust scrive, tra il 1908 e il 1922 dai 37 ai 52 anni ) è simile alla mia nel tempo delle due letture.

Per Proust la decisione di scrivere è sia la conseguenza che la causa di questo nuovo vivere la vita, fatto di racconto. Ma pure la consapevolezza che tutto questo è un teatro, che dietro il presente nasconda una “facies” di nulla. È una sensazione sottile, ma non a caso questo libro è un libro chiave per un autore così apparentemente differente, Samuel Beckett che dedicò la tesi di dottorato a Proust.
Nella Recherche in ogni caso, in questo suo essere punto di memoria e vita, si può trovare l’incastro tra delle due spinte opposte: vivere per raccontare o raccontare per vivere? Entrambe le cose, la scrittura è un dispositivo esistenziale per proseguire nella vita, perché il racconto mette in scena un mondo passato, che non si ripresenta identico, ma che appare per come oggi il Narratore sa leggere quelle azioni, le interpreta e soprattutto anche lui le re-interpreta, a distanza di anni. Le ultime due o trecento pagine sono piene di auto-citazioni, revisioni di episodi che abbiamo già letto nelle parti precedenti. Ripensamenti. È il ritrovare il tempo vissuto, ma solo quello è “tempo”.

Farne due letture, come ho fatto io a distanza di ventiquattro anni, mette lo stesso testo in una dilatazione di memoria, personale e letteraria — come ricordo quel tempo della prima lettura? Che ricordo della Recherche letta allora? Alcuni sanno già, l’ho scritto più volte: letta per la prima volta nell’età in cui Proust iniziava a progettare di scrivere, ovvero 33 anni (ma non lo aveva ancora fatto, avrebbe iniziato all’incirca a 37 anni e in quegli anni era soprattutto un mondano che scriveva di mondanità, il massimo dell’impermanente). La rileggo ora che io di anni ne ho 57, età che Proust non ha mai vissuto (per sua fortuna) dato che è morto a 52 anni, mentre cercava di ultimare la Recherche, opera infatti non del tutto terminata, anzi: su molte parti c’è tutt’ora una controversia filologica. Se a 33 anni avevo apprezzato il nucleo originario dell’opera, la sua superficie di bellezza sensibile e meraviglia della finezza psico-realista (Proust che voleva scrivere, scriveva nelle lettere, una costellazione di “momenti poetici”, una sorta di libro-puntillista), a 57 ora vedo la tramatura sotterranea del tremendo, vedo il tempo e la morte come vero cardine della spola del racconto.

Man mano che scriveva e rifletteva, Proust — che era lettore onnivoro e soprattutto del sapere più aggiornato (lesse di scienza, di filosofia, soprattutto Bergson e articoli scientifici sulla nuova scienza psicologica proposta dal contemporaneo Freud, che inizia a pubblicare nel 1899) — trasforma quel progetto in qualcosa che sarà molto più di un romanzo. Così, i “momenti” cominciano a dilatarsi, a non essere più così “puntuali” cioè a espandersi, a connettersi per metonimia, fino a che “Marcel” costruisce questo “grande edificio della memoria”. Proprio lo “slittamento metonimico”, elemento essenziale in psicoanalisi, almeno nelle sue origini Freudiane che si rifacevano a Saussure, per leggere sogni, pensieri, parole, è l’elemento centrale nel procedimento stilistico di Proust, che davvero sembra approntare un romanzo-saggio fatto arrivando alle medesime conclusioni, il che ne fa il genio che è.

Proust costruisce sì metafore, o meglio, comparazioni analogiche che non si accontentano della parola secca (X era [come] Y, la metafora base), ma le distende in periodi lunghissimi, articolati in proposizioni principali, poi incidentali, e varie subordinate, ablativi assoluti, elencazioni, a costruire la famosa e gassosa “frase” proustiana, così simile nel suo intento, alla ricorrente “frase di Vinteuil”, nel settimino di quel musicista inventato che ha fatto dannare i critici per capire a chi si fosse ispirato. (come si vede mi resta attaccato il periodare lungo).
Tutto è dato da questo ritornello di agganci continui, di combinazioni di legami, con gli elementi circostanti che cercano di definire quella che è la dimensione fondamentale della nostra vita: la sensazione, ad essa ci ancoriamo per cercare quel che con temine omologo, non a caso, definiamo “il senso” della vita. Il senso dell’essere vivi, che sta in quello spazio di distanza che chiamiamo tempo e che non essite, non scorre ma — come iniziavano a intuire i fisici contemporanei di Proust e come si è meglio definito oggi con la fisica quantistica — non esiste in linearità di successione di momenti, ma è sempre e solo uno spazio di trasformazione. E relazione.

