Adelphi II

Milano. Via Brentano, la via delle edizioni Adelphi, molti tassisti non sanno dov’è. Meglio dirgli «una traversa di una traversa di corso Magenta», e farsi lasciare all’angolo. Poi la via fa un gomito, poi si gira ancora, con un movimento a chiocciola. Ci si sente isolati, protetti. «Non c’è protezione contro le chiacchiere» dice Luciano Foà, fondatore e presidente dell’Adelphi. «Ancora stamattina» fa il nome di un grande quotidiano, «parlano di crisi del libro, e sembra che le vendite si sian ridotte al venti percento. Si son ridotte del venti percento». Di crisi del libro si è parlato troppo? «A parlar tanto di certe cose non le si aggiusta, e può essere pericoloso. Già la gente ha meno soldi e compra meno libri. Poi senton dire tutti i momenti che nessuno va più in libreria: allora una frangia di pubblico si sente giustificata, quasi incoraggiata a non andarci proprio più del tutto». Un suo collega ha detto che dopo il ’68 i giovani leggevano molto; adesso han ricominciato a studiare e quindi leggono meno. «I giovani compravano molti libri di un certo tipo: politica, sociologia, marxismo. Avevano soldi da spendere. Adesso a queste cose non credono più e cercano altri libri. Riscoprono la letteratura, la religione, altre filosofie. Questo non riguarda solo l’Italia: in gran parte dell’Occidente i giovani si trovano di fronte un mondo al quale non credono più, hanno sempre meno fiducia nella civiltà tecnologica, e cercano libri che parlino di altri tipi di civiltà, di altri modelli. L’Oriente, l’India, Alce Nero…». Sono proprio i giovani che comprano questi vostri libri? «Risulta dalle librerie che fanno le maggiori vendite: per esempio le librerie Feltrinelli, in tutte le città tranne Milano. Sono librerie con un pubblico molto giovane». I prezzi di copertina, perché sono cresciuti? «Per due ragioni. Primo, per l’inflazione. Secondo, perché certi editori, dovendo mettersi a fare i conti con uno scrupolo che prima non avevano, si sono accorti che già prima i prezzi erano inadeguati, non coprivano il costo del denaro. L’editoria italiana è mediamente sottocapitalizzata, vive di prestiti bancari». E il costo del lavoro? «Si parla di una certa casa editrice che è in crisi. Si viene a sapere che aveva un fatturato doppio del nostro. Ma noi siamo tredici persone, e loro non erano ventisei, erano settantacinque». Certi giornali han dato la colpa della crisi editoriale a un demone meschino chiamato riflusso: Lei invece è d’accordo con chi ha tracciato diagnosi prevalentemente economiche. «In un paese che non va bene non si vede perché dovrebbero andar bene proprio i libri. Ma quando molte cose vanno storte si genera anche uno stato di incertezza, nel paese: quanta gente prende la macchina e va a fare un giro perché è l’ultima cosa che gli resta». Questo stato di incertezza, nel mercato librario, dove si vede? «Si vede in quel tipo di editoria che fa libri fungibili, dove un libro può sostituire l’altro per un pubblico indifferenziato, senza faccia, che vien fuori dalle indagini di mercato. L’editoria “in grande” pubblica certi libri non perché piacciono a chi li sceglie, ma perché si crede che piaceranno al pubblico senza faccia». Allora per l’Adelphi le cose vanno bene? «Bene no. Anche noi risentiamo della crisi. Ma non vogliamo unirci al coro dei piagnistei».

