Aristotelismo

Quello che davvero appassiona Aristotele è affrontare i problemi e cercare di risolverli. Non c’è niente che non meriti un po’ di attenzione e di tutto Aristotele s’interessò, senza distinguere tra alto e basso, nobile e volgare.
Trascorse vent’anni con Platone, discutendo di dialettica, astronomia e metafisica; ma intanto raccoglieva le opinioni della gente comune, convinto che tutti potessero offrire spunti utili per avanzare nella comprensione dei problemi. E per le sue ricerche scientifiche non si vergognò di frequentare allevatori, pescatori, cacciatori, interrogandoli sulla respirazione degli uccelli o su come copulano i polpi. Quando non ci pensava direttamente lui, inseguendo una rana in uno stagno o scrutando con attenzione un embrione di pollo: i suoi lavori zoologici (che costituiscono una parte consistente della sua produzione scritta, non andrebbe mai dimenticato) sono pieni di allusioni alle sue ricerche sul campo. «Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso».
Filosofia non vuol dire del resto proprio questo, un amore (philia) per la conoscenza (sophia), tutta? «La natura offre grandissime gioie a chi sappia comprenderne la causa, cioè sia autenticamente filosofo». Così, ad avere la pazienza di leggerli (perché a volte ci vuole proprio pazienza: i testi di cui disponiamo sono gli appunti personali delle lezioni, non opere destinate alla pubblicazione), si scopre che gli scritti di Aristotele sono pieni di problemi, domande, difficoltà – piccole crepe nel poderoso edificio del sapere, insignificanti solo in apparenza, soprattutto quando in discussione è l’uomo.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #235, pag. 18

tutto è natura (2)

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All’origine del fenomeno naturale, secondo gli studi di Lynn Margulis, la vita si è sviluppata in forma di cellule senza nucleo, i procarioti. Passati due miliardi di anni, dai procarioti si è passati alle cellule con nucleo, gli eucarioti, e ciò è avvenuto tramite simbiosi: sym-bios, ovvero vita-con. C’è stata un’unione, un’aggregazione di procarioti con altri procarioti, alcuni dei quali sono andati a costituire il nucleo, altri i mitocondri del citoplasma cellulare. Questo fa pensare agli aspetti solidaristici e cooperativi del comportamento animale. Non sempre c’è competizione, spesso si riscontra l’altruismo incondizionato, senza reciprocità immediata: fare del bene all’altro individuo, non imparentato, senza poter avere un tornaconto sicuro. Si tratta di un altruismo non reciproco, per il quale l’animale sacrifica il proprio vantaggio individuale per un bene i cui effetti non è sicuro di ricevere in modo percettibile. Ecco, questi comportamenti sembrano precursori del senso morale che appartiene alla specie umana.

tutto è natura

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Secondo Vito Mancuso, in L’anima e il suo destino, tutto è natura. Tutto. Quindi anche il fenomeno umano, con tutti i suoi portati culturali, spirituali, etici. Il dualismo natura-cultura, dunque, è un paradigma non accettabile. Se tutto è natura, e se Dio esiste, anche Dio va pensato come Natura, nella forma più alta. La natura è un processo, un continuo divenire. In questo continuo divenire è ricorrente la presenza dell’errore. Se all’origine dell’evoluzione c’è l’inizio di una sequenza di mutazioni, le quali tendono a conformarsi a un ordine superiore, a un “accrescimento” dell’organizzazione del sistema vivente, quando compare l’errore che crea qualcosa di disumano (come la malattia genetica che condanna un essere umano alla degenerazione, alla sofferenza e alla morte), quella singola mutazione non conforme all’ordine superiore non viene accettata all’interno del sistema e dunque non viene riprodotta. Quelle mutazioni, invece, che sono destinate a contribuire a un’organizzazione maggiore non vengono eliminate, ma riprodotte. Questo fa pensare all’esistenza di un sistema che configura un ordine superiore, concettualmente riconducibile all’idea di Dio. Un’idea che porta con sé l’idea di costruzione, di associazione, di altruismo, di inclusione.

