Semantica della felicità 4

Per i filosofi greci il problema della felicità non si poneva quasi: dipende tutto da noi. Senza rendercene conto deleghiamo la nostra felicità, lasciamo che altri decidano cosa valga e cosa no. Ossessionati dalla pressione sociale, dalle attese altrui, dai luoghi comuni, perdiamo il controllo su noi stessi, sempre in cerca di qualcosa e sempre insoddisfatti. Ma se sapremo liberarci di tutto questo, potremo riappropriarci delle nostre giornate, riscoprire cosa veramente vogliamo e diventare ciò che siamo, come diceva Nietsche, uno che i pregiudizi li combatteva con il martello. Non è facile, ci vuole coraggio. Ma ne vale la pena. Libero dalla servitù delle paure e delle passioni «vivrai come un dio tra gli uomini», scriveva Epicuro.

Mauro Bonazzi in La Lettura #242, p. 2

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La lettura come surrogato

«Perfino la più grande mente non è sempre capace di pensare da sé. Perciò essa fa bene a utilizzare il tempo rimanente per la lettura, la quale, come già è stato detto, è un surrogato del pensare autonomo e fornisce materia allo spirito, lasciando che un altro pensi per noi, sebbene sempre in un modo che non è il nostro. Per questa ragione non bisogna leggere troppo, affinché lo spirito non si abitui al surrogato e non disimpari a pensare da sé, affinché, dunque, non si abitui ad andare per vie già battute, e affinché il seguire il cammino dei pensieri altrui non lo estranei dal proprio cammino. Meno che mai, per colpa della lettura, ci si deve sottrarre completamente alla vista del mondo reale; giacché lo stimolo e lo stato d’animo idonei al pensiero autonomo subentrano senza paragoni più spesso quando la mente contempla il mondo reale, che non già quando essa è presa dalla lettura. L’oggetto dell’intuizione, il reale, nella sua originarietà e forza è, infatti, l’oggetto naturale dello spirito pensante, e riesce più facilmente di tutto il resto a eccitarlo profondamente.»

Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena. Scritti filosofici minori (1851), prefazione di Giorgio Colli, Adelphi, Milano.

Semantica della felicità 3

Non volendo per ora entrare nel merito di tali questioni e prendendo per buono il luogo comune, sembra che la felicità possieda la natura dell’attimo. Ciò non toglie, però, che ben si sappia cosa essa è, in che consiste, altrimenti non potrebbe essere neppure perduta. Tanto basta per poter parlare di essa come di cosa che c’è, intorno a cui ci si può interrogare con senso, dal momento che la pur concessa transitorietà nulla toglie alla sua effettività.
Agli uomini accade d’essere felici e perciò essi sanno in che consiste la felicità: quel che invece ignorano o comunque risulta loro poco chiaro è la ragione del loro sentirsi felici. D’altra parte è normale che sia così, se è vero che la felicità coincide con una generale sensazione di soddisfazione e di pienezza tale che nel momento in cui la si possiede se ne è, in effetti, posseduti e non si può uscire da essa: non a caso è stato detto che la felicità altro non è che uno stato di grazia. Gli uomini, quando sono felici, la felicità la vivono o, più esattamente, vivono di felicità e perciò è impossibile che si domandino perché sono felici: se se lo domandassero è probabile che cesserebbero di essere felici, problematizzerebbero lo stato in cui si trovano e in certo senso si porterebbero fuori di esso: il sentimento di pienezza sarebbe velato  dall’ombra della perdita. L’interrogazione sul perché di un evento equivale, infatti, alla formulazione dell’idea che quel che c’è potrebbe anche non esserci e che perciò la condizione di benessere in cui ci si trova è qualcosa che può anch’esso dileguare. Tanto basta a turbare l’incanto, a insinuare nello stato di pienezza un senso di precarietà sia pur indeterminato, ma, comunque, sufficiente a dissolvere la certezza del proprio bene. Ciò che, infatti, caratterizza la felicità come condizione interna, come stato della mente, è la certezza del proprio benessere, e ciò è possibile solo se si è immersi interamente in esso. La felicità possiede dunque i tratti dell’immediatezza e ciò è così vero che, se può bastare poco per essere felici, è impossibile esserlo se si perde la certezza della propria condizione, se si immagina che essa può essere perduta. L’uomo non attinge la felicità per via di riflessione: in senso stretto l’uomo non sa di essere felice, si sente felice. Sotto questo aspetto Adorno non era lontano dal vero quando a proposito della felicità scriveva: «È  per la felicità come per la verità: non la si ha, ma ci si è. Felicità non è che l’esser circondati, l’“esser dentro”, come un tempo nel grembo della madre».

