John Elkann e Jeff Bezos

Corriere della Sera, pag. 21: riuniti i vertici di alcune delle testate più importanti del mondo per i 150 anni de La Stampa. Dalla selezione d’interventi, ne pesco alcuni.

«Il rapporto tra i nostri media, Facebook e Google? Loro sono i padroni di casa, noi siamo gli inquilini. Ci stanno alzando l’affitto.»

«Abbiamo il dovere civico di rendere le notizie interessanti.»

«Nei giornali dobbiamo ricreare ogni giorno “Il Trono di Spade”: una storia così interessante che non possiamo restare fuori.»

«Le redazioni saranno più piccole, agili, non formate necessariamente da soli giornalisti.»

«L’indipendenza editoriale è fondamentale, ma giornalisti e aziende devono imparare a lavorare insieme.»

Sapiens destruens

Bansky, Fast Food Caveman

«Storie simili si possono raccontare per le Americhe, dove, in assenza di altre specie umane, esisteva una meravigliosa biodiversità nei grandi mammiferi dell’era glaciale. Il loro destino era comunque segnato. Con la comparsa dei primi Sapiens, arrivati da nord attraverso l’attuale Alaska, circa 15 mila anni fa, in poco tempo scompaiono la tigre dai denti a sciabola, cammelli ed elefanti arcaici, e innumerevoli specie di bisonti. In tutto, in Nord America spariscono 34 su 37 generi di grandi mammiferi e in Sud America 50 su 60 generi. In tempi più recenti, sempre in coincidenza con il nostro arrivo, si estinguono tutte quelle specie che non avevano imparato a temerci: nei Caraibi il bradipo gigante (5 mila anni fa), in Madascar il gigantesco uccello elefante, Aepyornis Maximus (2 mila anni fa), in Nuova Zelanda i grandi uccelli Moa (800 anni fa), nelle isole Mauritius il Dodo, Raphus cucullatus (500 anni fa). Le estinzioni dei grandi animali in Africa e in Eurasia hanno avuto un andamento più lento, poiché in questi casi gli animali si sono evoluti con noi, imparando a temerci. Ciò nonostante si calcola che molti di essi si estingueranno entro questo secolo.»

Claudio Tuniz, in la Lettura #234, pag. 9

Aristotelismo

Quello che davvero appassiona Aristotele è affrontare i problemi e cercare di risolverli. Non c’è niente che non meriti un po’ di attenzione e di tutto Aristotele s’interessò, senza distinguere tra alto e basso, nobile e volgare.
Trascorse vent’anni con Platone, discutendo di dialettica, astronomia e metafisica; ma intanto raccoglieva le opinioni della gente comune, convinto che tutti potessero offrire spunti utili per avanzare nella comprensione dei problemi. E per le sue ricerche scientifiche non si vergognò di frequentare allevatori, pescatori, cacciatori, interrogandoli sulla respirazione degli uccelli o su come copulano i polpi. Quando non ci pensava direttamente lui, inseguendo una rana in uno stagno o scrutando con attenzione un embrione di pollo: i suoi lavori zoologici (che costituiscono una parte consistente della sua produzione scritta, non andrebbe mai dimenticato) sono pieni di allusioni alle sue ricerche sul campo. «Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso».
Filosofia non vuol dire del resto proprio questo, un amore (philia) per la conoscenza (sophia), tutta? «La natura offre grandissime gioie a chi sappia comprenderne la causa, cioè sia autenticamente filosofo». Così, ad avere la pazienza di leggerli (perché a volte ci vuole proprio pazienza: i testi di cui disponiamo sono gli appunti personali delle lezioni, non opere destinate alla pubblicazione), si scopre che gli scritti di Aristotele sono pieni di problemi, domande, difficoltà – piccole crepe nel poderoso edificio del sapere, insignificanti solo in apparenza, soprattutto quando in discussione è l’uomo.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #235, pag. 18

Klat Magazine

 


Scopro che Klat Magazine è una rivista bellissima, straordinaria.
Una pubblicazione dedicata al design, all’architettura, alla fotografia, al leisure, al luxury, al vivere, alla creatività, alle idee, alle immagini, agli oggetti, ai colori, all’ambiente e agli ambienti, all’umanità nella sua parte rilucente, al successo nelle realizzazioni – che è diverso dal successo come vulgata –, alle creazioni umane che confluiscono nell’industria e nell’arte, alla cultura nel senso contemporaneo: fruibile, al passo col tempo che si vive, con le idee e i sogni di oggi, visti nella prospettiva che evolve.