L'artista moderno. 1

 

Comedy, 1921

In primo luogo, l’artista moderno crea partecipando consapevolmente alla vita cosmica: «Il dialogo con la natura», scrive Paul Klee, «rimane per l’artista una condicio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area della natura». E, precisamente, questo dialogo presuppone una comunicazione intensa con il mondo, che non si effettua soltanto attraverso la vista: «L’artista oggi è meglio di una macchina fotografica… Egli è una creatura sulla terra e una creatura nell’Universo: creatura su un astro tra gli astri». Proprio per questo motivo, secondo Klee, ci sono vie diverse da quelle degli occhi per stabilire il rapporto tra l’io e il suo oggetto, la via di un comune radicamento sulla terra, la via di una comune partecipazione cosmica. Ciò significa che il pittore deve dipingere in uno stato d’animo in cui sente la sua unione con la terra e con l’universo.
La pittura astratta appare dunque a Klee come una sorta di prolungamento dell’opera della natura: «Il suo progresso nell’osservazione e nella visione della natura gli apre a poco a poco l’accesso a una visione filosofica dell’universo che gli permette di creare liberamente forme astratte […] L’artista crea così delle opere, o partecipa alla creazione di opere, che sono immagini dell’opera di Dio». «Proprio come un bambino giocando ci imita, così nel gioco dell’arte noi imitiamo le forze che hanno creato e creano il mondo». «Al pittore interessa di più la natura naturans che la natura naturata».

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 185.

Nel capitombolo siamo noi stessi

Dio, nel senso della realtà tutta, o di qualsivoglia realtà esistente — l’universo, tutti gli universi — Dio, nel senso in cui lo intende la mia anima, sembra dare chiari segni che Lui ami la coniugazione al presente ancor più di quanto la ami la consapevolezza. (Ho la tendenza a riferirmi a Dio come a Lui, ma non lo penso necessariamente come maschio.) Il nostro senso del presente di solito procede a ondate, con la mente che ogni tanto fa un ruzzolone nei vagheggiamenti. Di solito, torniamo a cavalcare l’onda, ruzzoliamo giù e riguadagniamo la cresta per ruzzolare di nuovo e così via all’infinito, ma è nel capitombolo che siamo noi stessi, egocentricamente, e vediamo e capiamo le cose. Forse la realtà effettiva appartiene alla coniugazione presente, ma quello che noi siamo è in questo ruzzolare via e tornare. Ma ero troppo stanco per quell’impresa; nessuna argomentazione, neppure la logica matematica, poteva mandare in corto circuito o alterare la natura dominante del presente. Questa volta, in questi momenti, non avevo nessun posto in cui cadere. Era tutta una coniugazione al presente.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.49-50

#47

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Quando abitavo in collina avevo un vicino che teneva tre cavalle libere nella sua terra e ogni tanto veniva a trovarmi. Un giorno venne con gli attrezzi a potare un paio d’alberi che ne avevano bisogno, soprattutto un prugno (ornamentale, non da frutto, con le foglioline rosso scuro, quasi marroni) dall’aspetto annoso. Per molto tempo non era stato potato, così i rami nuovi e i cosiddetti “succhioni” erano cresciuti per i fatti loro, andando a formare intrichi fitti e disordinati. In più, l’ultimo l’inverno c’era stata la grossa nevicata (a marzo, nientemeno) che aveva creato col suo peso delle aree di oppressione così forti — anche per gli intrecci fitti che formavano come tettoie, gravate da centimetri e centimetri di neve — che un grosso ramo si era spezzato, danneggiando quelli vicini. E, visto che un altro ramo grosso s’era rotto nella nevicata dell’anno prima, l’albero era mutilato in maniera brutale. Così, io e Umberto salimmo sulle scale e tagliammo e segammo, soprattutto lui che è il potatore, mentre io davo una mano seguendo le sue direttive. Quando dovemmo tagliare il ramo penzolante, insieme a quelli vicini danneggiati, l’albero si ritrovò squilibrato, con quei brutti succhioni che puntavano in alto ad intricare ulteriormente gli intrecci di rami. Alla fine il prugno era molto sfoltito, meno imponente, con grandi varchi nella chioma invernale. Ma almeno s’erano aperti gli spazi di luce necessari al suo sviluppo. Ora spero che abbia ripreso forma e stia meglio di prima, come sta succedendo a me.