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, p. 14

Semantica della felicità 2

Gli uomini possiedono una cognizione perfetta della felicità, non foss’altro che come stato della mente: caso mai quel che non è sufficientemente noto è il modo in cui tale stato si produce, come ad esso si perviene e ancor più come è possibile che in esso si permanga. Si dice infatti che dalla felicità si è rapiti, che essa giunge inattesa e in modo altrettanto inatteso svanisce secondo le grandi parole di Agostino: raptim quasi per transitum. La felicità pare dunque immotivata e inattesa come il dolore e in generale come ciò che riguarda le esperienze estreme, le discontinuità assolute. Solo che il dolore inchioda, stringe e costringe, la felicità lambisce: balena e dispare. Almeno così si dice, così raccontano i più. La felicità si disegna dunque a prima vista come un bene transitorio, ove il dolore si rivela, invece, per gli uomini come una condizione più consueta. Sarà vero, ma ammesso pure che per gli uomini sia più abituale la sofferenza, la felicità sembra essere di questa più originaria. Non è, infatti, concepibile l’impedimento ove non vi è spinta, né perdita ove non vi è possesso, né in generale vi è negazione se non vi è positività. È probabile dunque che il dolore sia nella vita più presente che la felicità, ma di certo è ad essa conseguente. La felicità sarà pure transitoria, ma la sua apparizione nell’esperienza sembra essere più originaria della sofferenza.

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, p.12

 

Semantica della felicità

Agli uomini accade d’essere felici. La felicità, è perciò un fatto, più esattamente un sentimento, uno stato della mente. Gli uomini sanno cos’è la felicità e non tanto perché ne possiedono il concetto, ma perché ne sperimentano la condizione: essi, infatti, non ignorano quel che sentono quando si sentono felici. La felicità dunque esiste e come tale è di questo mondo.
[…]
Se è così, la felicità si dà ad essere come una tonalità affettiva dell’essere nel mondo o, più determinatamente, come una modalità dello stare al mondo. La felicità agli uomini è nota e dunque è di questo mondo. D’altra parte non ci vuol molto per farsene un’idea: basta semplicemente esser stati felici. A questo punto poco importa che la condizione di felicità sia breve o lunga, che sia occasionale o consueta, quel che invece è importante è dato dal fatto che essa una volta vissuta non può essere dimenticata, poiché la coscienza mantiene in sé quel che trapassa. Per l’uomo nulla perisce definitivamente, poiché il tempo non è in grado di abolire l’esperienza. La coscienza, infatti, può essere intesa come un consolidarsi dello stesso fluire. Così interpretata, essa viene a coincidere con lo stratificarsi progressivo dell’esperienza e trattiene quel che trapassa, poiché in certo senso essa altro non è se non un passato che si immobilizza. Ogni uomo è radicato nel suo passato e per questo quel che passa non è mai definitivamente perduto: per questo può essere sempre ricercato e fors’anche ritrovato. La felicità può dunque esser perduta come condizione di vita, ma non può esser cancellata come esperienza e a tale titolo può sempre esser ricercata.

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, pp.11-12

Lettera al mio stalker, di Gaia Conventi

Mi sono posta spesso il quesito, fin dal post che ci ha fatti incontrare. Non sapendo come incasellarti, ho chiesto consiglio alla Questura di Ferrara. Ho fatto presente che mi hai dato della donnaccia su Facebook, che sul mio blog ti sei spacciato per il tuo avvocato, il tuo psicologo, per tua cognata e per qualche altro personaggio, sempre presentandoti con la stessa email e lo stesso IP.
Secondo la Questura di Ferrara, il fatto che abiti a Catania ti rende uno stalker a basso rischio d’azione. Dunque uno stalker inamovibile e un po’ pigro, spero che la cosa non ti urti…

http://gaialodovica.wordpress.com/2013/12/06/lettera-al-mio-stalker-ff-stalkingstalkersday

 

