Ministri 2

ministri

Non è di scarsa importanza, per un principe, la scelta dei ministri, i quali risultano buoni o cattivi secondo la saggezza dimostrata dallo stesso principe. La prima cosa che si fa per giudicare l’intelligenza di un signore, è osservare gli uomini di cui egli si circonda. Quando sono all’altezza del loro compito e fedeli, può essere sempre giudicato saggio, perché ha dimostrato di saper riconoscere le loro capacità e di saper conservare la loro fedeltà. Ma quando gli uomini che lo circondano non sono tali, non si può dare un giudizio buono del principe, perché il primo errore che commette, lo commette proprio in questa scelta.
Tutti quelli che conobbero messer Antonio Giordani da Venafro ministro di Pandolfo Petrucci, principe di Siena, giudicarono valentissimo uomo il Petrucci, perché aveva come suo ministro il Giordani.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXII-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

 

Ministri

Governo: Camera, al via dibattito

C’è un modo infallibile perché un principe riconosca le qualità di un ministro. Quando tu vedi che un ministro pensa più a sé che a te, e che da ogni azione cerca di ricavare un utile per sé, questo tale non sarà mai un buon ministro e mai te ne potrai fidare. Chi amministra lo Stato di un principe, infatti, non deve mai pensare a sé, ma sempre al principe, e non deve mai rammentargli cose che non riguardino il principato. D’altra parte il principe deve pensare al ministro, perché questo continui a comportarsi bene, onorandolo, rendendolo ricco, conquistando la sua gratitudine, dandogli incarichi di responsabilità, affinché egli si renda conto di non poter restare in carica senza la protezione del principe e affinché i molti onori non gli facciano desiderare altri onori, la molta ricchezza non gli faccia desiderare altra ricchezza, e i molti incarichi gli facciano temere i rivolgimenti politici. Quando i ministri e il principe hanno rapporti di questo tipo, possono aver fiducia l’uno nell’altro. Altrimenti ci saranno conseguenze dannose o per l’uno o per l’altro.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXII-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

 

diffidenza

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Non riesco a interpretare, a dare un nome alla naturale diffidenza per il diverso. Dico “naturale”, perché mentre il raziocinio indica l’insensatezza della discriminazione, del non volersi “mescolare”, del non gradire la “comunione” (se non — nei casi estremi — il contatto), tuttavia il corpo, inteso come strumento fisico-empatico-emotivo-sensoriale (non so come definirlo, mi arrangio empiricamente), quindi integrato con la psiche, dà troppo spesso una sterzata dalla parte opposta, cioè verso l’allontanamento, verso la presa di distanza. La prudente osservazione da lontano, o da non troppo vicino, insomma.
Sembra la percezione istintiva di un rischio, quasi della violazione di un precetto ancestrale inscritto nell’uomo. Ho la sensazione che pochi ne siano immuni. E mi chiedo perché (come mi chiedo il perché di tante, troppe cose).

 

Attività produttive 2

Riprendendo quanto avevo scritto il 1° giugno (quasi due mesi fa), ribadisco: con tutti i guai che si sono scatenati ultimamente — i più recenti sono l’avventura dell’ex-ministro Aldo Brancher e la sua condanna in primo grado a due anni di reclusione, nonché le ipotesi di reato a carico dei coordinatori del Pdl Nicola Cosentino (dimessosi da sottosegretario) e Denis Verdini (dimessosi dalla presidenza della sua banca, immediatamente commissariata dal ministro dell’Economia per gravi irregolarità) — continua a passare in secondo piano il fatto che non abbiamo ancora un ministro delle Attività produttive, ovvero dell’Industria, e che non si sa a chi si avrà il coraggio di assegnarlo, vista la questione — quantomeno epocale — che sta ponendo la nuova politica industriale della Fiat.

Attività produttive

Con tutti i guai che si sono scatenati ultimamente — dalla falla petrolifera nel golfo del Messico alla crisi finanziaria europea fino all’ultimo assalto militare israeliano alle navi pacifiste — è passato in secondo piano il fatto che non abbiamo ancora un ministro delle Attività produttive, ovvero dell’Industria, e che non si sa chi avrà il coraggio di ricoprire quel ruolo. Come alle elezioni per la regione Lazio, dove nessun esponente del Pd ebbe il fegato di candidarsi come successore dello scandaloso Marrazzo, ora il posto di Ministro dell’Industria sembra scottare. E Silvio Berlusconi sembra confermare la sua ossessione per la “gnocca”, visto che sta tentando di metterci alla guida una bella donna: prima ha platealmente offerto il ministero alla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e dopo il rifiuto di questa l’ha proposto alla ancor più bella Luisa Todini, capitana d’industria nel ramo delle costruzioni. Ma anche quest’ultima ha abbozzato, e sembra non aver nessuna voglia di concedersi.
La ragione principale di questi rifiuti sembra evidente: è impensabile che due capitane d’industria, padrone assolute nel proprio ramo, vadano a fare le signorine signorsì alla corte dell’Imperatore, per dar lustro alla sua immagine. In più, vediamo che questa immagine — insieme a quella dell’intero Governo — si sta deteriorando sempre più, e questo certamente non aiuta.

LA LENTE D’INGRANDIMENTO

Per celebrare il periodo convulso che stiamo attraversando, ho scelto un brano del racconto di Italo Calvino “La lente d’ingrandimento” (Racconti sparsi, 1945-54).

Un paese viveva sotto l’incubo di un delitto. Ogni mattina i cittadini appena spiccicati gli occhi li buttavano sulle prime pagine dei giornali, scorrevano ansiosamente i titoli, le ultime notizie sulle perizie necroscopiche, sull’analisi di macchie rintracciate su un fazzoletto da naso, sul modo in cui avevano trascorso la giornata in carcere i principali indiziati.
Vittima del delitto era stato un uomo grasso, sconosciuto, trovato morto ai margini d’un prato. Al cadavere mancavano le bretelle e la pancera. Subito corse voce che ci fosse di mezzo la giovane sposa d’un ministro, nota amatrice di grassi. Inoltre pareva ci entrasse una duchessa che aveva compromesso i massimi funzionari dello Stato, inducendoli a interpretare films-cochons. Insomma, il governo aveva creduto bene di mettere tutto a tacere e d’imporre il silenzio. Il caso fu archiviato come morte accidentale dovuta a «collasso a causa di puntura d’ortica avvenuta cogliendo ranuncoli».
Chi era di parere contrario veniva processato come attentatore all’ordine pubblico. Ma era quello un paese diviso da gravi contrasti e la cosa non passò liscia. Nacque uno scandalo tale che si dovette riaprire l’inchiesta. Saltarono fuori responsabilità gravi, connivenze segrete fra gli organi dello Stato e la produzione di films-cochons. Tutte le forze pubbliche erano così compromesse che si dovettero affidare le indagini al corpo dei pompieri, il solo — pareva — non dedito a quegli spettacoli. La sorte del governo sembrava appesa a un filo.
— Se i giornali continuano a non parlar d’altro, — disse un ministro, — siamo perduti.
Ma un altro ministro, più astuto, lo contraddisse: — Se i giornali continuano a non parlar d’altro, siamo salvi.


È uno di quei brani “sempre attuali” che potrebbero esser scritti anche oggi.