Superstite di antiche fierezze

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Il giorno che ha nevicato ho fatto un sonno lungo, ma intermittente, e ogni volta che mi riaddormentavo riprendevo il filo dello stesso sogno, come un film che si mette in pausa per poi riavviarlo. Naturalmente non lo ricordo più, si è sfilacciato mentre viaggiavo sul mio ferrovecchio, se ne avessi tracciate le linee appena sveglio ne avrei potuto ricostruire l’intreccio, cioè quella porzione d’intreccio che sul momento sembra inserirsi in una trama, che dopo non si sa più qual è, diventa illusoria e inconsistente, e a volte può somigliare alla trama della nostra vita, che quando ci si pensa sembra di non ritrovarci più il filo conduttore. Che magari c’è, ma resta un brillìo sottilissimo nella luce del sole, come se fosse il filo secreto da un ragno che vuol collegare le sue tele da un punto a un altro. Comunque, mentre guidavo il mio ferrovecchio ho attraversato un rettilineo fiancheggiato da pini marittimi altissimi, vecchi chissà quanto, con le chiome così elevate che si deve rovesciar la testa per poterle ammirare. Come immaginavo, la neve aveva fatto danni anche lì, testimoniati dai grovigli di rami segati e abbandonati ai piedi di ciascun albero ferito; ma quel che non immaginavo è che alcuni, quattro o cinque, erano brutalmente mozzati, era stata tolta loro l’intera chioma con le ramificazioni, così erano rimasti lunghi e annichiliti, come pali senza più orientamento. Allora avevo pensato che anche loro — come alcuni di noi — sono “superstiti di antiche fierezze”, secondo un’espressione trovata anni fa in un romanzo di Ana Marìa Matute che m’è rimasta nella mente.

Riaddormentarsi

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Sai, stamattina — dopo essermi riaddormentato, cosa che ogni persona saggia dovrebbe fare, se disgraziatamente apre gli occhi — ho sognato di trovarmi in una facoltà universitaria, sicuramente umanistica e sicuramente a Bologna, perché i locali erano vetusti, con percorsi labirintici. Frequentare una facoltà umanistica era il mio sogno reale, ma purtroppo me ne resi conto mentre già ne frequentavo una tecnica. Comunque, in questo sogno a un certo punto ho dovuto scalare alcuni gradini altissimi, e la cosa non mi stupiva, data l’antichità dei luoghi. Mi piaceva molto trovarmi lì, visto che era un’università. Poi sono finito nella Biblioteca, un luogo ugualmente labirintico e più enigmatico: volevo uscirne, ma qualcuno, fra le persone che incontravo, mi diceva: “Sì, ma per farlo devi compilare il foglio d’uscita…”, e lo diceva in un tono non rassicurante, come se volesse avvisarmi della grave complessità dell’operazione. Nei miei sogni le difficoltà paiono sempre crescere, quando s’avvicina il momento del risveglio. Stamattina, poi, mi son trovato a dormire un’ora in più, e da qui sono cominciati i guai.

# 8

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Bisognerebbe offrire un tributo a tuo padre, se lo merita. Per il bene che ha fatto e per il bene che ti vuole. Mi piacerebbe essere suo amico, discettare con lui di questioni filosofiche: chissà quante cose riuscirebbe a chiarirmi. Ma forse siamo troppo diversi, forse incompatibili. Lui ligio e coerente, che mai ha trattato col compromesso e con la convenienza, mentre io ho messo le mani in pasta ogni volta che s’è presentata l’occasione. Ma se mi fossi fermato davanti ai limiti naturali, quelli dell’uomo retto, non sarei riuscito a costruire tutto questo. Ho sempre dovuto agire col calcolo, spostando la linea dov’era necessario. Di certo vorrei aver avuto un altro padre, un padre che mi fosse stato maestro, invece d’indicarmi solo scorciatoie e dissimulazioni. Un po’ più di etica non mi avrebbe fatto male, a conti fatti. Quanto a te, sei come una formula alchemica misteriosa e sorprendente, che sembra superare i canoni della realtà. In pratica, tuo padre t’ha forgiata nella forma e nella sostanza più nobili che esistano in natura: peccato che la vita che mi resta non sia sufficiente a studiarla a fondo, per potermene impadronire.

