Superstite di antiche fierezze

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Il giorno che ha nevicato ho fatto un sonno lungo, ma intermittente, e ogni volta che mi riaddormentavo riprendevo il filo dello stesso sogno, come un film che si mette in pausa per poi riavviarlo. Naturalmente non lo ricordo più, si è sfilacciato mentre viaggiavo sul mio ferrovecchio, se ne avessi tracciate le linee appena sveglio ne avrei potuto ricostruire l’intreccio, cioè quella porzione d’intreccio che sul momento sembra inserirsi in una trama, che dopo non si sa più qual è, diventa illusoria e inconsistente, e a volte può somigliare alla trama della nostra vita, che quando ci si pensa sembra di non ritrovarci più il filo conduttore. Che magari c’è, ma resta un brillìo sottilissimo nella luce del sole, come se fosse il filo secreto da un ragno che vuol collegare le sue tele da un punto a un altro. Comunque, mentre guidavo il mio ferrovecchio ho attraversato un rettilineo fiancheggiato da pini marittimi altissimi, vecchi chissà quanto, con le chiome così elevate che si deve rovesciar la testa per poterle ammirare. Come immaginavo, la neve aveva fatto danni anche lì, testimoniati dai grovigli di rami segati e abbandonati ai piedi di ciascun albero ferito; ma quel che non immaginavo è che alcuni, quattro o cinque, erano brutalmente mozzati, era stata tolta loro l’intera chioma con le ramificazioni, così erano rimasti lunghi e annichiliti, come pali senza più orientamento. Allora avevo pensato che anche loro — come alcuni di noi — sono “superstiti di antiche fierezze”, secondo un’espressione trovata anni fa in un romanzo di Ana Marìa Matute che m’è rimasta nella mente.

Riaddormentarsi

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Sai, stamattina — dopo essermi riaddormentato, cosa che ogni persona saggia dovrebbe fare, se disgraziatamente apre gli occhi — ho sognato di trovarmi in una facoltà universitaria, sicuramente umanistica e sicuramente a Bologna, perché i locali erano vetusti, con percorsi labirintici. Frequentare una facoltà umanistica era il mio sogno reale, ma purtroppo me ne resi conto mentre già ne frequentavo una tecnica. Comunque, in questo sogno a un certo punto ho dovuto scalare alcuni gradini altissimi, e la cosa non mi stupiva, data l’antichità dei luoghi. Mi piaceva molto trovarmi lì, visto che era un’università. Poi sono finito nella Biblioteca, un luogo ugualmente labirintico e più enigmatico: volevo uscirne, ma qualcuno, fra le persone che incontravo, mi diceva: “Sì, ma per farlo devi compilare il foglio d’uscita…”, e lo diceva in un tono non rassicurante, come se volesse avvisarmi della grave complessità dell’operazione. Nei miei sogni le difficoltà paiono sempre crescere, quando s’avvicina il momento del risveglio. Stamattina, poi, mi son trovato a dormire un’ora in più, e da qui sono cominciati i guai.

# 8

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Bisognerebbe offrire un tributo a tuo padre, se lo merita. Per il bene che ha fatto e per il bene che ti vuole. Mi piacerebbe essere suo amico, discettare con lui di questioni filosofiche: chissà quante cose riuscirebbe a chiarirmi. Ma forse siamo troppo diversi, forse incompatibili. Lui ligio e coerente, che mai ha trattato col compromesso e con la convenienza, mentre io ho messo le mani in pasta ogni volta che s’è presentata l’occasione. Ma se mi fossi fermato davanti ai limiti naturali, quelli dell’uomo retto, non sarei riuscito a costruire tutto questo. Ho sempre dovuto agire col calcolo, spostando la linea dov’era necessario. Di certo vorrei aver avuto un altro padre, un padre che mi fosse stato maestro, invece d’indicarmi solo scorciatoie e dissimulazioni. Un po’ più di etica non mi avrebbe fatto male, a conti fatti. Quanto a te, sei come una formula alchemica misteriosa e sorprendente, che sembra superare i canoni della realtà. In pratica, tuo padre t’ha forgiata nella forma e nella sostanza più nobili che esistano in natura: peccato che la vita che mi resta non sia sufficiente a studiarla a fondo, per potermene impadronire.