Photo by Morgan Maassen, from Klat Magazine

Una rivista che guarda, esplora, osserva, inquadra, domanda, riferisce, dà conto del mondo come raramente una pubblicazione riesce a fare, perché coniuga l’apparente settorialità alta con le correlazioni ineludibili che rinviano al resto, a ciò che è mondo-ambiente e ambiente-mondo, che accoglie tutto: l’agire e il muoversi, il guardare l’osservare e il restituire, lo scoprire, senza confini concettuali o ideologici. Il mondo è guardato nella sua integralità per estrarne frammenti e segmenti e settori che comunque riguardano tutti, sottraendoli alla limitazione canonica o ideologica da cui sono spesso condizionati. Fattori, situazioni, progetti e fabbricazioni che contribuiscono all’intera nervatura del sistema umano.

La Passione secondo Carol Rama, GAM, Torino

Una rivista-rivelazione, dunque: soprattutto per chi – come me – s’è rifugiato troppo a lungo nella cultura libresca e circolare, arginata, che crea canoni, che fa sviluppare un’introspezione analitica mancante di una necessaria prospettiva-mondo che sia concreta, visibile davvero da quella formidabile macchina naturale che è l’occhio reale.

http://www.klatmagazine.com

https://www.facebook.com/Klat-173331819993

Semantica della felicità 3

Non volendo per ora entrare nel merito di tali questioni e prendendo per buono il luogo comune, sembra che la felicità possieda la natura dell’attimo. Ciò non toglie, però, che ben si sappia cosa essa è, in che consiste, altrimenti non potrebbe essere neppure perduta. Tanto basta per poter parlare di essa come di cosa che c’è, intorno a cui ci si può interrogare con senso, dal momento che la pur concessa transitorietà nulla toglie alla sua effettività.
Agli uomini accade d’essere felici e perciò essi sanno in che consiste la felicità: quel che invece ignorano o comunque risulta loro poco chiaro è la ragione del loro sentirsi felici. D’altra parte è normale che sia così, se è vero che la felicità coincide con una generale sensazione di soddisfazione e di pienezza tale che nel momento in cui la si possiede se ne è, in effetti, posseduti e non si può uscire da essa: non a caso è stato detto che la felicità altro non è che uno stato di grazia. Gli uomini, quando sono felici, la felicità la vivono o, più esattamente, vivono di felicità e perciò è impossibile che si domandino perché sono felici: se se lo domandassero è probabile che cesserebbero di essere felici, problematizzerebbero lo stato in cui si trovano e in certo senso si porterebbero fuori di esso: il sentimento di pienezza sarebbe velato  dall’ombra della perdita. L’interrogazione sul perché di un evento equivale, infatti, alla formulazione dell’idea che quel che c’è potrebbe anche non esserci e che perciò la condizione di benessere in cui ci si trova è qualcosa che può anch’esso dileguare. Tanto basta a turbare l’incanto, a insinuare nello stato di pienezza un senso di precarietà sia pur indeterminato, ma, comunque, sufficiente a dissolvere la certezza del proprio bene. Ciò che, infatti, caratterizza la felicità come condizione interna, come stato della mente, è la certezza del proprio benessere, e ciò è possibile solo se si è immersi interamente in esso. La felicità possiede dunque i tratti dell’immediatezza e ciò è così vero che, se può bastare poco per essere felici, è impossibile esserlo se si perde la certezza della propria condizione, se si immagina che essa può essere perduta. L’uomo non attinge la felicità per via di riflessione: in senso stretto l’uomo non sa di essere felice, si sente felice. Sotto questo aspetto Adorno non era lontano dal vero quando a proposito della felicità scriveva: «È  per la felicità come per la verità: non la si ha, ma ci si è. Felicità non è che l’esser circondati, l’“esser dentro”, come un tempo nel grembo della madre».

