Scrittura divinatoria

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Nell’esercizio formale delle sue funzioni, l’indovino babilonese, al contrario del divinatore “che cade in estasi”, non ricorreva agli dèi: procedeva invece come uno scienziato, il quale, esaminando certi fatti, traeva la conclusione che ne derivava secondo la logica della propria scienza.

Esiste un certo numero di epiteti per designare gli specialisti della divinazione deduttiva, ma i più notevoli sono šâ’ilu e bârû. Il primo significa probabilmente “colui che interroga”, “consulta” o “indaga”: allusione, senza dubbio, al lavoro di riflessione sui presagi, forse, più precisamente, su quelli che erano tratti dai sogni.

Gli šâ’ilu sono conosciuti fin dall’inizio del ii millennio, non solo dal mondo paleobabilonese, ma anche paleoassiro. La relativa frequenza del femminile in epoca antica lascerebbe intendere che si trattava allora di una vocazione riservata soprattutto alle donne, e forse rientrava più o meno, anticamente, nella sfera della divinazione ispirata. Più tardi, gli šâ’ilu, che si vedono ricorrere a diverse tecniche di divinazione deduttiva, pare abbiano avuto un ruolo sempre di secondo piano rispetto a quello dei bârû. Questi ultimi erano gli indovini per eccellenza, grandi specialisti della divinazione deduttiva e colta. Il loro nome accadico, che talvolta si traduce erroneamente con “veggente”, significa in realtà “esaminatore”, senza nulla di comune con la veggenza. Essi esaminavano i presagi per ricavarne gli oracoli che contenevano. A differenza della professione di šâ’ilu, la loro pare fosse riservata più agli uomini: se ne conosce il femminile solo una volta all’inizio del ii millennio, e due o tre volte nel primo.

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Per avventura, i bârû potevano cumulare il loro ufficio con una funzione clericale, me le due cariche in genere non si confondevano. Come molti altri funzionari e specialisti, i bârû formavano una sorta di corporazione, con i suoi responsabili ufficiali. Vi erano ammesse, pare, solo persone di alta o “nobile” estrazione, che godevano di una piena integrità fisica. Non ve n’erano sempre nei centri secondari, ma le città, soprattutto di qualche importanza politica, ne contavano un certo numero, e talvolta anche troppi.

Non risulta che fossero legati a un tempio, a un santuario, e ancor meno a uno di quegli oracoli nel senso greco del termine, sconosciuti nel paese. Anche se certi episodi dell’esame divinatorio potevano coincidere con momenti della liturgia ufficiale e svolgersi, quindi, nei santuari, capitava spesso agli indovini di officiare altrove, per esempio a palazzo. In effetti, era soprattutto là il loro punto d’appoggio: erano al servizio del re, che seguivano anche nei suoi spostamenti, e soprattutto nelle spedizioni militari.

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Scrittura casistica

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Viene da chiedersi come si siano formati questi trattati divinatori babilonesi: quale tipo di ragionamento logico o di osservazione sperimentale fa associare una certa apodosi (oracolo) a un certa protasi (presagio)? Quale sistema tassonomico ha permesso di allineare interminabili protasi a proposito del medesimo oggetto? La complessità è grande: un trattato studierà non il fegato della vittima (materia troppo vasta), ma la tal porzione ominosa del fegato: la Vescichetta biliare, la «Porta del Palazzo», il «Dito», eccetera. Oppure, in un altro campo, il tal segno congenito del corpo umano. Si suppone che un neo, ad esempio, interessi via via tutte le parti del corpo umano, enumerate puntualmente dalla testa ai piedi. Così, in un trattato di fisiognomia, a proposito della “macchia” o “segno”, si passa in rassegna la lista completa delle parti del corpo in cui può trovarsi, con le apodosi corrispondenti.

