3. Bovary oggi

È venuta alla luce una nuova traduzione di “Madame Bovary” per merito della BUR, e l’occasione è stata propizia alla Rizzoli – di nuovo – per satinare le pagine del domenicale del “Corriere”, dedito all’inclita “La lettura”, con l’introduzione premessa al capolavoro di Flaubert dalla scrittrice di riferimento del giornale e dell’editore appena menzionati. Non è a dire che ci si ritrovi nuovamente davanti ai paradossi dell’industria culturale: questo è quanto, prendere o lasciare. E prendiamo per buona la premessa apposta dalla Avallone. Brava scrittrice, chiaramente col tono lezioso di chi è “di principi”, “principled”, quasi tutte le donne debbano essere come lei a sentenziare sulla povera malcapitata Madame Bovary.

Perché questo capita nell’introduzione della Avallone al libro secolare di Flaubert. Ne scapita il sale critico, il senso della ricostruzione storica: ma tant’è, la scrittrice si è laureata in lettere e non in storia e a volte la fruizione dei capolavori da parte degli scrittori posteriori, stavo per dire “posteri”, genera mostri di deformazione. È esattamente quel che accade nell’amore a tutte le latitudini esso si presenti, come dato di comportamento a coordinate sociali prestabilite su cui si innesta, si ingrana, il paradosso esclusivo di chi ritiene di doverne spiegare qualcosa di nuovo, ancora. Questo per dire che è tanto l’amore della Avallone per la creatura fedifraga di Flaubert – poverella, cresciuta in una società maschilista com’è chiaramente ancora la nostra, argutamente e a ragione sostiene la Avallone – che le sfugge il senso complessivo del libro.
“Madame Bovary” è infatti un romanzo caritatevolmente, esplicitamente ottocentesco e la sua fortuna si bruciò nel raggio della metà del secolo, poi fu già la volta di altre tristezze periferiche scese direttamente dai condotti di Flaubert: Maupassant, si intende linearmente, e Cecov, in via di sbieco, di parafrasi paesaggistica e sentimentale, con altro contesto e altra contestazione.

“Bovary” è quindi per nostra fortuna un libro datato e pare finita l’epoca delle prescrizioni classiche o classiciste dei libri letterari, quindi ben venga un falò commemorativo di “Madame Bovary” in questo 2021 che segna il bicentenario della nascita di Flaubert. Ne sarebbe stato più che lieto, il maestro dell’ironia, il tagliagole della morale che avrebbe riso di come oggi imbalsamiamo il suo cosiddetto capolavoro.
Di capolavoro si può parlare finché non si prescinda dall’ironia dell’opera. Flaubert la semina a piene mani. La pagina più alta del libro è la dichiarazione a Bovary sposata del lampionaro, peracottaro vitellone di turno a mezzo di un’asta pubblica, in piazza: il banditore rende noto il prezzo di un cumulo di letame e lì, proprio lì Flaubert piazza la dichiarazione d’amore fedifrago.
Credo sia il punto più alto della vicenda, se non mi fanno velo gli anni e le diottrie perse da quando lo lessi. L’ironia è tutta lì, la Avallone fa fatica a dirlo. Meglio rimestare nel torbido, nello sciabordio sentimentale allineato con l’ipotesi faticosamente guadagnata dalla nostra società letteraria per la quale la provincia è triste, ma quanto è bella, quanto ci divertiamo – più dei gazzettieri – a raccontarla nei romanzi.
Fate attenzione invece a Flaubert, leggetelo senza le pretermissioni messe in voga dagli scrittori del momento attuale, andatevi a rileggere se proprio volete le pagine esauste e seducenti di Vargas Llosa in merito, riscoprite i peripli infatuati di Henry James – uno dei pochi a rilanciare Flaubert ad altezze cronologiche impensabili – oppure, chessò, se proprio volete rimanere attaccati alla lettera del testo, prendete in mano “Il pappagallo di Flaubert” di un ingegnoso contemporaneo inglese e vedrete come Flaubert facesse a pugni coi suoi tempi, con gli editori che volevano rifilargli le immagini illustrative nel romanzo, cosa che lo fece impuntare e disse da vero genio ribelle che no, non le voleva, non era mica un romanzetto osceno alla De Kock: il lettore doveva rimanere incollato al testo, al segno scritto e non a quello grafico per ricreare da lì la strumentazione delle passioni, il fondale provinciale e tutto il resto. Quasi un verghismo incipiente, abbozzato, oserei dire.

Ma comunque, leggete Flaubert, è dissacrante, gronda ironia distruttiva da dovunque lo prendiate. Suggerirei di fare così solo se se avete a cuore una nozione di vita in cui la sensazione è già pensiero e non avete bisogno di blandizie ulteriori, di epitaffi rammemorativi, di progettazioni alla bell’e meglio della serie che “ogni lettura è una scoperta” o magari “un’esplorazione del passato che facciamo per chi verrà dopo di noi”. Se volete invece fare così, avrete tra le mani un bel pupattolo, ma non Flaubert – e non dico di quello postremo, devastante e sbizzarrito di “Bouvard e Pecuchet” o magari della dispersione del “San Antonio” – ma proprio di questo, tragico e sentimentalmente comico, della beata, fu Bovary.