Scrivere la Recherche, per Proust, fu battere la morte, perché creò questo continuo campo di metamorfosi attraverso le parole di un testo, ne sperimentò le possibilità estreme (il senso appare sempre dalla forma, nell’arte vera, tutto il resto è intrattenimento), accordandosi a un rammentare e portare con noi l’essenziale della vita, ovvero le sensazioni vissute, poi ripensate e che hanno preparato di nuovo la vita ad essere tale — e che continuano con il suo autore a vivere a ogni nostra lettura e rilettura.

Mario De Santis

12. Reclutamento

6 agosto 9:30

Caro Bianchi, vada a www.affari-esteri.it e si legga il n. 181, l’ultimo.

Se è al sud, come mi dice, vada a Napoli e visiti la Cappella del Principe di Sansevero. Si legga prima il libro di Giancarlo Elia Valori Raimondo di Sangro, Il principe di Sansevero e la magia dell’Illuminismo che è la chiave migliore e iniziatica per leggere la cappella/loggia. Mi scusi per gli sms, ma il mio cetel non funziona bene qui. Quando la armée svizzera aveva ancora i piccioni viaggiatori, tutto andava meglio. Un saluto e buon Sud. Ma il migliore libro di viaggio rimane sempre Goethe.

Allora, mi va bene il 17 agosto. Se vi saranno contrattempi Le saranno indirizzati in tempo. Per il libro che Le ho segnalato, si ricordi che possiede, al suo interno, la ricetta della velatura di marmo per il Cristo Velato. Che è una citazione dalla Qabbalah, il Principe di Sangro sapeva l’ebraico. Se il Messia ha il Velo, può coprirsi dal mondo nella Sua realizzazione finale. Mga

8 agosto 5:11

C’è un libretto di Carl Schmitt curato da Giorgio Galli, su Hobbes, dove il nesso tra maleficio (che è una escatologia, per così dire, negativa) e costruzione del politico (Das Politisches) diventa il tema chiave. Galli, che è un mio collega allo IASSP di Milano, ha studiato l’esoterismo nazista e, in generale, il tema delle culture esoteriche nella formazione del Politico. E nella famosa democrazia. Di Taubes mi ricordo un libro di lettere con Gershom Scholem e un testo sul messianesimo, che è il tema del katèkhon paolino. Che è, ancora, il tema chiave dell’esoterismo islamico sciita e, quindi, dell’arrivo del XII Imam Finale e Nascosto. Ma chi è l’Imam? Colui che era stato deciso all’inizio, e ritorniamo al Cristo Velato, che è appunto velato per non mostrarsi al mondo prima della fine dei tempi. Tout se tient.

Ciampi? Aveva rotto er cazzo. Laicità, che poi andava a Messa tutte le domeniche, cavurrismo senza cinismo, onestà/onestà/onestà, manco fossimo cinquestelle. La moglie insopportabile, come da copione, tutto un distillato di virtù civili. E stiamo zitti sul resto. Uso tipico della SNS per un allievo che ha avuto successo.

Museo o non museo, la biblioteca di Cantimori era una armeria per freikorps. Visto il saggio di Ventura sull’esoterismo islamico. Sei e mezzo, compito scolastico. Si procuri invece il libro di Giancarlo Elia Valori sul Principe di Sangro, lì ci sono semi con l’oro alimentare, come faceva un grande cuoco milanese anni fa. Ciociola è un mio vecchio compagno di corso, ma mi sembra un impiegato. Piegato dalla vita, dalla “carriera”, dalle furberie dello Scapino normalistico. Ringrazio il cielo di aver avuto a che fare con i servizi sovietici e Usa, non con questa povera gente.

