Etruscan Mystery – I.5-6

5.
Da più di un’ora gli stormi di rondoni sfrecciavano con larghe giravolte, lanciando stridi acuti. Sbucavano improvvisi dai coppi di colmo del vecchio edificio che delimitava il giardino, si gettavano come missili verso le finestrelle dei solai e sparivano dall’altra parte della casa facendo perdere le tracce dei loro garriti. Dopo una manciata di secondi riapparivano in formazione di battaglia, neri proiettili che tagliavano l’aria con le ali.
Lo spettacolo era affascinante, Sergio Fanelli vi assisteva tutte le sere, da quando i rondoni avevano fatto ritorno da sud. Molti nidificavano sotto gli stessi coppi dell’anno precedente, come se riconoscessero la propria casa. Le uscite quotidiane a caccia d’insetti erano preannunciate dal graffiare degli artigli contro il letto delle grondaie, per poterne risalire il bordo e gettarsi nel vuoto con un secco battito d’ali. E quando tornavano al nido s’infilavano nel coppo di appartenenza con precisione millimetrica, decelerando un istante prima del rumore attutito dell’impatto.
Reggendo il piatto col risotto, Fanelli guardava le ultime giostre serali dalla finestra della cucina. La tavola era apparecchiata sommariamente, con la caraffa dell’acqua incrostata di calcare, la bottiglia dell’extravergine e una porzione di pane sbocconcellato.
La vita da uomo separato non incoraggiava affatto la cura della casa e i riti domestici. Perfino lui, amante dell’ordine e della precisione, aveva finito per trascurarli. A pranzo e a cena, uno strofinaccio poteva fungere da tovaglia, il piatto in cui aveva mangiato il primo poteva accogliere anche il secondo, il coltello con cui aveva tagliato il secondo andava bene anche per la frutta. Meno stoviglie si sporcavano, meglio era. Con tutto il lavoro che aveva da fare…
Finito il risotto, prese dal frigo una scamorza e ne tagliò una porzione. Al punto in cui si trovava, le cose sembravano volgere al meglio: all’Istituto le lezioni erano finite e la sua materia non era uscita all’esame di Stato. Questo gli concedeva tempo per gli studi archeologici, ma soprattutto per approfondire i risultati che aveva in mano. Cose grosse, il cui pensiero gli causava una strana dissonanza che pesava su tutti i suoi ragionamenti.
Domenica si sarebbe inaugurata la mostra al Museo Archeologico, coi famosi reperti di cui si parlava da mesi. Durante l’allestimento era riuscito a intravederne alcuni: straordinari, da togliere il fiato. Da anni sosteneva che lungo la via Faentina ci fosse un insediamento del quinto secolo, e come al solito era rimasto inascoltato. Perfino la direttrice del museo era abituata a trattarlo con condiscendenza, solo perché non addetto ai lavori.
Fanelli masticò l’ultimo pezzo di formaggio, finì il bicchier d’acqua e accese una sigaretta. Armeggiando con uno stuzzicadenti rimase a lisciarsi i baffetti scuri che gli si allungavano sotto il naso, senza decidersi a riassettare la tavola. Tornò alla finestra, a contemplare la distesa di tetti su cui scendeva il velo dell’imbrunire, mentre un senso d’incertezza gli serpeggiava dentro.
Forse rischiava di fare il passo più lungo della gamba, rifletté, e forse s’era ingannato. Forse non poteva andare così liscio…
Si tolse gli occhiali e pulì le lenti con un tovagliolo di carta, nell’oscurità incipiente della stanza. Pensò di accendere la luce, ma un’inquietudine improvvisa gli impedì di muoversi. Forse era stato incauto. Abbastanza incauto. Terribilmente avventato, anzi…
Lo colse un senso d’urgenza. Si rese conto che la questione andava chiarita, al più presto. Si mise a cercare le chiavi della macchina, e quando le trovò tornò in cucina. Oltre alle quattro carabattole sulla tavola, nell’acquaio c’erano le stoviglie che a pranzo non aveva avuto voglia di lavare. Accese la luce dell’ingresso, passò davanti allo specchio per darsi una lisciata ai capelli e decise di lasciar tutto come stava.

6.
Dopo essersi grattato il braccio fino alla clavicola, Carletto Massi s’accorse d’aver le mani sporche e masticò un’imprecazione. Il prurito alla spalla e al collo era tornato a farsi sentire, e l’impulso di sfregare le crosticine lo coglieva di sorpresa. Abbandonò il sacco di iuta in cui stava armeggiando e uscì stizzito dalla rimessa, chiudendo a doppia mandata il portone in ferro.
L’aia era deserta. Le quattro galline che di solito razzolavano dovevano essersi infilate da qualche parte: nella baracchetta che fungeva da pollaio non c’erano. Massi seguì con occhi sospettosi una Fiat Tipo che transitava lenta sulla strada, e quando la vide sparire oltre la curva s’infilò nel portoncino verde che immetteva nella casa colonica. Senza lavarsi le mani andò in cucina a recuperare una boccetta d’alcool e un batuffolo d’ovatta e si mise a frizionare il braccio sinistro, la spalla, il collo.
Quando gli venne l’idea, un sorrisetto gli increspò i baffi grigi. Come mai non ci aveva pensato? Era ovvio… Se riusciva a riagganciare il vecchio Milesi con l’inginocchiatoio, avrebbe potuto proporgli anche gli altri pezzi. Con le dovute cautele, s’intende. Serviva una verifica, andava fatta una selezione…
In ogni caso, bisognava andarci coi piedi di piombo. Essere al posto giusto nel momento giusto, naturalmente. E trovare le persone giuste.
Finita la disinfezione, tornò nella rimessa. L’odore di legni decrepiti aggrediva le narici, ma per lui era nutriente. Aprì il sacco di iuta e ci tuffò il naso, respirando il sentore del tessuto grezzo mescolato a quello del contenuto.
Si rimise all’opera: sollevò il coperchio della vecchia madia e ne cavò con cautela il doppiofondo. Stavolta le cose andavano fatte bene, senza perdere di vista i lavori in sospeso. Era opportuno muoversi quella sera, poi ancora qualche giorno, una settimana…
Ficcò le mani grassocce nel vano interno della madia e armeggiò indeciso fra gli oggetti, soppesando e valutando, sotto la luce incerta delle lampade che pendevano sbilenche dal soffitto. Il vecchio andava aromatizzato a dovere e cucinato a fuoco lento, perché rendesse al meglio. L’avrebbe letteralmente steso.
Rimise il doppiofondo e chiuse il coperchio, guardandosi intorno in cerca di qualche suppellettile di buon ingombro. Scovò un’ottomana zoppa, l’afferrò a due mani e la piazzò di traverso sul mobile sgangherato, assestandola in modo che ne impedisse l’apertura. Prese poi una panchetta divorata dai tarli e un pezzo d’attaccapanni spaccato per il lungo e glieli sistemò sopra, fermandoli con un trespolo.
Sospirando, sedette su uno sgabello imbottito e frugò nei taschini della camicia, ma il pacchetto delle sigarette non c’era. Doveva averlo lasciato da qualche parte. Cominciò a sfilarsi la tuta da lavoro sporca di terra, preso dai pensieri. La faccenda stava diventando interessante, più di quanto immaginava all’inizio. Servivano solo delle conferme, che non avrebbero tardato.
Andò all’inginocchiatoio e lo trascinò sotto le lampadine, che lasciavano in penombra le zone marginali della rimessa. L’antina era già smontata, ridotta in pezzi sul piano di lavoro, accanto ai listelli di legno antico tagliati per ricostruirne una uguale. Prese uno scalpello affilato e lo passò leggermente su uno dei pezzi per arrotondarne uno spigolo. La patina del mobile sarebbe venuta assolutamente identica, un noce scuro caldo e compatto. Gli ingredienti per fabbricare la colla animale erano pronti, doveva solo amalgamarli.
Gli eventi degli ultimi anni gli ripassarono nella mente, insieme a immagini nuove dove lui non era più lo stesso. I lotti di mobilio trasportati dalla Romania, dalla Slovacchia e dall’Ungheria, le soffitte svuotate, le cantine sondate. Le battaglie per trattare con gli antiquari, lui che piazzava pezzi che si battevano alle aste, e poi apriva un nuovo magazzino, razionalizzando i commerci…
Un rumore secco giunse dal portone metallico della rimessa. Massi si girò, tutti i sensi in allerta. Strinse gli occhi per aguzzare lo sguardo, ma non riuscì a distinguere nulla. «Chi è là?»
Prese una torcia dalla sacca portattrezzi e camminò con il lungo scalpello nella mano destra, verso il punto da cui sembrava venire il rumore. Attraversò le cataste di mobili, silenzioso come un predatore. Allargò il fascio di luce sul portone, illuminò la parete coperta da pile di sedie, s’infilò in una strettoia chiusa da un gruppo di credenze e s’arrestò quando una vecchia testiera d’ottone sbatacchiò alle sue spalle.

