Maeve Brennan

La videro, l’ultima volta, nella redazione del “New Yorker”, di cui era stata regina, quarant’anni fa, era il 1981. Vagava, imbruttita, ossessa, preda di paure, abulica da quel mondo che le pareva pieno di chiodi, di serrature. Da quasi dieci anni non scriveva più, il libro che l’aveva resa leggendaria – quel repertorio di sketch sagaci, leggeri, spesso crudeli, che svelavano la sotterranea violenza della società newyorchese –, The Long-Winded Lady era stato pubblicato nel 1969. John Updike adorava quella scrittrice dalla “vista acuta di un passero, attenta alle briciole della realtà, a quanto udito per caso, visto di sfuggita”; Edward Albee, l’autore di Chi ha paura di Virginia Woolf?, semplicemente, la idolatrava, credeva fosse la reincarnazione, femmina, di Anton Čechov. Morì sola, dimenticata, come una briciola, come chi vive di sfuggita, in fuga, nel 1993, in una casa di cura del Queens; a William Maxwell, mentore e amico, mandava alcuni biglietti, in uno è scritto “tutto quanto è una favola”; si chiamava Maeve, come la mitica regina irlandese del Connacht, di cui ereditò la forza, ma non la fortuna.