Perfetto. Gomez Dàvila, un maestro per color che sanno. Marco Tangheroni era un caro amico, forse persosi nelle chiacchiere populiste di certa destra, anche non cattolica. Io cosa ci facevo alla sns? credevo, da perfetto analfabeta, e la mia famiglia era borghese ma certo non intellettuale, anche se mio zio era coltissimo, ma sine titulo, che pure era direttore del Grand Hotel di Forte dei Marmi. C’è chi ha avuto la carezza del papa, in quegli anni, io mi sono limitato a Mina e Ornella Vanoni, amiche di mio zio e che potevo visitare, con la scusa dell’età impubere, in camerino. Poi, pensavo che fosse quella vera, napoleonica, che creava una élite dello Stato. Dirigente dello Stato sono comunque divenuto, ma non certo per quelle scorregge comuniste della sns. Kojeve era un tegame, come diciamo noi toscani, ma non certo privo di una sua dignità intellettuale, che poi dispiegherà come creatore del comunismo, ovvero della comunità Europea e della CECA, la storia del carbone e dell’acciaio, una balla marxista alla quale, spero, non aveva mai creduto. Io lunedì sono a Montecatini, e poi vado in conclave con i miei capi. Poi, a Forte dei Marmi, ma senza camerini aperti. In ogni caso, mi scriva, io parto sempre con tutti i miei strumenti.

Già, il Platone erotico dei rinascimentali, che spesso fanno cadere le braccia con il loro laicismo da quattro soldi. Burckhardt, non ricordo di aver letto le lezioni numismatiche. Mi rifarò presto. Per quanto riguarda il 18, per me va bene. Ne riparleremo al telefono al momento giusto.

Geminello Alvi, nipote del fondatore della casa editrice massonica ufficiale Atànor, aveva fondato un centro di ricerche economiche denominato appunto “Kaspar Hauser”. Daumer non poteva non essere allievo di Hegel, che vede gli spiriti del mondo a cavallo. Probabilmente Kaspar era davvero un “figlio della colpa”, e si comportava di conseguenza. Una maschera di ferro tedesca? Probabile. Ma la storia tedesca è piena di apparizioni più o meno mistiche. E’ un popolo di visionari, che ha bisogno della metafisica. Et voilà già spiegata la questione della moneta unica.

Heidegger non ce la fa, e non per l’età. Il jargon der Eigentlichkeit, come diceva Adorno, è l’heideggerismo come slang filosofico-mafioso, e quindi accademico. La figlia di Mugnai con ristorante etodemocratico e naturista? Et voilà, la philosophie devoilée.

Ezra era un genio dell’economia, molto più pratico di tanti citati  dall’accademia teorica. Il libro di Giano Accame era un piccolo capolavoro. Lo legga, se riesce a trovarlo.

*   *   *

L’estensore di queste rapide note, messaggi via social, è Marco Giaconi Alonzi (1954-2020). È stato un servitore dello Stato e le parole più giuste sono quelle di Le Carré: «anche la semplice menzione del suo nome fu sottoposta all’ordine generale di tenere la bocca cucita, ordine osservato da ogni giornale e televisione patriottica del suo Paese. Tale è il destino di tutti gli agenti segreti, in ogni luogo della terra».

