Profezie falettiane

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Ma ciò che di davvero fenomenale si trova nei romanzi falettiani sono le ripetizioni di alcuni motivi. Uno fra tutti: quello, originalissimo, del contrasto fra il bianco e il nero e delle «varie tonalità di grigio» che passano fra i due estremi. Esso viene riproposto in ogni variante:

– Erano il bianco e il nero, due categorie estreme, in mezzo alle quali si stendeva una serie impressionante di sfumature di grigio (Io Uccido, pag. 13)
– Jordan era sicuro di non voler sentire altro. Per tutta la vita aveva vissuto nel mondo del bianco e nero che escludeva ogni possibile sfumatura intermedia. Dopo quello che gli era successo era stato suo malgrado proiettato verso ogni possibile sfumatura di grigio (Niente di vero tranne gli occhi, pagg. 232-3)
– Claudio si accorse che avevano perso di colore, che erano diventati un ammasso informe di bianco, di nero e di svariate tonalità di grigio (…) (Pochi inutili nascondigli, pag. 254)
– L’adorazione negli occhi della donna brillava come il suo rossetto, era il secondo particolare colorato di quella storia piena di mille grigi che doveva essere la sua vita (Niente di vero tranne gli occhi, pag. 22)
– Questo posto e questa vita fanno appassire i colori ed è inutile mescolare dei grigi. Più chiaro o più scuro, sempre un altro grigio viene fuori (Appunti di un venditore di donne, pag. 29)
– Solo in quell’auto ferma a un semaforo rosso, acceso come sangue su una lampadina, aleggiava una presenza che aveva il potere di oscurare tutta quella luce e di virare i colori del mondo nelle tonalità opache del bianco e del nero (Io uccido, pag. 96).

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Clichy, Firenze 2013

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Dai brani riportati, si evince come certe ricorrenze nei libri di Giorgio Faletti si siano rivelate infausti presagi:

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Inserzionisti

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Non escludo che questo meccanismo di aspettative che convergono giochi un ruolo importante, ma forse la spiegazione più semplice è che l’azienda Mediaset va sistematicamente meglio quando Berlusconi è al Governo rispetto a quando non lo è.

Non è solo questione di leggi ad personam, ma del business stesso di Mediaset, che consiste principalmente nella vendita di spazi pubblicitari. Un recente working paper di Stefano DellaVigna, Ruben Durante, Eliana La Ferrara e Brian Knight mostra come gli inserzionisti pubblicitari sistematicamente tendano a comprare più spazi sui canali Mediaset che sui canali concorrenti quando Berlusconi è premier rispetto a quando è all’opposizione. Lo spostamento negli acquisti è significativamente più ampio per le imprese di dimensioni maggiori e per quelle che sono attive nei settori più regolamentati. I risultati sono coerenti con l’ipotesi che l’acquisto di spazi pubblicitari sia un modo per ingraziarsi il premier e ottenere provvedimenti legislativi e regolamentari favorevoli, mossa per l’appunto più semplice nei settori regolamentati. E il conto economico di Mediaset ne guadagna.

Più che dalle colombe nel Pdl, il Governo Letta potrebbe dunque essere salvato dagli opportunistici inserzionisti, dagli investitori razionali e dal vecchio Confalonieri: la serendipity del conflitto di interessi.

http://www.lavoce.info/piu-che-il-falco-pote-linserzionista

 

Scurdatevilla

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Dunque, Telecom Italia Media ha approvato la cessione della sua rete televisiva La7 a Cairo Communication.
Grazie a questo accordo, la controllante Telecom Italia potrà “deconsolidare” (togliere dal bilancio) le cospicue perdite de La7: ma l’impatto positivo sui conti è complessivamente limitato, visto che, per consentire la vendita, Telecom ha dovuto accettare di cancellare 100 milioni di euro di crediti verso Telecom Italia Media.
Ora, facciamo due conti. Telecom Italia Media ha appena resi noti i risultati di bilancio, che vedono una perdita netta di 187 milioni di euro nel quarto trimestre 2012, ovvero 241 milioni di euro in tutto il 2012, a causa di una svalutazione straordinaria che pesa sul bilancio per 156,7 milioni di euro. Poiché la perdita del gruppo è superiore a un terzo del capitale sociale, il prossimo 5 aprile è stata convocata l’assemblea dei soci per adottare i provvedimenti di legge.
Una situazione non facile, dunque. Telecom Italia rinuncia a 100 milioni di euro di crediti per consentire a La7 di essere ricapitalizzata. Secondo l’accordo con l’editore Cairo, che si è impegnato a non vendere La7 per un periodo di 24 mesi, la tv sarà finanziata dal compratore con 88 milioni di cassa e 138 milioni di patrimonio derivante dalla rinuncia di crediti finanziari della Cairo Communication verso La7 per la raccolta di pubblicità. Poi c’è un accordo pluriennale tra La7 e la vecchia proprietà TI Media per il noleggio delle frequenze, a un prezzo in linea con quello dei “migliori clienti”. TI Media, infine, sopporterà il peso delle perdite di La7 ancora per i primi 6 mesi del 2013.
E’ intuibile che per una rete televisiva in perdita che dev’essere risanata è facile veder modificare la propria struttura e i propri palinsesti. Qualcuno arriva a dire: “Avete presente La7 come l’avete conosciuta e apprezzata finora? Be’, scurdatevilla!”