(I.5-6  ―  continua)

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Etruscan Mystery – I.4

Dalle finestre che s’affacciavano sul corso, la signora Benedetti guardò nella sala centrale della redazione della Gazzetta di Firenze, dall’altra parte della strada.
«Ma che fanno, passano il tempo a guardare la televisione?» commentò, scrutando i giornalisti assiepati davanti a uno schermo.
Tevis, piazzato sulla sedia di fronte, si girò a guardare oltre la finestra. «Forse non gli è rimasto che ascoltare i notiziari » sospirò, finendo di sistemare la sua fila di pedine color avorio.
«Notiziari a quest’ora?» disse la signora Mafalda, fermando la mano che stava per gettare i dadi.
«Dovranno tenersi informati, no?» intervenne Isotta, il quarto elemento. Le unghie laccate tamburellarono sulla stecca di legno destinata alle pedine. Sempre quella più logora le rifilavano, a ogni partita. «Vogliamo andare?» propose con una punta d’impazienza, affilando lo sguardo tra le ciglia di rimmel.
«Eccomi» disse Mafalda tirando i dadi, che ruzzolarono sul panno verde. «Cinque e tre otto.» La mano inanellata li raccolse e li gettò nuovamente, totalizzando un altro otto, poi il lancio del dado singolo diede uno. «Sedici» decretò compassata, «a partire da me.»
Con le pedine allineate sulle stecche e Mafalda a fungere da Est, la partita di mah-jong iniziò. La signora Benedetti prese la consueta strategia aggressiva, scartando subito i vènti che non le corrispondevano e non formavano coppie: prima l’Est, poi l’Ovest.
«Figuriamoci se non calavi l’Ovest» protestò Isotta. «Quando hai il mio vento lo butti via sempre, quasi ti faccia schifo.»
Tevis lanciò un’occhiata alla padrona di casa, che non fece una grinza. La litania dell’amica era cominciata subito, e non prometteva bene: darle corda era un rischio, soprattutto per la concentrazione.
Le prime mani furono fruttuose per Mafalda, che tradì il compiacimento mettendosi a giocherellare con la catena d’oro. Isotta la guardò inespressiva, presagendo la piega che avrebbe preso la partita. Pescò la sua pedina, la guardò disgustata e la gettò sul tavolo. «Tre bambù. È il terzo giro di bambù che faccio.»
«A me» esclamò Mafalda, appropriandosene e unendola al tris che aveva sulla stecca. Rovesciò il poker e guardò l’amica con aria appagata. «Ti lamenti di continuo, Isotta. E noi che dovremmo dire? Si era pronte alle tre, e tu invece…»
«Ancora? Ragazze, il vostro perbenismo è esasperante. Oltre al culo, s’intende: hai già fatto un poker, e il tuo fiore l’hai già in stecca…»
«Si può sapere perché parli al plurale?» intervenne la signora Gabriella con un brivido, dopo aver pescato un drago rosso che andò a far coppia con quello che aveva. Tenere i draghi era sempre la scelta migliore, anche se a Isotta non entrava in testa: ne aveva appena scartato uno verde. «Non capisco perché devi sempre mettermi in mezzo» aggiunse, gettando una pedina con sette bambù.
«Grazie, ancora bambù naturalmente…» Isotta pescò una pedina che non le serviva e la depose in mezzo al tavolo. «In realtà, mi sto convincendo d’essere in anticipo sui tempi…»
«Mio» trillò Mafalda raccogliendo il suo scarto: un sette cerchi con cui fece un tris che rovesciò sulla stecca.
«Che significa in anticipo sui tempi? Parla chiaro» fece la signora Benedetti pescando a sua volta. La presa di Mafalda aveva fatto saltare il giro al gallese.
«Qui il gioco lo fate voi, come sempre» s’inacidì Isotta. «È solo una questione di modernità, Gabriella, lo sai.»
«Cosa?»
«Il perbenismo, l’educazione cattolica… quello che vi hanno inculcato, insomma.»
«Che ci hanno inculcato?» s’intromise Mafalda, facendo tintinnare i bracciali. «Perché, tu dove sei cresciuta, nell’islam?»
«Vorresti dire che io ho avuto un’educazione cattolica?»
«Che c’entra l’educazione cattolica, adesso?» La signora Gabriella tentò di recuperare i fili del ragionamento, mentre studiava la mossa da fare.
«Ragazze, siete voi ad aver avviato il discorso» insisté Isotta sbuffando. Quelle due andavano sempre peggiorando, mai che capissero senza dover spiegare le cose dall’inizio. «E comunque, se avete avuto un’educazione borghese non è certo colpa vostra.»
«Credo che la signora Isotta si riferisse al suo ritardo» intervenne Tevis, bonario. Di colpo si rese conto che continuava a tenere in stecca un esemplare del suo vento quando altri due erano già sul tappeto.
«Eh…» approvò Isotta. Per fortuna uno ragionava, non per nulla era un ricercatore inglese con tanto di cattedra. «In pieno ventunesimo secolo, col mondo che va come va, state ancora a farmi notare un ritardo di mezz’ora?»
«Quaranta minuti» precisò Mafalda.
«Embe’? Non ho mica un figlio da andare a prendere, io. E nemmeno sto ad arrostirmi il culo alle Maldive, mi pare. Visto che devo stare in città, dovermi torturare anche con la questione degli orari… Alt, questo è mio.» Fulminea, s’impossessò del drago bianco che Gabriella s’era decisa a scartare.
«Gabri, quello non dovevi metterlo giù, accidenti…» sbottò Mafalda. Oltre a vaneggiare, Isotta aveva appena fatto un poker di draghi bianchi, che insieme al raddoppio significava una valanga di punti. Doveva sbrigarsi a chiudere, se non voleva rischiare di perdere una cifra, le mancava una pedina. «Comunque, non capisco che c’entrano i figli e le Maldive…»
«John, glielo spieghi lei, per favore» sospirò Isotta.
Tevis le guardò con preoccupazione il petto esuberante e il poker di draghi che aveva appena calato, poi conteggiò i propri punti: una miseria. Due scale da nulla e tre coppie che non riuscivano a farsi punteggio. «Mi sembra abbastanza chiaro» disse guardingo, aspettando di vedere la sua scartata. «Intendeva dire che è stressata perché non è ancora in vacanza, che non ha vincoli familiari che le impongono orari, e che quindi…»
«Ecco, ci voleva un inglese per tradurre il mio pensiero. Le sembra?»
«Veramente sono gallese» precisò Tevis, simulando cordialità. Quella petulante cominciava a dargli sui nervi, a parte le confusioni etniche.
«Certo, mi scusi. Anche se penso siate tutti una famiglia… o no?»
Tevis la squadrò alzando le sopracciglia, senza riuscire a dir nulla. Gli occhi gli si fermarono, le mani sulla stecca.
«Isotta, non dire bestialità!» la riprese Gabriella con un’occhiataccia. «Inglesi e gallesi son diversi come il giorno e la notte, come fai a non saperlo? Il dottor Tevis discende dai nativi britannici, mentre gli inglesi vengono da bande armate arrivate dalla Sassonia.»
«Caspita… tedeschi?» Isotta lo guardò stupita. «E vi hanno colonizzati?»
«Well…» articolò Tevis, indeciso, mentre l’altra tagliava corto:
«Comunque, da buon gallese, mi dica lei: le pare sensato doversi stressare anche per essere puntuali al mah-jong? Non le sembra una sciocchezza?» E senza attendere replica si concentrò per decidere cosa scartare. Aveva un drago rosso che non serviva a niente, ma metterlo giù era un rischio: sul tavolo non ce n’erano, ed era da illusi pensare che nessuno ne avesse pescati. Esitò, giocherellando con la pedina, finché decise eroicamente di gettarla nel mezzo. «Rosso» disse noncurante.
«Mio!» strillarono all’unisono le due amiche, causando a Tevis una scarica d’adrenalina.
«Io faccio un tris» disse la signora Gabriella, costernata. Aspettava quel pezzo dall’inizio, le avrebbe fruttato un raddoppio che, sommato a quelli del suo fiore e della possibile chiusura con tutti tris, avrebbe dato il punteggio massimo.
«A me invece serve per chiudere, quindi è mio» sentenziò radiosa Mafalda. «Mah-jong» aggiunse pacata, appropriandosi del drago e incrociando lo sguardo impietrito dell’amica che l’aveva scartato. «Dio mio, Isotta, calare un rosso a questo punto della partita… Ma quando imparerai?»

