La conoscenza della luce

«Nei nuovi supporti tutto è automatico: ma è fondamentale la conoscenza della luce e dei colori, e dei loro significati». In ogni periodo della storia «c’è stata una forma espressiva che ha guidato le altre. In epoca greca la scultura e la filosofia, nel Rinascimento la pittura, la musica nel Settecento e la letteratura nell’Ottocento. Questo è il secolo dell’immagine: per questo motivo non si può prescindere dallo studio di tutte le espressioni d’arte che circondano questa parola. Immagine». A partire da significati e simbologie. «Quando noi guardiamo un film riceviamo dallo schermo un’energia che non tocca solo i nostri occhi, ma tutto il corpo. Ogni colore dà un certo tipo di energia, ci fa provare emozioni diverse. La luce cambia la nostra pressione sanguigna, il nostro metabolismo».
Tra i temi che toccano la sensibilità di Storaro c’è anche della friabilità del futuro del digitale. «Si pensa che la digitalizzazione sia permanente: non è così, il supporto su cui vengono registrati i film è persino più deteriorabile della tradizionale pellicola. La conservazione digitale è una sfida che va affrontata seriamente». Non è il solo ambito che chiede un cambio di passo. «Ancora oggi si tende a formare chi si occupa di cinematografia in modo tecnico, come un esecutore, — osserva — . Poi c’è la necessità di qualcuno, di solito è il regista, che dice cosa fare: io credo che questo non basti più. C’è bisogno di un approfondimento culturale di tutto ciò che c’è intorno a un’immagine, dalla filosofia all’architettura, dalla pittura alla musica. Solo con queste conoscenze possiamo capire ciò che il regista ci chiede di fare».

Vittorio Storaro intervistato da Laura Zangarini, la Lettura #257, pag. 36-37

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50 rock songs that made me a better writer

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There’s much good in this. Because music is the second greatest time-travel device (scent is the first), I can pinpoint when and where I learned certain words, and this feels like a triumph over forgetfulness. I connect to my formative years – roughly toddlerhood through about 15 – in which I listened constantly to my mom’s records, my first LPs, and the radio, grooving, daydreaming, but also, apparently, learning. (After this time I became a voracious reader and paid more attention in school.)

http://www.salon.com/2014/11/06/50_rock_songs_that_made_me_a_better_writer_partner

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Si ricorderà l’obiezione del cognitivista secondo cui se fosse vero che percepiamo come triste la musica perché provoca in noi tristezza sarebbe strano ascoltare volontariamente un brano triste, che, per questa sua qualità, causerebbe un’esperienza dolorosa. Questa risposta al cosiddetto problema delle “emozioni negative” si basa su un presupposto edonista inaccettabile. Nella vita abbiamo a volte buone ragioni per non sottrarci alle emozioni negative. Abbiamo piuttosto bisogno di educare la nostra capacità di accettarle e comprenderle come una parte importante della nostra esistenza, per reagire in modo adeguato alle difficoltà. Non ignoriamo la notizia della scomparsa di una persona cara perché ci renderebbe tristi. L’adeguatezza delle emozioni che proviamo non si misura solo in base al loro contributo all’ammontare del nostro personale piacere. Perciò non è strano ascoltare un brano triste, anche se ciò significa fare esperienza di emozioni negative. Questa esperienza servirà anzi a conoscere meglio se stessi. Inoltre, secondo l’espressivismo, l’aspetto sgradevole delle emozioni negative è alleviato, se non soppresso, sia dalla loro trasfigurazione artistica e dal fatto che la musica, attraverso un gioco di simulazione, ci consente di esplorarle senza subirne le ordinarie conseguenze spiacevoli, sia dalla possibilità di condividere questa esperienza emotiva con altri ascoltatori. In questo senso anche il neuroscienziato Oliver Sacks non esclude che «la musica possa permettere di avere accesso a emozioni che, per la maggior parte del tempo, sono bloccate o escluse dalla coscienza o dall’espressione»: è una delle ragioni per cui «la musica può parlare alle persone».

Alessandro Bertinetto, Il pensiero dei suoni, Bruno Mondadori, Milano 2012, pp. 137-138

Formalismo e contenutismo

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Sulla questione formalismo vs/ contenutismo:

Non si tratta di provare che la musica ha connessioni con contenuti non musicali o extramusicali, ma di mostrare i limiti di una contrapposizione netta tra dimensione puramente musicale e dimensioni extra o non musicali della musica. Sostenere che la musica ha contenuti non vuol dire assegnare alle forme musicali contenuti esterni, ma piuttosto che la stessa musica è forma-contenuto e che l’apprezzamento delle strutture formali ha a che fare con la comprensione di contenuti che risuonano nella musica. Le associazioni extramusicali non sono tutte e sempre eliminabili, ma sono parte integrante dell’esperienza musicale. La forma in cui ascoltiamo la musica come organizzazione sensata di elementi richiede l’introduzione di rappresentazioni che nella prospettiva del formalismo sarebbero estranee alla musica. Si tratta però di capire in che senso intendere questa estraneità. Se il gesto, l’emozione, la struttura narrativa, ma anche il contesto della composizione, le intenzioni dell’autore ecc. sono non solo un elemento accessorio all’esperienza musicale, ma componenti indispensabili per comprendere e apprezzare la musica anche nei suoi aspetti formali, allora sono parte integante dell’esperienza della musica.

Alessandro Bertinetto, Il pensiero dei suoni, Bruno Mondadori, Milano 2012, p. 84

 

TEVIS & PARTNERS: rating e outlook di Luciano Ligabue (2)

Il Rumore dei Baci a Vuoto_copertina_m

Ma ciò che rileva è l’ultima pubblicazione di Luciano Ligabue, la raccolta di racconti Il rumore dei baci a vuoto (Einaudi 2012). Qui, ogni racconto è caratterizzato da un “finale aperto”, che – dopo una perdita, una scelta incomprensibile, un errore, un segreto svelato, una lettera da aprire, il passato che ferisce – lascia comunque intravedere la speranza dell’assestamento, del riscatto, della redenzione.

Sfortunatamente, queste concessioni al “buon esito” del mondo – anche se lasciato solo intuire, per le esigenze di “letterarietà” delle intenzioni – non sono sufficienti per reggere la scarsa consistenza del testo. Le storie faticano a trovare un senso, a volte una giustificazione, mentre i personaggi raccontati non riescono mai ad acquisire uno spessore.

Tutto ciò a dispetto dell’incomprensibile affermazione del noto recensore Antonio D’Orrico apparsa nell’inserto domenicale del Corriere della Sera: «Non abbiamo un Raymond Carver italiano. Mi correggo, non avevamo un Raymond Carver italiano. Ora c’è e si chiama Luciano Ligabue».

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Ora, poiché è chiaro – a chiunque abbia letto i racconti di Raymond Carver – che tale parificazione è assolutamente infondata, ci si interroga sul senso e sull’utilità di queste affermazioni. Finora, l’unica cosa evidente è che le pratiche incensatorie di questo recensore, spesso lanciate a casaccio, non fanno che alimentare la confusione di ruoli che da tempo contamina anche la produzione editoriale italiana. Continue reading