City Lights

New Yorkers are lining up with umbrellas in hand to se e Charlie Chaplin’s classic film “City Lights”.

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New York

New York Times Square

La gente adora parlare di quel che è veramente successo… A New York, tra la gente del mio tipo, vige il presupposto che si possa sapere tutto delle reciproche esistenze. Si prende qualche indizio, lo si considera con una certa raffinatezza, e si sa tutto. In fondo, questa è una città che non ammette misteri, una città decisa a depredare, ad arraffare o a rivelare. Trovo le chiacchiere newyorkesi orrende, le conclusioni personali stupide, e tanto l’idealizzazione, quanto la demonizzazione dell’esperienza altrui, odiosa e spregevole. E l’ipocrisia di fondo, i giudizi sparati come se tutto fosse noto, le bugie, l’inganno, l’infinito banditismo orale che vige qui tra ebrei e gentili del pari, la fredda ambizione, è, lo ripeto, invivibile.
Quello che non manca veramente in questa città è gente capace, gente competente, che man mano che si fa strada nel mondo si ritrova ad avere una vita professionale sempre più complicata. Come è logico, questo li consuma, e il mostruoso residuo che sopravvive è incapace di emozione, ma la desidera, con uno struggimento e un’inadeguatezza terribili e terrorizzati. Questo residuo mostruoso è incapace di amicizia, incapace di qualsiasi cosa. (Quello di cui è capace è un meraviglioso, quand’anche orchesco, cameratismo.)

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.39-40

Nel capitombolo siamo noi stessi

Dio, nel senso della realtà tutta, o di qualsivoglia realtà esistente — l’universo, tutti gli universi — Dio, nel senso in cui lo intende la mia anima, sembra dare chiari segni che Lui ami la coniugazione al presente ancor più di quanto la ami la consapevolezza. (Ho la tendenza a riferirmi a Dio come a Lui, ma non lo penso necessariamente come maschio.) Il nostro senso del presente di solito procede a ondate, con la mente che ogni tanto fa un ruzzolone nei vagheggiamenti. Di solito, torniamo a cavalcare l’onda, ruzzoliamo giù e riguadagniamo la cresta per ruzzolare di nuovo e così via all’infinito, ma è nel capitombolo che siamo noi stessi, egocentricamente, e vediamo e capiamo le cose. Forse la realtà effettiva appartiene alla coniugazione presente, ma quello che noi siamo è in questo ruzzolare via e tornare. Ma ero troppo stanco per quell’impresa; nessuna argomentazione, neppure la logica matematica, poteva mandare in corto circuito o alterare la natura dominante del presente. Questa volta, in questi momenti, non avevo nessun posto in cui cadere. Era tutta una coniugazione al presente.

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.49-50

DetFic 18: Edgar Allan Poe e l’eroe seriale

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Con la trilogia di Auguste Dupin, Poe crea la prima figura di eroe seriale, un modello destinato a diventare, attraverso l’opera di Arthur Conan Doyle e i serials televisivi, la forma narrativa dominante del ventesimo secolo. I suoi tre racconti, tuttavia, presentano una chiara progressione: nel primo, Dupin si confronta con un omicidio privo di movente; nel secondo, Poe tenta di mescolare realtà e finzione, misurandosi con un autentico caso di cronaca; nel terzo, il geniale detective si scontra con un avversario suo pari, secondo un disegno che prelude alla celebre coppia di antagonisti Sherlock Holmes – dottor Moriarty.

roget-illusIn The Mystery of Marie Roget, il cavalier Dupin torna nuovamente agli onori della cronaca tentando di risolvere, sulla base delle testimonianze riportate dai vari giornali, il mistero della scomparsa di una graziosa commessa di profumeria, Marie Roget. Ispirandosi a un reale caso di cronaca avvenuto a New York, l’omicidio della sigaraia Mary Rogers, il narratore espone i fatti: uscita di casa per recarsi dalla zia, Marie Roget viene trovata quattro giorni dopo, annegata nella Senna e recante segni di violenza. Sui resoconti della stampa Dupin fonda la propria indagine, spesso demolendo le ipotesi via via formulate dagli articolisti.

Disgraziatamente, nella realtà, mentre è in corso la pubblicazione a puntate del racconto, un’albergatrice confessa in punto di morte che il decesso di Mary Rogers è stato causato da un tentativo di aborto. E questa versione, pur confermando numerose deduzioni di Dupin, contraddice in pieno le sue conclusioni: a Poe, dunque, non resta che modificare il finale, per tener conto della testimonianza.
L’indagine viene troncata allorché Dupin ha identificato l’assassino in un marinaio dalla carnagione scura di cui Marie sarebbe stata innamorata, e Poe redige una nota fittizia, in cui il direttore della rivista dichiara di non aver pubblicato – per «ovvie ragioni» – il seguito del manoscritto, assicurando i lettori che l’inchiesta venne condotta a buon fine dalla polizia parigina.

Per rimediare all’inconveniente, e giustificare la mancata aderenza del racconto alla conclusione della vicenda reale, Poe si rifà all’immagine delle due serie di eventi paralleli, dichiarando che se il destino di Mary e quello di Marie sono legati da numerose coincidenze, ciò non vale per lo scioglimento del mistero.