Giampaolo Dossena, Tuttolibri della Stampa, 18 luglio 1981

Adelphi

 

Caro direttore, sono lieto dell’occasione che mi offre l’amico Pampaloni, con la sua lettera pubblicata nel numero del 14 giugno di Tuttolibri, di rendere noti ai lettorI del Suo giornale alcuni fatti riguardanti l’editoria che, forse, potranno interessarli. Preferisco rispondere in questo modo anche all’amico Pampaloni che, pur ammettendo per sua esperienza di «sapere bene come certe cose possono andare» e pur «apprezzando moltissimo» il nostro lavoro, ci rimprovera pubblicamente di aver «umiliato» uno scrittore che stima molto, Angelo Fiore, perché dopo cinque mesi dal ricevimento del manoscritto di un suo nuovo romanzo noi non abbiamo ancora risposto se intendiamo pubblicarlo oppure no. Occorre dunque sapere che un editore di modeste dimensioni come l’Adelphi che, nel campo della narrativa italiana non pubblica più di due o tre novità all’anno, ha ricevuto dal primo gennaio 1980 ben ottantotto manoscritti da esaminare, cioè un po’ più di uno ogni due giorni. Quanti ne abbiano ricevuti nello stesso periodo Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Einaudi e altri editori ben più grossi di noi, non è difficile immaginare. Un popolo come il nostro, che notoriamente legge poco, scrive dunque moltissimo, e non è improbabile, almeno a giudicare dal modesto livello della grande maggioranza dei manoscritti ricevuti che i due fatti siano strettamente collegati.
Comunque sia, per quel che ci riguarda, tutti questi manoscritti vengono esaminati da tre di noi, e ciò in virtù d’un principio a cui una casa editrice come la nostra non può né deve rinunciare: noi non facciamo ricorso a lettori esterni e occasionali come avviene invece, direi per necessità, nelle case editrici più grandi. Ciò significa che queste tre persone dovrebbero esaminare, e discutere, più di diciassette manoscritti al mese e, oltre a ciò, condurre un lavoro di ricerca e di lettura che, svolgendosi nell’ambito di diverse letterature straniere, dei nostri e di altri tempi, è comprensibilmente di maggiore mole. Ciò è praticamente irrealizzabile. È chiaro che la maggior parte dei manoscritti italiani che riceviamo cadono a una prima lettura, senza possibilità di appello, e vengono restituiti agli autori nel giro di due o tre mesi. Ma per gli altri, che giudichiamo più interessanti, si passa a una seconda e, talora, a una terza lettura, con la conseguenza che i tempi si allungano. Questo è appunto il caso del libro di Fiore a cui si riferisce la lettera dell’amico Pampaloni. Che Fiore, e Pampaloni come proponente, meritassero una procedura speciale, più sollecita, sono io il primo ad ammettere, e qui voglio scusarmi con loro, ma anche spiegare, non soltanto a loro, la situazione non facile in cui un editore italiano si trova di fronte a un numero esorbitante di proposte, di cui molte con carattere d’urgenza. Potrei, a questo punto, consigliare gli autori desiderosi di una risposta sollecita di rivolgersi alle grandi case editrici e non a noi, se non sapessi per diretta esperienza che anche con loro magari per motivi diversi, i tempi d’attesa sono press’a poco gli stessi, se non maggiori. Francamente non credo che si tratti di un malcostume editoriale da denunciare pubblicamente, ma del risultato di una situazione obiettiva. L’amico Pampaloni vuole infine allontanare da noi il sospetto che la scoperta di Morselli sia stata soltanto «una benevolenza della sorte». Mi permetto di dissentire, su questo punto, da chi è stato, tra i critici, uno dei primissimi e più convinti «scopritori» di Morselli: la benevolenza della sorte ci è gradita, e noi vorremmo ogni anno averne prova concreta con la scoperta di altri autori come lui. Ricordo il piacere di chi, tra noi, lesse per primo un suo manoscritto, e come questo piacere, comunicandosi, rese gli altri due impazienti di leggerlo. Un’ultima cosa vorrei dire, visto che ne ho l’occasione, a coloro che volessero, anche dopo questa mia lettera, inviarci i loro manoscritti in lettura: di esaminare prima il nostro catalogo per rendersi ben conto dei limiti della nostra attività e dei criteri che ispirano le nostre scelte. Ciò avrebbe, per noi e per gli autori, il vantaggio di accelerare la procedura che ho cercato sopra di descrivere.

Luciano Foà, Tuttolibri della Stampa, 28 giugno 1980