Gli oracoli sono messi in elenco e classificati, in funzione delle protasi, secondo un ordine rigoroso, e costante per uno stesso soggetto. Se questo è la presentazione esterna del corpo umano, si comincerà l’esame dalla testa: la sommità del cranio; la nuca; la fronte; la chioma; le tempie; le sopracciglia; le palpebre; gli occhi; le orecchie; il naso; la bocca; i denti; la lingua; il mento; il collo; e così via, scendendo, fino ai piedi. Di ognuna delle parti così considerate, si prospettano tutte le situazioni e gli stati capaci di modificarne il contenuto di presagio: la presenza o l’assenza; dimensioni e quantità: se è grande, molto grande, piccola, molto piccola, unica, in due, tre, quattro esemplari o suddivisioni; la disposizione interna e la posizione rispetto ad altri elementi: se è ritta, coricata, inclinata, a rovescio, contigua, discosta, a destra, a sinistra, in alto, in mezzo, in basso, davanti, dietro; la colorazione: se è rossa, nera, bianca, verde-gialla, talvolta con sfumature più o meno numerose.

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A ogni oggetto di un tipo particolare di divinazione è così adattato uno schema di suddivisione e ordinamento di tutti gli aspetti in cui si presenta all’osservatore. Schemi che formano spesso categorie ricorrenti: ad esempio, ogni volta che viene presa in esame una delle posizioni, supponiamo a destra, si considera subito dopo la posizione a sinistra. Ogni volta che si pone il problema del numero, ci si estende, secondo i casi, da uno o due a sette, o più (così, per le nascite di gemelli, trigemini, ecc.). Ogni volta che è ricordata la somiglianza dell’oggetto con un animale, vi è tutto un elenco di animali tipici, in certo modo già predisposto, che può comportarne fino a una ventina e che ritorna, più o meno particolareggiato, secondo i casi. Le analisi, insomma, sono straordinariamente minuziose, con centinaia e migliaia di presagi differenti, ciascuno col suo oracolo.

Sembra un proposito deliberato di tener conto non solo del reale, ma anche dell’immaginabile, del possibile, quando si vedono registrare nelle protasi successive di una stessa raccolta due, tre, cinque e perfino sette Vescichette biliari per un solo fegato; o quando, all’inizio di un trattato di teratologia, sono previste per i neonati perfettamente umani una quarantina di presentazioni stravaganti, fra le quali l’aspetto di «un leone», di «un cane», di «un maiale», di «un bue», di «un asino», ecc., e, più avanti: di «una testa», di «una mano», di «un piede»,… perfino di «un corno di capra», e naturalmente, visto che bisogna prevedere tutto, di «due corna di capra».

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Scrittura dottrinale

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Visto che dai Babilonesi ci separano parecchi millenni, non abbiamo il loro stesso modo di vedere, le stesse esperienze, la stessa mentalità e la stessa logica. Ma anche se non siamo più in grado di leggere e comprendere tutto come loro, dobbiamo riconoscere che la loro lettura non era arbitraria e fantasiosa, ma a suo modo obiettiva e razionale. Molti dei loro “pittogrammi divinatori” si basano su un gioco di assonanze fonetiche: per esempio, in un oracolo “storico”, dalle perforazioni riscontrate (pilšu palšu) sul fegato, si passa agli scavi (pilšu) che sono serviti a sottomettere una città fortificata, il cui nome stesso, Apišal, è composto dei medesimi fonemi costitutivi, con una leggera metatesi. Evidentemente non si trattava di un gioco di parole, per persone che ponevano così poca differenza fra le denominazioni e le cose. Ancora: «Se la pioggia piove (zunnu iznun) nel giorno [della festa] del dio della città – quest’ultimo sarà adirato (zêni) contro di essa. Se la Vescichetta biliare è rientrante (nahsat) – è inquietante (nahdat). Se la Vescichetta biliare è presa dentro (kussâ) il grasso – farà freddo (kussu). Se il Diaframma (?) è aderente (emid) – aiuto (imid) divino».

L’influenza della scrittura cuneiforme sullo spirito e sulla tecnica della divinazione deduttiva è chiara. E implica una certa astrazione dal concreto – un solo e medesimo segno mantiene il suo valore dovunque s’incontra – e un certo apriorismo – dovunque compare un segno deve comparire il suo significato –, che preparano la “razionalizzazione” ulteriore.

