John Elkann e Jeff Bezos

Corriere della Sera, pag. 21: riuniti i vertici di alcune delle testate più importanti del mondo per i 150 anni de La Stampa. Dalla selezione d’interventi, ne pesco alcuni.

«Il rapporto tra i nostri media, Facebook e Google? Loro sono i padroni di casa, noi siamo gli inquilini. Ci stanno alzando l’affitto.»

«Abbiamo il dovere civico di rendere le notizie interessanti.»

«Nei giornali dobbiamo ricreare ogni giorno “Il Trono di Spade”: una storia così interessante che non possiamo restare fuori.»

«Le redazioni saranno più piccole, agili, non formate necessariamente da soli giornalisti.»

«L’indipendenza editoriale è fondamentale, ma giornalisti e aziende devono imparare a lavorare insieme.»

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L’arte espansa

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L’artworld odierno è minato da alcuni falsi miti: ricerca della trasgressione e dello scandalo, alleanza con il sistema dei media e con i gruppi di potere finanziario, furbo ammiccamento, ostentato cinismo, impegno per dar vita a una «cupola mondiale» da cui sono escluse quelle personalità che praticano linguaggi tradizionali come pittura e scultura, derisione ai danni dei profani per difendersi da ogni possibile dissenso. Decisive alcune strategie minime: sottrarre un oggetto dal suo contesto di appartenenza, per introdurlo poi nel «regime estetico»; e dissolvere l’identità dell’opera in un «flusso comunicativo», delegando a team di artigiani la realizzazione effettiva di un determinato progetto.
Per interpretare il «cambiamento epistemologico della nozione di arte», Perniola parla di «svolta fringe»: si trasforma «in qualcosa di emozionante, eccitante e seducente una entità che non riesce a manifestarsi da sola come tale»; e si riporta nello spazio dell’arte qualcosa o qualcuno che è marginale. Quel che conta non è la qualità dell’opera in sé, ma la legittimazione – il «battesimo» – dei «mediatori» (galleristi, direttori di musei, dealer, curatori). Perché oramai «nulla è di per sé stesso arte». Lo diventa attraverso vari stratagemmi: il modo in cui l’autore pensa la sua attività, il contesto diacronico e sincronico dove si trova ad agire, i filtri cui viene sottoposto da parte del pubblico, della critica, dei media, del mercato. «Ne deriva che arte è tutto questo insieme di azioni e reazioni, teorie e iniziative, oggetti e racconti, documenti e materiali del più vario genere».

Vincenzo Trione, in La Lettura #206, pag. 29

L'eptalogo di Spinazzola

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Nella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net – Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo, si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato “Leggere e saper leggere”, Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette regole auree per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell’industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro, visto ancora nella tradizionale struttura di distribuzione cartacea.

1. Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.

2. In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.

3. Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.

4. Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.

5. Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.

6. Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.

7. Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.

Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Il Saggiatore, Milano 2005.

Zafòn e il mondo letterario

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Il protagonista del romanzo, David Martìn, medita sul mondo letterario: «Non hai voluto essere uno di loro, ti rinchiudi nella tua casona». È lei che parla?

«Non c’è niente in quel mondo che possa interessarmi, per me è come l’associazione amici dell’operetta: non ho un interesse particolare, né nel bene né nel male, a creare gruppetti o a prendere caffè. È una cosa tipica di questo mondo. Si partecipa a queste cose per necessità, non per piacere, gli autori vi prendono parte perché è un modo di sopravvivere: un lavoretto qua o là; tutto quello che si dice in questi contesti è motivato da interessi, mascherati da princìpi; ho avuto la fortuna di poter svicolare da tutto questo. Il presunto microcosmo letterario è letterario all’1 per cento e microcosmo al 99 per cento. Ci si entra, ripeto, perché non si ha altra scelta, perché chi ha altra scelta non ci entra.»
[…]

Alta letteratura in televisione?

«Il 99 per cento della migliore letteratura che si produce oggi, della letteratura di qualità, di gente professionale, che non è pretenziosa, non è pedante, non si atteggia, di quelli che sanno veramente costruire storie e personaggi, in altre parole di quelli che sanno scrivere veramente, la trovi nella televisione o nel cinema, ma soprattutto in televisione. Gente con ambizione, abilità e talento ormai praticamente non si dedica più alla letteratura. La letteratura è diventata un ghetto di mediocrità, di noia, di pretenziosità e di gente che se la tira.» […]

Il lettore se ne accorge di tutto questo?