 

Discorso sopra i costumi degl’Italiani

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Gl’italiani hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi. Poche usanze e abitudini hanno che si possano dir nazionali, ma queste poche, e l’altre assai più numerose che si possono e debbono dir provinciali e municipali, sono seguite piuttosto per sola assuefazione che per ispirito alcuno o nazionale o provinciale, per forza di natura, perché il contraffar loro o l’ometterle sia molto pericoloso dal lato dell’opinione pubblica, come è nell’altre nazioni, e perché quando pur lo fosse, questo pericolo sia molto temuto. Ma questo pericolo realmente non v’è, perché lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de’ principi, lascia a ciascuno quasi intera libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada, senza che il pubblico se n’impacci, o impacciandosene sia molto atteso, né se n’impacci mai in modo da dar molta briga e da far molto considerare il suo piacere o dispiacere, approvazione o disapprovazione. Gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli sia. E gli usi e costumi generali e pubblici, non sono, come ho detto, se non abitudini, e non sono seguiti che per liberissima volontà, determinata quasi unicamente dalla materiale assuefazione, dall’aver sempre fatta quella tal cosa, in quel tal modo, in quel tal tempo, dall’averla veduta fare ai maggiori, dall’essere stata sempre fatta, dal vederla fare agli altri, dal non curarsi o non pensare di fare altrimenti o di non farla (al che basterebbe il volere); e facendola del resto con pienissima indifferenza, senz’attaccarvi importanza alcuna, senza che l’animo né lo spirito nazionale, o qualunque, vi prenda alcuna parte, considerando per egualmente importante il farla che il tralasciarla o il contraffarle, non tralasciandola e non contraffacendole appunto perché nulla importa, e per lo più con disprezzo, e sovente occorrendo con riso e scherzo di quel tal uso e costume.

Giacomo Leopardi, dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani

 

Media(sun)set

A Piazza Affari è da otto sedute consecutive che il titolo Mediaset è in ribasso: ieri ha preso l’ultimo colpo, chiudendo in calo del 3,11% dopo essere scivolato fino a -3,5%, quando al Tribunale di Milano c’è stata la lettura della sentenza di condanna (in primo grado) per Silvio Berlusconi a quattro anni di carcere.
Il processo – iniziato nel 2006 – è quello sulla presunta frode fiscale per 470 milioni di euro nella compravendita di diritti cinematografici e televisivi da parte di Mediaset (major cinematografiche americane avrebbero venduto i diritti a due società off-shore, le quali li avrebbero rivenduti a Mediaset a prezzi gonfiati, per aggirare il fisco italiano e creare fondi neri a disposizione di Berlusconi). L’attuale presidente Fedele Confalonieri invece, imputato con la stessa accusa, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Significativo che la condanna sia stata superiore alla richiesta del pubblico ministero, Fabio De Pasquale, che aveva chiesto 3 anni e 8 mesi per Berlusconi e a 3 anni e 4 mesi per Confalonieri.
Dall’inizio dell’anno il titolo Mediaset è crollato del 36%, e con questa condanna si acuiscono i timori sui conti del gruppo, in una fase in cui la raccolta pubblicitaria su giornali e tv è in drastico calo. Una reazione del mercato più che comprensibile: visto che gran parte del sistema mediatico sta spingendo sulla demonizzazione dei reati fiscali e che l’ex-premier ha appena annunciato di non voler tornare al potere, è facile temere una futura regolamentazione che penalizzerà le sue aziende.
Mediaset Sunset, dice qualcuno.

