Carrellologia, o trolleyolology

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Il problema del carrello è diventato un quesito classico della filosofia morale negli ultimi cinquant’anni, qualcosa di simile a quello che uno standard è per la musica jazz, al punto da avere dato origine, come racconta Edmonds, a una sorta di sottobranca della filosofia morale contemporanea chiamata appunto, tra il serio e il faceto, carrellologia (trolleyology). Nella sua prima e basilare formulazione, il problema è stato posto dalla filosofa inglese Philippa Foot, il cui nonno era il presidente americano Grover Cleveland. Insieme a due sue grandi amiche e colleghe, la scrittrice Iris Murdoch (nota al grande pubblico come romanziera ma che fu anche un’apprezzata filosofa) e l’allieva di Wittgenstein Elizabeth Anscombe, Philippa Foot ha riportato in primo piano una branca della filosofia nota come “etica della virtù”, alla cui rinascita hanno certamente contribuito i tremendi quesiti morali suscitati dagli eventi atroci della Seconda guerra mondiale.

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La vita insolente

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Gli uomini arroganti – qui le differenze di genere non contano, ormai tutti e tutte in lizza – si studiano per bene. Se uno dei due accenna a un sorriso, segnala all’altro non che è remissivo. Piuttosto, che si può iniziare il duello. E così, in moltitudine sterminata, si passa tutta una vita. Anche in vecchiaia i ricordi degli uomini arroganti vanno alle battaglie vinte (rimuovono quelle pese), agli sgambetti riusciti, alla decimazione di tutti gli ingenui. Dei timidi pur pusillanimi e servili (traditori della nobile e orgogliosa categoria) che come birilli – in verità troppo facile gioco – hanno visto e fatto cadere, dinanzi al loro sgomitare e prendere in un tiro al piattello la mira. Nemmeno si accorge l’arrogante delle evoluzioni dell’amante che con altro gioco (apposta fuori moda) tenta di disegnargli un profilo più amabile. Lo scarabocchio degli amanti maturi gli sembrerebbe uno sgorbio.
Prendono pillole se l’insonnia li assale, se l’impotenza si annuncia, gli arroganti e tutti i loro sinonimi: i prepotenti, gli sfrontati, i boriosi, gli insolenti, i tracotanti… non aprono libri, se non utili a far soldi, o a dimenticare lo stress. Non vanno mai a zonzo, non sprecano il tempo dei perdigiorno che a passi lenti si perdono apposta nei boschi. Se camminano, fanno jogging ascoltando le notizie di borsa di prima mattina.
Non sono ahimé una specie in via d’estinzione.
Non avranno mai riserve indiane. Tutte le praterie sono loro concesse.
Dilagano i loro modi, subiscono mutazioni fin sessuali, sono modello pedagogico acclamato e vincente. Fin dall’asilo, vero laboratorio (anzi vivaio) già degli arroganti prossimi venturi, i troppo piangenti, intimiditi dalla piccola folla di coetanei in allenamento competitivo, non vogliono saperne di far girotondo con loro. Qualche vittima ricorda: “Il mio dito indice chiuso tra le porte in alluminio dei gabinetti, i riposi pomeridiani in file di brandine a molle, un bambino che mi atterra e mi calca il petto con la pianta del piede”.
(…)
I non adatti alla vita insolente, subito riconosciuti, vengono segnalati ai genitori pure piangenti. Per opposti motivi, ai quali il numero telefonico di una “brava” psicologa viene subito clandestinamente passato.
Alla vita schiva, in cui il dubbio, la cautela, la prudenza ad asserire alcunché è di casa, si oppone la vita coriacea.
Protetta da strati di corazza, dal pelo sullo stomaco e altrove in rigogliosa crescita, fibrosa e lignea all’interno, capace di flettersi un istante per ottenere vantaggi da altri arroganti. Dicono che gli schivi e le solitudini siano malattia endemica dell’età presente, quando invece occorrerebbe volgersi a stimare l’arroganza l’epidemia montante.

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 173-175.