Andrea Bianchi

L’ossessione di Sartre

Parlare di letteratura è sempre una cosa imbarazzante. Insegnarla è anche peggio. Quando ti trovi di fronte a platee di studenti del primo anno, imberbi e inesperti, non sai mai da dove iniziare. Invidio i docenti che sulla questione hanno idee chiare e piglio sicuro. Del resto, dacché mondo è mondo i lettori si dividono in due specie a cui corrispondono approcci critici (se ha senso chiamarli così) del tutto antitetici.
1) Da un lato ci sono quelli a cui il libro non basta. Per loro è essenziale sapere cosa e chi si nasconde dietro a qualsiasi creazione artistica: scambierebbero mezzo Amleto per una notizia in più sul suo misterioso creatore. Coltivano nei confronti dell’artista una curiosità che rischia di degenerare in morbosità o idolatria. Vogliono conoscere tutto di lui: cosa lo ha spinto a scrivere quel libro e non un altro, le intenzioni recondite che lo hanno guidato, gli elementi autobiografici, gli stimoli emotivi, i condizionamenti familiari, sessuali e sociali che lo hanno reso ciò che è. Sono i lettori ingenui, i poveri di spirito avversati da artisti inflessibili come Flaubert, Proust, Nabokov. Sono quelli che oggi affollano i festival letterari fiduciosi di trovare il segreto di un libro amato nel naso aquilino di chi lo ha scritto, o nella sua eloquenza autocelebrativa.
2) Dall’altro ci sono quelli che trovano nel libro tutto ciò di cui hanno bisogno. Talmente disinteressati al resto da sdegnare la scheda biografica nel risvolto di copertina, o qualsiasi altro fuorviante paratesto. Davanti a un pezzo di prosa, cercano il piacere nelle parole, le strutture retoriche, le similitudini, l’ordito sintattico e grammaticale. Se ne infischiano di sapere cosa pensasse l’autore mentre attendeva al suo capolavoro. Quale fosse la sua posizione in merito alla questione femminile, al colonialismo, al riscaldamento globale o all’esistenza di Dio. Questa categoria di lettori severi e raffinati, di certo meno numerosa della precedente, è anche la più motivata, ma anch’essa non è esente da difetti: a cominciare da un certo snobismo.
A costo di passare per irresoluto, vorrei dire che dopo tanti anni non ho ancora capito che partito prendere. Di primo acchito, direi che sono un lettore del secondo tipo: sempre più, nel tornare a un libro amato, agisco come certi feticisti dilettanti che smontano e rimontano orologi di pregio per afferrarne i segreti, traendone voluttà solitarie. Ma, mi chiedo, perché non corroborare tale indagine con qualche informazione sulla vita, sulle abitudini, sui gusti del maestro-orologiaio in questione? Non c’è limite alla nostra conoscenza di un orologio, figurarsi di un’opera letteraria. Chiusa parentesi.
Una cosa è certa: Sartre appartiene alla prima categoria fino a farsene alfiere indiscusso. «Il mio obiettivo è (…) di mostrare un uomo » scrive con impudenza e in spregio a qualsiasi formalismo. I libri per lui sono pretesti. Ad essi preferisce la vita che vi si nasconde dietro.
Le poesie di Mallarmé o le opere narrative di Genet, le pale di Tintoretto come le sculture di Giacometti, sono solo sintomi di una singolarità individuale con cui vuole confrontarsi, e se necessario scontrarsi. Nient’altro.
Non deve sorprendere se il famoso saggio in cui Barthes auspica la «morte dell’Autore», scritto proprio negli anni in cui l’imperio di Sartre inizia a vacillare, nasconda una feroce irridente critica al metodo sartriano. Barthes, da illustre rappresentante della seconda categoria di lettori sopra descritta, avversa con tutto sé stesso l’uso che Sartre fa della letteratura: un uso pedestre e fuorviante. L’idea di Sartre, infatti, sembra sfidare tutto ciò che Barthes ritiene deontologicamente onesto ed efficace. Come fidarsi, come prendere seriamente chi in un libro su Baudelaire e in uno su Mallarmé (i massimi poeti francesi dell’Ottocento) cita una manciata di versi in tutto? Il fatto è che Sartre se ne infischia della poesia, a lui interessa il poeta.
Per lui uno scrittore è un «caso umano», immerso in un contesto psicologico e sociale del tutto peculiare, che va indagato, riportato a galla e infine smascherato esponendolo al pubblico giudizio. Neanche a dirlo, il «caso umano» per antonomasia è Gustave Flaubert. Dopotutto, è lì che fin dal principio voleva andare a parare.

