#53 (pseudobiblion)

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Ieri sera aveva smesso di nevicare, la temperatura s’era alzata e la massa di neve aveva cominciato ad ammorbidirsi in contorni d’acqua. Stamattina, invece, mi sveglio coi fiocchi che cadono ancora, le fronde degli alberi si sono caricate di nuovo e l’altezza del manto s’è rafforzata. La neve cade fina, non sono fiocchi grossi, altrimenti sarei nei guai, si arriverebbe chissà dove, e io con le mie braccia non è che possa spalare il mondo intero. A dire il vero non ho ancora spalato quasi niente, ho voluto aspettare che finisse per non dover far le cose due volte; mi sono asserragliato nel mio fortino, per fortuna mercoledì avevo fatto la spesa e avevo raccolto un bel po’ di legna sotto il portico, così mi consolo anche col camino, lasciandomi ipnotizzare dalle fiamme che stemperano l’atmosfera. Da qui potrei lanciare i miei proclami e i miei anatemi, invece preferisco non dar fastidio e riflettere su una strana storia, una leggenda su un vecchio libro che probabilmente non è mai esistito, ma che ha fatto fantasticare generazioni di amanti del mistero. Chissà, forse riflettere su uno pseudobiblion potrebbe aiutarmi a capire il perché di certe cose.

rami

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Ieri mattina è venuto un mio vicino che ha tre cavalle che vivono libere nella sua terra. E’ venuto per potare un paio d’alberi che ne avevano bisogno, soprattutto un prugno (ornamentale, non da frutto, che fa le foglioline rosso scuro, quasi marroni) dall’aspetto annoso, vista la grossezza. Per molti anni non è stato potato, così i rami nuovi e i cosiddetti “succhioni” son cresciuti per i fatti loro, andando a creare intrichi fitti e disordinati. In più, lo scorso inverno la grossa nevicata (arrivata a marzo, nientemeno) aveva creato col suo peso delle aree di oppressione così forti — anche per gli intrichi troppo fitti che formavano come tettoie gravate da centimetri e centimetri di neve — che un grosso ramo si spezzò danneggiando quelli vicini. Visto che un altro ramo grosso s’era rotto nella nevicata dell’anno prima, l’albero restò mutilato in maniera brutale. Così, quando dovemmo tagliare il ramo penzolante, insieme a quelli vicini danneggiati, l’albero si ritrovò squilibrato, con in più quei brutti succhioni che puntano in alto infilandosi a intricare ulteriormente gli intrecci di rami. Così, ieri io e Umberto siamo saliti sulle scale e abbiamo tagliato e segato, soprattutto lui, che è il potatore, mentre io davo una mano seguendo le sue direttive. Ora il prugno è molto sfoltito, meno imponente, con grandi varchi nella chioma invernale, ma almeno s’è aperto degli spazi di luce che sono necessari al suo sviluppo. Ora che il sole sta arrivando, in pochi anni riprenderà forma e starà meglio di prima.

 

masso erratico

DCF 1.0

Pensa che l’altro giorno da un angolo del tetto è caduto un masso enorme, largo e piatto, che stava lì a fermare le tegole marginali contro eventuali ventate troppo forti. Scivolando insieme alla neve che si scioglieva a blocchi, e quindi funzionava come zattera, è caduto giù con un gran tonfo (attutito, ovviamente, perché s’è conficcato nello strato di neve bella alta). Pensa se ci fosse stato qualcuno sotto!

 

neve

La notte innevata è una notte luminosa, anche col cielo coperto e in totale assenza di luna. Il bianco riflette, non c’è nulla da fare, specie se è fatto di microcristalli. A esser luminoso è il paesaggio, naturalmente, e questa presenza della luce — pur in un contesto di buio — si confronta con l’assenza di suoni, attutiti, affondati nello spessore del manto nevoso. Anche se ti galoppasse incontro una bestia — metti un cinghiale, come quello che una notte mi grugnì da dietro la siepe mentre chiudevo il portone, dandomi uno spavento — non la sentiresti, se non quando ti è addosso.

pseudobiblion

Ieri sera aveva smesso di nevicare, la temperatura s’era alzata e la massa di neve aveva cominciato ad ammorbidirsi in contorni d’acqua. Stamattina, invece, mi sveglio coi fiocchi che cadono ancora, le fronde degli alberi si sono caricate di nuovo e l’altezza del manto s’è rafforzata. La neve cade fina, non sono fiocchi grossi, altrimenti sarei nei guai, si arriverebbe chissà dove, e io con le mie braccia non è che possa spalare il mondo intero. A dire il vero non ho ancora spalato quasi niente, ho voluto aspettare che finisse per non dover far le cose due volte; mi sono asserragliato nel mio fortino, per fortuna mercoledì avevo fatto la spesa e avevo raccolto un bel po’ di legna sotto il portico, così mi consolo anche col camino, lasciandomi ipnotizzare dalle fiamme che stemperano l’atmosfera. Da qui potrei lanciare i miei proclami e i miei anatemi, invece preferisco non dar fastidio e riflettere su una strana storia, una leggenda su un vecchio libro che probabilmente non è mai esistito, ma che ha fatto fantasticare generazioni di amanti del mistero. Chissà, forse riflettere su uno pseudobiblion potrebbe aiutarmi a capire il perché di certe cose.