(I.4 – continua)

Etruscan Mystery – I.3

Hugo Pratt, Anna nella giungla

La chioma a ombrello dell’acacia di Costantinopoli la teneva in ombra, rendendola poco visibile agli uccelli. Alessia Romanelli osservava col binocolo i cigni reali scivolare sullo stagno, accompagnati dai sussurri della vegetazione. Il fruscio delle foglie dell’acacia, simili a fronde di felci, rispondeva alle folate di vento che s’alzavano improvvise.
Staccò gli occhi dal binocolo e guardò Terzo Diodati uscire da una delle rimesse, chiudere il cancello e sparire fuori del muro di cinta. Un’altra razione di cibo stava per essere servita al popolo delle cicogne, e i gabbiani che veleggiavano in aria sembrarono accorgersene. Con ampi cerchi s’abbassarono, strombettando striduli.
Alessia rimise gli occhiali, chiuse il seggiolino e decise di andare a vedere. Percorse l’esterno della recinzione ed entrò nella riserva, fermandosi sotto un giovane acero. Le cicogne si mossero con lentezza, misurando i passi come se contassero i metri che le separavano dal cibo, mentre i gabbiani si tenevano a distanza, chiassosi, le grida che s’incrociavano con sequenze di tonalità diverse, quasi fonemi di un linguaggio.
Alessia li contemplò assorta. D’ora in poi doveva pensare alla tesi di laurea e a nient’altro. Al telefono si sarebbe fatta negare, visto che le amiche erano in vacanza e l’unico che poteva chiamarla era lui. Il conte dei miei stivali, rimuginò acida, il bamboccio di scarso cervello, viziato, senza sensibilità. All’inizio l’aveva quasi intuito, ma s’era lasciata sedurre dal suo entusiasmo vuoto, dall’abilità di commediante, dal suo anticonformismo posticcio. Un senso di rabbia le bruciava da giorni, senza tregua.
Seguì con lo sguardo la figura segaligna del custode che andava avanti e indietro, gettando manciate di pastone. Con gli stivali da lavoro, i pantaloni della tuta e la camicia a quadri, l’uomo consacrava le giornate agli uccelli della proprietà e a quelli che vi orbitavano intorno, attratti dal cibo o portati da soccorritori improvvisati. Viveva praticamente fuori dal mondo, mai una vacanza, mai al cinema o al mare. Nulla a che spartire con la realtà prefabbricata che li assediava e con la quale, volenti o nolenti, bisognava fare i conti.
Nella saggezza dei suoi ventisei anni, Alessia cominciava a elaborare un’interpretazione delle cose. Anzitutto, le appariva fondato il sospetto che il genere umano si potesse suddividere in alcune grandi categorie. Quelli che si vendono e quelli che non si vendono, ad esempio. Quelli che vendono il proprio tempo accettando la schiavitù d’un lavoro alienante, e quelli che il tempo lo tengono per sé arrangiandosi a modo loro. Poi, quelli che cedono la propria coscienza e il proprio discernimento e quelli che invece si ostinano a voler pensare con la propria testa. I ricchi potevano comprare tutto, era chiaro, ma molti si vendevano alla cieca.
La questione era complessa, rischiava di metterla in crisi. Forse era lo studio della storia antica ad averle plasmato il modo di pensare, una passione maturata lentamente, scoperta al liceo. E ora che le mancava solo la tesi, la sua metamorfosi appariva evidente.
Guardò il planare dei gabbiani e il battere secco delle mandibole delle cicogne bianche. Tra un paio d’ore Anteo l’avrebbe chiamata per la cena. Essere sola col domestico e la cuoca le dava sensazioni inedite, e non le dispiaceva affatto. Con la famiglia in vacanza, la casa enorme sembrava parlare un linguaggio nuovo, e lei ci si muoveva con un altro spirito. Aveva riaperto la biblioteca del trisnonno Venanzio, dove nessuno metteva piede da anni, vi aveva rinnovato l’aria, l’aveva fatta spolverare, ci aveva messo i suoi libri che non apriva da mesi. Quando s’era seduta allo scrittoio in ciliegio, col piano scorrevole in cuoio nero, aveva provato sensazioni profonde.
I gabbiani che erano atterrati camminavano orizzontali, tenendosi a distanza dal pasto delle cicogne. Alessia li inquadrò col binocolo mentre esploravano i campi adiacenti, in cerca di cibo. Ne vide uno beccare qualcosa che aveva la forma di una chiocciola, un altro frugare sotto una siepe. Il sole, avvicinatosi alle colline, le accarezzò la nuca, mentre i colori della campagna si coprivano d’un velo dorato.