Alessandro Piperno, la Lettura #387, pagg. 18-19

Scrittore borghese

René Magritte, La Trahison des Images, 1928-9

Insomma, se per Borges quello di Flaubert è un destino esemplare che trascende persino la sua opera, per Sartre la biografia flaubertiana è particolarmente riuscita. E lo è, verrebbe da dire, proprio in virtù del suo fallimento. Già, ma come si può definire riuscita una biografia fallita? Ciò non implica forse che ce ne siano di fallite che sono riuscite? Che razza di idea è mai questa? Diciamo che per Sartre una biografia riuscita è quella che dà conto di un’esperienza di vita esemplare.
Pochi anni dopo, nel saggio su Baudelaire, Sartre chiarisce ancor meglio il suo punto di vista sulla faccenda. Parlando del ruolo dell’artista borghese nel XIX secolo (una tipica ubbia sartriana), sentenzia: «Flaubert, ad esempio, pur facendo la vita d’un ricco borghese di provincia, dà come indiscutibile che lui non appartiene alla borghesia; effettua con la sua classe una rottura mitica, che appare come un’immagine impallidita delle rotture effettive prodotte, nel Settecento, dall’introduzione dello scrittore borghese nel salotto della marchesa Lambert». È a questo punto che Flaubert fa la sua scelta (e com’è noto, per Sartre, vivere significa scegliere). Ebbene, Flaubert sceglie di chiamarsi fuori e di non appartenere alla sua epoca, di venire meno ai doveri civili. Il suo disincanto è tale da impedirgli di adempiere alle consegne imposte dal suo ceto: sposarsi, procreare, investire su una professione redditizia. Ecco il romanziere meno romantico dell’Ottocento francese fare la scelta più romantica che un artista possa concepire: «Dare la mano, scavalcando i secoli, a Cervantes, a Rabelais, a Virgilio; sa che fra cent’anni, fra mille anni, altri scrittori verranno a dargli la mano; ingenuamente se li figura come l’autore di Don Chisciotte parassita della Spagna monarchica, come l’autore di Gargantua parassita della Chiesa, come l’autore dell’Eneide parassita dell’Impero romano; non gli passa per la mente che la funzione dello scrittore possa mutare nel corso dei secoli a venire». Con tutta evidenza, pur senza nominarsi, Sartre sta pensando a sé stesso. È lui lo scrittore venuto dopo Flaubert che Flaubert non ha saputo immaginare. Lo scrittore che non si contenta di essere un parassita di un potere costituito, lo scrittore che s’impegna contro ogni potere. Temo che Sartre enfatizzasse il proprio ruolo in modo piuttosto ridicolo, ma questo è un altro discorso. Resta comunque il fatto che il suo biasimo nei confronti della scelta di vita flaubertiana è implacabile. A questo punto, l’obiezione più naturale che potrebbe fare un lettore di buonsenso suona pressapoco così: va bene, tutto giusto, ma cosa diavolo gliene importa a Sartre di come visse Flaubert? Perché è così ossessionato da come hanno vissuto gli scrittori che dovrebbe disprezzare? Perché sta lì a rimuginare sulle scelte operate da Baudelaire, Mallarmé e Flaubert? Non sarebbe più sano e onesto occuparsi dei pochi libri che ci hanno lasciato?

Alessandro Piperno, la Lettura #387, pagg. 17-18

Figli di

[ 2/7/1934-Paris, France- James Joyce pictured with his family in their Paris home. Mr. Joyce and his wife are standing. Seated are Mr. and Mrs. George Joyce, the author’s son and daughter-in-law, with their child, Stephen James Joyce, between them. ]

«Intorno a Lucia Joyce, figlia di James e di Nora Barnacle, sono fioriti fior di libri. Nata a Trieste nel 1907, aveva il talento per la danza – studiò con Raymond Duncan, il fratello di Isadora. AlcunE foto la vedono, fragrante bellezza, muoversi come una sirena. S’innamorò di Samuel Beckett, non ricambiata – “Anche una lettera di Lucia. Non so che fare. Dice di essere infelice… Quale istinto terribile spinge ad avere il genio della bellezza al momento giusto – o sbagliato”, scrive l’assediato Samuel a Thomas McGreevy – e impazzì, con letale violenza, negli anni Trenta. Passò di ricovero in ricovero, le fu diagnosticata una forma di schizofrenia, morì nel 1982 al St Andrew’s Hospital, Northampton, dove era stata accolta, trent’anni prima. Resta nell’ombra, invece, la vita del primogenito di JJ, Giorgio Joyce. Nato il 27 giugno del 1905 a Trieste, debuttò come cantante nel 1929, intonando Händel. Sei anni prima aveva iniziato a lavorare come contabile a Parigi: la monotonia lo sfiancava. Pare non avesse una voce straordinaria: nel ’36 mollò la carriera. La sorte gli aveva concesso una moglie, Helen Kastor Fleischmann, ricca & americana, che aveva impalmato nel dicembre del 1930. Morì dopo lenta malattia nel 1976: dopo il divorzio si era risposato, nel 1955, per poi trasferirsi in Germania.Il “New York Times” lo relega in un trafiletto: “Giorgio Joyce, unico figlio dello scrittore James Joyce, è morto in una clinica, a Costanza, dopo lunga malattia”. Il figlio di Giorgio, Stephen Joyce, terrà per anni le redini dell’eredità del nonno. Era bello, volitivo, rude: “Alle rare conferenze accademiche cui accetta di partecipare è pugnace, cinico. ‘Sono un Joyce, non uno dei troppi joyceiani, e c’è più che una sfumatura in questo’, dice. E vuole essere chiamato per esteso. Non Stephen Joyce, ma Stephen James Joyce”, ha raccontato D.T. Max in un lungo servizio pubblicato sul “New Yorker”. Viveva a Isola di Ré, nell’Atlantico, in Francia, di fronte a La Rochelle, Stephen. “Se pensa a qualcuno in grado di lottare all’infinito per quello in cui crede, beh, eccomi”, diceva. È morto l’anno scorso. In gennaio, come il nonno».

