La volpe e il leone

Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni non conoscono l’arte di governare. Un signore prudente, pertanto, non può né deve rispettare la parola data se tale rispetto lo danneggia e se sono venute meno le ragioni che lo indussero a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni, questa regola non sarebbe buona. Ma poichè gli uomini sono cattivi e non manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con loro. Né mai a un principe mancarono pretesti legali per mascherare le inadempienze. Se ne potrebbero fornire infiniti esempi tratti dalla storia moderna, e mostrare quante paci, quante promesse furono violate e vanificate dalla slealtà dei prìncipi, e chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che colui il quale vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

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Il Principe

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco, si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

[ Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà. ]

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Uomini e bestie

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Dovete dunque sapere come ci siano due modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone perché li allevasse e li educasse sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-2, con versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

La Costantinopoli del ’20

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Nella Costantinopoli del ’20, di ristoranti russi ce n’era uno ad ogni angolo di strada: si sarebbe detto che era quella la formula taumaturgica che permetteva a tanta gente, di tante categorie diverse, di sbarcare il lunario. In questa orgia di russificazione alimentare, una simpatica coppia di giovani francesi aveva avuto l’idea stravagante di lanciare un restaurant francese: ed avevano avuto fortuna. Era da loro che ogni tanto si rifugiavano le colonie straniere di Costantinopoli quando erano un po’ stanche di cotolette alla Kiev o alla Pojarski, o anche semplicemente se ne avevano abbastanza della compagnia delle eterne dames serveuses. E fu proprio alla Régence, una sera, che si avvicinò al nostro tavolo un ufficiale inglese: aveva bevuto parecchio indiscutibilmente, ma non era certo la prima volta che ci accadeva di incontrare un ufficiale inglese che avesse bevuto un po’; ci aveva raccontato che aveva appuntamento con qualcuna che non era venuta, non sapeva ch cosa fare: se aspettare ancora o andarsene. Un po’ noioso, un po’ appiccicoso, ma veramente niente di eccezionale.
Per cui fummo un po’ sorpresi quando, un paio di settimane dopo, ci fu chiesto se acconsentivamo ad apparire, come testimoni, davanti alla Corte Marziale che doveva giudicare l’ufficiale in questione.
Il nostro amico di una sera era là, in grande uniforme. L’interrogatorio fu lungo e circostanziato: dopo qualche tempo riuscii a capire che si trattava di stabilire se il suo stato di ubriachezza fosse tale da rendergli impossibile l’obbedienza agli ordini di Sua Maestà. L’affare sembrava grave: non mi ricordo bene per quale ragione precisa, teoricamente, la guarnigione era in stato di allarme. Con tutto ciò non riuscivo a capire la ragione di prendere tutto questo tanto al tragico: se fosse stato necessario mettere sotto processo tutti i soldati e gli ufficiali di S.M. che la sera si trovavano, più o meno, nella vigna del Signore, non so quanti ne sarebbero rimasti in servizio.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 16-17

Ogni Paese

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Ogni Paese ha il suo genio proprio, e le cose sue deve farle nella maniera che corrisponde a questo suo genio e non in un altro. Il genio italiano è un insieme di elementi contraddittori che coesistono senza fondersi: molto idealismo, molto realismo, molte illusioni, molta confusione; molta tolleranza, forse, figlia di un grande scetticismo, ma comunque profondamente umana e un curioso senso di continuità giuridica. L’unità d’Italia è stata fatta secondo questo genio della nostra gente: è stata fatta per storto, se si vuole, ma è stata fatta. Questa è la grandezza vera del nostro Risorgimento: forse è solo ora che cominciamo realmente a rendercene conto.
[…]
Noi abbiamo la fama di essere gli eredi di Machiavelli: qualche volta ci crediamo anche noi stessi, e c’è, effettivamente, nella nostra psicologia interna qualche cosa che d’istinto ci porta verso la sottigliezza, diciamo così, diplomatica. Ma non sono ancora riuscito a capire come è che con tutto questo, pochi come noi italiani restano, come d’istinto, sorpresi e quasi offesi, quando si deve rilevare che la politica degli altri segue interessi e calcolo e non sentimento.
Noi crediamo ancora di essere amati, crediamo che l’essere amati faccia parte della politica: dividiamo ancora popoli e uomini fra quelli che amano l’Italia e quelli che non l’amano, e reagiamo, sinceramente, quando ci accorgiamo che in politica estera non c’è amore, né simpatia, ma solo coincidenze di interessi. Quando la coincidenza cessa, cessano anche le espressioni di amicizia.
Siamo forse l’ultimo popolo al mondo che, ritenendosi furbo, cinico, calcolatore ed essendolo anche, in parte, crede, in politica estera, al sentimento e all’ideale, e ne risente, dolorosamente, quando i fatti portano a renderci conto che gli altri ci credono un po’ meno di noi.
È bello certo, ma ha anche i suoi inconvenienti: chissà, forse, anche questo è un’eredità dei bei sogni del nostro Risorgimento.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 11-13