(I.3 – continua)

Etruscan Mystery – I.2

Lungo l’intestino di corridoi che si snodava nel Museo Archeologico, le scaffalature incupite dalla polvere s’arrampicavano fino al soffitto. Agli ultimi ripiani ci si arrivava con una vecchia scala d’alluminio agganciata a un corrimano fissato a due metri e mezzo d’altezza.
Il dottor John Tevis l’assestò sulle mattonelle del pavimento, un po’ instabili proprio nella zona che stava esplorando. La scala oscillò appena lui cominciò a salirvi, tanto che dovette scendere e rimetterla in posizione, prima di risalire per estrarre un repertorio bibliografico del 1880 legato in mezza pelle.
Lo compulsò appollaiato sul predellino, impaziente di esplorarne le pagine. La solita smania di vedere le cose subito, senza aspettare, che lo accompagnava da quando era studente. Ma dovette rassegnarsi a richiuderlo. Scese con cautela, e rifece il percorso che attraversava la biblioteca fino alla stanza che gli avevano assegnata. Era un lungo ambiente con le pareti tappezzate in damascato rosso, coperte da librerie a vetrina zeppe di volumi. Tre grossi tavoli scuri campeggiavano al centro, con un fotocopiatore accanto alla porta d’ingresso.
Tevis poggiò il repertorio sul tavolo di lavoro e si lasciò cadere sulla sedia imbottita. La trasferta alla biblioteca del Museo Archeologico di Firenze per conto dell’Università di Cardiff l’aveva colto un po’ alla sprovvista, obbligandolo a lasciare la casa di Penarth. E ora avvertiva strane, sgradevoli avvisaglie. Forse erano gli strascichi della sindrome ansioso-depressiva che l’aveva spinto a offrirsi per incarichi di ricerca all’estero. Quando il professor Crowley del dipartimento di Paleografia gli aveva detto di prepararsi alla partenza, era stato sul punto di rinunciare: non immaginava che sarebbe finito di nuovo in Italia. Dopo i primi mesi a Firenze s’era ormai abituato alla stabile, media infelicità che lo proteggeva dal vuoto sconvolgente lasciatogli da Laura. E lei, dalla casa dei genitori, non s’era mai fatta viva, nemmeno per salutarlo. A quel punto, decise: controllare ossessivamente la segreteria telefonica era un vizio da estirpare.
I tomi che ingombravano i piani di lavoro servivano alla ricerca sul fondo Antinori, una raccolta di manoscritti la cui mole si rivelava sempre più cospicua. Un lavoro che minacciava d’impegnarlo per molto, se non fosse riuscito a concentrarsi. Ma le distrazioni, nel suo stato, erano inevitabili.
Tornò a guardare la porta a doppio battente incorniciata fra le librerie. Restava sempre socchiusa, lasciando trapelare un frusciare di carte quando all’interno c’era la dottoressa Lazzeri, direttrice del museo e ispettrice della Sovrintendenza ai beni archeologici.
La presenza discreta di Tevis nella biblioteca sembrava non averla condizionata, mentre per Tevis era accaduto esattamente il contrario. I postumi della crisi l’avevano lasciato vulnerabile, e ogni volta che la Lazzeri passava nei vestiti attillati, il suo sguardo s’alzava a cercare gli occhi di lei, che lo ricambiava con una sbirciata sorridente, sempre troppo fugace, con le fossette a incorniciarle la bocca.
Quanti anni poteva avere? Ancora non riusciva a capirlo. Formosa, giovanile, le spalle e i fianchi larghi, la pelle ambrata, il viso rotondo illuminato da occhi grandi e da un sorriso apparentemente disarmato. Le labbra carnose sembravano avere sempre un velo di rossetto, ma non ci avrebbe giurato: con un niente quel carminio era naturale. Sommato alla curva del corpo, ai capelli ramati e ai seni prepotenti, l’elemento rischiava di creare una situazione destabilizzante.
Nelle ultime settimane la Lazzeri s’era vista poco in ufficio. Molto tempo lo passava nelle sale del Museo Archeologico, impegnata ad allestire la mostra degli ultimi reperti trovati intorno alla città. E Tevis s’era trovato a trascorrere le giornate in modo disordinato e capriccioso, scartabellando vecchi libri e frugando tra scaffali impolverati, distraendosi a ogni suono di passi lungo il corridoio. Aveva addirittura preso l’abitudine di andare a far fotocopie al museo, con la scusa che quelle della sua macchina erano orribili, o a chiedere informazioni pretestuose al supponente dottor Bellini, uno dei curatori della mostra, solo per poterla vedere.
Tevis diede una scorsa al repertorio che aveva davanti, lo richiuse con cura e lo piazzò sulla pila di documenti da esaminare. Gettò lo sguardo fuori della finestra, nella fetta di cielo tagliata dai muri gialli del palazzo che dominava via della Colonna.
Decise di andarsene in anticipo. Ripose gli appunti nel cassetto, lo chiuse a chiave e percorse il corridoio silenzioso. Uscì dal cancelletto che delimitava l’ala della biblioteca e raggiunse lo scalone del palazzo. Di fronte s’aprivano le sale al primo piano, appena rimodernate: Tevis vi indugiò, scrutando attraverso le porte di vetro in cerca della figura di lei, poi scese.
Quando uscì da una porta secondaria in via Laura, il sole scaldava ancora il fermento della città. Si tolse la giacca leggera con gli spacchetti, imboccò via Gino Capponi e s’incamminò tra la gente. Costeggiò i muri della Santissima Annunziata, lungo la strada che portava all’appartamento dov’era alloggiato, in via Micheli: una settantina di metri quadri bene arredati, concessi da una squisita signora della vecchia borghesia, al secondo piano del suo stabile dalla facciata scurita.
Quando fu davanti al portone frugò nelle tasche in cerca delle chiavi. «Damn…» bofonchiò. Le aveva scordate di nuovo. Si vide costretto a suonare dalla padrona di casa. Premette il pulsante d’ottone con la scritta Gabriella Benedetti e attese.
«Sono Tevis, signora. Ho dimenticato le chiavi» si giustificò al citofono.
Come entrò nell’atrio, fu avvolto dalla frescura odorosa delle case antiche. La penombra s’allungava fino a una porta a vetri che s’apriva nella corte popolata di piante. Fece per avviarsi verso le scale, quando uno scalpiccio proveniente dallo scantinato lo distrasse. La porta s’aprì con un cigolio e dalla stretta gradinata emerse Sergio Fanelli, il suo vicino di pianerottolo.
«Buona sera, Fanelli» lo salutò Tevis, cordiale.
Il vicino trasalì. «Ah… buonasera, non l’avevo vista.» Lo guardò attraverso le lenti affumicate, come se non sapesse cosa dire. «Come va?»
«Direi bene, grazie.»
Alle spalle di Fanelli spuntò un uomo grassoccio dall’aspetto trasandato, che si accarezzava la zazzera di capelli radi.
«Be’, ci si vede, allora» Tevis decise di sciogliere il vicino dall’impasse in cui sembrava caduto, mentre l’uomo grassoccio indugiava in fondo all’atrio.
«Ci vediamo» si sforzò di sorridere Fanelli, e s’affrettò verso il cortile.
Dall’alto delle scale giungevano delle voci. Tevis raggiunse il primo piano e intravide la signora Gabriella sulla soglia di casa.
«Mi scusi, so di essere imperdonabile…»
«Non cominci, John» l’interruppe lei, affettuosa. «Stavo raccontando alle amiche quanto lei sia gentleman…» Affacciate al portone, una mora col viso grinzoso e un’altra signora dalla criniera leonina lo guardavano amabilmente.
«Troppo buona,» si schermì Tevis con un cenno.
«Sa che è giunto a fagiolo?» replicò la signora Gabriella. «Volevamo fare una partita di mah-jong e ci mancava il quarto.»
«Oh… Sorry. Temo che…»
«Su, su, non faccia il difficile» si fece avanti la mora, mettendo in evidenza le curve sotto la maglia aderente. Lo prese per un braccio e lo tirò all’interno, scortata dai sorrisi complici delle altre.