· 72

E poi, mi esalto a pensare che questa sarà la “nostra” estate, che vorrei fosse la prima di una lunga, lunghissima serie. Ho sempre associato l’estate ai piaceri letterari: la lettura e la creazione, favorite dagli scenari naturali amici (come boschi e spiagge, e case di vacanza, e riposanti meditazioni al tepore del giorno e della sera). Questi piaceri, con te, acquisteranno finalmente un senso e un’esperienza vera, perché finora li ho soprattutto vagheggiati e, ti confesso, poco gustati. Essere con te significa che tutto è diverso, che tutto è pieno, che tutto è reale, vissuto cioè con la partecipazione dei sensi. E vivere questi piaceri letterari, con l’idea stessa che portano con sé (da sempre vagheggiata e mai colta appieno, magari attraverso le foto degli scrittori di una volta che creavano e discutevano e riposavano in un giardino o in un incontro conviviale), viverli insieme a te significa vivere una nuova stagione della vita. Una stagione in cui tutto diventa veramente godibile, in cui la bellezza e la felicità del vivere “si vestono”, cioè diventano visibili e si possono toccare, in modo da poter dire: “ecco, oggi sono felice perché sto leggendo questa cosa, che poi me ne farà scrivere un’altra, e mi farà pensare questo, che racconterò a lei che è vicino a me, e magari l’ha letta con me e mi ha guardato sorridendo, e mi ha parlato facendomi scoprire quell’altra cosa che non conoscevo, e facendomi capire quella situazione che non avevo sospettato, e dandomi uno spunto per inventare e immaginare quest’altro…
Tu sei la mia nuova stagione, una stagione che vorrei non finisse, fatta di estati, autunni, inverni, primavere vissuti davvero, in una natura che finalmente diventa amica. E tutto questo abitando con te il mondo.

 

Lui 2

rothko+orange+yellow

Oggi non riesco a trovare niente nella mia vita di cui andar fiero – amore o coraggio o azioni generose. O la mia scrittura. La mia vita è stata quasi tutta un errore. Un errore e un’idiozia. Aver vissuto mi sembra sia stata una grande fesseria. Tutto muore nel linguaggio, in una morbosa marcia delle Rockettes, le belle ballerine travestiti…

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, p. 160

· 65


Mi capita
sempre più spesso di pensare a tuo padre, anche oggi, e non so perché. È come se volessi offrirgli un tributo per quello che ha fatto e per il bene che ti vuole. Mi piacerebbe essere suo amico, perché sono convinto che è una grande persona (forse tutto il contrario di me!). Ma forse siamo diversi come il giorno dalla notte e saremmo incompatibili anche come amici. Chi lo sa? Di certo vorrei aver avuto un altro padre, che almeno mi avesse fatto da maestro, invece che indicarmi solo scorciatoie. Un po’ di etica non mi avrebbe fatto male, secondo me.
Quanto a te, penso che sei come una formula alchemica misteriosa e stupefacente, che supera i canoni della realtà. Peccato che la vita che mi resta non sia sufficiente a studiarla a fondo, per riuscire a impadronirmene. Dunque, tuo padre è un Filosofo nel senso di “scopritore della sapienza racchiusa nei segreti del mondo naturale”: così si consideravano e si definivano gli alchimisti nell’accezione più nobile del loro magistero. In pratica, lui ti ha forgiata nella forma e nella sostanza più nobili che esistano in natura.