 

La Sette


Della vendita di Telecom Italia Media, la società che possiede la rete televisiva La7, si parla da tempo: è stata messa ufficialmente sul mercato da maggio, da quando la controllante Telecom Italia ha dato l’incarico a due banche d’affari di cercare partner o compratori. L’asta si dovrebbe chiudere il 24 settembre: questa settimana i quotidiani parlavano di una dozzina di soggetti in lizza, mentre ora pare siano dimezzati. L’elenco dei pretendenti si è allungato e accorciato molte volte, negli ultimi mesi, e a ogni nuovo ingresso ha fatto seguito un violento rialzo del titolo in Borsa, con un successivo ripiegamento. 

I due pezzi grossi Mediaset e Sky hanno appena comunicato che non sono interessati alla società, mentre Fastweb ha precisato di non aver mai avuto intenzione di presentare un’offerta. Per ultimo, anche Tarak Ben Ammar, il noto imprenditore televisivo tunisino, ha negato di essere mai stato tra i pretendenti. Non c’è da stupirsi: a dispetto della grande risonanza ottenuta sulla stampa, la realtà espressa dai fondamentali economici della società è ben più modesta. Ai prezzi di oggi, Telecom Italia Media capitalizza circa 275 milioni di euro (nel senso che, se qualcuno volesse acquistare tutte le azioni in circolazione a quel prezzo, spenderebbe quella cifra). Tenendo conto del debito di 201 milioni di euro, il suo valore d’impresa è sui 475 milioni di euro. Chiunque decidesse di impiegare le sue risorse per comprarla, deve considerare che negli ultimi quattro anni questa società ha generato 300 milioni di euro di perdite nette; e già si sa che l’esercizio in corso si chiuderà in rosso, almeno a livello di Ebitda (che è il risultato di bilancio prima di detrarre gli interessi passivi, gli ammortamenti e le imposte).

Di certo, La7 avrà un valore strategico per chi vorrà cimentarsi nell’arena televisiva italiana, ma chi la compra si porta in casa una società che, così com’è, produce solo perdite. La parte di valore di Telecom Italia Media che non perde soldi è quella che sta dietro le quinte della ribalta televisiva: Tim Broadcasting, la divisione che affitta le frequenze ai canali tv. Nei primi sei mesi del 2012 questo operatore di rete ha realizzato ricavi per 37,7 milioni di euro (da 26 milioni di euro dell’anno prima), mentre l’Ebitda è raddoppiato a 22 milioni di euro.
Tanto per essere chiari.

 

Showdown

Questo è il testo integrale della lettera inviata dall’amministratore delegato di Assicurazioni Generali, Giovanni Perissinotto, ai consiglieri della compagnia in vista del Consiglio d’amministrazione straordinario di sabato 2 giugno, che discuterà la sfiducia nei suoi confronti chiesta — sostanzalmente — dall’azionista di riferimento Mediobanca.

La lettera, che porta la data del 31 maggio, è stata ottenuta da Reuters.

GENERALI
Giovanni Perissinotto
Group CEO

Illustri consiglieri,
Ho preso atto della prossima convocazione del nostro consiglio di amministrazione avvenuta ad opera del Presidente in presenza di una pretesa e non meglio specificata urgenza e con l’indicazione di un ordine del giorno che rimanda a norme del codice civile in maniera del tutto generica e indeterminata.

Alla luce di un incontro al quale sono stato convocato mercoledì scorso dal Presidente e Amministratore delegato di Mediobanca posso immaginare, almeno parzialmente, che la discussione del prossimo consiglio riguarderà una mozione di sfiducia espressa dal suddetto socio nei miei confronti quale CEO di Generali.

Voglio pertanto provvedere a fornire a tutti voi una informativa sul tema di discussione in questione, affinché – almeno in parte – si possa colmare il vizio procedurale caratterizzato da una convocazione irrituale del consiglio, e voi possiate pertanto – sia pure parzialmente – essere messi nella condizione di discutere e deliberare in modo consapevole e informato.

Esprimo anzitutto la mia incredulità perché – in un momento così impegnativo e delicato sia per le Assicurazioni Generali che per il Paese del cui sistema finanziario Generali è una parte importante – il nostro socio di maggioranza relativa ritenga appropriato o consigliabile mettere ancora una volta i propri interessi sopra quelli della Compagnia, dei suoi assicurati, dei suoi impiegati e della stragrande maggioranza dei suoi azionisti.