(I.2 – continua)

Etruscan Mystery – I.1

I
UN ANTICO INGINOCCHIATOIO
mercoledì

Quando mise mano all’inginocchiatoio scorticato dal tempo, Carletto Massi si rese conto che sarebbe stato difficile farlo passare per un tardo Cinquecento. L’usura delle superfici era buona, ma la fibra del noce era troppo grigiastra e il telaio dell’antina era assemblato con incastri a dentello, anziché a mezzo e mezzo come nell’ebanisteria rinascimentale.
L’antiquario s’allontanò di un passo, per inquadrare meglio l’insieme di listelli disseccati. Sollevò il coperchio del basamento e ne scrutò il rovescio, corrugando scettico la faccia carnosa.
Stavolta, forse, il vecchio Milesi non ci sarebbe cascato. Il vegliardo era già imbufalito per l’interruzione dei lavori di boiserie nel suo palazzotto di Pontassieve, dove aveva versato un anticipo sostanzioso, e ora avrebbe aguzzato la vista e cercato il cavillo. Eppure lo spessore dei fianchi era grosso, benché l’inginocchiatoio non avesse più di centocinquant’anni. La ferramenta era giusta, le assi dello schienale erano fissate orizzontalmente con bei chiodi fatti a mano. Un lavoro sopraffino per un falsario dell’Ottocento, a parte quella maledetta antina.
Fece scorrere le mani tozze lungo il mobile, senza trovare scassi sospetti, e quando estrasse il cassetto s’irrigidì sdegnato. Le infami code di rondine che ne incastravano i pezzi quasi gli rivoltarono lo stomaco.
Sedette su uno sgabello e si mise a ragionare, puntando nel vuoto gli occhi grigi e ravvicinati. I raggi densi di pulviscolo piovevano dalle finestrelle sui cumuli di masserizie che invadevano lo spazio.
Il vecchio Milesi avrebbe letteralmente sbavato per un inginocchiatoio del Cinquecento. Gli avrebbe perdonato non solo i ritardi nei lavori di restauro, ma anche il pezzo di soffitto a cassettoni che s’era andato a fracassare sul pavimento. Colpa di quella mummia isterica, naturalmente, con la fretta che gli metteva.
Attraversò rannuvolato l’ampia rimessa, grattandosi la testa ingrigita. Spostò un gruppo di poltroncine Luigi Sedici e un canapè senza le molle. Cassettiere vecchie e antiche, cassoni semisfasciati, tavoli accatastati lo costrinsero a un percorso labirintico fra legni secchi e polverosi. Raggiunse un cassone pieno di assicelle e vi frugò senza fretta, con attenzione, sollevando nuvolette che rotearono nell’aria. Dopo aver estratto alcuni listelli di legno intagliato, li rigirò nelle mani valutandone la compatibilità con la venatura del mobile. Un’aria soddisfatta gli distese il volto. Il materiale, tarlato e annerito dai secoli, c’era.
«Eccoti servito, bischero» borbottò beffardo. Gliel’avrebbe fatto vedere al vecchio ramarro di cos’era capace. Sarebbe stato uno spasso. Innanzitutto una bella patina calda, poi un cassetto ricostruito a regola d’arte, col frontalino d’epoca da inchiodare nello spessore dei fianchi. E Infine, l’antina: anche quella da rifare.
Prese i legni, li portò sul mobile e ve li dispose sopra. Montati, rifiniti e scuriti, quei pezzi d’Alta epoca avrebbero dato autenticità. Per il vecchio sarebbe stato un affare comunque, considerato il livello dei restauri a prova d’esperto che gli aveva eseguito finora.
Era l’altro affare, invece, che gli dava da pensare. Un affare delicato, da prendere con le molle. Si grattò le parti basse, lo sguardo preoccupato, pizzicando i calzoni pieni di macchie. Lì bisognava studiarlo bene, il modo di muoversi.

(I.1 – continua)

Postille a Mistero etrusco. La Farsaglia (II)

[Questa invece è la parte che, in un certo punto della stesura originale del romanzo, raccontava alcuni passi del poema, e che è stata totalmente eliminata perché considerata lunga e non funzionale allo svolgersi dell’intreccio.]


Andò al libro terzo del poema, nel punto in cui Giulio Cesare, dopo aver occupato Roma e portato l’esercito oltre le Alpi per andare a combattere le armate pompeiane in Spagna, s’imbatteva nel rifiuto dei greci di Marsiglia di seguirlo. I marsigliesi, a dispetto della loro indole greca [generalmente falsa e infida, N.d.R.], avevano deciso di rimanere fedeli agli impegni presi con Pompeo e col Senato romano. Ma la fretta di Cesare, in cui confidavano per farla franca, fu illusoria: per quanto gli premesse raggiungere l’estremo occidente del mondo, non avrebbe mancato di distruggere Marsiglia. Nulla servì a mitigare il suo furore: la decisione di deviare dal percorso e marciare contro la città fu immediata.
Un colle vicino alle mura venne subito fortificato per accogliervi l’accampamento, e un’altra lunga fortificazione venne costruita dall’accampamento fino al mare. Con un profondo fossato si accerchiarono le fonti d’acqua e i campi coltivati, per isolare la città dalle sue risorse, e l’altura occupata venne collegata a quella dei Marsigliesi con un grande terrapieno. Furono abbattuti boschi per serrare gli argini di terra in una solida palizzata di tronchi, e consentirvi così il passaggio delle torri d’assedio.
Fu a quel punto che Cesare ordinò di abbattere a colpi d’ascia un bosco sacro inviolato da tempo immemorabile, che nascondeva cupi altari barbari e ombre gelide profondamente lontane dal sole. Nei tronchi rozzamente intagliati erano disegnate sinistre statue di dèi, e la muffa del legno putrescente dava il terrore. Come vide lo coorti immobilizzate dalla paura, Cesare afferrò per primo un’ascia bipenne e la calò con forza su una quercia altissima, assumendosi l’onere della profanazione. Solo allora i soldati s’accinsero a obbedire: non perché si fossero tranquillizzati, ma perché soppesavano l’ira degli dèi e quella di Cesare, che intanto ripartiva per raggiungere le truppe stanziate in Spagna.

Quando si scatenarono i combattimenti, una pioggia di dardi venne scagliata sulla città dall’alto di due torri mobili, mentre la potenza delle armi greche faceva scempio dei corpi romani. Le lance, tirate con forza dalle baliste, squarciavano file di uomini e armature senza arrestare la corsa, mentre i massi lanciati dalle catapulte sfondavano e uccidevano, spargendo le membra dei soldati in brani sanguinolenti. Giunti sotto le mura protetti dalla testuggine e da un fittume d’armi intrecciate, gli assedianti tentarono di scalzare le fondamenta e abbattere le mura aiutandosi con un ariete, ma i loro schermi protettivi vennero annientati dalle fiamme, dai massi fatti rotolare con le braccia, dai pali e dalle travi infuocate. Di notte, furono i greci a prendere l’iniziativa, appiccando il fuoco all’accampamento romano e riducendo in polvere il terrapieno.

