Mishima

Quella sera, arrivato a casa nei sobborghi, contemplai seriamente il suicidio per la prima volta nella mia vita. Mentre però vi riflettevo, la prospettiva divenne fastidiosa oltre ogni sopportazione, e finii col concludere che sarebbe stata una faccenda grottesca. Rifuggivo, per indole dall’ammettere una sconfitta. E poi, mi dissi, non c’è nessun bisogno ch’io prenda un’iniziativa così radicale per conto mio, no davvero, quando mi attornia un così largo stuolo dei più svariati tipi di morte: morte durante un’incursione aerea, morte nell’adempimento del proprio dovere, morte sotto le armi, morte sul campo di battaglia, morte per investimento di un veicolo, morte per malattia… Certo il mio nome è già stato segnato nell’elenco di uno di questi tipi […] No… per qualunque verso mettessi la questione, il momento non appariva propizio. Meglio semmai aspettare che qualcosa mi usasse il favore di uccidermi.

Yukio Mishima, Confessioni di una maschera, traduzione di Marcella Bonsanti, Feltrinelli, 1981

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Franz Kafka, Lettera al padre (21)

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Così termina la mia vita con te, fino a oggi, e queste sono le prospettive per il futuro che essa reca in sé.
Se tenti una valutazione dei motivi da me addotti per spiegare la paura che ho di te, potresti rispondere: “Tu affermi che per me sarebbe facile spiegare il mio rapporto con te facendo ricorso unicamente alla tua colpa, ma io credo che la tua spiegazione, nonostante i tuoi sforzi apparenti, non ti sia comunque più gravosa, solo molto più redditizia. In primo luogo anche tu declini ogni colpa e responsabilità, e in questo senso il nostro procedimento è analogo. Mentre però io attribuisco apertamente tutta la colpa a te, cosa che del resto penso, tu invece vuoi essere “superassennato” e “supertenero”, e dichiarare anche me esente da ogni colpa. Naturalmente quest’ultimo passaggio ti riesce solo in apparenza (né vuoi di più), e tra le righe emerge, nonostante tutti i tuoi “discorsi” su essenza e natura e contrasto e inermità, che in realtà io sono stato l’aggressore, mentre tu hai fatto tutto quel che hai fatto solo per autodifesa. Adesso avresti già ottenuto abbastanza con la tua insincerità, perché hai dimostrato tre cose: primo, che sei innocente; secondo, che io sono colpevole; terzo, che per tua magnanimità sei disposto non solo a perdonarmi, ma anche, più o meno, a dimostrare e a voler credere che anche io, per quanto contro ogni verità, sono innocente. A te questo potrebbe anche già bastare, ma ancora non ti basta. Infatti ti sei messo in testa di voler vivere soltanto di me. Ammetto che tra noi c’è un conflitto continuo, ma ci sono due tipi di conflitto. Quello cavalleresco, in cui si misurano le forze di due nemici autonomi, in cui ciascuno rimane da sé, perde per sé, vince per sé. E quello del parassita, che non solo punge, ma per rimanere in vita succhia anche il sangue dell’avversario. Questo è il soldato mercenario, e questo sei tu.
Sei incapace di vivere; e per poterti installare comodamente nella inita, senza preoccupazioni e senza muoverti rimproveri, dimostri che io ti ho tolto ogni capacità di vivere e me la sono infilata in tasca. Che te ne importa ormai se sei incapace di vivere, tanto la responsabilità è mia, tu ti stiracchi tranquillamente e ti fai trascinare da me attraverso la vita, fisicamente e mentalmente. Un esempio: quando di recente volevi sposarti, allo stesso tempo, e in questa lettera lo ammetti, non ti volevi sposare, volevi però, per non affaticarti, che ti aiutassi a non sposarti, proibendoti questo matrimonio a causa della “vergogna” che quest’unione avrebbe arrecato al mio nome. A me però non è neppure passato per la testa. In primo luogo non volevo “essere d’ostacolo” alla tua felicità, come sempre del resto; e in secondo luogo non vorrei mai dover sentire un simile rimprovero da mio figlio.
Ma è servito a qualcosa che io abbia superato me stesso non opponendomi al tuo matrimonio? Assolutamente no. La mia avversione per quelle nozze non le avrebbe impedite; anzi, ti avrebbe ulteriormente spinto a sposare quella ragazza, perché così il “tentativo” di fuga, per esprimermi con le tue parole, sarebbe divenuto perfetto. E il mio consenso alle nozze non ha impedito i tuoi rimproveri, perché sei in grado di dimostrare che in ogni caso la colpa delle tue mancate nozze è proprio mia. In fondo però, qui e in ogni altra circostanza, non hai dimostrato altro se non che tutti i miei rimproveri erano giustificati e che tra loro ne mancava uno solo, particolarmente giustificato, ovvero l’accusa di insincerità, di servilismo, di parassitismo. Se non vado errato, anche in questa lettera continui a fare il parassita nei miei confronti”.
A tutto ciò rispondo che questa impostazione, la quale in parte potrebbe essere rivoltata anche contro di te, non deriva da te, ma da me. La tua sfiducia negli altri infatti non è pari alla mia sfiducia in me stesso, a cui tu mi hai educato. Non posso negare che questa impostazione, la quale di per sé apporta qualche contributo nuovo anche alla caratterizzazione del nostro rapporto, sia in certo qual modo giustificata. Naturalmente nella realtà le cose non possono essere calzanti come gli esempi della mia lettera, la vita è più che un gioco di pazienza; ma con la correzione che deriva da questa impostazione, correzione che né posso né voglio sviluppare ancora nei dettagli, si è secondo me raggiunto un qualcosa di così vicino alla verità che un pochettino può tranquillizzarci entrambi e renderci più facile il vivere e il morire.