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La protasi esprime dunque, al presente o al passato, uno stato di fatto, realizzato e osservato. Annuncia la situazione del presagio, ossia l’aspetto preciso dell’oggetto che lascia intravedere il futuro, e dunque pronosticarlo. L’apodosi al futuro esprime quasi sempre il pronostico; dunque, contiene l’oracolo. Le protasi, e soprattutto le apodosi, hanno delle varianti. Nelle raccolte antiche le varianti sono spesso designate dalla formula šanîš: «altrimenti», e ancora più spesso šanû šumšu: «altro modo di enunciare». Nei manuali più recenti, dove possono essere numerose, fino a sette o otto, si dispongono una di seguito all’altra, tutt’al più separante dai “due punti” (due chiodi obliqui sovrapposti), che nella scrittura cuneiforme sono il solo segno d’interpunzione.

Le varianti, talvolta – come in ogni tradizione manoscritta – sono semplici conseguenze di incidenti di trascrizione o trasmissione dei manoscritti, dunque possono essere contraddittorie, in particolare nell’apodosi: l’una promette un avvenire favorevole, l’altra sfavorevole. Così, queste varianti diventano tradizioni diverse, perfino dottrine diverse d’interpretazione dello stesso fenomeno, e i copisti le aggiungono allora ad complementum doctrinae: affinché il lettore abbia sotto gli occhi tutte le informazioni conosciute, in mancanza di un criterio sicuro per scegliere la migliore. Un esempio tipico, in cui le varianti sono semplicemente giustapposte: «Se, sulla pelle del suo viso, a destra, si trova una [macchia-congenita-chiamata] umsatu – sarà fortunato, [oppure] quest’uomo diventerà povero».

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Scrittura ominosa

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Gli “oracoli storici”, messi a punto durante il periodo che va dall’ultimo terzo del III millennio al primo quarto del II, ci permettono d’intravedere il più antico procedimento che dovette servire alla stesura degli oracoli di divinazione deduttiva, e anche a scoprire questo tipo di divinazione: la constatazione empirica delle coincidenze fra la forma dei presagi e gli eventi della storia. Esiste un modo di vedere le cose per cui basta che una volta, o un certo numero di volte, ci si sia accorti che la comparsa di un fenomeno – qualcosa d’inatteso nel corso delle cose, di anormale, di mostruoso – è stata seguita, dopo un intervallo ragionevole, dall’arrivo di un evento straordinario, fasto o nefasto, perché ci si senta di dover stabilire un rapporto fra loro. Come se il secondo termine fosse collegato al primo e, se non causato, almeno annunciato da esso. Si suppone sia questo il meccanismo che ha portato alla divinazione come disciplina e come tipo di conoscenza.

I messaggi divini scritti nei presagi erano un insieme di segni, o tratti dalla realtà e ancora riconoscibili, o puramente convenzionali, che rappresentavano cose o parole. Erano un codice che gli indovini dovevano decifrare, come indicano questi esempi di aspetti particolari del presagio: «l’Urto-frontale del Nemico», «il Seggio del Pastore», «l’Impianto del Trono», «la Sicurezza», «il Segreto», «il Tradimento», «l’Arma». O ancora, in qualche caso, il risalto dato alla lettura di uno dei segni oracolari, come in questo brano di un trattatello di “palmomanzia sacrificale”: «Se, sul petto dell’uccello [sacrificato], a destra e a sinistra, si trova una quantità di macchie-rosse – i miei soldati e i soldati del nemico, dopo essersi incontrati, non si batteranno; il nome di questo [presagio è]: incontro».

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Dopo un esempio concreto di “traduzione” del segno in un ambito preciso, quello della guerra, l’autore del trattato ne riassume in una parola il valore generale e, per così dire, il senso “ideografico”, applicabile a ogni altra situazione. Un certo numero di questi “pittogrammi” non avevano, di per sé, nulla in comune con quanto si supponeva che evocassero. Il loro contenuto significativo, quindi, si era potuto scoprire solo per caso – per empirismo. Durante secoli di osservazioni, si dovette costituire in tal modo tutta una collezione di “pittogrammi divinatori”, debitamente provvisti della loro “traduzione ominosa”, malgrado l’assenza di qualunque nesso evidente fra il segno e il significato.