· 92


Anche a me il solo averti vicina rinfranca e rassicura. La sera di quella presentazione mi giravo spesso a guardarti, perché mi annoiavo e la tua presenza al mio fianco m’attirava irresistibilmente. Le presentazioni dei libri mi annoiano quasi sempre, non c’è rimedio: ascolto per un minuto, poi la testa va per conto suo. Mi giravo a guardare il tuo profilo e ti vedevo un leggero sorriso, forse perché eri consapevole della mia vicinanza.
Ma mi preoccupa il fatto che, lontana da me, ti senti “con pensieri tristi, con un peso sulle spalle, goffa, impacciata, brutta e nervosa”. Come sarebbe? Con tutte le qualità che hai e con un futuro così radioso davanti? È assurdo, non c’è nemmeno bisogno che lo dica. Devi sentirti sempre bella e fiduciosa, anche quando sono fisicamente lontano. A me capita sempre più spesso di sentirmi sereno sul nostro futuro (anche se il disagio dato dall’incertezza e dai dubbi non cessa di emergere): basterebbe questa consapevolezza, molto fondata, a metterci al riparo da stati di ansia o di timore e dai sensi di colpa. Non mi domanderò più se merito questa fortuna e questi privilegi, perché devo – dobbiamo – solo coglierli e usarli al meglio, con scrupolo, e dobbiamo vivere positivamente, con la fiducia che ci accompagna sempre. Io sono pronto a concedermi senza risparmio, a non farti sentire mai sola. Penso che più il tempo passerà più saremo presenti l’uno all’altra, così ti rafforzerai, acquisirai ancor più fiducia per i tuoi compiti e per esprimerti secondo le tue inclinazioni. Dire quanto mi mancano il tuo profumo e il tuo sorriso, le tue parole e la tua voce di ragazza è scontato, ma non perde mai il suo senso, è una cosa quasi necessaria.

 

· 91

jack vettriano


Ecco, hai detto bene a proposito della mancanza di contatto fisico tra noi: mi sento anch’io fragile, con pensieri tristi, con un peso sulle spalle, goffa, impacciata, brutta e nervosa. Perché ho bisogno di te tutto intero! Oggi pomeriggio, quando mi sentivo sperduta, ho semplicemente immaginato di tendere la mano e di trovare la tua, anche solo questo minuscolo contatto mi darebbe il sollievo che cerco e che solo tu mi puoi dare. Solo tu e nessun altro che conosca. Ti ricordi quando eravamo all’incontro di presentazione di quel libro organizzato dai tuoi amici? Eravamo semplicemente seduti accanto senza neanche guardarci, eppure già essere al tuo fianco e sentirti vicino a me mi faceva sentire bene.
Comunque, quando dico che sei bello non lo dico tanto per dire. Piuttosto starei zitta, non te lo ripeterei continuamente. Prima, quando mi hai scritto che hai comprato delle camicie, ti ho visualizzato come ti ho visto le ultime volte: con i pantaloni leggeri, con la camicia che lascia scoperti gli avambracci e mi permette di insinuare le mani fino a carezzarti la schiena, e con i tuoi occhiali da sole: non solo bello, ma anche sexy. Molto. Poi ti ho visto come sei alla guida della macchina, quando mi volto a guardarti (o meglio, ad adorarti) e ti vedo di profilo, sia con gli occhiali sia senza, anche lì sei stupendo. Insomma, ti ho proprio visualizzato in quella posizione, che guardi la strada con le mani sul volante (e ogni tanto ne allunghi una per accarezzarmi) e ho provato un brivido e un languore violento che quasi mi son vergognata! Sei stupendo, non solo interiormente ma anche esteriormente. Te l’ho detto: anche non conoscendoti, se ti avessi visto per strada o seduto da qualche parte non lontano da me, ti avrei subito notato. Poi, in questo periodo mi son detta più volte che è bellissimo leggere gli stessi libri, perché è bello confrontarci e sentirci uniti anche in questo. “La regina degli scacchi” mi è piaciuto forse più de “L’uomo che cadde sulla terra”, ti tiene attaccato alla pagina, secondo me. Però finora sei tu che hai letto i libri che volevo leggere io, ma se ne hai qualcuno che vuoi leggere tu, mi accodo io. Sì, “Il male oscuro” l’ho letto tutto ed è stata una delle letture più dolorose (forse proprio la più dolorosa) in assoluto. C’è questo rapporto col padre, e con la famiglia… terribile. Adesso sto leggendo un romanzo di Palahniuk (“Soffocare”), volevo vedere come e cosa scrive, dato che è uno di quegli autori che ha un popolo di lettori fanatici e adoranti, ma non mi sta convincendo molto, per ora. Comunque, almeno so come scrive. Entro giovedì l’avrò finito.

