I libri faranno una brutta fine

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Questo lo scriveva Andrea Inglese due anni fa.

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

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http://www.nazioneindiana.com/2014/01/12/i-libri-faranno-una-brutta-fine

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I libri faranno una brutta fine

libri2

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, è roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete.

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la solitudine della letteratura maggiore

HELENA JANECZEK

Trovo il pezzo di Baldrati veramente utile. Ma la sua riflessione ha senso solo se si parte dall’ammissione che si tratta a modo suo di un buon romanzo. Ossia non di una cosa paragonabile a Moccia, non di “un prodotto omogeneo ai canoni commerciali più biechi”, nemmeno di artigianato.
A me è capitato di leggerlo in dattiloscritto. E ricordo benissimo il momento in cui mi sono convinta che il libro c’era. Era la scena in cui Alice e Mattia escono mano nella mano, in mezzo ai loro compagni “vincenti” e sono rimasta toccata da quelle pagine. Non lo dico principalmente per convincere Niky Lismo o altri che non si tratta della solita “operazione di marketing” fatta in casa Mondadori in cui l’autore sarebbe un puro optional (ma meglio se è giovane e carino) con questi puri dati. Lo dico perché non funziona mai così, tantomeno nel caso di un simile successo clamoroso. Questi fenomeni non si possono confezionare (cosa che tra l’altro sarebbe il sogno di qualsiasi editore). Ma avvengono perché un certo libro incontra la sensibilità di un pubblico, perché ha qualcosa dentro che gli parla, che entra in risonanza. E questa cosa nel libro dev’esserci dentro. Sta all’editore averne una certa intuizione, anche se questa intuizione resta sempre un azzardo di cui tra l’altro non si riescono mai ad intuire gli esiti – nel caso di un esordio- e spesso va pure male.
Comunque io della mia esperienza (che non è quella di editor resonsabile) parlavo, perché la situazione in cui ti trovi a leggere la stampata di un dattiloscritto di un tizio perfettamente sconosciuto, e ben diversa da quella di chi guarda a un libro confezionato che ha venduto quasi un milione di copie. Sei solo tu e quelle pagine stampate che se la giocano con altre identiche pagine stampate che macini (nel mio caso) più o meno quotinianamente. E allora la diversità la noti tantissimo. Noti che persino tu, lettore sgamato, “professionale”, entri nella sospensione dell’incredulità, che cessi di notare che una certa trovata somiglia a quella di un altro autore, che lo stile è fatto così e cosà ecc. ecc. Leggi e basta.
Detto questo posso anche essere d’accordo che “La solitudine dei numeri primi” non spicca per nessuna particolare virtù stilistica, non inventa nulla di inedito e così via. Ma è un libro coerente e non furbo, privo com’è di un raggio di luce in fondo (cosa che tra l’altro delude molti lettori), un libro in cui – credo- il suo autore ha creduto.
Detto questo, il punto più interssante per me è proprio quello su cui si focalizza Baldrati e che vale per Giordano così come per scrittori italiani e stranieri di chiara fama che nessuno taccerebbe di essere prodotti editoriali. Il punto è proprio il legame fra individualismo (solitario) e la sua supposta universalità che lo rende preciso da un lato (quello psciologico), scontornato dall’altro ed è una sorta di condizione di partenza, forse la più importante, per candidarlo al main stream. E’ questa la cosa su cui vale la pena fermarsi a riflettere, se si cerca una letteratura che sia altro.