Non meno cruento fu lo scontro sul mare, a cui partecipò la flotta di Bruto. Quando gli schieramenti furono a portata di remo, i rostri si urtarono violenti, le navi rincularono e le frecce oscurarono l’aria ricadendo nel mare vuoto. Mentre le ali si allargavano, i vascelli s’infiltrarono nello schieramento smagliato e le navi che cozzavano contro le chiglie vi rimasero incastrate, mentre le altre venivano bloccate con arpioni e solide catene, in un furioso intrico di remi.
Howe lesse con un velo d’emozione.

Ognuno lotta dalla fiancata della propria nave, teso a colpire gli avversari, e nessuno degli uccisi cade sulla sua imbarcazione. Il sangue schiuma alto sui flutti e l’acqua si copre di grumi sanguinolenti. Le navi, immobilizzate dal lancio di catene, non riescono a unirsi per l’ingorgo dei cadaveri che vi s’interpongono. Alcuni vanno a picco moribondi, e bevono l’acqua del mare mescolata al proprio sangue; altri, rantolando in lotta con la morte che tarda a venire, periscono per l’improvviso crollo delle navi che si schiantano. Frecce vaganti fanno strage nell’acqua, e dovunque cada il ferro per forza d’inerzia trova dove ferire in mezzo ai flutti.

Quel giorno offrì al mare strabilianti casi di morti diverse. Un soldato romano che combatteva dall’alto della poppa venne trafitto al petto e alla schiena da due frecce che si urtarono dentro il corpo e gli bloccarono il sangue, finché un fiotto violento le rigettò entrambe. Un marinaio greco che s’era visto troncare la mano destra, rimasta aggrappata alla carena nemica, riprese a combattere con la sinistra, che gli venne troncata insieme al braccio. Senza più protezione, continuò a esporsi ai colpi e a far scudo col petto alle armi del fratello gemello, venendo trafitto da una miriade di punte, finché si lanciò moribondo sulla nave nemica per arrecarle danno con la sola massa del corpo. Un altro, trascinato in acqua da un arpione, venne trattenuto per le gambe dai compagni e finì spezzato in due, versando il sangue nell’acqua e agonizzando lentamente. Né fu da meno un altro spettacolo di morte spaventosa:

quando due opposte carene trafissero coi rostri un giovane che nuotava: il petto si aprì a metà per quei colpi così brutali e, frantumatesi le ossa, le membra non poterono impedire che i bronzi risuonassero all’urto; schiacciato il ventre, dalla bocca fuoriuscirono le viscere miste a bava e sangue. Quando le navi s’arrestarono con la forza dei remi e riuscirono ad allontanare i rostri, il corpo, precipitato tra le onde col petto squarciato, lasciò passare l’acqua attraverso le ferite.

Esaurite le armi, i soldati usarono ciò che avevano a tiro: i remi, gli aplustri, i banchi dei rematori e altri pezzi di nave. Molti strapparono i dardi dai cadaveri che colavano a picco, altri li svelsero dalle proprie ferite e li lanciarono contro il nemico, premendosi le viscere con l’altra mano. Il fromboliere Lìgdamo scagliò una palla contro le tempie di Tirreno, che stava ritto sulla sommità della prua, e gli fece schizzare via entrambi gli occhi. Quello rimase in piedi sbigottito, ma incitò i compagni a utilizzarlo come macchina da guerra e si mise a lanciare alla cieca dardi che andarono a segno. Gran parte della flotta greca fu affondata, e Bruto aggiunse alle armi di Cesare la prima vittoria navale.
Howe s’asciugò il sudore dalla fronte. Quelle descrizioni avevano ancora il potere d’impressionarlo. Spesso, quando si trovava a esplorare un testo, la sua curiosità si lasciava sedurre dall’incalzare del racconto e lui ci si perdeva. Si sforzò di concentrarsi, pensando che se c’erano altre parole da trovare andassero cercate dove si narravano scene di divinazione o eventi soprannaturali.
Girò le pagine e scandagliò ancora. Era come se l’indolenzimento al torace lo stringesse in una morsa. L’aria della sera gli accarezzava il collo attraverso le finestre aperte, carica del frinire dei grilli e di un gracidare lontano di rane. I versi in latino gli scorrevano sotto gli occhi, aspri e magniloquenti, con la traduzione a fronte.
Giunse al libro sesto, dopo il combattimento intorno a Durazzo, con la sete, la fame e la pestilenza che infierivano sulle truppe degli opposti schieramenti. Cesare si ritirava in Tessaglia, terra maledetta dal destino, dove entrambi i condottieri ebbero il presentimento che il fato si stesse compiendo.
La pusillanimità aveva spinto Sesto, figlio degenere del grande Pompeo [uno degli avversari di Cesare, N.d.R.], a tentare di conoscere in anticipo il corso del destino. Senza consultare oracoli o aruspici, o àuguri che sapessero interpretare il volo degli uccelli o indovini che leggessero le stelle, egli si rivolse agli orrendi rituali della ferocissima strega Eritto, convinto che gli dèi sapessero ben poco. La strega tessala, che abitava le tombe abbandonate e si cibava di cadaveri, sapeva far vaticinare i morti:

Ma quando i corpi sono sepolti nelle tombe e perdono gli umori interni, e consunte le parti corruttibili s’induriscono, allora Eritto infuria avida su tutte le membra, affonda le mani nelle orbite e s’inebria a cavarne i globi gelidi, e rosicchia le pallide escrescenze delle mani essiccate. Spezza coi denti le corde e i nodi degli impiccati, fa scempio dei corpi penzolanti, strappa i cadaveri inchiodati alle croci, afferra le viscere percosse dai nembi e le midolla cotte dal sole che vi penetra. Divelle i chiodi conficcati nelle mani, togliendo la nera putredine che cola per le membra stillanti e l’umore rappreso, e addenta i nervi rimanendovi appesa, se resistono. Siede accanto ai cadaveri insepolti, prima delle fiere e dei rapaci, e non ama dilaniare le membra con il ferro o con le mani, ma aspetta che le mordano i lupi per strappare gli arti dalle loro gole fameliche. Le sue mani non rifuggono dall’assassinio, se ha bisogno di sangue vivo che erompa nei primi fiotti da una gola squarciata, e se le funebri mense richiedono viscere palpitanti; così pone sugli altari ardenti i feti strappati da uno squarcio nel ventre e non attraverso la via naturale, e ogni volta che le servono anime forti e impetuose, si procura da sé le vittime.

Nel cuore della notte, Sesto Pompeo scorse Eritto da lontano, seduta su una roccia scoscesa fra le montagne intorno a Farsàlo. Quando la raggiunse insieme ai suoi accompagnatori e le chiese di conoscere cosa preparava la sorte della guerra, la Tessala si mise in cerca di un cadavere ancora tiepido in cui resuscitare la voce profetica, e la trovò nelle fibre d’un polmone ancora gonfio e intatto. Artigliata la gola del corpo prescelto, lo trascinò fin sotto la rupe d’una montagna incavata. Gli accompagnatori di Sesto erano impietriti e lui stesso tremava, bianco di paura.

