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Per quanto
riguarda me, pur essendo appassionata sono lucida, non sono obnubilata. Quindi non sono sotto l’influsso di una nube che da un momento all’altro potrebbe dissolversi. Sono più come su una comoda canoa che si lascia trasportare dalle acque rapide, luminose, fresche e impetuose, ma con un occhio vigile.
La considerazione di Maria Strofa di cui ho parlato è condivisibile, in letteratura. Esistono però libri che fanno esattamente questo: parlano della felicità come condizione duratura, e raccolgono grandi successi di pubblico; ma non vengono considerati letteratura dagli addetti ai lavori e dai lettori più raffinati. Perché la letteratura è tensione, conflitto; e perché i capolavori più intensi hanno raccontato il peccato, la passione e il dolore. Ma io penso che sia possibile fare questo: un romanzo in cui non ci sia nessuna tragedia, e nemmeno un lieto fine dichiarato, ma in cui la luce che promette la felicità rimanga fino alla fine. Raccontare la conquista della felicità, anche se non si sa quanto duratura, perché il romanzo a un certo punto finirà, e non si saprà se “vivranno felici e contenti”.


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Oggi Maria Strofa
ha scritto che in letteratura la felicità come condizione duratura non si può raccontare, perché sarebbe una palla noiosa e letterariamente antiestetica… Lo so, lo dicono tutti e me ne accorgo anch’io… ma lo stesso vorrei trovare qualcuno che fosse capace di farlo. Io, se fossi una scrittrice mi vorrei dedicare a questo e ne farei l’obiettivo della mia vita (anche sapendo che quasi certamente fallirei), ma purtroppo non lo sono. Tu pensi che sarebbe una sfida impossibile per chiunque, sempre e in assoluto? Maria Strofa ha detto che poiché non ci sono riusciti neanche Shakespeare e Tolstoij, allora non ci potrà mai riuscire proprio nessuno… Che brutto. Io non vorrei rassegnarmi, però.

 

Il malanno di Madama Letteratura


L’impareggiabile amico — quello che mi fa visita in sogno — anni fa pubblicò sul suo blog una serie di post in cui narrava la grave malattia da cui era stato colpito il manoscritto del suo romanzo Mia nonna Emilia: era una specie di peste fulminante che provocava un improvviso marasma seguito da decomposizione.
Nella puntata “Diagnosi della malattia di mia nonna emilia” era spiegata l’origine di questo flagello:

“Maria Strofa non dica stronzate! Non c’è preservativo che tenga per scongiurare il contagio con un simile puttanone. Un tempo la clientela di Madama Letteratura era colta e selezionata: oggi la mignotta si concede a tutti.
Fra i suoi clienti ci sono minorenni che pubblicano il diario scolastico, accalappiacani che scrivono l’autobiografia, pescatori di pescigatti che scrivono di una vita da cani, casalinghe e pensionati convinti che la loro vita è un romanzo, personaggi televisivi e comici: tutti scrivono, tutti fottono con la letteratura. Tutto il mondo scrive, Dio stoevskij [imprecazione infernale], scrivono tutti e non legge più nessuno!
Questa massa di fornicatori letterari, bramosa di godere anch’essa le grazie della fama, a forza di rapporti continui e promiscui, ha trasformato la sublime cortigiana in una baldracca vecchia e malata.
Un tempo creatura forte e sana, si è fatta vieppiù fragile, perdendo gli anticorpi organici e diventando vulnerabile all’attacco di qualsiasi virus. E’ stato il mio titolare, il demonio, a mandare il flagello: ma a farlo attecchire ci ha pensato la stoltezza dell’umanità scribacchina che intasa le case editrici…”


È facile immaginare che, avendo colpito un romanzo, la malattia raccontata da Maria Strofa sia opera di finzione.
E invece pare di no. La malattia esiste, anche se le vengono attribuiti nomi diversi: lo attesta la prefazione a un opuscolo pubblicato nel 1991, in cui un Grosso Esponente della cultura italiana, forse il più noto a livello mondiale, traccia con criteri scientifici il quadro da cui origina questa patologia. Continua a leggere “Il malanno di Madama Letteratura”