Helena Janeczek

http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore

testo e feticcio

LONDRA - BEATLES MEMORABILIA ALL ASTA DA CHRISTIE S

tuttavia, fare critica (infatti, sì, loro suppongono che esista la “poesia”, la “letteratura”, e quindi la “critica”) per questa compagnia di giro consiste pressappoco nel dare stellette e palline agli scritti più esangui e incorporei, più raggelati e naturalmente (bella forza) ineccepibili e inattaccabili, ma inevitabilmente più noiosi e insignificanti. uno scritto significa infatti sempre il corpo per cui sta o che estende, e privo di quello, resta un simulacro e un feticcio. che cosa significa un testo, se non significa un corpo che traspare nella sua indecenza e nudità, nella sua vulnerabile e rischiosa esposizione? che cosa deve dire il linguaggio, se non la non significanza, se non la carne sfigurata, se non l’imbarazzante, ridicola e oscena nudità degli affetti umani? la scommessa naturalmente è consolidare in qualche modo questo materiale in una forma, o detto con un noto paradosso, che però resta una boutade piuttosto puritana, ricrearlo artificialmente per esprimerlo con efficacia. ma come nella nevrosi il significante inghiotte il significato, nella letteratura gli stanchi epigoni delle vive esplorazioni concettuali di 50 anni fa si mettono al sicuro da ogni rischio, da ogni vertigine, con l’alibi del controllo formale.

il problema come sempre è preliminare. questa comunità o combriccola, che si potrebbe definire con qualche approssimazione dei vetero-avanguardisti e degli asemantici, o solo dei neo-feticisti, che generalmente passano la vita ad animare premi (che si assegnano infallibilmente l’un l’altro), compilare antologie, scalare accademie e redazioni e azionare i muscoli sopracciliari, non assumono in realtà una prospettiva radicalmente etica (semmai addizionano all’azione letteraria un impegno sociale che ne resta estraneo, e agisce parallelamente con tutt’altri linguaggi), ma di fatto prevalentemente agonistica e feticistica. i 2 atteggiamenti sono connessi. il testo è ridotto a un feticcio che esaurisce in sé il suo significato. il testo, essendo in rapporto solo con altri feticci, esistendo solo in una dimensione orizzontale, non offre altro interesse che quello del confronto formale e quantitativo con altri testi. per prospettiva etica, intendo qualcosa di più che responsabile, semmai responsabile di uno spazio che ben al di là del perimetro e dello spessore letterario, comprende tutto il percepibile fino a forzarne i confini.

http://www.nazioneindiana.com/2013/07/30/del-sentimento

 

Merce culturale?

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Data la complessità della questione delimiterò il campo al principio di responsabilità dello scrittore nei confronti di un’idea forte di letteratura, nel momento in cui sceglie di scrivere per la pagina culturale di un quotidiano nazionale. Vorrei mostrare come, seriamente inteso, tale principio non debba sfociare in una semplice dissociazione tra sfera culturale e politica, che rende tanto tranquilla la coscienza degli scrittori, quando collaborano alle pagine culturali di certi quotidiani nazionali. Lo scrittore – non il semplice produttore di merce culturale – si trova a casa del nemico nella pagina culturale di qualsiasi quotidiano nazionale, di partito o no, di destra o meno. “Un artista si preoccupa solo di raggiungere una sua perfezione. E alle sue condizioni, sue e di nessun altro”, questo principio espresso da Salinger in Franny e Zooey – che è poi un principio libertario – dovrebbe essere condiviso da ogni scrittore degno di questo nome. (Danilo Kiš: “Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi. Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu”.)