Allora Eritto, per prima cosa, apre nuove ferite nel petto del morto e le riempie con sangue caldo, pulisce le viscere dalla putredine e vi aggiunge spuma lunare in abbondanza. Qui vi mescola quanto di sinistro produce la natura: non mancano bava di cani idrofobi, viscere di lince, vertebre di iena feroce, midolla di cervo che si sia nutrito di serpenti, la remora capace di trattenere una nave in alto mare, anche quando l’Euro tende le gomene, occhi di drago, le pietre che crepitano riscaldate dalla cova di un’aquila, il serpente volante degli Arabi, la vipera nata sulle acque del Mar Rosso a custodia delle conchiglie preziose, la pelle d’un rettile libico ancora vivo, le ceneri della fenice deposta sull’altare d’Oriente. Dopo che vi ebbe mescolato sporcizie comuni ed altre famose, aggiunse fronde impregnate da un empio incantesimo ed erbe intrise sul nascere dagli sputi della sua orrida bocca, e tutti i veleni che lei preparò per il mondo. Allora la sua voce, più potente di ogni filtro a evocare gli dèi infernali, emise prima mormorii confusi e molto diversi dalla lingua degli uomini. Vi erano i latrati di cani, gli urli dei lupi, il lamento del trepido gufo e del vampiro notturno, le strida e gli ululati delle belve, il sibilo dei serpenti, perfino il frastuono dell’onda che si frange sugli scogli, il mormorio dei boschi e il tuono delle nubi squarciate. Un’unica voce, composta di tante.
Infuriata nel vedere l’anima del morto riluttante a rientrare nel corpo squarciato, la strega si mise a frustare il cadavere con un serpente vivo, abbaiando minacce attraverso le spaccature che aveva prodotto nella terra.
Subito il sangue rappreso si scalda, ravviva le nere ferite e scorre nelle vene fino all’estremità delle membra. Palpitano le fibre percosse nel petto gelido, e la nuova vita insinuandosi nelle midolla disavvezze si mescola alla morte. Tutti gli arti trepidano, i nervi si tendono: il cadavere non si solleva dalla terra lentamente, membro per membro, ma ne viene respinto tutto in una volta. Allentatesi le palpebre, gli occhi si spalancano. L’aspetto non è ancora quello di un vivo, bensì d’un morente, permangono la rigidezza e il pallore, ed egli è attonito al ritorno nel mondo. La bocca, ancora irrigidita, non emette alcun mormorio; ha riavuto la voce e la lingua solo per rispondere. «Dimmi quel che ti ordino», lo apostrofa la Tessala…

La luce si spense con uno schiocco. Howe rialzò la testa di scatto, senza capire. Restò al buio un paio di minuti, il tempo di abituare gli occhi all’oscurità e di scorgere fuori della finestra le forme della notte, lumeggiate dalla luna crescente. Qualcosa era scattato, forse un quadro elettrico. Avrebbe dovuto alzarsi e andare a vedere, e chiamare il custode…
Un lungo fruscio sotto la finestra spalancata gli sospese il respiro. Howe si alzò cautamente, stendendo le ginocchia un po’ alla volta, le orecchie tese. La finestra era senza inferriata, e uno strano odore di stantio parve diffondersi nella stanza. Un puzzo di sporcizia, di erba marcia. Indietreggiò verso la porta col cuore che gli martellava in gola, respirando pianissimo, gli occhi conficcati nel buio a cercare l’origine di quei movimenti attutiti e furtivi. S’afferrò alla schiena di una sedia, sicuro che da un momento all’altro una figura curva e scheletrica gli sarebbe piombata addosso oscurando il chiarore lunare. Quasi gli parve di sentire un ringhio sordo a pochi metri, anzi a pochi centimetri…
La sagoma d’un rapace gli attraversò il campo visivo in un lampo, seguita dalla figura mostruosa che aveva immaginato. Howe tentò di sollevare la sedia, mentre una voce orrenda simile a un rigurgito lacerava l’aria.
«Copriti i geroglifici, maledetto!»
«Chi è?» gridò Howe stravolto.
«Chi c’è là?» disse un’altra voce dalla casa del custode.
Di colpo lo specchio della finestra fu oscurato da una massiccia sagoma nera. Howe afferrò una bottiglia e gliela scagliò contro debolmente, mandandola a rotolare sul pavimento.
«La penna, la penna!» gracidò la figura nera, affannandosi sul davanzale.
«Howe, tutto bene?» La voce del custode lo chiamava da fuori.
Howe si accorse d’essere bagnato di sudore. Guardò l’uomo sul davanzale, che brandiva un oggetto lungo e appuntito e si voltava verso il giardino.
«Dev’essere scattato il contatore,» disse Terzo. Howe lo sentì armeggiare sulla superficie esterna del muro, e con un altro scatto la lampadina si riaccese e il frigorifero della cucina ripartì.
A cavalcioni sulla finestra, Fazzini mostrò a Howe la lunga penna che stringeva in mano. «Sono riuscito a prendergliela!» gridò, gli occhi strabuzzati per la gioia.
Howe si accasciò sulla sedia, la schiena improvvisamente indolenzita come non gli era mai accaduto. Mise le mani sul tavolo e vi poggiò la testa, respirando a pieni polmoni.
«Ma che diavolo stai facendo qui? Perché non sei ancora andato a casa?» disse Terzo.
«Il barbagianni… prima ha girato la testa mettendo l’asse degli occhi in verticale, e poi…»
«L’hai disturbato mentre stava cacciando una preda…»
«Sembrava un topo, era grosso.»
«E tu gli impedisci di andare a caccia per prendergli la penna?»
«Era silenziosissimo, capisci?» s’accalorò Fazzini «Ha volato fino a terra senza farsi sentire. Ma l’ho beccato, ah, ah! Guarda» disse avvicinando la penna agli occhi e sfiorandola con un dito, «ha proprio una striscia di velluto, come un pettine, così ha l’assorbimento acustico e manda le comunicazioni in silenzio senza manipolare il suo intervento. Chissà se emana anche ultrasuoni…»
«Basta, Aristide.» Terzo lo prese per un braccio e lo fece scendere dal davanzale. S’affacciò all’interno: «Come va, Howe?»
«Bene, bene…» mormorò lui, frastornato.
«Già che ci sono potrei spalmarti un altro po’ di pomata. Vuoi andare a letto?»
Howe lo contemplò, ancora abbagliato dalla lampada a sospensione. Si rese conto d’essere in condizioni pietose, un rottame con tutte le terminazioni nervose in attività.
«Sì,» sospirò.

© 2007 Paolo Ferrucci

Postille a Mistero etrusco. La Farsaglia (I)

La Farsaglia, o Bellum Civile, è il più grande poema epico latino dopo l’Eneide.
L’autore, Marco Anneo Lucano (39-65 d.C.), era un poeta e scrittore fecondo e precocissimo, che dapprima venne favorito dall’imperatore Nerone, ma in seguito, caduto in disgrazia perché s’era unito alla fallimentare congiura di Pisone, fu costretto dallo stesso Nerone a suicidarsi. È impressionante pensare che aveva solo 26 anni.