Andrea Bianchi

Carrellologia, o trolleyolology

teorie_michela_dallaglio_-_uccideresti_luomo_grasso_

Il problema del carrello è diventato un quesito classico della filosofia morale negli ultimi cinquant’anni, qualcosa di simile a quello che uno standard è per la musica jazz, al punto da avere dato origine, come racconta Edmonds, a una sorta di sottobranca della filosofia morale contemporanea chiamata appunto, tra il serio e il faceto, carrellologia (trolleyology). Nella sua prima e basilare formulazione, il problema è stato posto dalla filosofa inglese Philippa Foot, il cui nonno era il presidente americano Grover Cleveland. Insieme a due sue grandi amiche e colleghe, la scrittrice Iris Murdoch (nota al grande pubblico come romanziera ma che fu anche un’apprezzata filosofa) e l’allieva di Wittgenstein Elizabeth Anscombe, Philippa Foot ha riportato in primo piano una branca della filosofia nota come “etica della virtù”, alla cui rinascita hanno certamente contribuito i tremendi quesiti morali suscitati dagli eventi atroci della Seconda guerra mondiale.

http://www.doppiozero.com/materiali/teorie/uccideresti-luomo-grasso

La vita insolente

105146399_3623822_showThumb_25

Gli uomini arroganti – qui le differenze di genere non contano, ormai tutti e tutte in lizza – si studiano per bene. Se uno dei due accenna a un sorriso, segnala all’altro non che è remissivo. Piuttosto, che si può iniziare il duello. E così, in moltitudine sterminata, si passa tutta una vita. Anche in vecchiaia i ricordi degli uomini arroganti vanno alle battaglie vinte (rimuovono quelle pese), agli sgambetti riusciti, alla decimazione di tutti gli ingenui. Dei timidi pur pusillanimi e servili (traditori della nobile e orgogliosa categoria) che come birilli – in verità troppo facile gioco – hanno visto e fatto cadere, dinanzi al loro sgomitare e prendere in un tiro al piattello la mira. Nemmeno si accorge l’arrogante delle evoluzioni dell’amante che con altro gioco (apposta fuori moda) tenta di disegnargli un profilo più amabile. Lo scarabocchio degli amanti maturi gli sembrerebbe uno sgorbio.
Prendono pillole se l’insonnia li assale, se l’impotenza si annuncia, gli arroganti e tutti i loro sinonimi: i prepotenti, gli sfrontati, i boriosi, gli insolenti, i tracotanti… non aprono libri, se non utili a far soldi, o a dimenticare lo stress. Non vanno mai a zonzo, non sprecano il tempo dei perdigiorno che a passi lenti si perdono apposta nei boschi. Se camminano, fanno jogging ascoltando le notizie di borsa di prima mattina.
Non sono ahimé una specie in via d’estinzione.
Non avranno mai riserve indiane. Tutte le praterie sono loro concesse.
Dilagano i loro modi, subiscono mutazioni fin sessuali, sono modello pedagogico acclamato e vincente. Fin dall’asilo, vero laboratorio (anzi vivaio) già degli arroganti prossimi venturi, i troppo piangenti, intimiditi dalla piccola folla di coetanei in allenamento competitivo, non vogliono saperne di far girotondo con loro. Qualche vittima ricorda: “Il mio dito indice chiuso tra le porte in alluminio dei gabinetti, i riposi pomeridiani in file di brandine a molle, un bambino che mi atterra e mi calca il petto con la pianta del piede”.
(…)
I non adatti alla vita insolente, subito riconosciuti, vengono segnalati ai genitori pure piangenti. Per opposti motivi, ai quali il numero telefonico di una “brava” psicologa viene subito clandestinamente passato.
Alla vita schiva, in cui il dubbio, la cautela, la prudenza ad asserire alcunché è di casa, si oppone la vita coriacea.
Protetta da strati di corazza, dal pelo sullo stomaco e altrove in rigogliosa crescita, fibrosa e lignea all’interno, capace di flettersi un istante per ottenere vantaggi da altri arroganti. Dicono che gli schivi e le solitudini siano malattia endemica dell’età presente, quando invece occorrerebbe volgersi a stimare l’arroganza l’epidemia montante.

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 173-175.