Ora, un’opera letteraria riscuote l’interesse delle pagine culturali di un quotidiano a condizione di essere convertibile in “merce culturale”. Tutta la letteratura che non è immediatamente riconducibile a questa forma, non ha semplicemente diritto d’accesso alle pagine culturali. È il caso eclatante della poesia, che l’ipocrisia imperante è arrivata a distinguere dalla letteratura (si parla di “letteratura e poesia”, oppure di “scrittori e poeti”). Questo semplice fatto rende lo scrittore nemico dell’industria letteraria e delle sue appendici giornalistiche. Una tale inimicizia implica diverse modalità di convivenza con i principi della convertibilità, ma non può mai estinguersi o passare sotto silenzio. (Qualcuno potrebbe accusarmi a ragione di essere schematico, quando evoco in questi termini le pagine culturali. Ma rimane una prova evidente a favore di questo schematismo: la sparizione della poesia da queste pagine. E non solo in Italia, ovviamente. Uno dei più importanti poeti contemporanei francesi, Jacques Roubaud, che ovviamente quasi nessuno in Italia conosce, essendo “un poeta”, ha scritto un lungo articolo sull’ultimo numero di “Le monde diplomatique”, sostenendo la medesima tesi: la poesia è sparita dai giornali perché priva di valore commerciale.
Noi abbiamo da anni, sulla stampa quotidiana, pagine di letteratura amputate. Naturalmente ci si potrebbe mettere il cuore in pace, sostenendo con una notevole faccia tosta che questa è la conseguenza di una totale mancanza di buona poesia in circolazione (problema che sarebbe ovviamente europeo… ). Non solo sarebbe facile mostrare il contrario, ma fin troppo facile riportare giudizi autorevoli (?) che sostengono la stessa cosa per il romanzo. Quanti becchini di romanzo si fanno avanti periodicamente? Eppure non per questo le pagine culturali si svuotano di recensioni, segnalazioni, dibattiti, intorno ad opere narrative anche molto modeste.)

Continua a leggere “Merce culturale?”

Scrittore di sinistra?

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C’è qualcosa di male se, nell’Italia di oggi, uno scrittore che si ritiene di sinistra pubblica su di un quotidiano come Il Giornale o come Libero? Piuttosto che sopportare il silenzio, si può anche cominciare una discussione con una domanda brusca. Intorno a questa domanda, dapprima in rete, nella forma del frammentario dibattito per commenti, e poi in contesti più tradizionali e codificati, si è avviato un dibattito pubblico intorno a una vecchia questione, quella della responsabilità dello scrittore. Si è partiti dalla notizia della collaborazione di Paolo Nori a Libero, ma le occasioni di porsi certe domande sono state diverse. Un articolo di Tiziano Scarpa proposto a un giornale di sinistra e mai da questo pubblicato, che finisce anch’esso su Libero. Ma anche le scelte di coloro, come Berardinelli, che già da anni scrivono per giornali quali Il Foglio o il Domenicale. Nonostante molte persone – scrittori, giornalisti o semplici lettori comuni – siano ormai convinti che qualsiasi forma di dissenso, scontro d’idee, discussione critica equivalga ad un puro attacco alla libertà individuale, riprendere in mano la questione della responsabilità dello scrittore, partendo da situazioni così concrete, può essere molto più fecondo che lanciare un astratto dibattito sull’impegno dell’intellettuale o sul rapporto tra lo scrittore e la realtà. Per me si tratta di un’occasione importante per chiarire innanzitutto le mie posizioni, cercando di dissipare un po’ di malintesi e confusioni. Il confronto critico con le posizioni altrui non è tanto mirato a distribuire colpe, quanto a mostrare la bontà di posizioni alternative.
Se uno scrittore come Paolo Nori scrive per Libero, e così facendo dimostra, alla fine, che non è uno scrittore “di sinistra”, o che non è un cittadino con una consapevolezza politica “di sinistra”, non per questo cessa di essere un valido scrittore. Ma è sempre possibile dire che, sul piano politico, Paolo Nori non sta difendendo gli ideali di sinistra o la lotta politica promossa dalle forze di sinistra.
Forse, addirittura, il solo fatto di essere uno scrittore, e di credere nei valori veicolati dalla letteratura, dovrebbe rendere consapevole Nori dell’errore che egli commette fornendo legittimità culturale a un quotidiano la cui linea politica si accorda con i programmi governativi di demolizione della cultura, partendo proprio dalle istituzioni che ne garantiscono la trasmissione e lo sviluppo (la scuola e la ricerca). Ma ripeto, il caso Nori o casi affini, ci impongono di riconsiderare in modo esplicito i rapporti tra letteratura e politica.