Cambiamenti

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Da questo dipende la variabile del successo: che se uno si comporta con cautela e pazienza nei tempi che esigono queste qualità, allora gli va bene; ma se i tempi cambiano e non cambiano anche i suoi comportamenti, allora gli va male. Non è possibile trovare un uomo che sia così saggio da sapersi adattare a questi cambiamenti; l’uomo non devia dalla sua inclinazione naturale, e se ha avuto successo seguendo una certa via, non si persuade ad abbandonarla. Ecco perché un uomo cauto, quando è tempo di slanci, non sa farlo e viene sconfitto. Se egli riuscisse a cambiare coi tempi, la sua fortuna non cambierebbe.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXV-6, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Fratelli d’Italia

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Pertanto i prìncipi italiani che, dopo essere stati a lungo sul trono, lo hanno poi perso, non accusino la fortuna, ma la loro inettitudine: non avendo mai, nei tempi tranquilli, pensato che il clima può mutare (è un difetto diffuso fra gli uomini quello di non prevedere la tempesta finché c’è il bel tempo), quando poi arrivarono le avversità, pensarono a fuggire e non a difendersi; e sperarono che i popoli, irritati dalla tracotanza dei vincitori, li richiamassero. In mancanza di meglio si può fare anche questo. Ma è molto male farlo per aver trascurato di adottare altre soluzioni, perché non si dovrebbe mai cadere con l’idea che tanto ci sarà qualcuno a sorreggerti. Questo può non accadere, e se accade non ti offre sicurezza, perché il tuo modo di proteggerti è stato vile e il tuo rialzarti non dipende da te. Le uniche difese del tuo potere che siano buone, certe e durevoli sono quelle che dipendono da te e dalle tue capacità politiche.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXIV-3, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

I tempi

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Ma, passando ai dettagli, dico che possiamo vedere un principe oggi aver successo e domani andare in rovina, senza che i suoi caratteri e le sue qualità abbiano subìto alcun cambiamento. Ritengo che questo dipenda innanzi tutto dalle ragioni che sono state a lungo esposte nelle pagine precedenti, vale a dire che un principe appoggiatosi unicamente sulla fortuna va in rovina non appena la fortuna cambia direzione. Ritengo inoltre che abbia successo colui che adatta metodi e mezzi alla qualità dei tempi, e analogamente che vada incontro all’insuccesso colui che viceversa non sa adattarsi ai tempi.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXV-4, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

I buoni consigli

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Un principe, pertanto, deve consigliarsi sempre con qualcuno, ma quando vuole lui, non quando vuole qualcuno. Deve anzi scoraggiare tutti dal fornirgli consigli, se lui non li chiede. Deve però chiederli spesso, e poi ascoltare con pazienza le verità che gli son dette; anzi, se capisce che qualcuno, per timore o per scrupolo, non gliele dice, deve preoccuparsene. Molti credono che i prìncipi reputati saggi, debbano questa reputazione di saggezza ai loro consiglieri e non a loro stessi; ma chi la pensa così si inganna. Una regola generale che non sbaglia mai ci dice infatti che un principe, il quale non sia saggio lui stesso, non può esser ben consigliato, a meno che per caso non si affidi interamentre a un uomo che lo governi e che sia uomo assai saggio. La cosa sarebbe possibile, ma durerebbe poco, perché quell’uomo, in breve tempo, sottrarrebbe al principe il potere. Se ascolterà più di un consigliere, questo stesso principe privo di saggezza, non riceverà mai consigli concordi, né sarà mai in grado di metterli d’accordo lui stesso. Ogni consigliere penserà al proprio interesse e il principe non saprà né rimediare né giudicare. Le cose non possono andare altrimenti, perché gli uomini finiranno sempre per servirti male, se non ci sarà una necessità che li costringerà a operare bene. Perciò possiamo concludere dicendo che i buoni consigli, da qualunque parte provengano, dipendono sempre dalla saggezza del principe, mentre la saggezza del principe non dipende dai buoni consigli.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXIII-4, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Uomini saggi

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Un principe prudente, pertanto, dovrà percorrere una terza via: sceglierà all’interno del suo Stato alcuni uomini saggi e darà solo a essi la facoltà di dirgli la verità, e unicamente a proposito delle cose su cui lui li interroga, e non d’altro. Ma deve interrogarli su tutto, udire le loro opinioni e poi decidere da solo, a modo suo. Questi consiglieri avranno dedotto dal suo comportamento che, quanto più si esprimeranno liberamente, tanto più saranno graditi. Al di fuori di loro, il principe non deve udire nessuno. Deve invece andare avanti nella decisione presa e perseverare in essa. Chi si comporta diversamente, o si rovina a causa degli adulatori o risulta troppo volubile, con grave danno al suo prestigio.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XXIII-2, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013