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, p. 14

Semantica della felicità 2

Gli uomini possiedono una cognizione perfetta della felicità, non foss’altro che come stato della mente: caso mai quel che non è sufficientemente noto è il modo in cui tale stato si produce, come ad esso si perviene e ancor più come è possibile che in esso si permanga. Si dice infatti che dalla felicità si è rapiti, che essa giunge inattesa e in modo altrettanto inatteso svanisce secondo le grandi parole di Agostino: raptim quasi per transitum. La felicità pare dunque immotivata e inattesa come il dolore e in generale come ciò che riguarda le esperienze estreme, le discontinuità assolute. Solo che il dolore inchioda, stringe e costringe, la felicità lambisce: balena e dispare. Almeno così si dice, così raccontano i più. La felicità si disegna dunque a prima vista come un bene transitorio, ove il dolore si rivela, invece, per gli uomini come una condizione più consueta. Sarà vero, ma ammesso pure che per gli uomini sia più abituale la sofferenza, la felicità sembra essere di questa più originaria. Non è, infatti, concepibile l’impedimento ove non vi è spinta, né perdita ove non vi è possesso, né in generale vi è negazione se non vi è positività. È probabile dunque che il dolore sia nella vita più presente che la felicità, ma di certo è ad essa conseguente. La felicità sarà pure transitoria, ma la sua apparizione nell’esperienza sembra essere più originaria della sofferenza.

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, p.12

 

Semantica della felicità

Agli uomini accade d’essere felici. La felicità, è perciò un fatto, più esattamente un sentimento, uno stato della mente. Gli uomini sanno cos’è la felicità e non tanto perché ne possiedono il concetto, ma perché ne sperimentano la condizione: essi, infatti, non ignorano quel che sentono quando si sentono felici. La felicità dunque esiste e come tale è di questo mondo.
[…]
Se è così, la felicità si dà ad essere come una tonalità affettiva dell’essere nel mondo o, più determinatamente, come una modalità dello stare al mondo. La felicità agli uomini è nota e dunque è di questo mondo. D’altra parte non ci vuol molto per farsene un’idea: basta semplicemente esser stati felici. A questo punto poco importa che la condizione di felicità sia breve o lunga, che sia occasionale o consueta, quel che invece è importante è dato dal fatto che essa una volta vissuta non può essere dimenticata, poiché la coscienza mantiene in sé quel che trapassa. Per l’uomo nulla perisce definitivamente, poiché il tempo non è in grado di abolire l’esperienza. La coscienza, infatti, può essere intesa come un consolidarsi dello stesso fluire. Così interpretata, essa viene a coincidere con lo stratificarsi progressivo dell’esperienza e trattiene quel che trapassa, poiché in certo senso essa altro non è se non un passato che si immobilizza. Ogni uomo è radicato nel suo passato e per questo quel che passa non è mai definitivamente perduto: per questo può essere sempre ricercato e fors’anche ritrovato. La felicità può dunque esser perduta come condizione di vita, ma non può esser cancellata come esperienza e a tale titolo può sempre esser ricercata.

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, pp.11-12

Oblomoviana VIII

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«Adesso o mai più!» Ecco le minacciose parole che si affacciarono alla mente di Oblomov non appena si svegliò la mattina dopo. Si alzò, andò due o tre volte su e giù per la stanza, diede un’occhiata in salotto: Stolz stava scrivendo. «Zachàr!», chiamò. Non sentì il balzo giù dalla stufa: Zachàr non arrivò. Stolz lo aveva mandato alla posta. Oblomov andò alla tavola coperta di polvere, sedette, prese una penna e la intinse nel calamaio, ma non c’era inchiostro; cercò la carta, ma non c’era neanche quella. Immerso nei suoi pensieri, tracciò macchinalmente una parola col dito sulla polvere, poi lesse ciò che aveva scritto: “oblomovismo”. Si affrettò a cancellare con la manica quella parola che gli era apparsa in sogno la notte, scritta sui muri a lettere di fuoco, come a Baldassarre durante il banchetto.
Zachàr arrivò e, trovando Oblomov in piedi, lo guardò con aria ottusa. In quello sguardo ebete di meraviglia si leggeva: «oblomovismo!». «Una sola parola», pensava Il’ja Il’ič, «ma quanto è… velenosa!…». Continua a leggere “Oblomoviana VIII”