Andrea Inglese

da: La responsabilità dell’autore

 

Ma nazione indiana era defunta

In merito a quanto scritto on line ne Il Giornale, qui parzialmente riportato nel post precedente («siti come Nazione Indiana ci hanno messo del loro per affossarsi da soli»), facciamo notare che il fallimento di Nazione Indiana era già avvenuto nel lontano 2005, per stessa ammissione di alcuni suoi animatori.

Qui la certificazione:

In effetti è oltre un mese che non commento e non posto più nulla. Dopo che mi si è accusato di eccesso di presenzialismo, era un mio piccolo modo di placare le acque e forse anche un po’ di protestare per gli eccessi barricaderi (o con me o contro di me) che avevo riscontrato in prossimità di un convegno che ho visto nascere a casa di Carla e che ho sempre reputato fosse importante da mettere in atto. Me ne sono andato prima io di te, Antonio, mi viene da dire, ma non è questo il punto.
[…]
Solo un’ultima cosa: per me Antonio Moresco “è” Nazione Indiana. Mi chiedo: cos’è Nazione Indiana senza Antonio Moresco?

Gianni Biondillo, http://www.nazioneindiana.com/2005/05/27/i-commenti-al-commiato


O meglio, me ne vado io, e spero che non sarò il solo. Concordo con Biondillo: Nazione Indiana senza Antonio Moresco e Tiziano Scarpa non esiste più.

Raul Montanari, http://www.nazioneindiana.com/2005/05/27/allora-ce-ne-andiamo-prima-noi


Dunque, dalle dichiarazioni che si leggono in questi due post risulta che Nazione Indiana è morta da quasi sette anni. Ma pare che gli “indiani” non se ne siano ancora accorti.
Soprattutto Gianni Biondillo, il cui «eccesso di presenzialismo» è rimasto tale e quale.

Comunque sia, al culmine della tragedia — nei momenti estremi del commiato — ci fu chi seppe indicare senza esitazioni il responsabile di quel fallimento.
L’accusa venne formalizzata negli ultimi commenti al secondo post:

  1. diavolini il 27 maggio 2005 alle 19:21

    in tutti i commenti che ho letto c’è una sola persona che sembra divertita dalla fine imminente di nazione indiana. angelini. complimenti, siete riusciti a farlo vincere.

  2. Fake di Angelini il 27 maggio 2005 alle 20:11

    Diavolini (Barbieri?), tesoro, BEN ALTRE sono le catastrofi (vd. alla voce “benaltrismo”, n.d.r). Morta una rivista se ne fa un’altra. Mozzi semplicemente si sposta in Vibrisse. Tiziano Scarpa si concentrerà finalmente sul grande romanzo che tutti attendono da lui (non ha ancora dato il meglio di sé), Moresco non si chiuderà certo in convento, in ogni caso ha già dato il meglio di sé (credo)… insomma non è la fine del mondo, ma magari solo bizze di percorso. Guardiamo con fiducia al futuro:-/

Lucio Angelini, cinico
affossatore di N.I.,
all’isola di Creta.

Fallimento culturale


Su internet la critica letteraria ha trovato la morte sua. Dapprima in senso metaforico e positivo: Società delle menti (sezione del portale Clarence), Nazione Indiana, Vibrisse, Carmilla on line, Il primo amore sono stati siti-rivista molto frequentati da piccole e grandi firme dell’ultimo decennio e da frotte di lettori/commentatori.

Recensioni di centocinquanta righe, sofisticate analisi alla Michel Foucault del contesto socio-letterario della Penisola, diari e lettere d’autore, articoli di Antonio Moresco, Tiziano Scarpa, Raul Montanari, Giulio Mozzi. E tra i 50 e i 700 commenti per post. Sembrava che il web, all’alba del millennio, avesse finalmente fornito spazio d’espressione a coloro che avevano qualcosa di interessante da dire.