da Dissipatio, newsletter di L’Intellettuale Dissidente

Scogliera

Claude Monet, Ombres sur la mer à Pourville, olio su tela, 1882

Illuminante, al riguardo, è la corrispondenza con Guy de Maupassant: è il 1877, sono i suoi ultimi anni di vita, e Flaubert, che sta lavorando a Bouvard e Pécuchet, manda il giovane Maupassant a indagare al posto suo. «Ho bisogno di una scogliera che faccia paura ai miei due amici», gli scrive. «L’ho cercata per tutto il pomeriggio nei dintorni di Le Havre. Ma non ci siamo, mi serve del calcare a picco». Maupassant gli indirizza allora una lunga lettera estremamente dettagliata, che include numerosi disegni ed è la descrizione di una parte della costa normanna. E Flaubert per tutta risposta: «Le sue indicazioni sono perfette. Ho l’impressione di avere davanti agli occhi l’intera costa. Ma è troppo complicato». E precisa la sua ordinazione: «Mi serve: 1. una scogliera; 2. una curva di questa scogliera; 3. dietro la curva una valleuse la più possibile scoscesa; e 4. una seconda valleuse o un modo qualsiasi per risalire facilmente sul pianoro»; e conclude in tono impaziente: «Insomma, mio caro, ha capito quel che mi serve, mi dia una mano».
Lo scambio è eloquente, perché a quanto consta dai Carnets du travail Flaubert è stato sul posto un mese prima e, come testimonia una scheda, ha già fatto un sopralluogo. D’altro canto, quei luoghi di cui tanto ha bisogno potrebbe in fondo inventarli: il capitolo in questione, oltretutto, dev’essere brevissimo. E invece no: gli occorre sempre e comunque una base reale e molto precisa (una valleuse, ad esempio, è una breve valle sospesa che si apre nella scogliera e sbocca sul mare), una base sulla quale sviluppare la narrazione. Senza questa realtà, senza questo concretissimo frammento di realtà, l’immaginazione non può procedere. Se si tiene conto di questi lunghi scambi, fondati sulla reale preoccupazione di Flaubert in rapporto alla costruzione della scena, sull’esigenza di un luogo reale dove situarla, non sarà inutile cercare l’esito di questo lavoro nel testo definitivo di Bouvard e Pécuchet. Ebbene, si riduce pressoché a nulla. Una quindicina di righe che sarebbe benissimo potuta scaturire da un poco impegnativo lavoro di immaginazione. Ma non si poteva saltare quella tappa.

Jean Echenoz, la Lettura #323, pag. 19

Fine del gioco

Leticia è costretta a mentire. Perché per entrambi, lei e Ariel B., che sceglie sempre il terzo finestrino della seconda vettura, ormai c’è poco da fare: senza mai incontrarsi, sono finiti nello stesso luogo invisibile, che è poi la dimensione della finzione e dell’invenzione, quel territorio ultraterreno in cui è molto probabile contrarre patologie che possono affaticare corpi già compromessi e rivelarsi addirittura mortali se prese sottogamba. Lo afferma Gabriel García Márquez in uno dei suoi Scritti costieri. Per prudenza allora è meglio spostarsi dall’Argentina ai Caraibi colombiani, dove peraltro i patimenti ne guadagnano in teatralità, per avere un quadro clinico inconfutabile e per rintracciare, grazie agli esperti in materia, una prospettiva che si avvicini alle inclinazioni dei due personaggi inventati da Julio Cortázar. 
Gabriel García Márquez, grande ammiratore e, in seguito, amico intimo di Cortázar, mette in guardia sulle complicazioni che sopraggiungono già durante gli stadi iniziali di ciò che lui considera un problema serio: «L’amore è una malattia del fegato» e l’innamoramento una defezione del corpo, infatti «il fegato si anchilosa, la donna si sbianca, l’uomo perde l’appetito». Una patologia contagiosa che tende alla cronicizzazione se i due malati, e lo dice un premio nobel per cui tendiamo a fidarci, «riescono a incontrarsi nel luogo spirituale in cui la loro identificazione sintomatica comincia ad accentuarsi».

