Parole che respirano (il manifesto, agosto 2011)

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Da il manifesto, 19 agosto 2011

Anche le parole devono respirare

di Francesco Messina
art director della Bompiani

Parecchi anni fa, rientrando da un soggiorno di lavoro a New York trascorso nello studio di Milton Glaser, mi pareva di aver portato con me alcune forti convinzioni. Tra queste, il fatto che – come mi ha insegnato lui stesso – il centro di ogni problematica legata al graphic design è semplicemente la dialettica tra le parole e le immagini. Ero fermamente convinto che fare una copertina di un libro fosse una questione a due: il titolo dell’opera e l’immagine scelta per fargli compagnia; anzi a tre, con un terzo incomodo (il grafico) che si prende la briga di capire se la nuova coppia ha qualcosa da dirsi.

Per un po’ di tempo ho vissuto nella fondante semplicità di questa lezione. Ma le cose giuste non sembrano essere sempre affare di questo mondo, e dopo un po’ di anni ho dovuto rassegnarmi al fatto che la famiglia è smisuratamente più grande: la coppia di sposi e l’officiante non sono i soli protagonisti della cerimonia. Vanno contati anche il direttore editoriale, qualcuno del marketing, l’autore stesso, a volte il suo agente. E, come incognite, la forza vendita e la possibilità che ogni tanto passi di lì anche qualche amministratore delegato. Da un rapido conto siamo di poco sotto le dieci unità. Una squadra di basket con le riserve. Continua a leggere “Parole che respirano (il manifesto, agosto 2011)”

Visione

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Scrivere romanzi progettati e strutturati, cioè finzione con avventure, intrighi, misteri, omicidi, rimane un’attività cerebrale e calcolata, un lavoro: un artificio di posa di fondamenta, di articolazione dello scheletro, di consolidamento di snodi e collegamenti, di vestizione e riempimento, di decoro e orpello, di significazione allusiva e d’illustrazione. E lo si può vivere come rito e liturgia, come un atto sacro che prima di essere compiuto ha bisogno di tanti preliminari: letture, indagini, studi, riflessioni, emozioni nell’immaginare ciò che si creerà. Spesso è sorprendente vedere quanto tempo può passare prima di riuscire a creare materialmente ciò che diventa una storia, in cui un mondo dell’autore verrà abitato dal suo spirito, dai suoi desideri, dalle sue proiezioni. Riuscire a esercitare l’immaginazione, a farla lavorare, a svilupparla, a darle sostanza, a renderla visione e forma dev’essere un’esperienza meravigliosa.

# 6

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L’abitudine e l’esercizio riguardano anche il leggere. Esistono diversi tipi di attitudine o abilità di lettura, quando ad esempio si è abituati a concentrarsi sull’analisi di dati e problemi, in cui si decodificano le indicazioni fornite da un testo con poche occhiate, per lo più mirate e ficcanti su punti precisi, quello è un caso di deformazione professionale che tende a infiltrarsi anche nell’azione pura che è l’immersione in un testo. Che sia narrativo o saggistico, è il suo dipanarsi concettuale che si stende sulla pagina per righe e paragrafi, senza un vincolo tecnico di lunghezza o di espansione, a chiedere un minimo d’esercizio e di disposizione positiva. Dunque, esercitandosi si può imparare a concentrarsi anche sui libri, però bisogna esserne attratti, almeno un po’. Che poi non è fondamentale leggere tanto e tutto quello che si dice in giro: basta leggere abbastanza, quel che serve per goderne e per arricchirsi, per formarsi e completarsi, per forgiare un piacere selettivo e identificante, che ci faccia riconoscere innanzitutto a noi stessi, che dia una forma e una morfologia al percorso fisiologico del vivere, almeno dando l’illusione che ci possa condurre a una meta.