Poi, il crollo. La morte vera. In certi casi, l’offline. Oggi questi siti sono poco più che circoli parrocchiali, se non cimiteri tout court. Vedere l’ultimo post di Società delle menti («inviato da Giuseppe Genna, venerdì 29 agosto 2003», un’intervista a Gabriel García Márquez) mette un’insolita tristezza digitale. Cadaveri di pionieri morti lungo la strada.

«Colpa dei Social Network che hanno distrutto tutto – dice Giuseppe Genna – Siamo dinosauri. La critica è migrata nel “mi piace” di Facebook, nella condivisione di un link. Tant’è che la produzione di note su Facebook, cioè di articoli originali scritti ad hoc, sarà dell’1 per cento. Il social è diventato l’anti-social. La blogosfera è allo sfacelo. C’è di peggio: sta sparendo il tessuto dei lettori. Secondo la Nielsen il libro più venduto dell’ultima settimana è la Dieta Dukan, con 6100 copie. Detto questo, dove vuoi andare con la letteratura? Su Amazon c’è solo una folla scatenata di 140mila utenti quotidiani. Alle librerie Feltrinelli, la solita esposizione di fuffa tra un piatto pronto e una focaccia. Né online né offline c’è più informazione vera. Figuriamoci i contenuti. Causa di tutto ciò, a mio parere, il conflitto di interessi di editori che sono anche distributori».

C’è da dire che siti come Nazione Indiana ci hanno messo del loro per affossarsi da soli. «La partecipazione – ricorda lo scrittore Teo Lorini – si disperdeva nella difesa da attacchi personali. In tanti commenti c’era camarilla, regolamento di conti, dietrologia. Il microfono aperto di Radio Radicale. Migrati sul Primo Amore, chiudemmo i commenti fin da subito. I Social Network, però, tendono ad azzerare tutte le conflittualità, talvolta positive, a favore di una comunicazione rapida, impressionistica, superficiale. Fine della dialettica. Grado zero della condivisione. Twitter? Se non hai l’arguzia di un Flaiano o un Campanile, o non sei nel vivo dell’azione tipo a Piazza Tahrir, precipiti in una frammentazione sterile. Molte occasioni, poca profondità. È l’uso zapping della Rete».

Tommy Cappellini

leggi tutto:
http://www.ilgiornale.it/cultura/il_fallimento_culturale_salotti_letterari_on_line/29-03-2012

I giovani del surf: Dura ming!


Da Renzi c’erano anche degli intellettuali: Baricco, Nesi, Scurati. Ma anche l’ex poliziotto ed ex editore Castelvecchi, che adesso fa parte di VeDrò, una vera e propria lobby trasversale di centrodestra e di centrosinistra (a capo, il pdemocristiano Letta e la finiana Bongiorno), nella cui attività si legge bene quella nefasta trasversalità (che non può che appiattirsi sulla prospettiva generazionale) di cui il progetto renziano è prodotto.
Matteo Renzi è un uomo pericoloso, e così il suo progetto politico. Partiamo dalla persona. Renzi è pericoloso perché di cartapesta. Come quei mostri dei fumetti che li colpisci e si sgonfiano, ché dentro non c’era nulla. E’ proprio questa la sua massima pericolosità: dentro Renzi c’è il nulla. Ma il nulla, se messo bene in scena, risulta simpatico. E’ adattivo. Scivola, si dà la forma che il contesto richiede. Il Renzi, quando parla, recita la parte del furbetto, ma è una parte serena. Non si scompone mai, sorride, ammicca, è un muro di gomma che evita ogni tipo di rappresentazione del conflitto – inscrivendosi così in quella che è la sua vera heimat, quella democristiana.