In altri casi, un nesso poteva esistere, sia che il “pittogramma” si riferisse a una cosa o a una parola. Nell’oracolo storico: «Se, a destra del Fegato, si trovano due Diti – [è il] presagio dell’Epoca-dei-Competitori», è la dualità dei Diti che richiama la competizione dei pretendenti; e ancora, l’eclisse di sole lascia trasparire la morte del re; lo sguardo, reputato malefico, del serpente sull’uomo, la morte prossima di quest’uomo; l’incrocio infecondo, la riduzione dell’incremento del bestiame; la mescolanza del corpo di due feti, la confusione nel paese, in seguito a dispute intestine. Così pure il leone è divenuto in qualche modo, nella scrittura divinatoria, l’ideogramma della violenza, del potere assoluto, della superiorità, come si vede da tutti gli oracoli che determina. Tutto poté giocare per stabilire questo legame fra i “pittogrammi” mantici e la realtà: l’evocazione immediata, un simbolismo più o meno sottile, o lambiccato, o fondato su credenze o immaginazioni molto arcaiche – tale ancora l’idea che collega il successo e la buona sorte alla destra, l’insuccesso e la sfortuna alla sinistra.

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Scrittura tecnica

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I documenti più numerosi, più espliciti, più vari che ci hanno lasciato gli antichi Mesopotamici in materia di divinazione, a parte alcuni formulari sulla divinazione popolare, sono trattati di casistica divinatoria, che riflettono una tecnica, una logica, una vera scienza mantica. I più antichi sono della fine dell’epoca paleobabilonese, intorno al 1600 avanti Cristo; del primo millennio, appena prima della scomparsa della Mesopotamia come unità politica e culturale, si sono ritrovate migliaia di tavolette. Dai più antichi ai più recenti, tutti i trattati si presentano nello stesso modo: stessa disposizione, stesso vocabolario, stessa nomenclatura tecnica, stessi procedimenti d’analisi, di ricerca e di esposizione, stessa mentalità. Una costanza nella forma che è dovuta al tradizionalismo dei letterati mesopotamici dell’antichità, e che dimostra la piena padronanza dell’arte della divinazione acquisita dai tecnici locali.

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I trattati divinatori babilonesi sono tutti costruiti sullo stesso modello, quello dei “codici” giuridici e dei trattati di medicina, secondo una forma logica universale nell’antica Mesopotamia, almeno dalla fine del III millennio. Enunciano una serie di proposizioni composte da due parti: una protasi, introdotta da «se», «supponendo che», di solito al presente o al passato, che costituisce il “presagio”, seguita da un’apodosi, di solito al futuro, che è l’oracolo. Ad esempio: «Se un uomo ha il pelo del petto rivolto all’insù – diventerà schiavo»; «Se un uomo, col viso congestionato, ha l’occhio destro sporgente (?) – lontano dalla sua casa, dei cani lo divoreranno»; «Se un uomo (sogna che) fa il mestiere del lapidario – suo figlio morirà». Oppure, in un trattato di extispicina: «se la cistifellea è fine come un ago – un prigioniero evaderà».

Tuttavia, in alcuni casi – quelli degli “oracoli storici” – l’apodosi è al passato, generalmente intorno a un grande nome o ad un evento più o meno notevole della storia: «Se [nel Fegato] la Porta del Palazzo è doppia, se vi sono tre Rognoni e a destra della Vescichetta biliare sono scavate (palšu) due perforazioni (pilšu) ben nette – , [è il] presagio degli Apisalii, che Narâm-Sîn [re dal 2260 al 2223] per mezzo di scavi (pilšu) fece prigionieri». Oppure: «Se, a destra del Fegato, si trovano due Diti – [è il] presagio dell’Epoca-dei-Competitori». O ancora, su un modellino di argilla di Mari: «Quando il mio paese si è rivoltato contro Ibbi-Sin (2027-2003), [è] così [che] questo [il fegato] si trovava disposto».

Di fronte al numero totale delle apodosi che si conoscono, decine di migliaia, questi oracoli storici formano un insieme modesto, circa duecento. Quasi tutti gli “oracoli storici” concernono fatti effettivamente attestati per il periodo anteriore ai trattati in cui si trovano raccolti; si può quindi avanzare l’ipotesi che questi oracoli abbiano costituito una sorta di processo verbale, accuratamente tramandato, di una coincidenza fra il presagio osservato (ad esempio, lo stato di un fegato) e l’avvenimento successivo; coincidenza giudicata significativa sia perché ricorrente, sia per il carattere eccezionale del presagio e/o dell’avvenimento.