«Certo, tutto questo i lettori lo percepiscono, perché sono molto più avanti delle recensioni ufficiali della critica, questo bunker degli anni ’70 che è rimasto fermo inchiodato ed è stato scavalcato dalla gente. Qualsiasi lettore ora ha una cultura cinematografica, televisiva, fumettistica o fotografica. Ci sono tante cose che sappiamo leggere e che ormai sono dei referenti inconsapevoli.»

(Da un’intervista a Carlos Ruiz Zafòn, El Paìs – la Repubblica, 2 giugno 2008)

Il fascino discreto dell'underground

Ho letto questa intervista a Moresco dove dice in soldoni che ogni scrittore underground deve tenere alla propria identità, non entrare nei meccanismi commerciali della grande editoria, anzi non cercare la grande editoria ma semmai sarà la grande editoria a cercare lui, e che deve rafforzare la propria autostima anche se farà underground per tutta la sua vita, perché, dice, c’è chi pensa che non essere visibili sia non esistere, mentre non essere visibili si è vivi lo stesso. Tutta l’intervista sembra ai miei occhi una specie di generosa consolatio a beneficio di tutti gli scrittori che fanno le riviste per cinquanta persone e che in pratica non se li fila nessuno: un invito a tenere duro, a fare il proprio cammino di sconvolgimento del mercato editoriale. E nello stesso tempo una strana difesa, come se Moresco a pubblicare con Mondadori o Feltrinelli avesse fatto qualcosa di male.

Ora, che io esista anche se non mi pubblica Einaudi me ne ero accorto e anche il fisco purtroppo. La grossa verità, che mi pare Moresco non dica, è che essere visibili nel mondo editoriale non è che sia questa grande eccitazione. Anche lui forse si aspettava che una volta pubblicato da Feltrinelli qualcosa cambiasse, qualcosa di grosso, e invece poi le cose che cambiano ci sono, magari dentro, ma non sono delle cose così importanti viste in prospettiva, rispetto ad altre della vita di una persona voglio dire.
Fare underground poi è un po’ l’equivalente colto di quelli che fanno gioco di ruolo, o il sudoku, gente che si vede in combriccole, di solito in strette librerie.
Se parliamo di vita, di felicità, Moresco parla della sua vita, della soddisfazione della sua vita, ecco non credo che la letteratura sia una cosa così rilevante nella felicità di una persona. Mio figlio in quattro anni di vita mi ha dato più emozioni di quelle che mi ha dato «fare letteratura underground» in venti.
«Fare underground» significa in effetti scrivere non pagati, spendere centinaia di euro per andare a leggere cinque minuti in qualche libreria del centritalia, aspettare di salire sul palco per leggere ad altri scrittori che a loro volta sono lì sotto ad aspettare il loro turno: fare underground significa spesso essere ritenuti mediocri e stare con gente che tu ritieni mediocre: una specie di psicoterapia di gruppo. Quello che ti salva è che talvolta, non molto spesso, alla fine ci esce una pizza in cui si può parlare male di quelli che si sono venduti al cattivo mercato editoriale.

Matteo Galiazzo e Fabrizio Venerandi

leggi tutto: http://www.minimaetmoralia.it/?p=858

Luigi Bernabò al Manifesto (2011)

 

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Da il manifesto, 23 agosto 2011

Ora il compito è contrastare la crisi nell’era dell’e-book

Luigi Bernabò
Direttore della Bernabò Agency

L’agente è molto più che una guida e un compagno di viaggio per l’autore. Poiché la sua remunerazione è proporzionale a quella dell’autore, ha un interesse diretto nel suo successo, di critica e/o di pubblico. Per questo motivo lo assiste fin dalle prime fasi, concezione e stesura dell’opera, fino all’identificazione dell’editore che meglio potrà valorizzarlo e oltre, per tutta la durata della vita dei suoi libri. A differenza degli agenti anglosassoni, che si concentrano quasi esclusivamente su autori del loro paese, gli agenti italiani, che operano su un mercato più ristretto, si fanno carico generalmente sia di autori italiani che stranieri, di cui gestiscono i diritti di traduzione nella nostra lingua. Poiché lo fanno attraverso gli agenti o gli editori stranieri che li tutelano alla fonte e che rappresentano in esclusiva, finiscono per gestire intere «scuderie» e un numero imprecisato di autori.