Marco Rovelli, da: http://www.nazioneindiana.com/2011/11/02/noi-siamo-i-giovani-del-surf



Il Waso Ming appartiene alla generazione dei Matteo Renzi: vivono di immagine e usano schemi espressivi prestabiliti, come i moduli prestampati con le caselle bianche da compilare. Il loro scopo è di falsare metodicamente la realtà raccontandola di scorcio, in modo da riuscire a non smentirla mentre la sbugiardano. E’ l’arte della mistificazione con cui si fa carriera autoscagionandosi costantemente e trasformando le sconfitte in sedicenti vittorie attraverso la lente deformante della contraffazione dei fatti, mai riportati in quanto tali, ma sempre riferiti in maniera soggettiva pro domo propria. Purtroppo, costui è l’ennesima fotografia (in sedicesimo) dell’Italia di oggi, dopo che per vent’anni un carotaio si è fatto passare — col beneplacito di mezza popolazione — per imprenditore e statista. E incensurato!
Parafrasando Ernesto Calindri: «Dura Ming! Non dura, non può durare».

L’amico che mi fa visita in sogno, richiamando: http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/wu-ming-dura-ming-povero-chiambretti-prigioniero-di-una-audience-infedele

MITI E FOLLIA (miti e incertezze, la vendetta)


Questo è un estratto, preso ieri pomeriggio, del commentario a questo articolo:

(daniele ventre il 21 gennaio 2012 alle 14:01)
La fine argomentazione binaghiana si è manifestata in questi termini:
“clic”.
Come si può notare, ho eliminato i commenti di Binaghi. Grazie alle sue prese di posizione abbastanza insultanti e fatte di ironie a vuoto e di argomenti ad hominem, ora la discussione ha assunto l’aspetto di un registro inquisitoriale. Binaghi a quelli c’è più abituato di quanto proclami. L’invocato click (o clic, scegliete voi la vostra variante grafica preferita) c’è stato.
Ora Binaghi può andare altrove a vantare la mia scarsa democraticità e a desumerne edificanti filosofari sull’irriducibilità dell’individuo. Quanto a me, io non coltivo il “mito” della democrazia al punto da tollerare gli insulti gratuiti.
P. s.
Una volta, tanto tanto tempo fa, qualcuno mi disse che il cristiano è la persona di fronte a cui il male si ferma. Mi pare che qui sia successo invece qualcosa di strano.
Quanto a me, voglio dimenticarmi di questo articolo. Forse se avrò voglia ne scriverò un altro, evitando però di rispondere a urgenze religiose o di altro tipo che non mi competono.

(elio_c il 21 gennaio 2012 alle 14:39)
Beh, peccato che sia finita così. Seguo da parecchio il blog di Binaghi e so che non corrisponde affatto alla rappresentazione che ne è risultata qui, penso anzi che tu abbia perso uno dei pochi che potevano interagire su certe visioni panoramiche, ora dovrai accontentarti di commenti magari estasiati ma vuoti di contenuto, o di semplici richieste di supplemento didattico. Persino nella costellazione di insulti, il confronto aveva lasciato trasparire qualcosa di significativo.
Quando ho letto la prima entrata di Buffoni, l’ho trovata sinceramente insolente (pur avendo un vago ricordo di certe ruggini) e soprattutto gratuita. Speravo che Binaghi la lasciasse a se stessa (come ha fatto Biondillo con un recente insulto a lui rivolto) e continuasse il confronto “teorico” con te senza tentare nel contempo di ripagarsi, provocando una polarizzazione identitaria spiacevole a vedersi su entrambi i fronti. Ma evidentemente certi pruriti sono irresistibili e bisogna infine grattarli fino al sanguinamento. Ma non facciamone una tragedia, si tratta pur sempre di sangue “virtuale”.

(maria il 21 gennaio 2012 alle 18:57)
Ma la discussione non risulta un po’ monca con il pensiero di binaghi riportato a spizzichi e bocconi dall’autore del post che non è d’accordo con lui?
Non avevo mai visto una cosa del genere.
Maria

(carla il 21 gennaio 2012 alle 21:06)
l’articolo sarà anche spettacolare, ma il comportamento lascia molto a desiderare…
meno male non frequento più certi luoghi. Continua a leggere “MITI E FOLLIA (miti e incertezze, la vendetta)”