(21 – FINE)

#57

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Quello che ci ha lasciato la tragedia greca è l’interrogativo permanente, incalzante, forse irrisolvibile sul destino dell’uomo. Un’indagine che segue percorsi non codificabili coi criteri di una scienza. Un’investigazione totale che investe ogni aspetto del nostro essere, compreso quello del dolore. La soluzione, l’orizzonte, sono solo possibilità a cui non si riesce ad approdare: un arrivo che possa insegnarci, anche nel dolore più grande, che cosa è male, che cosa è bene.

New York

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La gente adora parlare di quel che è veramente successo… A New York, tra la gente del mio tipo, vige il presupposto che si possa sapere tutto delle reciproche esistenze. Si prende qualche indizio, lo si considera con una certa raffinatezza, e si sa tutto. In fondo, questa è una città che non ammette misteri, una città decisa a depredare, ad arraffare o a rivelare. Trovo le chiacchiere newyorkesi orrende, le conclusioni personali stupide, e tanto l’idealizzazione, quanto la demonizzazione dell’esperienza altrui, odiosa e spregevole. E l’ipocrisia di fondo, i giudizi sparati come se tutto fosse noto, le bugie, l’inganno, l’infinito banditismo orale che vige qui tra ebrei e gentili del pari, la fredda ambizione, è, lo ripeto, invivibile.
Quello che non manca veramente in questa città è gente capace, gente competente, che man mano che si fa strada nel mondo si ritrova ad avere una vita professionale sempre più complicata. Come è logico, questo li consuma, e il mostruoso residuo che sopravvive è incapace di emozione, ma la desidera, con uno struggimento e un’inadeguatezza terribili e terrorizzati. Questo residuo mostruoso è incapace di amicizia, incapace di qualsiasi cosa. (Quello di cui è capace è un meraviglioso, quand’anche orchesco, cameratismo.)