https://www.doppiozero.com/materiali/fine-del-gioco-julio-cortazar

6. Jack in provincia

Wang Zhen (1867-1938), Calligraphy in Xingshu, 1927

se c’è qualcosa che mi ha lasciato quel grand’uomo che era Massimo Ferretti – dico era perché quando composi il suo numero a Bologna, due anni orsono, le pagine gialle mi restituirono il numero di un tappezziere antiquario, perciò è possibile che il caro vecchio professore si sia dato alla macchia – è l’intransigenza verso i letterati di mestiere.
dico così perché mi è capitato di incrociarne uno negli ultimi tempi, di averci condiviso un pranzo e più caffè, e quindi alfine di conoscerlo per dritto e traverso.
il mio letterato scrive su giornali di destra ma gli è capitato di comporre recensioni anche per il settimanale di repubblica. pecunia non olet, come la poesia di cui è fiero assertore. legge rilke senza conoscere il tedesco. sa tradurre l’inglese meglio di quanto lo parli. non discuterò i suoi gusti letterari perché mi sono sempre parse dirimenti le parole di contini quarentenne a luigi russo sul far della sera, non starò qui a sbottonarmi! son faccende private, quantomeno per chi viva la letteratura come espediente per ritornare in superficie, senza affogarsi tra le parole, anzi scegliendo tra queste i significati migliori: che è, evidentemente, quel che il mio letterato non sa fare.
preferisco chiamarlo letterato invece che giornalista anche se a questo punto sono abbastanza sicuro che la professione ci definisca, aggiungendo o scartando al fondo del carattere o della tempra (quando c’è, s’intende rapidamente).
il mio letterato viene dalle stesse terre in cui alfierianamente ho vegetato sino all’uscita per l’università e all’ingresso nella scuola dove ho incontrato massimo, oggi disperso. ma era anche l’università del grande professore catanese anglista, l’uomo che mi diede il referto della letteratura come lasciapassare alla città antica, come introibo alle fortificazioni del nucleo storico: laddove invece il mio letterato, il fante della provincia, né uomo né donna incartato tra i suoi libri, la trova fine a se stessa, gioco orribile per sollazzarsi con onan e rotolarsi poi nel fango, acclimatandosi con le ninfette che accorrono a frotte, suggestionate dal fango, scambiandolo per un tatuaggio: o chissà che cosa.
il professore catanese diceva insomma che la letteratura aiuta a comprendere, e se cediamo al passo dei dervisci finiamo nel gigionismo, e allora tanto vale percorrerlo fino in fondo, caricarlo insomma: fare del sollazzo di queste righe proprio uno strumento, una carta di riconoscimento personale. e non significa fare i giullari, come invece si diletta a svolgere il suo compito il letterato, ma proprio calare la celata e scendere nella giostra disarcionando il fantoccio di tela che vede nei libri l’accalappiasogni delle fanciulle.
di questo s’ha da parlare, del sogno giovanilista del mio letterato, incrocio di quei sogni e tormenti che furono nostri, di tutti a quattordici anni – e poi dismessi – poi suffragati dalla realtà.
di lui sarebbe improbo svelare arcani e fasti, dilettarsi delle altrui passioni o intemperanze: basti dire che si circondava delle bestioline da collegio ed è pur capitato di incontrarne due. il suo unico presunto allievo era un estensore di referti psichiatrici in forma di dialogo, un altro insomma che la scienza forse definirebbe psicotico, mai in pace con la madre come il mio letterato mai era acquietato nei confronti del padre: ché si ostinava a ripetere, a ripercorrere tutti i passi di quell’uomo.
verso il mio letterato-fante senza scudiscio dei giornali e delle recensioni nutro l’affetto che si deve ai trapassati, misto di rimpianto e commiato storico, per le sue fragilità che lo porteranno a distruggersi da sé. e ignoro se sia davvero un’altra storia, o se non possa ricapitolarsi invece, più banalmente, sotto il segno di un mio ‘cogito ergo sum’. se lo penso esiste, se non lo provo è già scomparso nelle nebbie di internet, jack immobile, mai cresciuto, in uno scenario impazzito che gli rotea attorno.

Andrea Bianchi