Nonostante negli anni io abbia mio malgrado preso atto che Mediobanca ritiene di avere diritti speciali sui destino di questo Gruppo, sono ancora incredulo di fronte a quanto mi è stato comunicato dal socio Mediobanca lo scorso mercoledì, ovvero che gli amministratori su cui detto socio ritiene di esercitare una speciale influenza non avrebbero più fiducia nella mia leadership. E’ lontana da me l’idea di mettere la salvaguardia della mia personale posizione sopra gli interessi di Assicurazioni Generali. Chiunque può darmi atto che negli ormai decenni di servizio in questa Compagnia non ho mai confuso cosa fosse buono per me o per il Gruppo.

Mi aspetto di vedermi contestato il fatto che le performance dell’azione Generali sono state negli ultimi tempi insoddisfacenti. E io non posso che condividere questo punto. Tuttavia anche la più superficiale delle analisi dirà che questo non è il risultato di errori di gestione, ma è direttamente legato alla percezione dei mercati della nostra storica, attuale e significativa esposizione verso l’Italia e al fatto che siamo stati e rimaniamo leali sostenitori del debito sovrano del Governo italiano. La riprova di ciò si ricava da una comparazione con i risultati dei nostri principali competitors i quali, a tutti è noto, si sono giovati di ingenti immissioni di mezzi propri al contrario della nostra Compagnia che, per volere anche e soprattutto del suo socio di riferimento, non ha voluto scegliere questa strada. Volere dare spiegazioni differenti da questa sarebbe intellettualmente disonesto.

Vorrei inoltre ricordare che in tutti questi anni e anche in tempi recenti, vari tentativi del management di Generali di diversificare il nostro rischio verso le nuove aree del mondo a maggiore crescita sono stati ostacolati dall’azionista di riferimento. La mia impressione è che questo sia avvenuto non tanto per la preoccupazione sul futuro di Generali quanto piuttosto perché questo avrebbe potuto comportare una diluizione nel nostro azionariato e ridotto l’influenza sul Gruppo dell’azionista Mediobanca, alla luce della sua evidente indisponibilità a sottoscrivere un aumento di capitale.

So che I’indipendenza che io assieme al management abbiamo sempre cercato di perseguire è stata talvolta di poco aiuto al ruolo sistemico che alcuni ritengono Mediobanca dovrebbe giocare nel nostro Paese. Ma ho sempre considerato questo problema come un problema del nostro azionista e non nostro. E’ tuttavia chiaro per me che, in tempi recenti, questa indipendenza di spirito e di azione ha provocato un irrazionale sospetto da parte del management di Mediobanca.

Mi riferisco ovviamente all’attuale transazione fra Unipol e Fonsai che Mediobanca sta sponsorizzando. Mentre io ho seri dubbi sulla visione strategica di questa operazione, non solo per la inquietante prova che non si può certo ignorare riguardante la salute finanziaria di quello che dovrebbe essere il salvatore; al contrario di quella che sembra essere la convinzione del top management di Mediobanca io non reputo che sarebbe corretto per me essere coinvolto in alcun modo nella vicenda Fonsai. In ogni caso, è evidente che la errata convinzione che io abbia in qualche modo aiutato – o più precisamente non abbia esercitato la mia influenza per evitare la partecipazione di una parte in transazioni che “minacciano” interessi vitali per Mediobanca – sia all’origine della mozione di sfiducia mossami quale CEO di Generali.

Non ho dubbi che dal nostro azionista di riferimento abbia già individuato un candidato “presentabile” per ricoprire la posizione di CEO in Generali e scelto all’esterno del nostro Gruppo. Tuttavia per quanto questa persona possa essere rispettabile, la sua scelta non potrà fare a meno di essere “inquinata” dal fatto che la sua nomina è dettata da logiche che prescindono valutazioni di business.

In conclusione, voglio anticipare a tutti voi consiglieri che non ho alcuna intenzione di accogliere la mozione di sfiducia anticipatami dall’azionista Mediobanca e di presentare le mie dimissioni dalla posizione di Group Chief Executive. Ciò per la semplice ragione che non esiste un motivo oggettivo per farlo; per la verità, alla luce di quanto ho scritto prima, ci sono tutte le ragioni per non farlo. Considerando lo scenario estremamente volatile in cui stiamo operando – con un certo successo, potrei aggiungere – faccio semplicemente notare che qualsiasi mossa in grado di destabilizzare la più grande istituzione finanziaria del Paese nella percezione del mercato, sarebbe quantomeno inappropriata.