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LA LETTERA RUBATA

Un anno dopo la pubblicazione dei Murders in the Rue Morgue, Poe riporta Auguste Dupin sulla scena parigina per fargli interpretare un breve ma perfetto racconto: La lettera rubata (The purloined letter).
È il tardo crepuscolo: i due protagonisti siedono nel “gabinetto di lettura” del loro appartamento, quando arriva il prefetto. Dupin s’appresta ad accendere un lume, ma all’udire che il prefetto è venuto a consultarlo su una questione complicata, preferisce restare nella semioscurità. Questo è il primo dei ribaltamenti operati da Dupin: a essere rovesciato è il tradizionale meccanismo associativo che unisce la ragione alla luce.

Nel seguito della conversazione, allorché il prefetto confessa la sua impotenza a risolvere un caso che pure si presenta semplicissimo, il detective replica: «Forse il mistero è un po’ troppo semplice».
Il prefetto espone quindi le inconsuete circostanze su cui s’è trovato a indagare. Una lettera compromettente è stata rubata alla regina da un ministro intrigante. Mentre è nel boudoir, immersa nella lettura di una lettera strettamente personale, all’ingresso del consorte la regina posa la lettera sullo scrittoio, col testo rivolto verso il basso. Entra allora il ministro, che, riconosciuto il mittente nella grafia dell’indirizzo riportato sul retro, decide di sottrarre il prezioso documento per usarlo a fini di ricatto. Messa sul tavolo la lettera che ha in mano, egli conversa per qualche tempo e, prima di congedarsi, s’appropria come per errore dell’altro foglio.

la-lettera-rubata-di-edgar-allan-poeDa quel momento, l’uomo regge le sorti della politica francese, grazie all’ascendente che esercita sulla regina.
Convinti che il ministro conservi sempre la lettera a portata di mano, gli uomini della polizia perquisiscono accuratamente tanto lui quanto la sua abitazione, senza alcun risultato. La visita del prefetto rappresenta quindi il riconoscimento della sua sconfitta, e l’analitico Dupin provvede a smontare pezzo per pezzo il metodo da lui adottato.

Richiamandosi al gioco del “pari o dispari”, in cui un bambino può battere i compagni identificandosi con loro e prevedendone le mosse, l’investigatore mette a nudo l’incapacità della polizia di valutare l’avversario: se la loro forma mentale è quella della massa, non appena si confrontano con un criminale diverso da loro, si trovano in scacco. Le ricerche della polizia si dimostrano inefficaci perché fondate sul presupposto che a occultare la lettera sia stata una persona dai comuni percorsi mentali, per cui nascosto è sinonimo d’invisibile. Non è affatto detto che la lettera sia stata sottratta alla vista: richiamandosi a un gioco in cui si cerca di trovare su una carta geografica un nome scelto dagli avversari, Dupin osserva che, contrariamente a quanto si crede, le scritte a chiare lettere sono spesso meno individuabili delle più piccole.

Il metodo con cui il detective affronta il caso è ben diverso. Munito d’occhiali scuri, per consentire ai suoi occhi di vagare indisturbati, Dupin s’introduce nello studio del ministro, e non tarda a notare un portacarte appeso alla mensola del camino, dove insieme ad alcuni biglietti da visita si offre negligentemente allo sguardo una lettera sdrucita. In questa visibilità così marcata, egli coglie un segno d’ostentazione, che rimanda paradossalmente alla volontà di celare la lettera.

Tornato il giorno seguente dal ministro, in apparenza per recuperare la propria tabacchiera, Dupin approfitta della momentanea distrazione dell’ospite, attirato alla finestra da uno sparo (trucco organizzato dallo stesso Dupin), e s’impadronisce della lettera, sostituendola con una del tutto simile. Così, quando il capo della polizia si reca dal detective, questi gli consegna la lettera rubata.
Non ci resta che concludere con una citazione dai Mémoires di Vidocq: «Il luogo più in vista è spesso quello dove non si pensa di cercare».

(3 – fine)

fata JP Morgan

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JP Morgan, la nota società finanziaria newyorchese (di cui la Fata Morgana potrebbe essere un’ascendente), ha già stabilito che il prossimo Presidente del Consiglio italiano sarà Pierluigi Bersani, con il probabile appoggio della coalizione guidata da Mario Monti. Poi ha aggiunto che “nel medio termine” la premiership del leader del Pd sarà “difficile”.
Jp Morgan lo scrive in una nota dedicata alle elezioni italiane, ovviamente dopo aver consultato la sfera di cristallo, precisando che “c’è una buona probabilità che il Governo possa durare solo uno o due anni”. La banca d’affari sostiene che Bersani, futuro Presidente del Consiglio, avrà diverse “ovvie difficoltà”: dovrà gestire “una coalizione eterogenea”, affrontare “un’opposizione efficace (e in alcuni casi cinica)” dagli avversari del Pdl e operare “in un contesto nel quale le forze radicali anti-europee restano forti”.