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Scrittura funzionale

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Quando si trattava di leggere i presagi nelle interiora di un animale sacrificato, la scrittura cuneiforme ha rivelato le creazioni verbali utilizzate dal sacerdote babilonese per indicare questa o quella parte delle viscere. La lingua d’uso corrente offriva solo termini generici, incapaci di tradurre la complessità di un’osservazione minuziosa; dunque, oltre alle parole di uso comune il sacerdote babilonese usava due tipi di vocabolario, che si possono chiamare topografico e funzionale. Il vocabolario topografico assimilava il fegato e i polmoni della vittima a una pianta di città, alle strade, alle porte, ai palazzi o anche ai parchi. Il vocabolario funzionale consisteva invece nel designare certe parti del fegato o dei polmoni con termini astratti aventi valore di presagi, per esempio «presenza divina», o anche «acquietamento», o ancora «buona parola», «sconfitta del nemico». Qui il presagio serve a indicare una parte specifica dell’organo, la cui funzione è di fornire una classe particolare di predizioni.

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Molti modelli di fegato in terracotta risalenti al secondo millennio, con la menzione dei presagi legati alle loro caratteristiche, sono stati trovati in Mesopotamia, in Anatolia e in Siria. Sono piccoli oggetti d’argilla, normalmente a tutto tondo, quasi sempre iscritti, che rappresentano schematicamente gli organi del montone sacrificato e analizzano l’anomalia segnalata plasticamente, menzionando il presagio che se ne traeva. Il fegato, i polmoni, il colon, avevano tutti un significato per l’indovino.

Gli specialisti distinguono i modelli d’archivio, che commemorano oracoli importanti o certi presagi chiamati “storici”, relativi a eventi già accaduti, e modelli di scuola, che servivano a istruire gli allievi sul valore preciso di termini sconosciuti al profano. Vi si scriveva l’oracolo, o da solo, o con la descrizione del plastico a cui si riferiva. È il caso dei “fegati di Mari”, dove il rapporto fra l’aspetto del presagio e il pronostico è sottolineato qua e là per mezzo di una formula significativa: «Quando (il tal fatto è accaduto), si presentava così». Certi grandi fegati d’argilla sono veri atlanti della geografia epatoscopica: ogni regione presaga vi è delimitata, indicata e commentata nel suo valore di predizione.

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Scrittura della Terra

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Il fatto che per i Mesopotamici gli dèi possono comunicare le loro volontà agli uomini iscrivendole nell’universo – anziché esprimerle attraverso la parola profetica, come fanno gli dèi dei popoli vicini – dipende dalla natura stessa della scrittura mesopotamica, e dall’uso che ne viene fatto. Questa scrittura, in origine, è pittografica: un sistema semplice in apparenza, perché il disegno di una cosa designa quella cosa, ma che in realtà implica un gioco di complesse associazioni, una specie di ginnastica intellettuale, per legare il significato al significante.

In origine, i segni che la compongono designavano ciò che raffiguravano: con uno schizzo preso dal vero (una testa di bovino, delineata nei contorni ma perfettamente identificabile, significava «il bue», «la vacca», «il bestiame grosso»), oppure ridotto alla sua espressione più semplice (il triangolo pubico per «il sesso femminile», «la donna»), o con un simbolo convenzionale (un cerchio tagliato da una croce per «la pecora», «gli ovini»). Per uno stesso segno, la raffigurazione può assumere valori diversi mediante un sistema di associazioni o suggestioni: il disegno di un piede non significa soltanto «piede», ma anche «stare in piedi», e dunque «immobile», o «camminare», «andare», «portare via». Quello dell’«orecchio», non solamente «ascoltare», ma anche «obbedire», «apprendere», «il sapere», «l’intelligenza». Quello della «montagna», «i paesi stranieri», poiché tutto l’Est e il Nord del paese erano delimitati da catene che ne tracciavano i confini col mondo abitato.