DetFic 14: Wieland, or The Transformation

9780872209749


Il romanzo americano nasce sotto la costellazione dell’orrore. Malinconico e inquieto, sensibile e torturato, realista nelle intenzioni e visionario per temperamento, Charles Brockden Brown ne apre la storia con una potente tessitura d’incubi. Wieland; or The Transformation, apparso nel 1798, non è il primo documento, ma è certo la prima decisione narrativa di una letteratura alla ricerca di sé, il primo scatto della fantasia oltre i confini dell’imitazione. […]
Brown trasforma profondamente l’orrore, forzandolo a significare l’inedita violenza e le laceranti contraddizioni della vita americana. Dopo di lui il “gotico”, in cui il preromanticismo aveva trovato il favoloso specchio deformante delle proprie inquietudini e nostalgie, non sarà più tanto un genere narrativo quanto una categoria dell’immaginazione.


Così comincia l’Introduzione all’edizione italiana del 1965 (Neri Pozza) del romanzo Wieland, ovvero la trasformazione, dell’americano Charles Brockden Brown (1771-1810).
Dalla succinta scheda del Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi, scopriamo che l’intreccio deriva da un fatto di cronaca che insanguinò la città di Tamhannock nello Stato di New York nel dicembre del 1781. La scena è posta sulle rive dello Schuylkill, ma l’azione si svolge in realtà in un «fantastico clima romantico» e i personaggi sarebbero figure «bizzarre e irreali».

1.4Wieland, il protagonista, viene spinto al delitto da una voce misteriosa, la quale non è altro che l’eco della malvagità latente nella sua natura. E Carwin, il ventriloquo sobillatore che lo suggestiona, è un criminale che sfugge al giudizio della morale comune, visto che egli stesso è vittima di uno spirito del male a cui nessuno potrebbe resistere. Secondo il secco giudizio del Dizionario, «La narrazione è mal condotta; gli avvenimenti sono tutt’altro che verosimili; la catastrofe è prematura e quindi artisticamente ingiustificata. Il libro deriva la sua indiscutibile potenza unicamente dall’atmosfera di febbre che lo pervade e che riduce a unità gli elementi più lontani e disparati».

Ma, secondo i critici più attenti, è con questo romanzo che la narrativa americana comincia in ogni senso: non solo perché è fra i primissimi comparsi negli Stati Uniti, ma anche perché annuncia e scopre molti dei temi sui quali i maggiori scrittori americani, da Poe e Hawthorne (che da Brown furono direttamente influenzati), a James e Faulkner costruiranno il loro lavoro. Ossia: l’ambiguità del reale, il conflitto fra ragione e mistero, l’identificazione della storia e dell’angoscia.

La trama, in effetti, è fondata su coincidenze ed eventi al limite del miracoloso, con l’utilizzo di espedienti che vanno dall’autocombustione al ventriloquismo: vediamola per sommi capi.
Convertitosi a una religiosità dominata dal terrore del divino, il padre della protagonista – Clara Wieland, che narra la vicenda nel corso di una lunga lettera – si trasferisce nel Nord America per diffondere il vangelo fra gli indiani. Una notte, quando Clara ha sei anni, il padre si reca come al solito a pregare in un tempietto e, nel corso delle sue sofferte meditazioni, prende fuoco (sì, proprio così) per un fenomeno di autocombustione. Dopo il padre, muore anche la madre, e Clara, orfana insieme al fratello Theodore, viene allevata da una zia.

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Theodore, incline come il padre a una fede tormentata, si sposa e ha dei figli. A sei anni dal matrimonio – in un’epoca compresa fra le guerre indiane del 1763 e la rivoluzione del 1776 – si colloca l’azione principale, legata al manifestarsi di misteriose voci, talora benevole e talora minacciose. A produrle è Francis Carwin, un girovago che è entrato nella cerchia familiare dei Wieland attraverso Henry, il fratello della moglie di Theodore.

Sfruttando il dono del ventriloquismo, Carwin comincia a intervenire in modo innocuo e buffonesco nel destino della comunità. Ma poi, incapace di controllare il pericoloso strumento di cui dispone, si dà a giochi via via più crudeli, facendo credere a Clara (per mettere alla prova il suo coraggio) che nello stanzino adiacente alla sua camera si celino due uomini pronti a ucciderla, e in seguito distruggendo la sua reputazione agli occhi di Henry, di cui è innamorata.
Ma le inspiegabili voci prodotte da Carwin si rivelano fatali nell’influsso che hanno sul precario equilibrio mentale di Theodore, provocando conseguenze inimmaginabili.