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.39-40

Ottimismo americano

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Ottimismo. Speranza. La nostra passione americana per i discorsi promozionali, gli slogan pubblicitari e la dipendenza che ne abbiamo ricavato culturalmente a rendere rappresentativo non quello che funziona o merita di essere conservato, ma quello per cui val la pena di lavorare — questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale. È anche una forma di pazzia, un’avidità ossessiva a che il futuro rimpiazzi il senso della storia. ma è il fondamento dell’America — questo guardare al futuro. Noi-creeremo-una-nazione, e avremo giardini, piscine e chirurgia plastica. I discorsi di Franklin Roosevelt per esempio — se li confrontiamo con quelli di Churchill, capirete di cosa sto parlando. Lo capirete dal ritmo, dalle immagini a cui ricorre e dalle sue asserzioni. Roosevelt propose le quattro libertà, e Churchill offrì sangue, fatica, sudore e lacrime. (Oppure confrontate Twain con Wodehouse. O Groucho Marx con Waugh.) Il senso americano della tragedia è talmente diluito dal sogno a occhi aperti da sembrare quasi ridicolo. Noi americani raffazzoniamo simboli alla bell’e meglio, come forma di propaganda, una irrealtà attiva. Paragonate il sigaro di Churchill con il bocchino da sigarette di Roosevelt. (O la passione per l’alcool di Churchill, dichiaratamente scoperta, con la sedia a rotelle di Roosevelt, che praticamente non veniva mai fotografata.)
La Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e gli Emendamenti hanno una strana somiglianza con i testi pubblicitari, con il tipo di garanzia che in genere offre la pubblicità. E la pubblicità sta al nichilismo e alla minaccia di paradiso e inferno come la materia sta all’antimateria. I fondamenti che individuano la classe media in America non hanno niente a che vedere con la classe sociale nel senso europeo, hanno invece tutto a che vedere con un anelito utopistico. L’equivalente americano (che non è affatto equivalente) della buona borghesia è un mercato socialmente indefinibile di consumatori che, come comun denominatore, sono ricchi e arroganti. facili da intimorire ma non altrettanto facili da reprimere. Qui, dato che la cultura è così instabile (e così nuova), l’elemento dominante è quello pragmatico, il know-how delle cose: come essere felici o ragionevolmente appagati e benestanti; come comportarsi con gente di tipo superiore che ha uno status, che, per dire, ama l’opera; come fare queste cose nell’immediato futuro migliore. Il tutto ha un toono tipo “Da che parte stai?”. Il sogno americano, come in Twain (e Hemingway), è quello di ricostruire dopo l’alluvione, trovandosi in condizioni migliori di prima, di superare questa o quella sfida, fino alla morte, morte inclusa.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp. 55-56

Nel capitombolo siamo noi stessi

Dio, nel senso della realtà tutta, o di qualsivoglia realtà esistente — l’universo, tutti gli universi — Dio, nel senso in cui lo intende la mia anima, sembra dare chiari segni che Lui ami la coniugazione al presente ancor più di quanto la ami la consapevolezza. (Ho la tendenza a riferirmi a Dio come a Lui, ma non lo penso necessariamente come maschio.) Il nostro senso del presente di solito procede a ondate, con la mente che ogni tanto fa un ruzzolone nei vagheggiamenti. Di solito, torniamo a cavalcare l’onda, ruzzoliamo giù e riguadagniamo la cresta per ruzzolare di nuovo e così via all’infinito, ma è nel capitombolo che siamo noi stessi, egocentricamente, e vediamo e capiamo le cose. Forse la realtà effettiva appartiene alla coniugazione presente, ma quello che noi siamo è in questo ruzzolare via e tornare. Ma ero troppo stanco per quell’impresa; nessuna argomentazione, neppure la logica matematica, poteva mandare in corto circuito o alterare la natura dominante del presente. Questa volta, in questi momenti, non avevo nessun posto in cui cadere. Era tutta una coniugazione al presente.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.49-50