Un’agenzia come la nostra, che opera da oltre vent’anni, ha in portafoglio patrimoni letterari che vanno da Orwell a Steinbeck e Kerouac ad autori di bestseller come Dan Brown, Ken Follett, Michael Connelly, Glenn Cooper, a scrittori del calibro di Jonathan Franzen, Michael Cun-ningham, Paul Auster. Gli immediati vantaggi sono la forza contrattuale che ne deriva e la consuetudine di rapporti quotidiani con gli editori italiani, che consentono all’agente di avere un quadro sempre aggiornato del panorama editoriale, che può meglio orientarlo nell’individuazione volta per volta del’editore più adatto a pubblicare una determinata opera. Continua a leggere “Luigi Bernabò al Manifesto (2011)”

Sensazioni tattili e visive

 

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Da il manifesto, 23 agosto 2011

Sensazioni tattili e visive aiutano nella scelta di un libro

di Cristiano Guerri
Art director di Feltrinelli

Chiamiamola veste, faccia, immagine o semplicemente copertina, è quello di cui mi occupo da quasi cinque anni all’interno della Feltrinelli, in qualità di art director. Per definizione – cito wikipedia – «l’art director è la figura professionale che si occupa di studiare la parte visuale, grafica e tipografica della comunicazione di un prodotto». Se il prodotto in questione si chiama libro e l’azienda è un’importante casa editrice, la definizione può risultare un po’ riduttiva a confronto con la varietà di dinamiche, esempi, aneddoti che si potrebbero citare nel racconto di questo lavoro.

Una parte rilevante del mio tempo è dedicata all’ascolto. Il mio referente principale è l’editor, colui che ha fatto la scelta di «scommettere» su uno specifico titolo e sta chiedendo a me di darne una interpretazione visiva che possa essere di supporto alla comunicazione di quel progetto. È il momento del cosiddetto «brief»: può durare pochi minuti come richiedere svariati incontri. A volte le idee di partenza possono essere chiare e definite, altre volte hanno bisogno di venire plasmate sulla base di sensazioni e intenzioni più sottili; da me vengono filtrate e arricchite di nuove suggestioni e consigli e trasferite ai quattro grafici che compongono il mio staff.

Il lavoro viene distribuito sulla base delle maggiori attitudini, c’è chi è più propenso a trattare la narrativa, chi la saggistica, chi l’area ragazzi, chi l’area paperback. Ogni progetto di copertina diventa così una storia a sé, tra intuizioni improvvise e parti difficili, cercando di essere originali e innovativi, ma al tempo stesso riconoscibili, nel rispetto dell’identità dell’autore, del testo e della casa editrice.

In alcuni casi lo sforzo maggiore consiste nel ricercare l’immagine più adatta per un singolo libro o una serie di titoli. Ne è un esempio la serie realizzata per José Saramago nella collana Universale Economica. L’obiettivo era trovare un illustratore in grado di rappresentare in chiave simbolica l’immaginario dello scrittore portoghese con un linguaggio che fosse originale e innovativo, ma al tempo stesso in grado di parlare al grande pubblico. La scelta del tratto di Emiliano Ponzi fu molto apprezzata dallo stesso Saramago.

Diverso è il caso in cui si tratti di progettare una nuova collana: una serie di titoli assimilati per autore e/o genere declinati in una veste comune. Oltre alle valutazioni di ordine estetico è importante prevedere la tenuta del progetto nel tempo e la sua capacità di inserirsi nel quadro generale della produzione della casa editrice. Un esempio recente è la serie Grandi Letture Feltrinelli in cui si è cercato con alcuni titoli come Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Omero, Iliade di Alessandro Baricco, Kitchen di Banana Yoshimoto, di avvicinare i classici contemporanei al pubblico più giovane.

Il progetto di questa collana ha previsto la sperimentazione e l’utilizzo di nuovi materiali. Abbiamo scelto per la copertina un cartoncino non plastificato ottenendo un effetto complessivo di morbidezza e piacevolezza al tatto, insieme a una palette cromatica molto vivace e a una grafica di forte impatto, con i disegni di Giuseppe Palumbo. Il contrasto fra la delicatezza del supporto e il codice visivo più acido ci è sembrato un modo efficace per coniugare il mondo dei classici con il linguaggio dei giovani lettori.

L’aspetto di un libro, quindi, non è dato solo dall’immagine di copertina: le sensazioni tattili oltre a quelle visive, possono avere un forte potere di attrazione. Il formato, il peso, la confezione, la superficie e la consistenza della carta, sono aspetti che possono condizionare fortemente la decisione di voler portare con sé proprio quel libro. Sta all’ufficio grafico interpretare queste diverse esigenze, e all’art director la capacità di un confronto costante con artisti, fotografi, grafici, illustratori, stampatori, le cui competenze e energie diverse vengono convogliate nella realizzazione del progetto.

Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo

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Da il manifesto, 23 agosto 2011

Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo

Matteo Codignola
Editor e ideatore della collana «Minima» per Adelphi

«Che genere di libri vi interessa?» Alle prime Buchmesse cui partecipi capita di incontrare editori o agenti che non conosci, o non conoscono te. E in genere, dopo il sinistro schiocco della pinzatrice con cui il tuo biglietto da visita viene incorporato nel quadernetto dello sconosciuto, la domanda che ti senti rivolgere è questa. Ovviamente non si sa cosa rispondere, o almeno non ho mai saputo cosa rispondere io. Credo di non essere mai andato oltre un illuminante «libri», incoraggiando così il mio dirimpettaio (più spesso una dirimpettaia) a scorrere il nostro catalogo, alzare un sopracciglio, e dire qualcosa come, «Ho uno straordinario reportage dall’Iraq, il primo di una donna soldato. C’è tutto, guerra, sesso, commedia, anche scrittura. Negli Stati Uniti è considerato il libro dell’anno, però non penso che faccia per voi».

Non ho tenuto il conto, ma credo di avere speso una parte considerevole della mia vita lavorativa a tentare di convincere vari interlocutori che sì, un certo libro faceva per noi (al contrario di altre proposte, tipo quella che pochi anni fa mi era stata descritta come di estremo interesse: «Autore tedesco, morto da poco. Conchiglie. Simboli. A Roma. Perfetto per voi, no?»).

In alcune circostanze questo corpo a corpo con la propria immagine ha assunto connotati paradossali. Anni fa avevamo deciso di comprare il breve libro di memorie di un giovane attore off americano, che per un anno della sua vita, a Los Angeles, aveva esercitato il mestiere più antico del mondo. Il racconto era divertentissimo, e l’autore – che avevo conosciuto ad Amsterdam insieme alla produttrice dello spettacolo tratto dal libro, Xaviera Hollander – sarebbe stato felice di venire da noi. Il problema era il suo editore scozzese, Canongate, col quale peraltro siamo in rapporti piuttosto stretti. Sulla cifra ci eravamo accordati subito, ma a metà trattativa Canongate ci aveva scritto esprimendo il dubbio che il libro fosse adatto al nostro catalogo. Seguiva richiesta di una dimostrazione (scritta anch’essa) del nostro genuino interesse per l’autore, la sua storia, i suoi temi. Continua a leggere “Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo”

Dal potere delle idee a quello del passaparola (2)

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Da il manifesto, 21 agosto 2011

Dal potere delle idee a quello del passaparola (segue)

Stefano Magagnoli
responsabile della narrativa Rizzoli

Francamente non credo che tutto ciò interessi molto a chi sta leggendo piuttosto mi si vorrà chiedere appunto la solita domanda: «ma lei pubblica solo libri belli oppure è schiavo del mero utile, delle opportunità di mercato, ma lei in definitiva prende scorciatoie?» La risposta è una: non è il mercato che fa l’editoria ma sono le nostre idee (quelle degli autori principalmente) a farla – pensiero espresso con molta fermezza da Leonardo Mondadori in una riunione di quindici anni fa a Segrate a cui sempre ho tentato di attenermi. Perciò, se è passato il concetto, io sono della vecchia scuola. Non così radicale, intendiamoci, come quella di Nick Tosches che ha scritto nel suo romanzo La Mano di Dante la più formidabile invettiva contro l’incapacità tutta degli editori e della banda tutta di affiliati.

«Una troia culona quell’agente. Anche quell’editor aveva il culone. Perfino il mio agente si stava allargando là in basso. Andassero affanculo lui, lei e quell’altro. Andate affanculo tutti quanti.» In trent’anni ho visto il business dell’editoria ridursi ad un sistema aziendale di tecniche di vendita, incolore. Laddove un tempo ci erano state scintille di vita e perlomeno un duraturo rispetto oggi a New York bisognerebbe fare una gran bella fatica per trovare un senior editor che abbia mai sentito parlare del Bosco Sacro di T. S. Eliot.