Oblomoviana VI

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Una volta che rincasarono molto tardi, Oblomov protestò con maggior forza contro quel modo esagitato di vivere.
«Giornate intere senza togliermi gli stivali», brontolò infilandosi la veste da camera. «Bruciano i piedi addirittura! Non mi piace questa vostra vita pietroburghese!», proseguì, sdraiandosi sul divano.
«Allora, che vita ti piace?», domandò Stolz.
«Non quella che faccio adesso».
«Che cosa, precisamente, non ti piace di questa vita?»
«Tutto: le continue corse come a gara, l’eterno gioco delle meschine passioni, soprattutto l’avidità, il bisogno di tagliarsi le gambe l’un l’altro, le chiacchiere, i pettegolezzi, il punzecchiarsi a vicenda, quello squadrarsi da capo a piedi; se ascolti le conversazioni, ti gira la testa, ti senti stordito. A prima vista sembrano tutti intelligenti, ti par di leggere tanta dignità sui loro visi, ma appena li ascolti: “A questo hanno dato quello, questo ha ottenuto l’appalto.” “Scusate, per quale ragione?”, grida qualcuno. “Quello ieri sera al club ha perso tutto al gioco: quell’altro ha guadagnato trecentomila rubli!”. Che noia, che noia, che noia!… Ma dov’è l’uomo? Dov’è la sua interezza? Dove si è nascosto? In quali sciocchezze si è sminuzzato?» Continua a leggere “Oblomoviana VI”

Fotografare. 2

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Los Angeles, 1991, una delle due versioni (una orizzontale, l’altra verticale) dello stesso scorcio urbano. Due gruppi di case, allora colorate, che qualche anno più tardi avrei trovato tutte dipinte di bianco. Avevo di nuovo con me i miei soliti obiettivi, mi sono fermato e ho iniziato a fotografare: tanti di quegli scatti  li avrei ancora una volta cancellati, ma quella era in qualche modo un’occasione speciale, perché quelle fotografie non potevano nascere in Italia o in Europa: superfici così nette, colori così accesi e così pieni, allora si potevano trovare solo negli Stati Uniti. Ancora una volta, comunque, erano frammenti di qualcosa che portavo già dentro di me, la lezione di due grandi della pittura come Mondrian e Malevic, che da giovane mi piaceva imitare. Il dilemma più intrigante è stato quale taglio scegliere per l’immagine, se orizzontale o verticale: di solito scelgo  l’orizzontale perché è più arioso, mentre l’inquadratura verticale schiaccia e costringe lo sguardo di chi osserva a in uno spazio più ridotto.

Franco Fontana, in la Lettura #224, pag. 47

Fotografare. 1

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La foto dell’uomo di fronte alla facciata di una grande casa rossa, appoggiato a una limousine altrettanto rossa l’ho scattata quasi per caso, nel 2001, mentre ero negli Stati Uniti per un progetto che si sarebbe chiamato Sorpresi nella luce americana, uno sviluppo dei paesaggi urbani con l’inserimento di persone. Avevo in mente Hopper e i suoi quadri con figure ed è a lui che ho immediatamente pensato vedendo quell’uomo e tutto quel rosso, anche se poi il rosso non è forse il colore che ci fa subito pensare a Hopper. Alla fine è nata un’immagine iperrealista, con l’uomo che è vero ma che sembra finto, in posa, quasi fosse cera. È una posa in qualche modo teatrale. Ancora una volta sono capitato in quel posto per caso, mi sono fermato e ho iniziato a scattare con le mie macchine, cambiando obiettivo e angolazione, perché non volevo perdere l’attimo, perché magari quell’uomo si sarebbe spostato o la macchina sarebbe partita. Ci avrei pensato io a cancellare le immagini sbagliate o quelle che non mi piacevano: cancellare fa parte del mio lavoro, scegliere quella giusta e distruggere quelle che non mi piacciono è uno dei momenti della mia creazione.

Franco Fontana, in la Lettura #224, pag. 46

Materiali 20. Nigredo Albedo Rubedo

 

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Nella successione dei colori, l’opera al nero era l’opera prima, la liquida nigredo, che equivaleva alla morte della materia, alla sua putrefazione e calcinazione.
“Nel processo di disfacimento, i due princìpi opposti, il volatile e il fisso, vengono rappresentati come un drago bianco alato e un drago nero senza ali, che si affrontano in una lotta mortale”, spiegò il bibliotecario, mostrandogli le miniature di un manoscritto cinquecentesco scovato in una stanza chiusa a chiave. “Dopo esser stati messi insieme nel loro sepolcro, si azzannano a vicenda spargendo il loro veleno, fino a quando, per azione della bava velenosa e delle ferite letali, si corrompono e si dissolvono nel nero più nero del nero”.