# 13

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Forse una cosa che mi piacerebbe è indagare i misteri profondi dell’io. Potrebbe essere la vocazione di cui non mi sono accorto, mentre la cercavo in questi anni. Dedicarsi a un’autocontemplazione in cui si esplora l’animo umano e lo si seziona fino alle scaturigini del piacere e del dolore. E intanto le sensazioni sgradevoli ritornano, con tutte le incertezze sul senso dell’esistere. Innanzitutto, non si è sicuri di meritare d’essere amati. Può essere che gli altri non vedano le cose giuste? Che siano condizionati da qualche fattore che impedisce di percepire la realtà com’è? Questi sprazzi di smarrimento arrivano senza bisogno d’essere giustificati, hanno rilevanza in sé, come dati di base. Dalle basi si costruisce e, eventualmente, si confuta. Poiché ho fatto molti danni nella vita, e solo una fortuna sfacciata può avermi fatto superare situazioni che per altri son state insuperabili, la merito tutta questa fortuna? Merito il privilegio d’essere amato? Ancora non riesco a trovare cose buone che possano giustificare i miei privilegi, primo fra tutti d’essere sopravvissuto. Che è un privilegio tutto da dimostrare, poi. Mi piacerebbe porre questi interrogativi alle persone, guardandole e ascoltandole, ma non è possibile, ora. Sono costretto a scriverli, e a macinarli nella testa.

Orso bianco

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Anche nella morte può esserci poesia.
L’ho visto in un documentario sulla vita nel Mare Artico, dove un orso bianco è stato costretto a nuotare per giorni, a causa dello scioglimento della piattaforma di ghiaccio su cui si trovava, e alla fine, esausto, è approdato su una riva dove riposava un branco di trichechi. La prima cosa che doveva fare era mangiare, altrimenti le forze l’avrebbero abbandonato. Ha adocchiato alcuni cuccioli e ha tentato di prenderne uno, ma i trichechi si son stretti intorno e l’hanno respinto, così l’orso ha dovuto spendere le ultime energie lottando con loro, mentre uno riusciva a colpirlo con le zanne in una zampa. Dopo tanti sforzi non è riuscito a prender nulla, s’è trovato ferito e sfinito, e non ha potuto altro che allontanarsi zoppicando. Poi s’è accasciato sul ghiaccio, a poca distanza dal branco. Il mattino dopo era morto: la possente sagoma immobile, coi trichechi sullo sfondo a guardarlo indifferenti, occupati nella loro pigra socialità.

materiali 15. De obscuritate

Alchimia

Il linguaggio degli alchimisti era volutamente oscuro, ricco di termini specifici e di echi di antiche “visioni del mondo”: le ragioni di ciò sono molteplici. È chiaro che una conoscenza della dottrina resa accessibile a tutti avrebbe tolto quell’aura di superiorità a cui gli occultisti generalmente miravano; inoltre, gli alchimisti erano grandi artigiani, quindi era naturale che tendessero a celare – pur nella necessità della trasmissione del sapere – il cuore della propria invenzione, dovuta al loro personale e irripetibile talento, evitando le vie consuete della comunicazione e dell’insegnamento. Anche per questa ragione l’alchimia era assente dall’elenco delle discipline insegnate nelle università medievali, nonostante le sue dottrine metallurgiche si basassero su un testo arstotelico e nonostante la riconosciuta utilità dell’alchimia applicata alla medicina. A ciò contribuì il carattere fortemente operativo del sapere alchemico (l’alchimista conosceva attraverso l’operare), opposto alla qualità prevalentemente dottrinale o teorica degli insegnamenti accreditati.

L’oscurità del linguaggio derivava anche dall’insegnamento di Platone, secondo cui esporre i contenuti del pensiero, in specie delle verità più alte, con parole banali e comuni, avrebbe comportato il rischio di danneggiare intrinsecamente i significati, semplificando e quindi distruggendo la complessità del vero. Il linguaggio allegorico aveva la funzione di preservare il patrimonio di conoscenze dell’alchimista, ma è anche vero che le idee e i concetti, così profondi ed elaborati, potevano essere comunicati solo a chi era in condizione di capirli ed era capace di mettersi in sintonia con la fonte.