 

· 90

magritte


Oggi ho provato a immaginare cosa mi succederebbe se dovessi separarmi da te e non vederti più. Già ne ho sentite sulla pelle le ipotetiche conseguenze – in scala ridotta – quando strani e infondati pensieri ti mostravano allontanata da me. Facendo le debite proporzioni, visto che conosco il mio fisico e certe manifestazioni della mia psiche, provo a ricostruire uno scenario “pratico”, avvalendomi di un esempio.
Se mi accadesse di rendermi conto all’improvviso, in qualsiasi modo (una tua lettera di addio, oppure il vederti abbracciata a un altro, oppure se te ne andassi dicendomi o lasciandomi capire di non considerarmi più importante), che ti ho persa, che non ti vedrò più se non come semplice conoscente, che tutto è finito, sentirei esplodere in me una serie di reazioni fisiche che investirebbe il sistema nervoso, irradiandosi nel cervello e nella psiche. Il petto mi friggerebbe come se fosse collegato a cavi elettrici a basso voltaggio; la vista si annebbierebbe; tutti gli oggetti che mi circondano perderebbero significato, e così le cose che devo fare o sto facendo. Mi fermerei annichilito, con la sensazione di friggere che s’intensifica e si diffonde nel corpo, fino ad arrivare alla testa e alle facoltà percettive. Quindi, non sentirei quasi i richiami di chi mi è vicino, che magari mi chiede cosa mi stia succedendo. La vita intera, cioè tutto l’ambiente circostante e la consapevolezza delle mie funzioni, a partire da ciò a cui ero intento, diverrebbe estranea. Resterei così, inerme e inerte, senza sapere che fare e senza riuscire a rispondere alle sollecitazioni, coi battiti del cuore che martellano e il corpo che brucia. Improvvisamente la vita mi apparirebbe insensata, e anche il mondo che mi circonda perderebbe senso. Credo che uno stato simile alla “frittura interna” lo provai quando assunsi una medicina che mi colpì il sistema nervoso, facendomi soffrire per due giorni: l’unica differenza è che quella mi dava le allucinazioni, che qui non avrei. Qui avrei il vuoto, un vuoto doloroso e invalidante. Ecco, forse la parola giusta sarebbe questa: invalidante, perché resterei incapace di fare alcunché per un periodo imprecisato. Sarei stordito dal dolore, dal friggere interno, dal peso sul diaframma, dal galoppare forsennato del cuore, dallo smarrimento che m’invade e mi rende incapace di rispondere agli stimoli e di dire cosa mi sta succedendo. La preoccupazione di chi mi sta vicino, le domande ripetute e pressanti peggiorerebbero il mio stato, perché sarei impossibilitato a rispondere, non potrei dire: “Aiuto, ho un’improvvisa fitta nel cervello!”, oppure: “Oddio, mia madre è morta!” ed essere subito soccorso: no, non riuscirei a parlare, dovrei tenere dentro l’incendio senza poter aprire nemmeno una valvola, e allora la pressione interna crescerebbe, e la sofferenza pure, e anche l’annichilimento e il senso d’impotenza. Questo sarebbe l’inizio. Poi non so come e per quanto tempo proseguirebbe. Quello che temo nel senso più pratico e immediato è proprio l’esplosione interna che fa friggere il corpo e schiaccia il cuore fino a invadere la capacità di pensare e di muoversi e di riconoscere le cose e il senso del proprio esserci. Perché il seguito sarebbe proprio la perdita di senso. Cioè non riconoscerei più la funzione delle cose, ad esempio il fatto che mi sto mettendo a tavola: a che servirebbe mangiare? Se chi mi è vicino mi rivolgesse delle domande, lo guarderei cercando di assegnargli un ruolo, che in quel momento avrebbe perso. I miei libri mi diverrebbero estranei: mi aggirerei fra gli scaffali, con l’incendio che infuria dentro e la sensazione di dolore che cresce, chiedendomi perché mai ne ho accumulati tanti, a cosa mai potevano servire. Mi aggirerei per la casa come un fantasma dolente che ha perso l’orientamento. Ecco cosa succederebbe, se mi rendessi conto di averti persa. Quindi, su questa base empirica, posso affermare con buona approssimazione che tu, per me, sei tutto.

 

· 85

still-life-1914


Ormai misuro i giorni su di te, sulla tua esistenza, sui tuoi orari e i tuoi riti quotidiani. Il risveglio, la colazione, la merenda, lo studio, il lavoro; e poi i messaggi, le lettere, le immagini di noi che rievochiamo e riviviamo nella mente. Osservare i tuoi ritmi mi aiuta a ricreare i miei, che erano praticamente svaniti. E tutto il resto che ci scalda e ci anima, che ci rende tenaci e fiduciosi e forti, colora le nostre giornate di tinte stupende. Anche in quegli attimi in cui ci si trova smarriti per qualche pensiero.