Lui

 

Dio, nel senso della realtà tutta, o di qualsivoglia realtà esistente — l’universo, tutti gli universi — Dio, nel senso in cui lo intende la mia anima, sembra dare chiari segni che Lui ami la coniugazione al presente ancor più di quanto la ami la consapevolezza. (Ho la tendenza a riferirmi a Dio come a Lui, ma non lo penso necessariamente come maschio.) Il nostro senso del presente di solito procede a ondate, con la mente che ogni tanto fa un ruzzolone nei vagheggiamenti. Di solito, torniamo a cavalcare l’onda, ruzzoliamo giù e riguadagniamo la cresta per ruzzolare di nuovo e così via all’infinito, ma è nel capitombolo che siamo noi stessi, egocentricamente, e vediamo e capiamo le cose. Forse la realtà effettiva appartiene alla coniugazione presente, ma quello che noi siamo è in questo ruzzolare via e tornare. Ma ero troppo stanco per quell’impresa; nessuna argomentazione, neppure la logica matematica, poteva mandare in corto circuito o alterare la natura dominante del presente. Questa volta, in questi momenti, non avevo nessun posto in cui cadere. Era tutta una coniugazione al presente.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.49-50

 

L’artista moderno. 2

Il pittore, dicevamo, si sente quindi, secondo Klee, «parte della natura nell’area della natura». Il medesimo tema ritorna nell’Esthéthique généralisée di Roger Caillois, a proposito dell’esperienza della bellezza: «Le strutture naturali costituiscono i punto di partenza e il riferimento ultimo di qualsiasi bellezza immaginabile, benché la bellezza sia apprezzamento umano. Ma poiché l’uomo stesso appartiene alla natura, il cerchio si richiude facilmente e il sentimento della bellezza provato dall’uomo non fa che riflettere la sua condizione di essere vivente e di parte integrante dell’universo. Ciò non significa che la natura sia modello dell’arte, ma piuttosto che l’arte costituisce un caso particolare di natura, quello che si realizza quando il procedimento estetico passa attraverso l’istanza supplementare del disegno e dell’esecuzione».
Il processo artistico e il processo creatore della natura condividono la capacità di rendere visibili, di far apparire le cose. Merleau-Ponty ha insistito molto su questa idea: la linea «non imita più il visibile, ma “rende visibile”, traccia lo schizzo tridimensionale di una genesi delle cose». Il quadro mostra come le cose si fanno cose e il mondo si fa mondo, come la montagna si fa montagna ai nostri occhi. La pittura ci fa percepire la presenza delle cose, il fatto che le cose ci sono. «Quando Cézanne cerca la profondità, egli cerca questa deflagrazione dell’Essere».
L’esperienza della pittura moderna ci permette quindi di intravedere, in un modo che, in ultima analisi, è filosofico, il miracolo stesso della percezione che ci rivela il mondo. Questo miracolo, però, è percepito soltanto grazie a una riflessione sulla percezione, a una conversione dell’attenzione, attraverso le quali noi cambiamo il nostro rapporto con il mondo, ci stupiamo del mondo, rompiamo «la nostra familiarità con esso, e questa rottura ci insegna soltanto lo scaturire immotivato del mondo». Vediamo allora, in qualche modo, il mondo apparire ai nostri occhi per la prima volta.

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, pp. 185-186.

L’artista moderno. 1


In primo luogo, l’artista moderno crea partecipando consapevolmente alla vita cosmica: «Il dialogo con la natura», scrive Paul Klee, «rimane per l’artista una condicio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area della natura». E, precisamente, questo dialogo presuppone una comunicazione intensa con il mondo, che non si effettua soltanto attraverso la vista: «L’artista oggi è meglio di una macchina fotografica… Egli è una creatura sulla terra e una creatura nell’Universo: creatura su un astro tra gli astri». Proprio per questo motivo, secondo Klee, ci sono vie diverse da quelle degli occhi per stabilire il rapporto tra l’io e il suo oggetto, la via di un comune radicamento sulla terra, la via di una comune partecipazione cosmica. Ciò significa che il pittore deve dipingere in uno stato d’animo in cui sente la sua unione con la terra e con l’universo.
La pittura astratta appare dunque a Klee come una sorta di prolungamento dell’opera della natura: «Il suo progresso nell’osservazione e nella visione della natura gli apre a poco a poco l’accesso a una visione filosofica dell’universo che gli permette di creare liberamente forme astratte […] L’artista crea così delle opere, o partecipa alla creazione di opere, che sono immagini dell’opera di Dio». «Proprio come un bambino giocando ci imita, così nel gioco dell’arte noi imitiamo le forze che hanno creato e creano il mondo». «Al pittore interessa di più la natura naturans che la natura naturata».

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 185.