· 72

E poi, mi esalto a pensare che questa sarà la “nostra” estate, che vorrei fosse la prima di una lunga, lunghissima serie. Ho sempre associato l’estate ai piaceri letterari: la lettura e la creazione, favorite dagli scenari naturali amici (come boschi e spiagge, e case di vacanza, e riposanti meditazioni al tepore del giorno e della sera). Questi piaceri, con te, acquisteranno finalmente un senso e un’esperienza vera, perché finora li ho soprattutto vagheggiati e, ti confesso, poco gustati. Essere con te significa che tutto è diverso, che tutto è pieno, che tutto è reale, vissuto cioè con la partecipazione dei sensi. E vivere questi piaceri letterari, con l’idea stessa che portano con sé (da sempre vagheggiata e mai colta appieno, magari attraverso le foto degli scrittori di una volta che creavano e discutevano e riposavano in un giardino o in un incontro conviviale), viverli insieme a te significa vivere una nuova stagione della vita. Una stagione in cui tutto diventa veramente godibile, in cui la bellezza e la felicità del vivere “si vestono”, cioè diventano visibili e si possono toccare, in modo da poter dire: “ecco, oggi sono felice perché sto leggendo questa cosa, che poi me ne farà scrivere un’altra, e mi farà pensare questo, che racconterò a lei che è vicino a me, e magari l’ha letta con me e mi ha guardato sorridendo, e mi ha parlato facendomi scoprire quell’altra cosa che non conoscevo, e facendomi capire quella situazione che non avevo sospettato, e dandomi uno spunto per inventare e immaginare quest’altro…
Tu sei la mia nuova stagione, una stagione che vorrei non finisse, fatta di estati, autunni, inverni, primavere vissuti davvero, in una natura che finalmente diventa amica. E tutto questo abitando con te il mondo.

 

Lui 2

rothko+orange+yellow

Oggi non riesco a trovare niente nella mia vita di cui andar fiero – amore o coraggio o azioni generose. O la mia scrittura. La mia vita è stata quasi tutta un errore. Un errore e un’idiozia. Aver vissuto mi sembra sia stata una grande fesseria. Tutto muore nel linguaggio, in una morbosa marcia delle Rockettes, le belle ballerine travestiti…

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, p. 160

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Mi capita
sempre più spesso di pensare a tuo padre, anche oggi, e non so perché. È come se volessi offrirgli un tributo per quello che ha fatto e per il bene che ti vuole. Mi piacerebbe essere suo amico, perché sono convinto che è una grande persona (forse tutto il contrario di me!). Ma forse siamo diversi come il giorno dalla notte e saremmo incompatibili anche come amici. Chi lo sa? Di certo vorrei aver avuto un altro padre, che almeno mi avesse fatto da maestro, invece che indicarmi solo scorciatoie. Un po’ di etica non mi avrebbe fatto male, secondo me.
Quanto a te, penso che sei come una formula alchemica misteriosa e stupefacente, che supera i canoni della realtà. Peccato che la vita che mi resta non sia sufficiente a studiarla a fondo, per riuscire a impadronirmene. Dunque, tuo padre è un Filosofo nel senso di “scopritore della sapienza racchiusa nei segreti del mondo naturale”: così si consideravano e si definivano gli alchimisti nell’accezione più nobile del loro magistero. In pratica, lui ti ha forgiata nella forma e nella sostanza più nobili che esistano in natura.


Lui

 

Dio, nel senso della realtà tutta, o di qualsivoglia realtà esistente — l’universo, tutti gli universi — Dio, nel senso in cui lo intende la mia anima, sembra dare chiari segni che Lui ami la coniugazione al presente ancor più di quanto la ami la consapevolezza. (Ho la tendenza a riferirmi a Dio come a Lui, ma non lo penso necessariamente come maschio.) Il nostro senso del presente di solito procede a ondate, con la mente che ogni tanto fa un ruzzolone nei vagheggiamenti. Di solito, torniamo a cavalcare l’onda, ruzzoliamo giù e riguadagniamo la cresta per ruzzolare di nuovo e così via all’infinito, ma è nel capitombolo che siamo noi stessi, egocentricamente, e vediamo e capiamo le cose. Forse la realtà effettiva appartiene alla coniugazione presente, ma quello che noi siamo è in questo ruzzolare via e tornare. Ma ero troppo stanco per quell’impresa; nessuna argomentazione, neppure la logica matematica, poteva mandare in corto circuito o alterare la natura dominante del presente. Questa volta, in questi momenti, non avevo nessun posto in cui cadere. Era tutta una coniugazione al presente.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.49-50

 