De Timiditate

DSC_0573 bis 2.jpg_2010226183847_DSC_0573 bis 2

Non è un caso che Seneca, Cicerone, Marco Aurelio e altri filosofi della classicità seppur così attenti all’etica dei vizi e delle virtù mai abbiano scritto un De timiditate o ne esaltassero i meriti. Forse, a quei tempi, rappresentava una tal ignominia l’esserne affetti e preda, da non meritare alcuna attenzione. Da nemmeno pronunciare. Non v’è dubbio che altre fossero le parole latine che poi avrebbero riaccreditato nella modernità la timidezza, sempre per lo più esprimenti il contrario della forza fisica, della brutalità, dell’arroganza e della violenza morale verso chicchessia. Si trattava comunque di debolezza virile, di maschia impotenza. Più indulgenti e tolleranti furono i latini verso la timidezza delle donne (indice di castità, di accoglienza, di spirito pio, di sottomissione soprattutto) quando solevano ricondurla alla virtù della mansuetudine che si consegnava a una figura femminile incoronata d’ulivo. Ma già la timidezza ormai aveva cambiato nome, sfrangiandosi in caratteri che la morale, dalla Grecità etica suggerita, avrebbe variamente declinato verso il bene. Penelope è timida e vereconda per astuzia; la ninfa Calipso lo diventa per amore; Antigone ne fa la sua tenacia ribelle, un coraggio notturno e pietoso.
Diversa sorte era assegnata al maschio timidus; il quale per paura congenita, per effeminatezza, per infingardaggine, era quanto di peggio potesse assicurare alla famiglia, alla comunità, al pagus (al villaggio), alle legioni la sicurezza dovuta a Roma. Il timido fugge dinanzi al nemico, può tradire in ogni momento, può sottrarsi (anzi lo fa sempre) alla pugna, fingendosi morto e poi vantarsi come il miles gloriosus più spaccone di aver infilzato più di trenta nemici.
Timido e tumido (ciò che è oscenamente rigonfio, turgido) hanno assonanze indubbie a indicare a quali deformità è possibile giungere. Tumida, viscida, rigonfia di liquame può essere la paura. Può, a tal punto il “tumido” atterrito, all’approssimarsi degli avversari, sbiancando in volto, se ridotto al rango di sentinella, fuggire rotolando senza riuscire a dare l’allarme, con voce strozzata dal terrore. A tal punto il panico lo tende – e non il sesso – ma la vescica. Quanti gracili guerrieri irrisoluti – posti sugli spalti, sulle torri del campo, a mo’ di fantocci e bersagli in quanto inutili al combattimento, e poi buttati fuori dalle trincee – non hanno fatto altro che confermare quanto la timidezza non sia altro che vigliaccheria?

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 83-84.

· 27

È vero, come dici tu, che hai commesso delle colpe. E riconoscere di essere stati immorali e amorali non è affatto una cosa leggera. Lo dice una che su certe cose non transige. Però (e questo “però” è un macigno, non lo si può ignorare): tu hai riconosciuto le tue colpe e ne sei pentito. Tu ti comporteresti ancora così sul lavoro, per esempio? È questa la domanda decisiva. Se ti senti in colpa e riconosci di aver gravemente sbagliato e non vuoi farlo più… ne sei fuori. E pian piano dovrai convincerti di questo. Ogni parte di te dovrà convincersene. Ci sarà una grossa differenza tra uno schifoso, ad esempio, che dopo aver mandato sul lastrico centinaia di poveri investitori, mentre viene arrestato saluta le telecamere con un bel sorriso, e uno che non dorme sonni tranquilli solo perché si sente in colpa? Allora, io non sono per gli spensierati colpi di spugna; ma anche una crudele intransigenza non va bene, perché t’impedirebbe di cambiare e diventare una persona migliore, quella persona pura che sei e che vuoi essere… e che io vedo. Ricordi la cura omeopatica? Se vuoi purezza e bellezza devi circondarti di purezza e bellezza: e già lo fai. Quindi, con calma e perseveranza, il fardello si alleggerirà, già si sta alleggerendo.

· 26

Il tuo attaccamento alla vita, al concetto stesso di vita, dimostra la tua positività e solarità. Tu, finora, hai fatto cose pulite e belle, e se hai fatto del male puoi averlo fatto solo a te stessa, mai agli altri. I sensi di colpa non possono esistere in te, perché sono suscitati dall’infelicità di qualcun altro, che te l’ha sciaguratamente addebitata, come un “peccato originale” del tutto immaginario. Il mio caso è diverso: io, preso da una specie di disperazione esistenziale, ho fatto il male, l’ho praticato, sono stato immorale e amorale. Perciò soffro di questa “intossicazione” interiore che va ad aggiungersi a quella fisica. Per questo ho ancora gli incubi. In me la colpa c’è: perché ho compiuto atti in qualche modo nefandi, a dispetto di una mia naturale inclinazione al bene, se vogliamo. Ora, se il tuo sentirti aliena non può configurare una colpa, nemmeno il mio sentirmi alieno (come te) configura, in sé, una colpa: la colpa mi è data da quell’infrastruttura “esperienziale” e comportamentale che mi ha contraddistinto. Ma questo mio brutto bagaglio di esperienze e comportamenti è sempre stato in conflitto con uno stato dell’anima che è simile al tuo, cioè anela e inclina alla purezza. Perché la purezza resta la mia cifra, il mio ideale, la mia predisposizione naturale. Questo ormai lo so, e questa è una delle ragioni del mio essere (e sentirmi) alieno a gran parte di ciò che mi circonda.