È indubbio che il romanzo, con una trama ai limiti dell’eccesso, offre più piani di lettura: la vicenda a forti tinte vuole in realtà convogliare un messaggio filosofico e politico.

10214180_135390041202Brockden Brown è stato spesso definito dai critici ottocenteschi “the Godwin of America”. Innanzitutto perché, rinunciando all’onniscienza dell’autore, affida la narrazione alla protagonista, facendo propria la tecnica narrativa godwiniana. Però, ne ribalta i presupposti: mentre per Godwin il sintomo della verità è la “coerenza” (consistency, che si rivela però soggettiva), Brown mostra che sulla base delle nostre percezioni – inevitabilmente incomplete, talora viziate – costruiamo spesso “sceneggiature” di per sé coerenti ma infondate.

Ciascun protagonista di Wieland riscrive una propria versione dei fatti, sincera quanto inesatta. Henry s’inganna nel credere Clara colpevole d’una relazione illecita sulla base delle voci udite nell’oscurità; Clara s’inganna nel ritenere che il ventriloquo Carwin abbia istigato il fratello, perché le sue voci simulate hanno contribuito solo in modo indiretto a suscitare una follia già latente; Theodore s’inganna nel credere che le ingiunzioni che sente provengano da Dio; infine Carwin, animato da intenti puerili, avvia un meccanismo su cui non ha controllo, adducendo a propria discolpa lo stesso vizio di Caleb Williams: «my only crime was curiosity».

In realtà, più che sulla manipolazione delle apparenze fatta dal ventriloquo Carwin, l’autore sembra concentrarsi sul tema della leggibilità del reale, particolarmente sui processi cognitivi: sono le limitazioni del punto di vista – in senso ottico, valutativo e uditivo – a fare di ciascun personaggio un narratore inaffidabile. Il desiderio di leggibilità permea tutto il romanzo, e si esprime in un incrocio di sguardi indagatori cui fanno seguito lunghe riflessioni, come quelle di cui è oggetto Carwin al suo ingresso nella famiglia Wieland, o quelle solitarie di Clara, che medita sul giovane nel corso di notti insonni.

È un romanzo gotico o poliziesco? Certamente Wieland costituisce un ponte fra i due generi.
L’autore evoca l’armamentario orrifico del gotico, ma al contempo lo rinnega, perché dà alla figura di Clara una volontà di controllo razionale sui fenomeni inspiegabili che le accadono, prima aiutandola a superare le prove predisposte per lei da Carwin, e poi inducendola a incolpare lo stesso Carwin della pazzia di Theodore, proprio nel tentativo di quantificare ogni incognita della vicenda.

E i crimini, intessuti a toni cupi sull’orditura del romanzo, sono spesso solo annunciati o enunciati. Così, allo scoccare della mezzanotte (l’ora in cui il padre è morto) dal suo letto Clara avverte un sussurro, ma dopo una ricognizione mentale della casa deduce che nessuno può essere entrato nella camera a sua insaputa. Poi, sente un secondo sussurro provenire dallo studiolo attiguo, dove due uomini discutono sul modo migliore per ucciderla. Così, fugge verso la casa del fratello, dove i familiari considerano il suo racconto come un sogno, non potendo credere che due persone fossero riuscite a intrufolarsi in un ambiente inaccessibile dall’interno e dall’esterno.

9788876921643Ecco, dunque, il topos della camera chiusa, familiare ai cultori della detective fiction: l’enigma delle voci sembrerebbe richiamare l’intervento di un detective; ma, paradossalmente, il solo personaggio che rivela una logica di tipo poliziesco è il malvagio.

Wieland è disponibile in due traduzioni italiane: una di Neri Pozza del 1965 e una di Studio Tesi del 1988. Volumi fino a poco tempo fa reperibili a metà prezzo, sciupati e scuriti dallo sballottamento nei brutali magazzini dell’oblio, dove vegetano e invecchiano i libri di cui nessuno si cura.