L’artista moderno. 2

Il pittore, dicevamo, si sente quindi, secondo Klee, «parte della natura nell’area della natura». Il medesimo tema ritorna nell’Esthéthique généralisée di Roger Caillois, a proposito dell’esperienza della bellezza: «Le strutture naturali costituiscono i punto di partenza e il riferimento ultimo di qualsiasi bellezza immaginabile, benché la bellezza sia apprezzamento umano. Ma poiché l’uomo stesso appartiene alla natura, il cerchio si richiude facilmente e il sentimento della bellezza provato dall’uomo non fa che riflettere la sua condizione di essere vivente e di parte integrante dell’universo. Ciò non significa che la natura sia modello dell’arte, ma piuttosto che l’arte costituisce un caso particolare di natura, quello che si realizza quando il procedimento estetico passa attraverso l’istanza supplementare del disegno e dell’esecuzione».
Il processo artistico e il processo creatore della natura condividono la capacità di rendere visibili, di far apparire le cose. Merleau-Ponty ha insistito molto su questa idea: la linea «non imita più il visibile, ma “rende visibile”, traccia lo schizzo tridimensionale di una genesi delle cose». Il quadro mostra come le cose si fanno cose e il mondo si fa mondo, come la montagna si fa montagna ai nostri occhi. La pittura ci fa percepire la presenza delle cose, il fatto che le cose ci sono. «Quando Cézanne cerca la profondità, egli cerca questa deflagrazione dell’Essere».
L’esperienza della pittura moderna ci permette quindi di intravedere, in un modo che, in ultima analisi, è filosofico, il miracolo stesso della percezione che ci rivela il mondo. Questo miracolo, però, è percepito soltanto grazie a una riflessione sulla percezione, a una conversione dell’attenzione, attraverso le quali noi cambiamo il nostro rapporto con il mondo, ci stupiamo del mondo, rompiamo «la nostra familiarità con esso, e questa rottura ci insegna soltanto lo scaturire immotivato del mondo». Vediamo allora, in qualche modo, il mondo apparire ai nostri occhi per la prima volta.

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, pp. 185-186.

L’artista moderno. 1


In primo luogo, l’artista moderno crea partecipando consapevolmente alla vita cosmica: «Il dialogo con la natura», scrive Paul Klee, «rimane per l’artista una condicio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area della natura». E, precisamente, questo dialogo presuppone una comunicazione intensa con il mondo, che non si effettua soltanto attraverso la vista: «L’artista oggi è meglio di una macchina fotografica… Egli è una creatura sulla terra e una creatura nell’Universo: creatura su un astro tra gli astri». Proprio per questo motivo, secondo Klee, ci sono vie diverse da quelle degli occhi per stabilire il rapporto tra l’io e il suo oggetto, la via di un comune radicamento sulla terra, la via di una comune partecipazione cosmica. Ciò significa che il pittore deve dipingere in uno stato d’animo in cui sente la sua unione con la terra e con l’universo.
La pittura astratta appare dunque a Klee come una sorta di prolungamento dell’opera della natura: «Il suo progresso nell’osservazione e nella visione della natura gli apre a poco a poco l’accesso a una visione filosofica dell’universo che gli permette di creare liberamente forme astratte […] L’artista crea così delle opere, o partecipa alla creazione di opere, che sono immagini dell’opera di Dio». «Proprio come un bambino giocando ci imita, così nel gioco dell’arte noi imitiamo le forze che hanno creato e creano il mondo». «Al pittore interessa di più la natura naturans che la natura naturata».

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 185.

Sorgente di vita


In questa lettera (tratta da: Simone Weil – Joë Bousquet, Corrispondenza, SE, Milano 1994), della quale riporto un brano, ho trovato molte risposte a una condizione esistenziale che non comprendevo.
Il testo integrale è qui.


Sono giunta
al punto che non posso assolutamente concepire l’eventualità che un qualche essere umano provi amicizia per me. Se credo alla sua, è semplicemente per quel tanto che la ragione mi suggerisce di credervi poiché ho fiducia in lei e da lei ricevo l’assicurazione di questa amicizia. Ma per la mia immaginazione, essa rimane comunque impossibile.
Questa disposizione dell’immaginazione mi induce a una gratitudine tanto più tenera verso coloro che compiono questa cosa impossibile. Perché l’amicizia è per me un beneficio incomparabile, senza misura, una sorgente di vita, in senso non metaforico, ma letterale. Poiché non solo il mio corpo, ma la mia stessa anima, interamente avvelenata dalla sofferenza, sono inabitabili per il mio pensiero, è necessario che esso si trasferisca altrove. Non può abitare in Dio se non per brevi istanti. Spesso abita nelle cose. Ma sarebbe contro natura che un pensiero umano non abitasse mai in qualcosa di umano. Così, letteralmente, l’amicizia dona al mio pensiero tutta la parte della sua vita che non gli deriva da Dio o dalla bellezza del mondo.
Può dunque ben comprendere quale dono lei mi ha accordato offrendomi la sua amicizia.
Le dico queste cose perché so che può comprenderle; nel suo ultimo libro c’è una frase in cui mi sono riconosciuta, sull’errore in cui cadono i suoi amici quando credono che lei esista. È, questa, una disposizione della sensibilità comprensibile solamente a coloro per i quali l’esistenza è direttamente e continuamente sentita come un male. Per costoro è certamente facile fare quanto Cristo comanda: negare se stessi. Troppo facile forse. Forse senza merito. Tuttavia credo che tale facilità sia un privilegio incommensurabile.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 12 maggio 1942)