il cipresso

Ieri sera s’è messo a nevicare, e stamane mi son alzato con sessanta centimetri di neve. Completamente sommerso: gli alberi piegati, in giro molti rami spezzati, ma soprattutto il cipresso, quello che sta dalla parte di sotto, all’ingresso secondario, un giovane cipresso che s’era già rotto in parte nella nevicata di un anno fa, stavolta si è spezzato di netto, lasciando un moncone che sporge di poco dalla neve. Aveva due punte, quel cipresso, cresceva vigoroso, poi la terribile nevicata dell’anno scorso ne aveva spezzata una; ora, assottigliato, l’albero continuava a puntare in alto, ma stanotte la neve pesante e bagnata l’ha schiantato del tutto. Prima di nevicare aveva piovuto a lungo, così la neve s’è incollata alle superfici bagnate, e ora che cerco di scrollarla da certe piante fa fatica ad andarsene tutta, in parte rimane attaccata in piccoli blocchi che mantengono il loro peso. Per poter scendere a rifornire la mangiatoia degli uccellini che tengo giù, sotto la tettoia altissima che un tempo si usava per ricoverare le balle di fieno, mi son messo gli stivali di gomma alti fino al ginocchio, ma la neve è così alta che ci si è infilata dentro andandomi a bagnare i talloni. Gli uccelli erano a secco, ho dovuto riempir la mangiatoia di semi di girasole, e un’avvisaglia l’avevo già avuta mentre ero ancora a letto: sentivo picchiettare, non sapevo se in cucina o alla porta d’ingresso, m’ero anche un po’ allarmato perché è una cosa insolita, se non strana, poi quando mi sono alzato ho visto sul davanzale della cucina un manipolo di uccellini — cinciarelle colorate di verde e grigio con la strisciolina nera intorno al capo — riuniti come a reclamare, che appena m’han visto si sono dispersi. Per questo sono uscito a rifornirli prima ancora di lavarmi la faccia e far colazione — ma non prima d’aver nutrito il cane e i gatti, si capisce. E’ stato allora che ho visto il cipresso schiantato. Prometteva bene quell’albero, immaginavo quando un giorno sarebbe diventato gigante come quelli che torreggiano sul crinale della mia collina, così caratteristici contro il blu del cielo nella bella stagione. Sono cipressi italiani, è questo il loro nome, quelli lunghi a punta che popolano anche molti cimiteri, chissà perché; detto per inciso, fu a un cipresso italiano che mio padre s’impiccò, dentro un cimitero, ma questa è un’altra storia. Molti altri tipi di cipresso, soprattutto americani, hanno forme completamente diverse, non sembrano neanche parenti. Adesso, mentre in casa la luce salta e poi ritorna, e poi ancora salta e ritorna di nuovo, e la linea telefonica resiste ma non si sa ancora per quanto, mi domando che ne sarà di questo moncone di cipresso.

Il prugno

Una mattina, qualche tempo fa, è venuto un mio vicino che ha tre cavalle che vivono libere nella sua terra. E’ venuto per potare un paio d’alberi che ne avevano bisogno, soprattutto un prugno (ornamentale, non da frutto, che fa le foglioline rosso scuro, quasi marroni) dall’aspetto annoso, vista la grossezza. Per molti anni non è stato potato, così i rami nuovi e i cosiddetti “succhioni” son cresciuti per i fatti loro, andando a creare intrichi fitti e disordinati. In più, lo scorso inverno la grossa nevicata (arrivata a marzo, nientemeno) aveva creato col suo peso delle aree di oppressione così forti — anche per gli intrichi troppo fitti che formavano come tettoie gravate da centimetri e centimetri di neve — che un grosso ramo si spezzò danneggiando quelli vicini. Visto che un altro ramo grosso s’era rotto nella nevicata dell’anno prima, l’albero restò mutilato in maniera brutale. Così, quando dovemmo tagliare il ramo penzolante, insieme a quelli vicini danneggiati, l’albero si ritrovò squilibrato, con in più quei brutti succhioni che puntano in alto infilandosi a intricare ulteriormente gli intrecci di rami. Così, quel giorno io e Umberto siamo saliti sulle scale e abbiamo tagliato e segato, soprattutto lui, che è il potatore, mentre io davo una mano seguendo le sue direttive. Ora il prugno è molto sfoltito, meno imponente, con grandi varchi nella chioma invernale, ma almeno s’è aperto degli spazi di luce che sono necessari al suo sviluppo. Ora che il sole sta arrivando, in pochi anni riprenderà forma e starà meglio di prima.