Il poema, che prende il nome dalla pianura della città greca di Farsalo e racconta la sanguinosa guerra civile fra Pompeo e Giulio Cesare, consiste in dieci libri di esametri che si interrompono bruscamente, con Cesare che sta portando avanti la guerra in Egitto. È un’opera ricca di digressioni, molto improntata alla retorica, ma soprattutto al grottesco e al paradossale: il racconto si svolge con grande vigore ed è costellato da innumerevoli scene drammatiche, truculente e orrifiche, con personaggi pieni di pathos. In certi punti mi ha fatto pensare a un genere horror ante litteram: Lucano quasi come precursore di Stephen King.

Mi aveva tanto appassionato questo poema, che lo inserii nel romanzo Mistero etrusco dandogli un posto di preminenza: non solo per le citazioni che il protagonista Lester Howe trovava affini a certe misteriose iscrizioni in greco, ma soprattutto perché ne avevo inseriti diversi estratti – intervenendo personalmente nelle traduzioni di cui mi avvalevo – per fare omaggio a questo autore giovanissimo e straordinario.

Ma, si sa: le piccole passioni dell’autore, soprattutto se antiquate, difficilmente piacciono ai lettori, e l’editore che sa fare il suo mestiere non può non tenerne conto. Quindi, gli estratti che avevo amorevolmente inseriti nel romanzo sono stati, molto semplicemente, eliminati.
Così ora li pubblico qui, per fare il mio omaggio a Marco Anneo Lucano, come avrei voluto.


*     *     *

[In questa prima parte c’è il brano che figura ufficialmente in Mistero etrusco: vi si introduce il poema spiegando perché Howe lo recupera e lo esamina.]


Howe andò a cercare il volume negli scaffali del corridoio che raccoglievano i classici greci e latini. La Farsaglia, o Bellum Civile, il racconto della guerra fra Cesare e Pompeo del 49 avanti Cristo, era una delle letture macabre che avevano movimentato la sua adolescenza di studente curioso e impressionabile. Lucano, il grande poeta epico romano del primo secolo, era formidabile nel costellare la narrazione con spettacoli di morte, di orrore e di tenebra. I suoi versi avevano una potenza espressiva che dava i brividi: i fenomeni soprannaturali erano violenti e irreversibili, i personaggi demoniaci spaventosi e crudeli, e le battaglie erano descritte come omicidi di massa, con le morti cruente raccontate in modo variegato e paradossale.
Howe rintracciò il volume nella terza sezione, rilegato in similpelle verde, con impressioni un po’ sghimbesce sul dorso. Le pagine erano state sottolineate a matita da una mano poco rispettosa, che non aveva risparmiato i margini con annotazioni e parafrasi. Gli fu sufficiente scorrere il sommario per trovare, verso la fine del primo libro, l’episodio del sacrificio propiziatorio in cui gli dèi si mostrano ostili.
Quando stava per scoppiare la guerra civile tra Cesare e Pompeo, destinata a inondare di sangue il mondo romano, i presagi più funesti si moltiplicavano. Il cielo veniva tagliato da meteore fiammeggianti e da una cometa foriera di sconvolgimenti politici, fulmini e fuochi divampavano nell’aria, l’Etna esplodeva e la terra abbassava il suo asse, scrollando le nevi dai picchi alpini. A Roma le donne partorivano mostri, gli animali si mettevano a parlare e le offerte cadevano dai templi.
Per leggere il significato di quei segni e tentare di scongiurarli, il senato aveva deciso di convocare gli aruspici etruschi. Il più anziano e il più saggio, Arunte, ordinò una serie di riti e sacrifici e iniziò a interrogare gli dèi facendo sventrare una vittima sacrificale.
Così recitava il testo:

Arunte raccoglie i fuochi dispersi dal fulmine e li sotterra con lugubri mormorii, evocando sui luoghi la protezione del dio, poi conduce ai sacri altari la nuca superba d’un maschio. Aveva già cominciato a versare il vino e a spargere le farine con la lama del coltello; e la vittima, a lungo recalcitrante al temuto sacrificio, mentre i ministri dalle corte vesti le abbassavano le corna ribelli, piegate le ginocchia, offriva il collo vinto.

Eccole, le parole. Iam fundere Bacchum coeperat: cominciò a versare il vino; obliquoque molas inducere cultro: e a spargere la farina col coltello. E infine, deposito victum praebebat poplite collum: poggiate le ginocchia, porgeva il collo vinto.

[…]

Dalla vittima sventrata, invece del rosso del sangue era sprizzato un liquido insano e funesto. Arunte, pallido di spavento di fronte a presagi tanto foschi, afferrò le viscere per leggervi altri segni della collera degli dèi:

Già il loro colore atterrì l’aruspice: le pallide interiora erano chiazzate di macchie tetre, un sangue gelido le impregnava e placche sanguinolente ne screziavano il livore. Scrutò il fegato stillante marciume e scorse le venature minacciose dalla parte ostile. La fibra del polmone ansimante era invisibile, e un piccolo solco attraversa le parti vitali. Il cuore è inerte, le viscere lasciano trasudare umore infetto dagli squarci aperti, gli intestini mostrano le pieghe nascoste.

A un tratto, l’aruspice vide crescere sulla testa del fegato la massa di un’altra testa, chiara prefigurazione dell’imminente guerra civile: Ecce videt capiti fibrarum increscere molem alterius capitis
Cercando nelle iscrizioni greche, Howe trovò un’altra corrispondenza: epi tas to epatos koryphas meion korypha epaeiretai, cioè “sulla testa del fegato cresce altra testa più piccola”. Sorprendente davvero. I caratteri etruschi allineati in alto recitavano: maznei peqarni tercne nac alpqai mazna
Nel racconto di Lucano, mentre una parte del fegato pendeva marcia e avvizzita, l’altra pulsava con guizzi violenti. L’aruspice, riconosciuti i presagi del conflitto civile, gridò la portata dei mali che si preannunciavano:

O dèi del cielo, a stento posso svelare agli uomini quel che muovete; non a te infatti, o grande Giove, ho sacrificato; furono gli dèi infernali a penetrare nelle viscere del toro sgozzato. Ciò che temiamo è indicibile, ma gli eventi saranno più orrendi di ogni timore.

Gli dèi infernali… Howe era sicuro d’aver visto anche queste parole. Non tardò a ritrovarle, in una pagina contrassegnata da due cerchietti concentrici: ton kato daimonon hekati, cioè “per volere degli dèi infernali”.
(continua)

© 2007 Paolo Ferrucci

istruzioni per leggere su un divano…


Chi scrive ha proprio ieri gustato una lunga seduta di lettura “sotto-la-coperta-con finestra-aperta”. Gustato, perché Paolo Ferrucci è proprio uno di quegli scrittori holdeniani che “quando hai appena finito di leggere il suo libro senti tuo amico e che vorresti chiamare al telefono” eccetera.
Mistero etrusco, si chiama il volume, inattuale perché la sua pubblicazione risale al 2007 e forse promosso un po’ troppo spartanamente dalla casa editrice Sylvestre Bonnard. Un sito archeologico a Fiesole funestato da inesplicabili frane, un ricercatore gallese, accademici ambigui, un antiquario disonesto, un contadino psicopatico dal grilletto facile, una studentessa inquieta e la grande biblioteca della sua famiglia in una villa di campagna, reperti da tenere celati a ogni costo e due morti ammazzati: è il contesto nel quale si trova a indagare la questura di Firenze e suo malgrado anche Lester Howe, paleografo dell’università di Cardiff in trasferta al Museo Archeologico fiorentino.

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http://cosedalibri.blogspot.it/2012/04/istruzioni-per-leggere-su-un-divano-in.html