La discrezione nell’illustrare i procedimenti risale agli antichi autori greci e arabi. Rhasès comincia così la descrizione di un procedimento molto semplice per fare l’acquavite: «Recipe aliquid ignotum; quantum volueris», cioè prendi di qualcosa d’ignoto, la quantità che tu vorrai. Pseudo-Democrito dà il procedimento seguente per solidificare il mercurio: «Prendi del mercurio e solidificalo con della magnesia, o dello zolfo, o con della schiuma di argento, o con della calce, o con dell’allume, o con ciò che tu vorrai».

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«Povero idiota!» esclama Artefius apostrofando il suo lettore, «saresti così ingenuo da crederti che t’insegneremo apertamente e chiaramente il più grande e il più importante dei segreti, e prendere le nostre parole alla lettera? Io t’assicuro che colui che vorrà spiegare ciò che i filosofi hanno scritto secondo il senso ordinario e letterale delle parole si troverà impigliato nelle pieghe di un labirinto senza uscite, perché non possiederà il filo d’Arianna per farsi da Guida e per uscirne, e, per quanto possa faticare, sarà altrettanto argento perduto».

La maggior parte degli autori hanno gran cura di avvisare che le loro descrizioni sono state costellate ad arte di enigmi, di contraddizioni e di equivoci. Salmon, nella Bibl. Phil. Chim. (1741), scirve: «È fra queste contraddizioni e menzogne apparenti che troveremo la verità; fra queste spine che coglieremo questa rosa misteriosa. Noi non sapremmo entrare in questo ricco giardino delle Esperidi per vedervi questo bell’albero d’oro e coglierne i frutti tanto preziosi, se non dopo aver sconfitto il dragone sempre di guardia e che ne difende l’entrata. Non possiamo inoltre andare alla conquista di questo vello d’oro che attraverso le agitazioni e gli scogli di questo mare ignoto, passando fra queste rocce che si urtano e si combattono, e dopo aver smontato gli spaventosi mostri che gli stanno a guardia».

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D’altronde, tutti gli adepti riconoscevano che la preparazione della pietra filosofale è un’opera che sorpassa la portata dell’intelligenza umana. Dio soltanto può rivelarla agli uomini, ciò che spiega le continue preghiere e ringraziamenti all’Altissimo pronunciati dagli adepti; i destinatari di tale rivelazione sono degli eletti. Un filosofo che ha ricevuto questa comunicazione dall’alto deve accordarla a sua volta solo agli esseri virtuosi, agli spiriti che la grazia ha toccato; egli è raccomandato di rifiutarla ai malvagi e all’uomo volgare. Così, adottando il loro stile enigmatico, gli adepti non facevano che obbedire alla volontà divina.

«Nascondi questo libro in petto», dice Arnaldo da Villanova, «e non porlo in mano agli empi, poiché racchiude il segreto dei segreti di tutti i filosofi. Non bisogna gettare questa perla ai porci, perché è un dono di Dio». E afferma anche: «Colui che rivela questo segreto, è maledetto e muore d’apoplessia». Dal canto suo, Raimondo Lullo esclama: «Ti giuro sulla mia anima che, se sveli questo, sarai dannato. Tutto viene da Dio e dovrà ritornarvi; tu conserverai solo per lui un segreto che gli appartiene. Se tu divulghi con qualche frase leggera ciò che ha richiesto lunghi anni di sacrifici, sarai dannato senza remissione al giudizio finale per quest’offesa alla maestà divina». Basilio Valentino, nel Cocchio trionfale dell’antimonio: «Ho parlato fin troppo ora, ho insegnato il nostro segreto in una maniera tanto chiara e precisa, che dire una parola di più, vorrebbe dire sprofondarsi nell’inferno». Basilio Valentino si diffonde in lagnanze amare sulla troppo grande chiarezza che regna nei suoi scritti. Indirizza a se stesso i più vivi rimproveri, e, per la sua futura tranquillità, trema per aver detto troppo.

materiali 14. L’anima universale

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La pratica alchemica presuppone una visione d’insieme della realtà, in cui la materia si unisce allo spirito e l’uomo ha vincoli profondi con l’universo.
Al centro vi è l’affermazione dell’unità viva e pulsante del cosmo, dell’incessante fluire delle cose l’una nell’altra. Tutto ciò che si trova al di sopra e al di sotto della superficie della Terra si trasforma sempre, perché la Terra è viva e possiede un’anima: è l’Anima Universale, il principio che muove tutte le cose.