La corruzione, proseguì sussiegoso girando le pagine, preludeva a una nuova generazione: le due componenti avevano perso le forme naturali per acquisirne una più nobile. Al termine della nigredo, nel microcosmo dell’uovo filosofico appariva un cielo stellato che annunciava la comparsa dell’acqua viva e permanente, il Mercurio dei saggi, che riceveva dall’alto le influenze celesti, creative e purificatrici.

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“L’opera seconda è caratterizzata dall’albedo: una volta sublimato, il Mercurio dei saggi ricade sulla nuova terra, che gradualmente si ricostituisce. La purificazione della materia si esegue secondo la formula solve et coagula, attraverso sublimazioni e solidificazioni ripetute che la riducono a pura sostanza mercuriale. Intensificando il fuoco della fornace, l’umidità cede alla secchezza, finché la coagulazione della sostanza si completa e ccompare il colore bianco”.

“In questo modo, se non erro”, azzardò l’altro, “la materia è cotta, digerita e fissata in zolfo incombustibile. Così, dovrebbe acquisire la forza di rimanere inalterata all’azione del fuoco; e con l’estrazione del suo sale la si prepara alla fase successiva”.
“Non sbaglia”, concesse il dottor Salvi con un sorriso indulgente. “Nella rubedo, l’opera terza, lo zolfo rosso fissa il bianco mercurio, e da questa riunione nasce la perfezione ultima. La materia viene fermentata, moltiplicata e condotta alla realizzazione perfetta, sotto forma di tintura fissata, permanente e colorante, una polvere e una pietra insieme”.

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Il bibliotecario gli mostrò una riproduzione completa dello Speculum Veritatis, ricco di illustrazioni secentesche. Il simbolo dell’ariete corrispondeva alla materia prima misteriosa, soggetto dell’Opera, perché rappresentava il segno astrologico sotto il quale dovevano iniziarsi le operazioni alchemiche. Il lupo grigio che divora Mercurio alludeva alla purificazione della materia, mentre le tre sfere poste sopra le tre bocche del fuoco segreto rappresentavano la triplice sublimazione con cui essa veniva ridotta al suo stato primigenio. E il drago a tre teste, su cui l’alchimista poggiava i piedi, alludeva al suo dominio sui tre regni della natura.

Materiali 19. Elisir mediatico

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Dopo le illustrazioni acquerellate dei singoli stadi dell’operazione alchemica, iniziava la descrizione vera e propria della fase preparatoria del procedimento. Sostanze non meglio identificate, definite quei zolfi bianchi e rossi, venivano triturate finemente in un mortaio di marmo e bagnate versandovi sopra la terza parte del suo peso del mercurio da cui quelli erano stati ricavati. Se ne faceva una pasta come il burro e la si metteva in un’ampolla ovale, che veniva posta a scaldare sul fornello in un letto di ceneri, al fine di mitigare e uniformare l’azione del calore. Durante la cottura, ogni volta che saliva una schiuma rossa la si toglieva agitando la soluzione con una spatola di ferro, finché il composto raggiungeva la consistenza del miele. Dopo aver raffreddato il vaso con il composto, lo si sottoponeva a sette sublimazioni successive, estraendo l’Acqua delle sette quintessenze. Questa era la matrice assoluta dell’Olio filosofico, un distillato ottenuto dopo aver fatto passare quell’acqua tre volte per l’alambicco, ed eliminato l’ultima feccia. L’Olio filosofico era definito la tintura intermedia purissima, l’elisir mediatico, il distillato assoluto che andava unito alla materia prima segreta che l’alchimista aveva scoperto. Trattando quelle due componenti con certe sostanze coadiuvanti e sottoponendole a un complesso procedimento di decozione, descritto da una serie di illustrazioni, si sarebbe giunti a realizzare la Grande Opera.