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Altre associazioni potevano essere suggerite dalla giustapposizione o dall’intreccio di vari segni. Ad esempio, se unito a quello dell’«occhio», il segno dell’«acqua» significa «lacrime»; unito a quello del «cielo», significa «pioggia». Quello del «pane» in quello della «bocca» stava per «mangiare»; quello della «montagna» unito a quello della «donna» significa «la donna portata da un paese straniero», come preda di guerra, ad esempio: in altre parole, «la schiava».

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Scrittura del Cielo

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Secondo gli antichi Babilonesi, la disposizione delle stelle è la “scrittura del cielo”. Come il re è il giudice e il padrone del destino dei suoi sudditi, così – a un livello infinitamente superiore – gli dèi Mesopotamici decidono il destino degli uomini e degli imperi. E così come il re rende nota la sua volontà attraverso ordini scritti su tavolette d’argilla (da qui la sua abbondante corrispondenza), gli dèi scrivono i destini che hanno fissato per gli uomini. Ma l’unica tavoletta che possono usare è l’universo intero, che costituisce un’immensa pagina di scrittura.

Gli dèi prendevano le loro decisioni in un raduno annuale nella «Sala-dei-Destini»: dopo aver determinato di comune accordo la sorte degli uomini – di ogni uomo, naturalmente – per l’anno successivo, facevano scrivere i risultati della loro pianificazione sulla «Tavoletta dei Destini», uno degli emblemi-talismani del Potere supremo.

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Per questo la scienza divinatoria mesopotamica, che cerca di decifrare il volere degli dèi, è un’arte lentamente lavorata. Tutto, sulla terra, è ominoso. E la concezione che hanno i Mesopotamici dell’azione divina determina quell’immensa curiosità universale, quella sorta d’invincibile volontà di deciframento del cosmo, che è caratteristica del loro spirito: decodificare la Verità del messaggio divino iscritto nell’Universo, che diventa così un’enorme collezione di presagi.

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Detective Fiction 2: il proto-omicidio


«
QUINDI ADAMO conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, dicendo: ― Ho avuto un uomo con il favore di Dio ―.  Continuò, quindi, partorendo Abele, suo fratello. Ora, mentre Abele era pastore di greggi, Caino coltivava la terra.
E avvenne che, dopo un certo tempo, Caino fece un’offerta al Signore dei prodotti del suolo.
E Abele, anche lui, offrì dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso; e il Signore riguardò Abele e la sua offerta, mentre non riguardò Caino e la sua offerta. Caino perciò ne fu grandemente adirato e il suo volto fu abbattuto.
Il Signore disse: ― Perché sei adirato e il tuo volto è abbattuto? Forse che, se agisci bene, non potrai tenere alto il volto? Ma, se non fai bene, il peccato giacerà alla porta e contro di te si volgono le sue brame; però tu devi dominarlo.
Allora Caino parlò a suo fratello Abele e avvenne che, quando furono in campagna, Caino si levò contro suo fratello Abele e lo uccise.
E il Signore disse a Caino: ― Dov’è tuo fratello Abele? ― E quegli rispose: ― Non lo so; sono forse il custode di mio fratello? ― Ed egli replicò: ― Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. e ora tu sei maledetto dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere dalla tua mano il sangue di tuo fratello. Se coltiverai la terra, essa non ti darà più il suo prodotto e tu sarai errante e fuggiasco sulla terra ―.  Allora Caino disse al Signore: ― Il mio delitto è troppo grande da sopportarlo. Ecco, tu mi cacci oggi dalla faccia di questo suolo , e io dovrò nascondermi dalla tua faccia, sarò errante e fuggiasco sulla terra, e avverrà che chiunque mi incontrerà potrà uccidermi.
Ma il Signore gli rispose: ― Non così, perché chiunque ucciderà Caino, riceverà una punizione sette volte maggiore ―. Allora il Signore mise un segno su Caino, affinché chiunque lo incontrasse, non lo uccidesse. Allontanatosi dunque Caino dalla presenza del Signore, si stabilì nel paese di Nod, a oriente di Eden.»

La Bibbia concordata, Mondadori, Milano 1968: Genesi 4, 1-16