In questa sostanziale unità, in cui tutte le cose sono manifestazioni di una cosa sola, l’alchimista esercita l’arte di liberare parti del cosmo dalla loro esistenza temporale e raggiungere la perfezione, che per i metalli è l’oro, per l’uomo è la longevità o persino l’immortalità e infine la redenzione, ossia la restituzione allo stato originario di Adamo puro e potente. Assumendo la responsabilità di cambiare la natura, l’uomo si sostituisce al Tempo: ciò che avrebbe richiesto millenni o Eoni per maturare nelle profondità della terra, il metallurgo, e soprattutto l’alchimista, ritengono di poterlo ottenere in poche settimane. La fornace si sostituisce alla matrice tellurica, e in essa i minerali embrioni completano la propria crescita.

L’attività dell’alchimista, più che un’alterazione della materia, tende ad una vera e propria trasmutazione, volta a far emergere l’Anima Universale o Principio Primo che muove tutte le cose: quasi una creazione, simile nella sua pretesa all’azione divina. La pratica riferita ai metalli viene collegata con la considerazione dell’intero universo, visto in una prospettiva unitaria divina e religiosa. Il vaso mirabile dell’alchimista, le sue fornaci, le sue storte svolgono quindi un ruolo ambizioso: questi apparecchi sono la sede di una ritorno al Caos primordiale, di una ripetizione della Cosmogonia; le sostanze vi muoiono e vi risuscitano per essere infine trasmutate in oro.
Le pratiche di trasmutazione dei metalli vengono descritte con espressioni ermetiche, comprensibili solo agli iniziati, e sono strettamente legate ad una prospettiva cosmologica e ad una tradizione mistico-religiosa. Il motto dell’alchimia, oscurum per oscurius ignotum per ignotius, allude sia a una ricerca aperta sia alla difficoltà del processo di conoscenza, privo della “rete” del metodo razionale.

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L’alchimia comporta l’adozione di “una certa via” e “una certa regola”; esse possono essere intese solo da coloro che sono illuminati dalla sapienza. A voler interpretare la tradizione alchemica secondo il significato consueto delle parole, ci si perderebbe in un labirinto senza più trovarne l’uscita. La globalità della tradizione alchemica non consente che la considerazione esteriore e pratica venga isolata da quella interiore e conoscitiva; essa comporta una disciplina rigorosa, in cui l’immediata espressione soggettiva deve essere purificata mediante un faticoso e specifico approccio all’orizzonte cosmologico e alla sua struttura reale.

Nella tarda storia medievale e agli inizi del mondo moderno i cultori dell’alchimia tendevano a riunirsi in raggruppamenti sociali omogenei, che si differenziavano dalle tradizionali associazioni religiose. Spesso essi abbandonavano l’abituale residenza per condurre una vita errabonda, spostandosi da un paese all’altro e cambiando spesso nome; si riunivano in società segrete e si sentivano cittadini del mondo. L’alchimia è una disciplina con dichiarati intenti pratici: l’apparato teorico era finalizzato al conseguimento di tecniche operative atte a realizzare il soddisfacimento di bisogni che avevano un carattere prevalentemente individuale. Gli alchimisti erano persone a parte nella comunità, per il sapere che avevano accumulato per mezzo di letture arcane e difficili e di speciali discepolati i quali dovevano porre loro e gli altri iniziati in una posizione di privilegio. Essi non si nascondevano per la pura volontà di nascondersi, ma erano condizionati dal fatto che potevano essere capiti solo in base al grado di evoluzione interiore di ciascuno. Il concetto di iniziazione, o “passaggio della porta”, rappresenta la comprensione del discorso alchemico.