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Chiuse gli occhi e si stirò, prendendosi la testa fra le mani. Dal suo tavolo, l’uomo in pizzetto bianco continuava a osservarlo di sottecchi. Ogni tanto si alzava per andare a prendere qualcosa, e passandogli vicino sbirciava i fogli che aveva davanti. Allora lo guardò con una punta d’irritazione e tornò a impilare alcuni dei volumi che stava consultando, per coprire il manoscritto alla vista. Si mise davanti il Rosarium Philosophorum, la Silva Philosophorum, il Theatrum Chemicum Britannicum di Elias Ashmole, la Phylosophya Reformata del Mylius, che riportava illustrazioni molto più eloquenti del testo oscuro e prolisso. Spostò di lato l’Atalanta Fugiens di Michel Maier, che dava una serie d’interpretazioni in chiave alchemica dei miti greci, e l’Introitus di Filalete. Da tutte quelle pagine, fitte di tavole allegoriche e formule arcane, un odore di carta stantìa. Quanto all’autore del manoscritto, affermava d’aver trovato la materia prima segreta, da cui doveva partire ogni ragionamento sull’alchimia, sotto terra. La ricerca della materia prima era il momento più difficile: si diceva avesse corpo imperfetto, tinta penetrante, mercurio trasparentissimo, volatile e mobile. Veniva chiamata con molti nomi: Ambasagar, Tubalcain, Riovrabet, Vitrolium, tutte parole di nove lettere, ma nessun alchimista aveva mai rivelato la sua natura. V.I.T.R.I.O.L.V.M. era anche un acrostico: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam. Visita l’interno della terra, e depurando troverai la pietra occulta, la vera medicina.

Materiali 18. Rebis

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Il Rebis, la figura simbolica dell’androgino, viene effettivamente raffigurato con due teste, una maschile e una femminile, e coi piedi poggianti su un drago che sputa fiamme. A quanto ricordo, quel simbolo comparve per la prima volta nel Trattato dell’Azoth di Basilio Valentino; rappresentava la prima decozione dello spirito minerale mescolato al suo corpo, ossia l’unione del solvente, principio volatile e femminile, con la sua sostanza solubile, principio fisso e maschile. Ouroboros, il drago che si mangia la coda, era l’emblema della natura ciclica ed eterna dell’universo. Un universo unico, che nella sua struttura unitaria è soggetto a un moto di continua e incessante circolarità, in cui tutto parte dall’Uno e ritorna all’Uno. Ogni elemento è a un tempo se stesso e altro da se stesso: i minerali diventano liquidi, volatili, solidi.

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Secondo quel tradizionale modello di corrispondenze, ogni elemento possiede due qualità, ciascuna delle quali è condivisa dall’elemento precedente e da quello successivo. Era spiegato anche nel De magia naturalis di Heinrich Cornelius Agrippa: la terra diventa melma e si dissolve diventando acqua, che, con l’evaporazione prodotta dal riscaldamento, si cambia in aria; poi l’aria, surriscaldandosi, si trasforma in fuoco che, una volta spento, si trasforma di nuovo in aria e, raffreddandosi, si tramuta in terra o pietra.

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Il ciclo degli elementi era visto nella continua trasformazione delle nature che avveniva al di sotto e al di sopra della superficie della terra. La terminologia adoperata, ovviamente, era convenzionale: tutti i liquidi erano definiti acqua, tutti i solidi terra, tutti i vapori e le sostanze volatili aria, ogni specie di calore fuoco. Ma i veri elementi a cui si alludeva non erano le entità immediatamente tangibili: erano gli elementi puri racchiusi nel nucleo della materia, le forze, gli agenti che portavano a compimento il lavoro della natura, mutando continuamente la loro combinazione per poter dare vita a tutte le diverse sostanze esistenti sulla terra. Il compito dell’alchimista era scomporle nelle loro essenzialità, per andare alle radici del cosmo e scoprire i semi delle energie attive e vitali, giungendo a conoscere l’Anima universale, la forza che tiene unito il mondo.

Mentalità

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Va da sé che le situazioni vanno affrontate con una mentalità positiva: sembra una cosa talmente ovvia da non aver bisogno d’esser rimarcata. Alcuni la chiamano mentalità vincente, che però non è per niente facile adottare, a dispetto della sua apparente ovvietà. Dicono che serva innanzitutto per preservare la salute, e poi per disporre di maggiori energie per raggiungere i nostri obiettivi. Di certo accade che, davanti al medesimo problema, ci sono persone che falliscono e altre che invece riescono: questo porta a pensare che il mondo e la vita siano in buona parte il prodotto della rappresentazione che ce ne siamo costruiti e che infine abbiamo fatto nostra. Ovvio, allora, pensare che la vita che ci siamo rappresentati ci influenza e continuerà a influenzarci; così, resta a noi stabilire se quanto ci rappresentiamo è in linea con ciò che vogliamo, oppure gli va contro. In quest’ultimo caso, bisognerebbe quanto meno cercare una convergenza.