De Timiditate

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Non è un caso che Seneca, Cicerone, Marco Aurelio e altri filosofi della classicità seppur così attenti all’etica dei vizi e delle virtù mai abbiano scritto un De timiditate o ne esaltassero i meriti. Forse, a quei tempi, rappresentava una tal ignominia l’esserne affetti e preda, da non meritare alcuna attenzione. Da nemmeno pronunciare. Non v’è dubbio che altre fossero le parole latine che poi avrebbero riaccreditato nella modernità la timidezza, sempre per lo più esprimenti il contrario della forza fisica, della brutalità, dell’arroganza e della violenza morale verso chicchessia. Si trattava comunque di debolezza virile, di maschia impotenza. Più indulgenti e tolleranti furono i latini verso la timidezza delle donne (indice di castità, di accoglienza, di spirito pio, di sottomissione soprattutto) quando solevano ricondurla alla virtù della mansuetudine che si consegnava a una figura femminile incoronata d’ulivo. Ma già la timidezza ormai aveva cambiato nome, sfrangiandosi in caratteri che la morale, dalla Grecità etica suggerita, avrebbe variamente declinato verso il bene. Penelope è timida e vereconda per astuzia; la ninfa Calipso lo diventa per amore; Antigone ne fa la sua tenacia ribelle, un coraggio notturno e pietoso.
Diversa sorte era assegnata al maschio timidus; il quale per paura congenita, per effeminatezza, per infingardaggine, era quanto di peggio potesse assicurare alla famiglia, alla comunità, al pagus (al villaggio), alle legioni la sicurezza dovuta a Roma. Il timido fugge dinanzi al nemico, può tradire in ogni momento, può sottrarsi (anzi lo fa sempre) alla pugna, fingendosi morto e poi vantarsi come il miles gloriosus più spaccone di aver infilzato più di trenta nemici.
Timido e tumido (ciò che è oscenamente rigonfio, turgido) hanno assonanze indubbie a indicare a quali deformità è possibile giungere. Tumida, viscida, rigonfia di liquame può essere la paura. Può, a tal punto il “tumido” atterrito, all’approssimarsi degli avversari, sbiancando in volto, se ridotto al rango di sentinella, fuggire rotolando senza riuscire a dare l’allarme, con voce strozzata dal terrore. A tal punto il panico lo tende – e non il sesso – ma la vescica. Quanti gracili guerrieri irrisoluti – posti sugli spalti, sulle torri del campo, a mo’ di fantocci e bersagli in quanto inutili al combattimento, e poi buttati fuori dalle trincee – non hanno fatto altro che confermare quanto la timidezza non sia altro che vigliaccheria?

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 83-84.

· 27

È vero, come dici tu, che hai commesso delle colpe. E riconoscere di essere stati immorali e amorali non è affatto una cosa leggera. Lo dice una che su certe cose non transige. Però (e questo “però” è un macigno, non lo si può ignorare): tu hai riconosciuto le tue colpe e ne sei pentito. Tu ti comporteresti ancora così sul lavoro, per esempio? È questa la domanda decisiva. Se ti senti in colpa e riconosci di aver gravemente sbagliato e non vuoi farlo più… ne sei fuori. E pian piano dovrai convincerti di questo. Ogni parte di te dovrà convincersene. Ci sarà una grossa differenza tra uno schifoso, ad esempio, che dopo aver mandato sul lastrico centinaia di poveri investitori, mentre viene arrestato saluta le telecamere con un bel sorriso, e uno che non dorme sonni tranquilli solo perché si sente in colpa? Allora, io non sono per gli spensierati colpi di spugna; ma anche una crudele intransigenza non va bene, perché t’impedirebbe di cambiare e diventare una persona migliore, quella persona pura che sei e che vuoi essere… e che io vedo. Ricordi la cura omeopatica? Se vuoi purezza e bellezza devi circondarti di purezza e bellezza: e già lo fai. Quindi, con calma e perseveranza, il fardello si alleggerirà, già si sta alleggerendo.

· 26

Il tuo attaccamento alla vita, al concetto stesso di vita, dimostra la tua positività e solarità. Tu, finora, hai fatto cose pulite e belle, e se hai fatto del male puoi averlo fatto solo a te stessa, mai agli altri. I sensi di colpa non possono esistere in te, perché sono suscitati dall’infelicità di qualcun altro, che te l’ha sciaguratamente addebitata, come un “peccato originale” del tutto immaginario. Il mio caso è diverso: io, preso da una specie di disperazione esistenziale, ho fatto il male, l’ho praticato, sono stato immorale e amorale. Perciò soffro di questa “intossicazione” interiore che va ad aggiungersi a quella fisica. Per questo ho ancora gli incubi. In me la colpa c’è: perché ho compiuto atti in qualche modo nefandi, a dispetto di una mia naturale inclinazione al bene, se vogliamo. Ora, se il tuo sentirti aliena non può configurare una colpa, nemmeno il mio sentirmi alieno (come te) configura, in sé, una colpa: la colpa mi è data da quell’infrastruttura “esperienziale” e comportamentale che mi ha contraddistinto. Ma questo mio brutto bagaglio di esperienze e comportamenti è sempre stato in conflitto con uno stato dell’anima che è simile al tuo, cioè anela e inclina alla purezza. Perché la purezza resta la mia cifra, il mio ideale, la mia predisposizione naturale. Questo ormai lo so, e questa è una delle ragioni del mio essere (e sentirmi) alieno a gran parte di ciò che mi circonda.