I più grandi editor non fanno editing. Scoprono grandi scrittori e tramano insieme a loro per fargli guadagnare libertà e denaro. Come avrebbe potuto Saxe Commins, il senior editor di Random House, imporsi su William Faulkner o W. H. Auden? Come avrebbe potuto Barney Rosset interferire con William S. Burroughs o Hubert Selby Jr.? Come faceva un James Laughlin a rompere i coglioni a personaggi come Ezra Pound o Paul Bowles? Non avrebbero potuto semplicemente perché non l’avrebbero mai fatto. Perché questo è il vero editing. Ma il GOLEM (maiuscolo mio) che ha usurpato il potere degli editor ha reso praticamente impossibile quel senso di affinità, di devozione, un senso di respiro comune. L’infinito latino spire, respirare, da cui l’inglese conspire, respirare insieme, ma poi ci fu l’evento del golem, e il golem non respira con nessuno.» Una concezione, questa del grande scrittore americano, tagliata un po’ con l’accetta (scritta nel 2000) ma degna di una riflessione perché attualissima.

Più morbida ma in appoggio alla tesi di Tosches (la negazione del valore aggiunto che il lavoro editoriale dà a un libro) è lo spiritoso racconto che dà Matteo Codignola in Mordecai, (Adelphi) del successo editoriale della Versione di Barney, il celebre romanzo di Richler e che stigmatizza i mille perturbamenti che sfilano un romanzo a un mediocre destino per portarlo all’attenzione del grande pubblico e che spesso con la cura editoriale (qui ottima si intende) poco c’entrano. Un caso, appunto, esemplare di publishing o della sua negazione. Barney , infatti, era stato ritirato dai banchi perché non in testa alle classifiche, aveva perso lo stato di libro e acquisito quello meno lusinghiero di «pezzo». Ma di colpo il libro inizia a vendere e vendere. Nessuno si sa spiegare perché.

«Se il libro – scrive Codignola – non è stato il bestseller che la campagna di lancio aveva tentato di costruire, o se lo è stato a dispetto dell’assenza di una campagna propriamente intesa, il responsabile è sempre lo stesso: il passaparola.» Ma, da una telefonata ricevuta, Codignola (traduttore oltre che editore di Barney) capisce, crede di capire come mai il romanzo abbia iniziato a vendere: in campo era sceso il grande Giuliano Ferrara, con tutti i mezzi di cui disponeva. Perché? Per amore. E così si è realizzata la favola perfetta di uno scrittore in Canada venerato, «ma da quasi tutti ritenuto, in un certo senso, irrimediabilmente locale», che di colpo vende mezzo milione di copie in un paese non solo così lontano, ma anche così diverso come l’Italia. Per Barney non fu solo quello naturalmente, ma l’entrata in campo e la determinazione di una sola persona mise in moto la macchina del successo. E questo è auspicabile che venga studiato nelle scuole di editoria a fianco dei calcoli sulla redditività, sull’incidenza, le campagne di sconti, il pensiero deviato di cambiare titoli agli autori, a fianco del creative writing e del copywriting. Imparare a sparire ogni tanto, essere più umili e aspettare, come in un bosco sacro, che i libri si impossessino dei loro lettori.

(2 – fine)

Dal potere delle idee a quello del passaparola (1)

 

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Da il manifesto, 21 agosto 2011

Dal potere delle idee a quello del passaparola

Stefano Magagnoli
responsabile della narrativa Rizzoli

Lasciandomi suggestionare dalla visione funesta che Tom Engelhardt ha dell’editoria in The Last Days of Publishing dovrei immaginarmi seduto in un saloon (in un comitato editoriale) con le spalle all’entrata e in mano la Aces over Eights, la proverbiale mano del morto – Dead Man’s Hand: due assi (fiori e picche), due otto (fiori e picche) e una carta ancora da girare. La leggenda narra così la morte del pistolero Wild Bill Hickok, freddato alle spalle nel 1876 a Deadwood nel South Dakota. Dalle porte del saloon ad entrare e a scaricarmi un caricatore nella schiena dovrebbero essere l’e-book e i suoi compari (il temibile iPad a fianco del fratello Kindle). Bei tempi, direte voi, quando si riceveva un dattiloscritto in ufficio, e ci si abbandonava al viaggio – mai uguale due volte – della lettura.

L’editoria ha avuto il suo momento di smarrimento, c’è stato nell’aria un silenzio strano e noti editor americani forzavano lo scoop dicendo che Weimar già si scorgeva (Guccini), qualcuno ragliava piano dichiarando Everybody in the business talks the talk, but do any of us have the fainest idea how to walk the walk? sappiamo che il libro sta morendo ma che facciamo? poi in due maniere – prima poco a poco e poi di colpo – ci siamo accorti che non era successo niente, anzi. Il publishing ha iniziato una sua nuova stagione, che raccoglie in sé tutte le vecchie difficoltà e le nuove di un mestiere che non sempre gli scrittori e i critici conoscono. Continua a leggere “Dal potere delle idee a quello del passaparola (1)”