Trieste, 31 maggio 2012 Giovanni Perissinotto


Per avere un’idea di com’è composto il Consiglio di amministrazione di Mediobanca, la più grande banca d’affari del Paese, si può leggere l’articolo de IlSole24Ore.com del 26 aprile scorso, il cui titolo già spiega qualcosa:

Berlusconi (Marina) e Palenzona lasciano Mediobanca. Nel Cda potrebbe arrivare Piersilvio


I consiglieri Marina Berlusconi e Fabrizio Palenzona hanno rassegnato in data odierna le dimissioni dalla carica di amministratori di Mediobanca. È quanto si legge in una nota della banca. A quanto si apprende le dimissioni di Marina Berlusconi, legate alla legge sui doppi incarichi, sono motivate dal fatto che Fininvest, di cui è presidente, ha il controllo congiunto di Mediolanum, che è un gruppo finanziario. […]
Bocche cucite in Fininvest ma per la successione nel cda di Mediobanca il nome che circola, indicato dalla stessa Marina Berlusconi, è quello del fratello Piersilvio, che per superare il problema dell’incompatibilità si dimetterebbe dal Cda Fininvest. Una scelta di continuità, si osserva in ambienti finanziari, che ribadisce anche l’importanza attribuita dal gruppo Berlusconi alla sua presenza in Mediobanca.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-04-26/berlusconi-marina-palenzona-lasciano-211246.shtml

 

La sconfitta

MILANO, 31 maggio (Reuters)

Mediaset non partecipa al generale rialzo del mercato, colpita delle speculazioni sugli effetti della sonora sconfitta alle elezioni amministrative della coalizione di governo guidata dal primo azionista Silvio Berlusconi.
Già ieri il titolo aveva iniziato a soffrire e alcuni trader avevano collegato il calo all’arrivo dei dati dei ballottaggi che hanno portato il centrosinistra alla vittoria in tutte le principali città coinvolte. Oggi Bernstein ha tagliato il target price a 3,5 da 4,5 euro, mantenendo il giudizio “market-perform”, proprio per i timori legati alle possibili conseguenze sul governo dei risultati di questa consultazione elettorale.
Intorno alle 10,50 il titolo cede lo 0,16% a 3,662, con volumi non particolarmente significativi, unico titolo negativo del FTSEMib, che sale dell’1,7%. I media europei avanzano dello 0,5%.
“L’ultimo round elettorale ha inferto un duro colpo alla coalizione di centrodestra” e la sopravvivenza del governo diventa più difficile, commenta in una nota Bernstein che non esclude nei prossimi mesi un nuovo governo con la stessa maggioranza o elezioni anticipate. Sottolineando che si tratta di un ragionamento “prematuro e speculativo”, il broker spiega che “un cambio di governo potrebbe essere molto dannoso per gli investitori di Mediaset”. Continua a leggere “La sconfitta”

Le mani sul Corriere

Ho letto ieri nel notiziario Reuters:

Torna il divieto di incroci tra stampa e televisione solo fino a marzo 2011, nell’ultima versione del maxiemendamento al decreto legge Milleproroghe, sul quale oggi il governo ha chiesto la fiducia della Camera.
Il testo consegnato oggi ai deputati e diffuso ai giornalisti dall’opposizione (l’atto formale non figura ancora nei documenti allegati al resoconto di seduta) ripristina la versione originale del decreto, che estende il divieto di incrocio da fine 2010 al 31 marzo 2011, con la possibilità di un’ulteriore proroga al 31 dicembre 2011 tramite un decreto del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Il Partito democratico, per bocca di Vincenzo Vita, attacca il governo e denuncia “il rischio che Mediaset acquisisca il Corriere della Sera, viste anche le turbolenze societarie di quest’ultimo”.

Mi chiedo: se il divieto scadrà il 31 marzo e non dovesse essere rinnovato da Silvio Berlusconi, perché lo stesso Berlusconi vuole davvero impossessarsi del Corriere della sera (come molti dicono, e quando una voce circola troppo insistentemente è probabile che sia fondata), può essere che le azioni Rcs Mediagroup — che ieri in Borsa hanno chiuso a 1,217 — siano un ottimo investimento speculativo? Secondo certi specialisti, sì.
Stamattina, intanto, sono già a 1,24.